Le cento vergini

DSCF6278“Mummery. E’ il primo che debbo ragguagliare, cui devo rendere conto. Posso ben guardarlo negli occhi, stare in piedi dinnanzi a lui mentre gli annuncio: non ho conquistato il Nanga Parbat servendomi dei mezzi tecnici moderni, ma assolutamente come egli intendeva, con mezzi leali, con le mie sole forze”. Uscendo di casa inciampo in questa frase di Hermann Buhl che risale al 1953, un paio d’ore più tardi cammino sul sentiero seguendo due alieni: Ivan Guerini e Joseph Prina. Con noi anche Paolo Console e poco più avanti ci raggiunge anche il mio socio, Mattia Ricci. La squadra è al completo!

Joseph parla con Ivan, lo esorta ad insistere con il progetto “NoSpitZone”. Io due discutono di come ai giovani sia preclusa la possibilità di imparare l’autentica arrampicata libera, di come siano relegati a vivere come “gorilla appesi e reclusi” nelle vie spittate, di come non abbiano modo di sperimentare, di comprendere, di crescere in modo diverso. “Ci sono tanti istruttori ma non ci sono più insegnanti. Gli spazi dove imparare, anche da autodidatti, sono ormai quasi scomparsi o distrutti”.

Ascoltarli è una liberazione, una piccola grande speranza. Sapere che arrampicatori forti come loro hanno a cuore il profondo disagio di parte della mia generazione è qualcosa che riscalda gli animi, solleva lo spirito.

Passiamo vicino ad una grande roccia attraversata da una profonda fessura diagonale. Al sole, in modo quasi irriverente, brillano le placchette dei fix piazzati con il trapano. “Bisogna essere dei dementi per spittare una fessura che parte dalla base e raggiunge la cima!” Sbotta Joseph ”Era perfetta per imparare! Non ha senso una cosa simile!” Con cautela mi avvicino e quasi sussuro “Forse è un segno: il segno che conviene darsi una spicciata a cambiare le cose”. Joseph si ferma, mi guarda e replica “Hai ragione: dobbiamo fare presto”.

Finalmente raggiungiamo alcune delle rocce che Ivan desiderava mostrarci. Ci imbraghiamo e diamo inizio alle danze. Ivan traccia la prima via, tutta a friend e fettuccie. Sale e scende arrampicando. Il grado è solo una delle tante difficoltà da comprendere e superare. La roccia è strepitosa, tagliente, viva. Quando è il mio turno imparo a comprendela, a capire quando è solida e quando è meglio lasciar stare. Ci vuole un po’ per prendere confidenza nel toccarla, nell’affidarsi al “suono” ed ai suoi spazi vuoti.

La seconda via la traccia Joseph e rilancia seguendo una linea elegante ma travolgente. Oltre ai friend ed alle fettuccie anche un paio di chiodi segnano il tracciato rimarcandone le difficoltà. Dopo Joseph risale Ivan e poi viene il turno di Mattia.

DSCF6273-001A metà via il mio socio si gira, mi guarda mentre gli faccio sicura, e scoppia a ridere “Recupera, perdio!”. Scoppio a ridere anche io perchè, quando arrampichiamo insieme, quella è la frase, ormai classica, con cui gli supplico aiuto nei passaggi più duri: è divertente vedere anche lui, per una volta, in un ingaggio fuori scala! “Accidenti che livello!”

Ivan e Joseph, come due bambini liberi di giocare, tracciano altre due vie mentre Paolo ed io chiudiamo la seconda. Attaccano un tetto, giocano con una spaccatura, si divertono: è una gioia vederli arrampicare e poco importa che l’imminente temporale ci metta in fuga. Sì, è una gioia essere con loro.

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La squadra si ritira in birreria dove scatta il terzo tempo. Fuori cadono secchiate d’acqua mentre sul tavolo si ammassano i boccali. Ivan ci racconta, come sempre a modo suo, le salite con Vasco Taldo e Monica. Poi il discorso si sposta sulle Dolomiti e lo spassoso incontro con il leggendario Bruno Detassis. Anche Joseph, che è stato alievo di Tiziano Nardella, si abbandona ridendo ad aneddoti e ricordi. Tra le risate sul tavolo, come figurine, si ammonticchiano nomi, vie, montagne, luoghi e racconti.

Perso nelle parole, perso nella birra, perso tra le rocce. “L’alpinismo è un’attività sfiancante. Uno sale, sale, sale sempre più in alto, e non raggiunge mai la destinazione. Forse è questo l’aspetto più affascinante. Si è costantemente alla ricerca di qualcosa che non sarà mai raggiunto.” (Hermann Buhl).

Quando con Mattia abbiamo iniziato ad arrampicare insieme ai Corni volevo solo salire le pareti di casa. Certo volevo ripetere tutte le vie, ma niente di più. All’inizio del viaggio, all’inizio di quest’avventura, non avevo assolutamente idea di dove ci avrebbe condotto tutto questo, nè avevo idea di quanto mi sarebbe piaciuto. Perso nelle parole, perso nella birra, perso tra le rocce: quanta gioia in questa sfiancante avventura!

Davide “Birillo” Valsecchi

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