Elvis arrampica a Scarenna

elvisBruna doveva andare al compleanno della sua nipotina e così mi sono ritrovato tutto solo a casa in un sabato mattina di sole. Mentre sistemavo le mie cose mi sono imbattuto in una frase di Goethe, un itinerante blogger tedesco dei primi dell’800. “Uno non ha che dichiararsi libero, ed ecco che in quello stesso istante si sente limitato. Abbia solo il coraggio di dichiarasi limitato, ed eccolo libero.” Così mi sono detto: «Okay Birillo, facciamo qualcosa di nuovo, cambiamo le regole».

Ho preso lo zaino, vi ho infilato le scarpette d’arrampicata ed ho inforcato la bicicletta. Le ruote erano quasi sgonfie, il cambio anteriore bloccato ed i freni inesistenti. Tuttavia tutte quelle cose non mi servivano, la strada che porta alla falesia di Scarenna è assolutamente piatta e breve. Non mi serviva nemmeno la corda, l’imbrago, i rinvii o il gri-gri. No, non avevo bisogno di nulla salvo il caldo abbraccio del sole.

Mi aspettavo di trovare più gente ed invece sotto le pareti mi imbatto solo in una coppia. Spingo a mano la bici e li saluto scendendo fino alla panchina di ferro, davanti al grosso copertone che si usava per le prove di trattenuta. Infilo le scarpette, senza preoccuparmi di come l’erba bagnata le infradici. In fondo, sulla sinistra, ci sono due belle fessure orizzontali e quasi parallele. Sono nascoste dalla vegetazione ma, con un po’ d’attenzione si trovano.

Mi scaldo su quelle fessure ed inizio il mio “viaggio orizzontale” attraversando la falesia in un travolgente traverso. Studio le posizioni, le prese e gli appoggi: ad un metro da terra sudo e respiro arrampicando in salita ed in discesa, ma sempre di lato.

Ci sono passaggi in cui devi “tenerti” e passaggi in cui scopri l’equilibrio di un respiro appoggiato. Non seguo nessuna via, nessuna linea. Esploro la roccia plasmondola alle mie esigenze, alla mia forza, alle mie lunghezze. Quando è facile mi impegno per renderla difficile, quando è difficile cerco di renderla facile. Quando il mio viaggio orizzontale diventa impossibile per le mie capacità appoggio dei sassi alla base della parete e li uso come appoggi “virtuali” mentre “striscio” sotto tetti, aggettanti nel vuoto infinito della mia fantasia.

Fradicio mi fermo al sole aggrappato ad una fessura che sale di traverso. Respiro e cerco di riposare “in parete”. «Accidenti quanto mi sto divertendo!?» La tentazione di salire a volte è forte ma il traverso, lo spigolo, il passaggio in spaccata mi trascinano altrove, su roccia fuori schema, unta ma libera. «Perchè non ci avevo mai pensato prima?»

Il perchè è semplice: siamo vittime di una mentalità sedimentata dalle sue stesse secrezioni. A volte serve una voce fuori dal coro per capire quanto sia stonata la musica,  o quantomeno la percezione che abbiamo di essa. La fortuna vuole che nel mio caso tale voce sia quella di Ivan Guerini.

Qualche sera fa, mentre al tramonto passeggiavo con Bruna lungo le sponde del Lambro, ci siamo sentiti al telefono e mi ha raccontato un po’ la storia della falesia di Scarenna: «Spesso ci capitava di passare da Scarenna. Il treno la rendeva molto comoda. All’epoca c’erano solo due o tre vie chiodate e tutte aperte da Pietro Paredi. Noi ci scaldavamo sulle pareti a destra e sinistra della normale, poi spaziavamo su tutta la parete tracciando vie nuove. Chiodavamo poco e spesso facevamo lughi tiri in libera: sai eravamo ragazzi. Era tutto molto diverso, per certi versi molto più semplice. Accendavamo lo stereo con Elvis Prisley ed arrampicavamo: erano tempi diversi, era così che ci si divertiva.»

Al sole riprendo ad arrampicare pensando ad Elvis ed al Profeta: sapevano davvero godersela! Gioco con le prese, mi giro, allungo all’indietro alle gambe e sposto il baricentro. Mi diverto, pondero ogni passaggio e quando sono costretto ad abbandonare la roccia non è mai una caduta ma un movimento che deve essere controllato e che, a suo modo, deve integrarsi con l’esecuzione. «Davide tu non arrampichi male,  ma devi fare più esperienza, devi arrampicare tanto. Ma non sul difficile, come pensano tutti, ma sul facile o su quello che senti come facile. Salire, scendere, arrampicare ed arrampicare ancora. E’ in questo modo che puoi comprendere il tuo corpo ed imparare a capire la roccia. E’ questo che rende facile il difficile. “Rendere estremo il banale”: è assolutamente corretto quello che hai scritto».

Ivan è stato l’indiscutibile protagonista della rivoluzione degli anni settanta: “forte di una preparazione psicofisica che aveva pochi eguali nel panorama alpinistico italiano dell’epoca, si spinse in libera di sicuro oltre il VII° grado scalando con scarpette da ginnastica risuolate con gomma air-lite”.

Quando arrampicavo ai Corni, senza esperienza, abbarbicato sulle staffe e su chiodi vecchi, per me era la guerra, era una battaglia per la sopravvivenza che non contemplava la resa. «Questa è l’ultima, non puoi continuare così: morirai…» mi ripetevo nei momenti più duri, quando la fatica e la paura asciugavano le parole in gola e smorzavano il respiro. Ora io non so se i consigli di Ivan mi renderanno un’arrampicatore migliore, tutto sommato non importa. Quello che è certo, e di cui gli sono davvero grato, è che hanno fatto di me un arrampicatore felice. Cos’altro si può volere?

Elvis arrampica a Scarenna a tempo di Rock ‘n Roll!!

Davide “Birillo” Valsecchi

Nel pomeriggio sono tornato con i “Badgers”: Mav, Andrea, Marzio, Umberto e Gianni. Io e Mav ci siamo ingarellati nei “traversi oltre gli spigoli” ed abbiamo concluso con una sessione intensa di “ripetute” su e giù per Clessidriana. Spettacolo! Ora tutti a festeggiare il compleanno del TrueBeer!!

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