Praise The Sun

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“Ma dai!! L’antimedale è un posto per milanesi (o lecchesi)! Scendono dall’auto ed iniziano a tirar giù sassi mentre tra un fittone e l’altro sbanfano sul grado!” Sì, l’antimedale non è di certo tra i miei posti preferiti, anzi…

La prima volta che ho ripetuto la Chiappa con Mattia era primavera, ricordo il verde intenso delle piante, la grande muraglia di roccia e l’emozione di salire una via del Ciapin: bellissimo. Con il tempo la mia visione delle cose è però cambiata. Ci si arrampica per lo più d’inverno, quando il buio ed i colori cupi permeano la roccia grigia e le piante morte. In settimana, solo quando ne c’è nessuno che arrampichi sopra o sotto di te. C’è qualcosa che mi disturba in quel posto: non è solo il pericolo della cegnia sovrastante, è qualcosa, forse una sensazione, che come unto ha soffocato la roccia. Quella parete è stanca, arrabbiata, sfruttata e disgustata, non riceve amore e non è più disposta a donarne: è una vendicativa amante tradita.

“Guarda che c’è vento. Mi si agitano le piante e mi vengon giù i sassi!” Ogni mio tentativo di dissuadere Mattia era andato a vuoto e così ci siamo ritrovati all’attacco di “Stelle Cadenti”. Mentre risaliamo rifletto su come il concetto di “cadere” inserito nel nome di una via non sia proprio una furbata beneaugurante!

Stelle cadenti, 180 metri, 5 lunghezze. Qualcuno dice VII° altri 6b+, in ogni caso sono “bestemmie e madonne” perchè è la classica fittonata dell’antimedale. Mentre risali non puoi fare a meno di pensare a quanto siano stati “stronzi” quelli che hanno messo i fittoni. Ci sono passaggi in cui appare chiaro che il Jhon Wayne di turno, armato di trapano, ha forzato il passaggio ignorando la linea originale e logica degli apritori. “Spiegami: perchè negli anni ‘90 gli apritori avrebbero dovuto puntare una placca improteggibile di VII° quando un metro a destra c’è una fessura ed un diedro chiodabili? E di certo non hanno bucato la roccia visto che non ci sono altri segni! Ci prendono per il culo: senza rispetto per noi o per chi l’ha aperta!”    

Così sei costretto ad abbandonare la logica affidandoti ciecamente alla linea che qualcuno ha tracciato tra un fittone ed il successivo. Significa seguire le tracce di unto senza quasi possibità di integrare, essere costretti in passaggi esasperati e forzati, implicitamente pericolosi. Già, perchè un fittone è il padre e la madre di ogni falsa sicurezza: è forse per questa filosofia “stronza” che l’elisoccorso nel week-end è di casa in Antimedale? 

Mattia però si ingaggia e si diverte. Una via con un nome ed un buon grado: dopo tutti i chiodi che gli ho visto piantare in posti sconosciuti forse se lo merita. Se non fosse per lui non ci sarei mai venuto, sia perchè probabilmente non ho il grado adatto sia perchè questo tipo di arrampicata davvero non mi piace. Gli unici punti in cui ho arrampicato spingendo i motori e la testa sono stati i piccoli traversi sulle placche a goccie: l’idea di piombare in un pendolo fuori via mi disturbava un po’…

Al diedro dell’ultimo tiro, stufo della commedia alpinistica, ho tirato fuori il padale e vaffanculo… Senza i fittoni quel diedrino giallo, con quella fessura stretta all’interno, avrebbe richiesto un gran lavoro ed una gran classe nel piazzare le adeguate protezioni. Oggi, purtroppo, è banalizzato in questo modo: “6a+ 40m. A sinistra in obliquo sino ad uscire in cresta per un diedrino non facile”. Generazione di stronzi complessati: sarei curioso di sapere quanti “spruzza-magnesite” saprebbero superare un VII- come quello trovandoselo davanti nudo e crudo (…figurarsi “blind” in apertura!).   

Giunti all’uscita ci siamo alzati il più possibile per non rischiare di far cadere sassi sulla cordata che ci seguiva. “Facciamo la Chiappa?” “Non se ne parla nemmeno! Hai prenotato una via in antimedale ed una via in antimedale hai avuto!” Tuttavia l’idea di tornare a casa presto non convinceva nessuno dei due. “Facciamo due tiri a friend tra le roccette là in fondo?” “Ya! Questo mi piace già di più!”

Usciamo dalla cengia e ci spostiamo verso il San Martino attraverso il bosco. Il mio maglione rosso, lo stesso che avevo in Pakistan nel ‘99, è ormai pieno di buchi ed anche i miei guanti senza dita sono ridotti a brandelli: il mio vestiario consumato ed il nostro incedere incerto alimenta una strana ma piacevole sensazione. Con tutto il materiale in spalla vagavamo tra i rovi ed il ghiaione come due alpinisti di inizio secolo (scorso) scesi sul versante sbagliato e sconosciuto della montagna. L’alpinismo, in fondo, è soprattutto questo: una fantasia della mente.

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Poi, con un po’ di sorpresa, abbiamo trovato un cordone ad anello. Ormai marcio faceva ancora bella mostra di sè sull’uscita di una lunga cresta rocciosa. “Andiamo a vedere all’attacco?” Scendiamo tra le piante curiosando tra gli speroni ed i canali di roccia. “Accidenti che bel posto!” Infiliamo le scarpette e ci rileghiamo. “Su di qui!”.

Mattia parte e rimonta un muretto. “Spettacolo! La roccia è stupenda!”. Piazza un friend, poco oltre un nat e poi una fettuccia in clessidra “Alcune protezioni non servono, ma sono troppo belle per non usarle!!”. Poi la roccia si impenna e troviamo anche un vecchio chiodo. Meraviglia archelogica!

Quasi 50 metri di corda scorrono attraverso il mio reverso prima che Mattia chiami la sosta su una pianta. Parto ed il mio primo pensiero sembra l’eco della frase di Mattia: “Spettacolo! La roccia è stupenda!”. Credo che ogni essere umano abbia il sacrosanto diritto di provare la roccia “viva” almeno una volta. Quel calcare lavorato offre prese, lame, maniglie e clessidre, ma anche nei passaggi in aderenza la sua superficie non è liscia, ma costellata di piccole e delicate increspature pungenti e molto più abrasive del granito. Non ha più importanza il grado o la difficoltà: quella roccia stupenda chiede solo di essere amata ed è pronta ad amarti donandoti appigli ed appoggi là dove più ti occorrono. “Spettacolo! La roccia è stupenda!”.  

“Scendiamo per il canale?” “Ma no, scendiamo con un paio di doppie…” “Mmm… su quella pianticella?” “Certo, tiene su una casa!! Guarda il fusto, chissà dove arrivano le radici” “Sarà…” La pianticella ha svolto egregiamente il suo dovere e, visto che sono qui a raccontarla, mi pare doveroso ringraziarla visto che avevo ampiamente dubitato di lei!!

Giunti di nuovo alla base abbiamo pascolato ancora un poco nel bosco trovando altre rocce davvero belle. In alcuni punti abbiamo trovato delle X Rosse ed un simbolo a forma di sole arancione. Piacevolmente nessuno spit!

Davide “Birillo” Valsecchi

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