Boga-Kan

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In Giapponese la parola Kan (館) si traduce con “sala” o anche “palazzo”, nelle arti marziali si usa per identificare il “Dojo”, il luogo dove ci si allena, e per estensione la “scuola” che vi si insegna. Ancora non ho scoperto “quando e come” il pizzo Boga abbia assunto questo nome, tuttavia scoprire che Mario “Boga” Dell’Oro sia nato a Civate (e solo dopo sia diventato lecchese) ha cambiato le mie carte in tavola: il Boga è uno dell’Isola! Forse è anche per questo che il Pizzo Boga mi appare più accogliente, più familiare. In Medale o in Antimedale, indipendentemente dalle difficoltà scelte, sono assalito da un’intensa ed opprimente inquietudine. Il Pizzo ha invece un fascino tutto da scoprire, ovunque guardi ci sono “possibilità”!

Mercoledì, alle due del pomeriggio, siamo sbarcati ai piedi del pizzo per la nostra seconda esplorazione pomeridiana. Nel parcheggio c’era una vecchia Twingo grigia targata “AsenPark” ma, purtroppo, non abbiamo trovato in giro altre cordate.

La natura si è già svegliata, forse siamo persino in ritardo: le piante sono nuovamente verdi, il caldo non è trascurabile e la primavera porta con se i primi starnuti allergici. Aggiriamo sulla destra la prima muraglia fino a giungere alla sua estremità orientale. Una scritta sulla roccia, “Le Gobbe di Andreotti”, segna il punto del nostro primo attacco. Mattia punta dritto per dritto ignorando verticalità e rovi. All’attacco era presente un canapo marcio in clessidra ma lungo il tiro (o quanto meno la nostra interpretazione) non c’erano altre protezioni fisse. Sui lati frecce blue sembravano indicare altre vie o varianti “libere”. La nostra linea ha però intersecato quella di una via a spit. Così, prima di seguire questa nuova via, abbiamo fatto sosta unendo un fix ed una pianta.

Il secondo tiro rimontava un piccolo strapiombo piuttosto intenso. La qualità della roccia è strepitosa ma ha i suoi svantaggi: nel passaggio chiave è bastata una piccola concrezione tagliente per strapparmi i pantaloni!!

Il Tino non li aveva di quella marca e per questo mi ero spinto in trasferta. Quando li avevo comprati ero stato chiaro con il commesso di un famoso negozio di Dolzago “Guarda che mi sembrano leggerini: io faccio cose piuttosto particolari, non vorrei mi si strappassero alla prima uscita…”. Con assoluta certezza mi aveva risposto “Figurati! Sono materiali all’avanguardia, elastici, fatti apposta per l’arrampicata: non riuscirai mai a strapparli!” Certo, certo: sicuro. Due giorni dopo i primi buchi li ho fatti sul Pizzo D’Eghen e la collezione sembra allungarsi sul Pizzo Boga (…e la zia rammenda!).  

Giunti sulla cima della prima collina, dove si trova il vecchio baitello in sasso, ci siamo spostati ancora a destra verso oriente. Una parvenza di sentiero ci aiuta a raggiungere ancora una volta lo spigolo esterno. Troviamo un’angolino che offre una placca compatta, un diedro ed un paio di tetti strapiombanti da esplorare. Nonostante gli starnuti (siamo entrambi allergici alla primavera!) decidiamo di esplorare un po’.

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Mattia risale fin sotto il tetto e prova ad “guardare” oltre lo strapiombio. Proviamo a piazzare un chiodo ma quello giusto manca alla collezione ed il fratellino più piccolo non acchiappa abbastanza. “Siamo venuti troppo sportivi oggi: questo ce lo teniamo per la prossima volta!” Mattia piega e traversa verso sinistra superando delle roccie ammucchiate e tenute insieme dal peso e dalle concrezioni. “Matty-boy, occhio che le corde attraversano sotto” Mattia divide le corde, passa e si infila nel diedro e lo rimonta: potrebbe risalire una crestina marciotta ma pianta un chiodino e si butta a sinistra su una placca solcata da grandi spaccature in cui si protegge a friend.

Quando dopo trenta metri di corda raggiunge una comoda pianta mi preparo a partire. La roccia del Boga alterna straordinari passaggi solidi a ravanate instabili da antologia. Sotto il tetto mi rendo conto di quello che ha combinato il mio socio: qualsiasi cosa tu tiri o spinga è tutta una scommessa. Sono costretto a fare un piccolo ma importante traverso con un unico pensiero: ”Se sta roba molla di colpo sonviene lanciarsi nel vuoto e sbattere sulla placca piuttosto che farsi mangire con tute le corde!” Il passaggio è curioso: ti costringe a rimontare roccia incerta mentre le corde, che attraversano il diedro, ti tirano verso roccia solidissima ma inarrivabile. La legge del contrappasso forse…

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“Dietro di me l’Apocalisse” A differenza di Mattia io sono autorizzato a mollar giù i “micro-onde” che ciondolano per la via. Sulla placca mi sono alzato su piccole prese, quanto bastava per “toccare” con la punta della scarpetta quella che, apparentemente da sotto, poteva essere scambiata per un’ottima presa. Un istante dopo, in un fracasso di schianti, al posto della presa c’era un ottimo terrazzino d’appoggio. “Ecco, qui vorrei proprio vederli  quelli che in palestra si lanciano come Tarzan sugli appigli di plastica!” (Mi raccomando, al Boga ogni cosa fuori linea richiede “tatto”)

Lungo tutto il tiro non abbiamo trovato nessun segno di salita e la quantità di roccia instabile non sembrava indicare alcun precedente passaggio. Tuttavia sulla pianta abbiamo trovato una vecchia ed ammuffita fettuccia con tanto di grillo per la calata: è stato bello ripetere una via senza nome, scoprire che qualcuno, nei tempi andati, aveva avuto la nostra stessa idea.

Visto che ormai erano le sei e mezza era tempo di suonare la ritirata. Mattia voleva andare verso l’alto, chiudere un tiro che appariva semplice e raggiungere una grossa cengia dove, secondo le indicazioni di Mattia, corre la Gary Hamming. Visto che conosco Mattia ho insistito per una ritirata diretta in doppia. Alla fine ci siamo accordati per una ravana slegati per “facili” roccette. Mattia è convinto ci fossero dei bolli rossi, io sono abbastanza sicuro fossero chiazze di muschio arancione. In ogni caso il risultato è stato lo stesso: prima dell’accenno di pioggia eravamo nuovamente alla macchina.

Se al Pizzo Boga volete curiosare fuori via fatelo durante la settimana: mollar giù sassi è quasi inevitabile, quindi conviene esser certi che non ci sia nessuno che pascoli attorno. Per il resto quel posto è uno spettacolo. Al prossima!

Davide “Birillo” Valsecchi 

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