Inseguendo la Chimera

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La sala vibra, scossa da un tremolio pulsante che sembra permeare ed animare ogni cosa. Una sensazione fisica che mi ricorda il fremito che scuoteva lo scafo del Liemba nel suo solitario viaggio tra i porti del Tanganica. Ma oggi non sono a bordo di una motonave tedesca del 1913 miracolosamente in servizio ancor’oggi nel cuore dell’Africa. No, oggi sono a bordo di una futuristica astronave capace di viaggiare attraverso il globo senza mai spostarsi. Sono nella sala principale del Data Center IT1 di Aruba ad Arezzo: attorno a me “vivono” quasi 40,000 server fisici e tra di loro, in un’angolo minuscolo di questo sconfinato universo virtuale, trova spazio anche “Cima”, questo blog. Su queste pagine elettroniche per anni ho riversato racconti, ricordi, emozioni ed avventure. Spesso usando risorse e collegamenti da terzo mondo, spesso con pannelli solari e cellulari satellitari, sempre confidando che la mia “base” fosse pienamente operativa. Non avevo mai pensato di trovarmi un giorno davanti alla “forma fisica” di quello che è il simulacro dei miei pensieri.

Il mio nuovo capo è piemontese, appassionato di pesca a mosca. Con il suo badge ed i codici di sicurezza apre, una dopo l’altra, le porte allarmate fino a raggiungere il “Magazzino”. Apre armadi e comincia ad impilare banchi di memoria e dischi SSD. Lo fa con la stessa disinvoltura con cui un ragazzino maneggerebbe le proprie figurine. Da un altro scaffale prende due rack server Power Edge, li apre e li “farcisce” serenamente di risorse. Disorientato lo osservo: non è tanto il costo di quei formidabili “giocattoli” a stupirmi, ma la disponibilità con cui ha assemblato quei due “mostri”. Firma un paio di moduli al magazziniere e torniamo in sala. “Dai, attacchiamoli: così quando torni su a Ponte San Pietro avrai un bel cluster su cui fare i tuoi esperimenti”. Lo seguo ma il mio stranimento è evidente: il mio attuale ambiente di sviluppo, per quanto efficace, era un vecchio AspireOne con processore Atom che avevo comprato a Bruna come terminale mobile per il nostro viaggio in Congo. Lui si ferma e sorride “Ti abituerai, anche a me all’inzio faceva un certo effetto. Qui operiamo con numeri enormi, siamo obbligati a spremere al massimo i limiti di ogni tecnologia. Devi abituarti a pensare in grande.”

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In parte ve lo avevo anticipato. Ho cambiato lavoro e sono precipitato in una nuova romboante avventura: sono stato arruolato nella squadra “ricerca e sviluppo” di Aruba. Il mio ruolo è semplice: sezionare ed analizzare problemi irrisolti, individuare ed attuare possibili soluzioni, creare nuove opportunità. Bhe, so fare altro?

Per un istante mi fermo a guardami intorno: come ha fatto il nostromo dell’Isola Senza Nome ad arrivare fin qui? Quando ventenne ho iniziato la mia carriera la “sicurezza informatica” viveva il suo pionieristico momento d’oro: io ero al posto giusto nel momento giusto, circondato da amici e colleghi il cui nome, o “nickname”, sarebbe presto diventato famoso o famigerato a livello globale. «Allora capii che veramente io ero il più sapiente perché ero l’unico a sapere di non sapere, a sapere di essere ignorante» Vissi quel periodo in modo spensieratamente socratico, mischiando rum, curiosità e sfrontatezza. Poi qualcosa si ruppe, forse l’11/9, forse la morte di mia madre, forse la fine della mia storia con Lex: fuggii da quel mondo, dalla città, dalla cultura Milanese concrezionata dal cinismo, dall’opportunismo e dal guano di piccione. Persi il mio treno mentre la maggior parte dei miei amici partì in cerca di fortuna per gli Stati Uniti o per l’Inghilterra.

La mia vita prese un’andamento strano. A Zanzibar, sotto un tetto di foglie di palma, trafficavo tra la polvere con un saldatore ed un flessibile dissezionando rottami di ferro sotto il sole Africano. “Birillo, la tua carriera da hacker, se mai è esistita, ora è di certo sepolta. Non tornerai mai più a giocare nella serie maggiore.” Ne ero davvero convinto.

Poi è arrivata l’Isola Senza Nome: se volevo salire le pareti dei Corni dovevo trovare il modo di sbarcare il lunario senza più girovagare per il mondo. Il tempo dei grandi viaggi era finito: dovevo trovarmi un lavoro se volevo arrampicare! Fui abbastanza fortunato, trovai impiego in una scalcinata azienda informatica di Lecco. Quattro giorni alla settimana passavo otto ore in un angolo polveroso rispondendo al telefono e scrivendo righe di codice. Il resto della settimana girovagavo per i Corni ed arrampicavo con Mattia. In tre anni abbiamo ripetuto in solitaria autonomia quasi tutte le vie classiche guadagnandoci un nome sull’Isola, diventando amici di Gianni Mandelli, di Ivan Guerini, di Josef Prina e degli altri grandi nomi dell’alpinismo che più ci interessa. Avevo una paura costante di morire, ma vivevo un periodo bellissimo!

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Parallelamente, nel mio angolino polveroso, pasticciavo quotidianamente sul codice. Curiosamente il nostro strano giocattolo ha iniziato a vincere premi e ricevere riconoscimenti internazionali. Incredibilmente una squadra composta da 2 tecnici, 2 commerciali ed una segretaria è entrata a far parte delle 100 start-up più promettenti a livello europeo: un successo senza precedenti.

Purtroppo, è proprio quando le cose sembrano andare al meglio che spesso vanno in pezzi. Lo sgabuzzino polveroso era scomodo ma permeato da un grande entusiasmo e spirito di squadra, lo scintillio delle medaglie cambiò ogni cosa. Una guerra la si fa in due, ma a cominciarla è quasi sempre chi pensa di avere il coltello dalla parte del manico: “Qui si fa come dico io: non hai alternative, dove pensi di poter andare…” Come Achille infuriato con Agamennone mi chiusi nella mia tenda: non c’era più spazio per me in quell’avventura, avevo scavato la mia stessa prigione. I successi continuavano, sempre più grandi, ma la magia che li aveva creati era ormai scomparsa, ormai soffocata. Impotente osservavo i mercenari che cominciavano a volteggiare come avvoltoi sul frutto dei miei sforzi. Fanculo…

Poi successe qualcosa di davvero strano, inaspettato e spaventoso. Stavo arrampicando con Ivan, Joseph e Mattia alla Torre Tonda. Su quello sperone io e Mattia avevamo aperto la nostra prima ed impegnativa via trad. Doveva essere un occasione di festa: mostravamo con orgoglio la nostra creatura ai nostri “mentori” più esperti. Io però mi sentivo grigio, svuotato. Ivan fu costretto a calarmi perchè, imbarazzato, neppure da secondo riuscivo a superare un facile tiro. “Scusatemi, non ho il giusto equilibrio…”. La crisi era completa, assoluta.

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Spaventato presi un volo per Londra, andai da Iceman in cerca di consiglio da parte di un amico fidato. Mancava poco a Natale, mi ero sposato solo da qualche mese ma tutti i miei luminosi progetti erano sfumati trascinandosi dietro sicurezze ed entusiasmo. Cosa potevo fare? Andarmene certo, ma dove? Tornare a Milano sarebbe stata una sconfitta. Per tre giorni ininterrotti io ed Iceman abbiamo camminato e bevuto birra come ai vecchi tempi. “Birillo, devi tagliare la corda da quel posto: vieni qui a Londra. Qui di sicuro troviamo da combinare…”. La tentazione fu forte, tanto forte da essere taciuta: non troverete nessuna nota di quel viaggio di quattro giorni nella City. Potevo davvero lasciare l’Isola? I Badgers? Abbandonare ogni cosa?

Poi, a Novembre, sfogliando il web colsi una notizia assolutamente inaspettata: «PONTE SAN PIETRO — Una boccata d’aria per il paese, un’opportunità per il futuro, anche se con posti di lavoro decisamente diversi rispetto al passato. L’area industriale della Legler di Ponte San Pietro è stata acquistata dal colosso dell’informatica Aruba» Questo scriveva il primo Ottobre L’eco di Bergamo (Link). A dieci chilometri da Bergamo un’ area di 168.000 metri quadrati dotata di un centrale idroelettrica sul fiume Brembo, uno spazio destinato a diventare uno dei più importanti datacenter a livello europeo. Fu un illuminazione, un fulmine a ciel sereno: “Birillo, sta arrivando un terremoto: tu devi assolutamente trovarti un posto in prima fila!”

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Da Valmadrera a Ponte SanPietro sono 30km di strada che scivolano lungo l’Adda traversando poi verso il Brembo superato Calolziocorte. Dalla cima dei Corni puoi vedere la Madonnina dei ciuccia-nebbia, ma è sotto le antenne della Val Cava, tra i bergamaschi della tribù di mia moglie, che gli “alieni” hanno saggiamente deciso di atterrare per costruire la loro nuova e fantascientifica base. Non potevo ignorare tutto questo. “Coraggio Birillo, dici di essere bravo? Dimostralo: fatti arruolare!”

Ci è voluto un po’, ma forse nemmeno troppo. Con Bruna ad Aprile sono andato tre giorni ad Arezzo per incontrare lo “stato maggiore” di Aruba. Mentre varcavo le porte del datacenter stava uscendo dall’impianto una scolaresca in gita. Può sembrare sciocco ma l’entusiasmo e la meraviglia che traspariva dai loro volti è qualcosa che mi ha colpito: ho immaginato la stessa scena ma nella bergamasca. Anche questo è qualcosa che non posso ignorare.

Ora devo darmi da fare mentre il nuovo datacenter inizia a prendere forma: entro Ottobre devo dimostrare di meritarmi il posto da titolare nella squadra “ricerca e sviluppo”. Consapevole di quali sono i problemi che devo risolvere forse dovrei essere preoccupato, ma in realtà sono tremendamente eccitato! Nonostante la pioggia e l’infortunio di Bruna ho ripreso ad allenarmi con costanza e sono convinto che anche dal punto di vista alpinistico, con il ritrovato entusiasmo, ci sarà molto da fare!

Quindi perdonatemi se vi ho tediato con tutta questa faccenda e se negli ultimi mesi una vena grigia ha involontariamente permeato i nostri racconti. Questa storia verrà utile nel futuro, quando le difficoltà teneranno di sopraffare l’entusiasmo, quando spaventato dalla strada che avrò di fronte cercherò di guardarmi indietro: devo costruire solide soste e piazzare protezioni sicure mentre salgo 😉 Anche i Badgers farebbero meglio a darsi una smossa: Birillo ha riacceso i motori è il momento di darsi nuovamente da fare!

Davide “Birillo” Valsecchi


Avvisi e note a lato:

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Josef terrà una lezione gratuita di Yoga ed Arrampicata a Genova, mercoledì 22 giugno dalle 19.30 alle 20.30 in via Galata 97. Maggiori informazioni sono disponibili nell’articolo pubblicato da Christian Roccati su MountainBlog: (Link)

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Dopo un viaggio un po’ roccambolesco finalmente è arrivata la mia copia “Intelligenza artificiale” (Link). Un libro di 400 corpose pagine da “studiare” con pazienza ed attenzione. Gli autori, nonostante le loro esperienze internazionali, sono un comasco ed un bergamasco. Mi piacerebbe incontrarli, fare due chiacchiere, ed inviarli a conoscere l’Isola (e le sue possibilità) se ancora non l’hanno fatto. Vediamo cosa si riesce ad organizzare 😉 

liemba

Questa è la MV Lieba, una delle motonavi per passeggeri ancora in servizio più vecchie al mondo. Il piroscafo, costruito in Germania nel 1913, fu smontato, imballato in 5000 casse e spedito in Africa. Le casse hanno poi viaggiato in treno, su una linea ferroviaria ormai inghiottita dalla giungla, ed hanno raggiunto a spalla le rive del lago Tanganica dove la nave è stata riassemblata. Durante la prima guerra mondiale, durante la ritirata, il comandante tedesco fece riempire di grasso i motori e lasciò che la motonave affondasse sul fondo del lago. Anni dopo la guerra, gli inglesi, hanno riportato a galla il piroscafo che da allora continua ad attraversare il lago più lungo del Mondo. Durante la prima guerra del Congo, nel 1997, le Nazioni unite utilizzarono il Liemba per evacuare 75,000 profughi. Altrettanto è avvenuto nel 2015 per 50,000 rifugiati in fuga del Burundi. Quella motonave è una leggenda. Io ed Enzo nel 2009 abbiamo attraversato il Tanganica su quel pezzo di storia! (link)

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