La roccia vince sempre

DSCF9455“Birillo, questo di certo non è quinto grado!” Sbotta Simone sporgendosi oltre il muretto di sassi mentre osserva dall’alto la verticale Placca dell’Idiota. Io appoggio lo zaino e gli faccio il verso: “Suvvia, ai Corni tutto è quinto grado …per tradizione!” La placca, alta una ventina di metri, è  però significativamente più impegnativa di quanto le mie speranze avessero valutato.

Poco male. Su di noi il sole brilla caldo e sotto San Tomaso un mare di nuvole bianche riempie la valle e copre il lago. Alle nostre spalle le guglie ed i pilastri del Moregallo risplendono quasi rossastri nella luce invervale. Si sta troppo bene per essere preoccupati. “Scendiamo sotto e diamo un occhiata dal basso”.

Insieme, attraverso il ripido prato, ci abbassiamo fino alla base della placca. “Bella è bella davvero. Però non vedo nulla in cui piazzare qualche protezione. Fino alla radice non c’è nulla ed oltre niente fino all’uscita. Dritta è dritta: anche solo in partenza non puoi alzarti cinque metri senza metter dentro niente”.

Il diedro sulla destra è un mezzo disastro di roba appoggiata, lo spigolo di sinistra invece offre qualche presa, qualche pianta ma, nella pratica, si riduce ad una salita su erba, poco sensata e piuttosto pericolosa. Proviamo ad allungarci sulla placca tastando le prese senza però trovare nulla. “La roccia sembra buona ma non c’è manco un buco in cui poter piazzare qualcosa”.

Simone accende una sigaretta e per qualche minuto rimaniamo con il naso in su ad osservare la placca. “Bhe, tempo ne abbiamo: torniamo su e vediamo se per lo meno è possibile fare una sosta e dargli un’occhiata”. Risaliamo per il bosco e, recuperati gli zaini, iniziamo ad imbragarci.

La placca è sormontata da un grosso muro a secco che i “vecchi” hanno costruito per evitare che le bestie al pascolo precipitassero di sotto. Tutti quei sassi ammassati mi davano però da pensare. Forse anche per questo nello zaino ho portato uno spezzone di corda statica da 30 metri: “Piazziamo la statica su due piante, lasciamo che superi il muretto e facciamo sosta sulla placca. Se mettiamo bene la statica il muro non dovrebbe venirci in testa neppure se strattoniamo”.

Una fettuccia su uno speroncino di roccia ci permette di realizzare una sosta pittoresca ma solida. Caliamo la doppia e, con attenzione a non scuotere il muretto, mettiamo tutto in tensione iniziando a discendere la placca. “Il diedro è pieno di roba smossa. La placca tiene bene ma è compatta. La fessura centrale è la sovrapposizione di due strati. I chiodi non entrano o fanno saltare la roccia”. Simone studia la placca, toglie qualche qualche crosta instabile e continua la sua esplorazione dal sapore spleo. “Bella è bella. Il grado è alto ma è arrampicabile. Il problema è uno solo: è inchiodabile e di friend o nat non se ne parla proprio.”

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Una volta a terra mi calo anche io scattando qualche foto ricordo della nostra prima volta nel cuore della placca dell’idiota. Raggiungo le piccole piante che avevo visto dal basso. Una stretta fessura colma di erba risale verso sinistra. Purtroppo le pianticelle sono troppo piccole per sostenere un volo e la fessura, nonostante tutto, muore prima che la placca raggiunga il suo apice di difficoltà. Sulla spalla sinistra un grosso sasso appigliato appare sinistramente invitante ed instabile “Quello mi sa che appena lo tocchi saluta tutti e parte verso il basso!” “Sì, è grosso ma anche secondo me viene giù appena lo tocchi”.

Nuovamente con il naso all’insù ci ritroviamo alla base della placca. “Bhe, siamo qui. La sosta sembra buona. Proviamo almeno a salire?” “Birillo: è la tua placca, vuoi provare tu per primo?” “Naa, io non sono possessivo e quelle tacche sono troppo piccole per i miei gusti. Ti lascio il posto!”.

Simone inizia a salire mentre gli faccio sicura. La roccia è buona, richiede piccoli e precisi movimenti su piccoli appoggi ma tiene bene. Leggero e morbido Simone si alza, supera la prima placca, raggiunge una serie di piccoli oppoggi con cui si sposta nuovamente a destra raggiungendo la radice. Supera la piccola pianticella e prosegue tenendosi a debita distanza dal diedro. Verso l’uscita la placca diventa per pianisti e si ferma a studiare il passaggio. “Mancano due metri ma è dura: non c’è nulla. Devo per forza provare ad usare il diedro” Con una mano. senza nemmeno caricarci il peso, tocca la roccia del diedro, ma tanto basta perchè questa vada in pezzi e crolli.

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Simone mi urla “Attento”. Con il reverso lo tengo ben saldo mentre una fettuccia mi sorregge placido ad una pianta. Dall’alto cinque grossi sassi saltellano nel diedro puntandomi allegri. In realtà avevo paura che mi crollasse addosso il muro o che il diedro andasse in pezzi franandoci completamente addosso. Nella mia mente ho immagini terrificanti, forse è per questo che guardo quei grossi sassi con una certa indifferenza. Ho un caldo sole alle mie spalle e non sono su qualche terrificante parete: per qualche strano ed insensato motivo so che quei sassi non possono colpirmi, non glielo permetterò.

Non so come ma, immobile, riesco seguire contemporaneamente tutte le traiettorie nonostante i rimbalzi. “Birillo schivare un pugno è sempre una questione di centimetri. Devi muoverti all’ultimo momento, se ti muovi prima non solo rischi di non riuscire a parare, ma rischi persino di sbatterci contro!” Le parole di Dario, il mio Maestro di KarateDo, risuonano leggere nella mia mente serena. Aspetta, aspetta…. Ora!! Fletto il busto sulla sinistra, poi di nuovo sulla destra. Due sono passati, ne resta uno. Sposto la testa sulla sinistra e mi abbasso. Una grossa pietra sfila sopra la mia spalla destra colpendola di striscio. Beh, tutto qui?

“Birillo!! Tutto bene!?” Urla Simone dall’alto. Io ridendo gli rispondo “Sì! Sì! Tutto bene. Mi sento come quando a Bush gli tiravano le scarpe in Irak! Hehehe!!” Simone scuote la testa ma, accertatosi della mia incolumità, si tranquillizza e chiacchieriamo un po’. “Niente. Se non puliamo il diedro, per uscire ti mollo addosso altri sassi. Fammi scendere che tocca a te.”

Lo calo, infilo le scarpette e mi avventuro sulla mia placca, quella dell’idota. I primi movimenti, a freddo, sono complicati. Poi prendo le misure. La placca non è certo il mio forte ma la roccia, nonostante la terra, che qua e là la ricopre, ha davvero un ottima presa e riesco a lavorare con precisione le scarpette mantenendo l’equilibrio. Con piccoli movimenti mi alzo seguendo linee sottili, quasi invisibili. Mi piace, mi diverto: roccia vergine, che meraviglia, tutto un’altro mondo!!

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Supero la radice ed inizio ad alzarmi sulla seconda parte della placca. Rimonto un poco e poi mi fermo a studiare il passaggio “Dannazione, la tentazione di spaccare nel diedro è fortissima! In placca c’è qualcosa di piccola da usare ma il diedro qui a lato chiama forte. Se faccio il passo e devo riposizionarmi è quasi certo che vado a cercarlo.” Mi fermo, lentamente sposto il peso dagli appigli all’imbrago. Mi fermo, osservare la roccia, la placca ed i pilastri del Moregallo che svettano alle sue spalle. “Però è davvero bello qui!” Attendo ancora un’istante. “Okay! Fammi scendere ora!”

Una volta a terra sfiliamo la corda e ci sediamo al sole a chiacchierare in totale relax. “Secondo me l’inizio è sul 5c, poi si impenna sul 6a mentre l’uscita rischia di essere un 6c. La roccia è davvero bella ma senza mettere protezioni non puoi salirla dal basso”. Simone, con un po’ più di esperienza, ridimensiona il mio ottimistico quinto grado. “Bhe, non importa. E’ bella e mi è davvero piaciuto arrampicarci sopra. Trapanarla per metterci gli spit sarebbe un sacrilegio senza senso: solo un idiota potrebbe inorgoglirsi di una cosa simile. Direi che siamo stati fortunati: ci ha lasciato divertire nonostante non sia possibile vincerla senza barare. Una lezione istrutttiva – ammicco e rido – Davvero è la mia placca ed il suo nome le si addice! Chiunque vorrà fare altrettanto avrà bisogno solo di uno spezzone di statica e di un po’ di intelligenza. A me va bene così, anzi, forse così è pure meglio!!”

Infiliamo l’attrezzatura nello zaino e spensierati scendiamo verso valle. Bruna ha buttato la pasta e le altre squadre dei Badgers dalla montagna stanno rientrando tutte alla base (casa mia!). Nella mia cucina ci attende un pomeriggio affollato di amici, denso di racconti e carico di birra. Cos’altro si può volere da una soleggiata domenica di Dicembre?

Davide “Birillo” Valsecchi

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