Sulle Tracce del Mostro

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DSCF1080Questa montagna forse nemmeno ha un nome: Bevesco è l’unica traccia sulla carta, ma probabilmente si riferisce ai prati sul lato nord, dove si trova l’Alpe Alto. Tuttavia, osservandola dal basso mentre le sue punte svettano tra le nebbia, non si può trascurarne la forza, anzi, più la si osserva e più si vorrebbe forse allontanare lo sguardo da quelle sue forme tanto complesse e repulsive.

E poi lì, nel centro, quella linea scura, quell’enorme camino che non si illumina nemmeno alla prime luci del sole, quando sorge ad Est. Quell’enorme camino ormbroso, la cui base sembra irraggiungibile e protetta da due onde rocciose di “misto verde e torrentismo”.

La giornata è luminosa, durante le notte è caduto un sottile strato di neve che ha gelato i ripidi prati di paglione. Ho raggiunto la cresta orientale di questa terra senza nomi: il sole qui non è mai arrivato, tutto è imbiancato e croccante. All’orizzonte le altre montagne sembrano guardarmi incuriosite attraverso l’aria tersa: «Birillo, dove stai andando a cacciarti tutto solo?»   

Vorrei ridiscendere lungo il filo della sottile cresta ma la neve, il paglione ed il vuoto sembrano sconsigliarlo. Volevo costruire un’ometto sulla punta inferiore, quella che si tuffa nel vuoto,ma ho paura che con questo sottile strato di neve mi tradisca, che il mio ometto diventi un monumento funebre.

Lascio la cresta  e mi avvenuturo tra le piante ed il buio. Se non posso spostarmi abbastanza ad est per intravvedere il camino cercherò di raggiungerne la spalla d’uscita. Devo fare solo un lungo traverso sul prato gelato e rimontare la cresta successiva. Senza neve, senza il freddo ed il buio la mia esplorazione sarebbe più semplice: forse dovrei rimandare, ripiegare. Ma ormai sono qui, devo solo fare attenzione. Già, devo solo fare attenzione.

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Più mi avvicino alla cresta più il vuoto e la solitudine cominciano a farsi sentire. Mi muovo sempre più lentamente appoggiando con cautela i piedi sul paglione gelato. Il lago è illuminato, le Grigne, il Resegone, i Corni, il Moregallo, il Pizzo dei Tre Signori sono tutti illuminati. Solo io ed il mostro siamo al buio, ma solo io scricchiolo ad ogni passo.  

Ormai mi mancano solo due metri al bordo della cresta. Devo superare un muretto e scendere su un terrazzino erboso. Il vuoto è incredibile, assoluto. Sotto di me, quasi tra le mie gambe, vedo il “taja sass”. Non c’è nulla a proteggermi da quel vuoto interminabile e non posso fidarmi di quel paglione gelato. Devo tornare indietro, devo. Ma sono qui, mancano due metri per guardare dentro quel camino, per scoprire cosa vi si nasconde.

Poi inizio a rendermene conto. La paura quasi mi soffoca, lega ogni mio movimento. Walter Bonatti una volta disse ad Ivan Guerini: «La paura è un ottima consigliera, guai non darle ascolto!» Anche Fasana nelle sue solitarie racconta le proprie paure. Devo dare ascolto alle mie sensazioni. Resto immobile ancora un secondo. Poi, voltandomi, trovo una bella pianta spessa un polso. Avessi una fettuccia ed un pezzo di corda potrei fare sosta, proteggermi. Forse mi sentirei meno solo, meno indifeso. Ma non ho la corda con me, l’ho lasciata a casa per impedirmi di prendere rischi. Bella mossa. «Tu non sei un fifone Birillo, sei solo uno stupido impreparato!». Questo pensiero per un secondo mi riscalda. Respiro e mi guardo intorno.

DSCF1152Poco sopra di me c’è una grossa roccia. Forse da lì riesco a dare un occhiata. Lentamente mi alzo raggiungendo il grosso masso, lo afferro e comincio a farci conoscenza: «Hey sasso, non è che se mi appoggio decidi di andare a farti un giro in valle, vero?». Mi sporgo un po’ oltre ma ciò che vedo mi agghiaccia.

Afferro con una mano la macchina fotografica e spingo il braccio quanto posso scattando alla cieca. Il primo sguardo mi ha dato le vertigini. E’ stato come guardare giù dal Pizzo D’Eghen: un Pizzo D’Eghen incazzato e gonfio di steroidi! Placche lisce, roccia marcia, colate di ghiaccio, roccia instabile e muschio. Soffio e respiro: «Mio dio, quel posto è un incubo. Un incubo!».

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Il freddo cominicia a prendermi. Devo muovermi. Il bisogno di andarmene diventa fisico. Lentamente riattraverso il prato gelato e solo quando sono ad una trentina di metri dal camino riesco a concedermi tregua. Finalmente raggiungo un raggio di sole, finalmente il mostro ed il vuoto non possono più afferrarmi.

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Tiro fiato. La paura si scioglie in euforia. La mente era troppo impegnata: tutto quello che non era direttamente legato alla sopravvivenza era archiviato ed accantonato. I ricordi, i ricordi di quel camino, ora cominciano a rimergere, a ricomporsi nei dettagli. «Sì, uno stramaledetto incubo». Tuttavia non riesco ad impedire, nemmeno volendo, che un ghigno compiaciuto accompagni questo nuovo pensiero. «Già, ma per affrontare un incubo servirà una squadra capace di sognare…»

Davide “Birillo” Valsecchi

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