Back Where I Belong

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“I got nowhere to go… and I go! I’m a hyena fighting for lion share, sometimes the lions share ain’t there” Mio fratello aveva dormito sul mio tappeto in salotto, si era addormentato dopo aver guardato tutta la notte un documentario in bianco e nero su un musicista Jazz. Nella luce del mattino, mentre le punte del Resegone brillavano oltre la terrazza, abbiamo riempito le tazze di caffè, infilato gli scarponi e siamo filati giù in strada. Girate le chiavi della panda hanno attaccato ad urlare le case: il basso di Mat Freeman e la voce incalzante di Tim Armstrong, in un crescendo di colpi e schivate, sono il sottofondo da battaglia per i cercatori di libertà.

Al Moregallo le strade sono invase, colme ed affollate da un tripudio di bieca umanità: meschini soldatini marciano spavaldi in infradito conquistando la spiaggia in un D-Day al contrario. Ti squadrano, con lo sguardo supponente ed appagato di un servo che ha ben compiaciuto il proprio padrone, mentre occupano spavaldi la carreggiata con il materassino sotto braccio: “Strafottuto CiucciaNebbia… ti togli dai coglioni e dal mezzo della strada!!”

Ogni stramaledetta domenica… Ma questo poco importa. Parcheggiamo e due passi oltre la strada siamo in un altro mondo, in un oceano verticale di silenzi e grandezza, in una vastità vuota e selvaggia. Il sole batte violento sui prati brillanti del versante est. Le braccia si coprono di sudore ed il caldo diventa un peso tangibile: ogni dieci minuti ci dobbiamo fermare cercando di controllare l’ipertermia ed il colpo di calore. “Sembra di stare in Africa: quando ero sul Tanganika feceva lo stesso caldo. Una gran botta!” Caldo asfissiante, erba alta, spesso oltre i fianchi, ragni e serpenti: in effetti è un’ po’ come essere di nuovo nella giungla.

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Dal lago alla palina della Braga del Moregallo, lungo il sentiero del 50° OSA, sono 1000 metri secchi di dislivello per due chilometri di sviluppo: una vera e propria mazzata sotto il sole di Luglio. “Keko, aspettami qui all’ombra. Io seguo quelle piante attraverso il prato e provo ad avvicinarmi al ciglio per guardar giù”. La nostra salita è stata interrotta da mille deviazioni in cui, sbirciando oltre allo strapiombo, cercavo di catturare qualche nuovo punto di vista e qualche nuova informazione. Ora, a monte della grande parete Nord, era il momento di scoprirne qualche segreto.

“Cazzeggiare” sui prati del Moregallo signifca addentrarsi in un’esperienza sublime e terribile: il sole brilla vivo ed intenso sul verde mentre ogni ombra racchiude un piccolo abisso che precipita verso il lago. Un fascino selvaggio ed estetico che forse solo i grandi ghiacciai sanno eguagliare nella loro splendente incertezza. Con cautela avanzo nell’erba alta cercando di orientarmi, cercando di avvicinarmi …ma non troppo. Raggiungo un crinale, ne interpreto le linee: “Keko, aspettami senza muoverti! Va che sono qui tranquillo, non ti preoccupare!”. In realtà da quel punto in avanti non potrà più nè sentirmi nè vedermi ed io, alla faccia del tranquillo, sto strisciando sulle chiappe appeso a degli arbusti su una frana terrosa. Tuttavia il gioco vale la candela e raggiungo una “prua” a sbalzo sul vuoto sopra il grande canalone segreto.

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Oltre lo zoccolo della parete Est, oltre l’Angolo degli Specchi, si trova la Cengia della Solitudine. Nomi inventati per luoghi ancora tutti da scoprire. Dalla cengia della solitudine si innalza la Rampa, una ripida spalla erbosa che ad arco insegue l’uscita della Parete Est. Un’ incognita capace di farmi tremare i polsi e per cui ho comprato un paio di picozze da ghiaccio. Tuttavia, a furia di osservare quell’infinita muraglia, avevo intravisto anche un’alternativa.

Alle spalle della Parete Nord c’è una seconda parete, ancora inviolata, che termina in in un boschetto di betulle. Ai piedi di quella parete, quattrocento metri sopra lo zoccolo, si intravvede un canale che irrompe nella Cegia della Solitudine scaricando acqua e pietrisco (che poi cola verso destra lungo lo zoccolo). Ora, in piedi su quella prua rocciosa, potevo osservare dall’alto tanto il canale quanto la parete inviolata e senza nome. “Wow, se non ci sono rogne all’ingresso da qui si può uscire!”. Quel canale, salvo impreviste sorprese, può essere una valida via di fuga per lasciare la Cengia della Solitude se la rampa dovesse essere infattibile.

Ero pericolosamente nel cuore delle mie fantasie ma mio fratello mi aspettava lungo il sentiero. Keko è un musicista, forse il primo Valsecchi dichiaratamente artista, ma nonostante le apparenze ha il sangue freddo della mia famiglia. Probabilmente è seduto all’ombra a fumare, senza troppo preoccuparsi (in fondo io so il fatto mio), ma se mi attardo troppo potrebbe decidere di venire a vedere dove sono finito, potrebbe avvicinarsi troppo. Mi devo muovere, ed in fretta. Rimonto la cresta con il doppio della velocità con cui l’ho discesa (il vuoto alle spalle è ripido la metà di quello faccia a valle…) e torno dal mio fraterno compagno d’avventura mostrandogli le foto catturate.

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Rimontiamo ancora fino al roccolo. Poi, abbandonando il sentiero, ci addentriamo nel bosco. Tra le piante cadute trovo una vecchia traccia ed iniziamo a segurlo: “Vediamo dove va, non sarebbe male trovare finalmente un traverso a mezza costa che ci porti verso Preguda”. Mi fratello, che probabilmente non è mai stato a Preguda e a cui la cosa interessa poco più che niente, mi segue ormai rassegnato al caldo, alla fatica ed alla follia del fratello. Lungo la nuova via troviamo una vecchia casotta ed una vecchia sorgente: purtroppo l’acqua riemerge e ristagna inutilizzabile tra le foglie. La vecchia traccia, come forse era prevedibile, muore davanti alla fonte abbandonata. (…conviene tornare per sistemarla se voglio “operare” nella zona)

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Risalgo un crinale uscendo dal bosco e mi ritrovo al cospetto del Corno di Braga e dei prati alti. In passato ho affrontato il lungo traverso che da sotto il Corno porta alla Grotta dei Tassi, tuttavia il caldo torrido ha messo a dura prova Keko, abbiamo finito i due litri d’acqua che avevamo con noi, e non me la sento di fargli affrontare passaggi pericolosi ora che è stanco. Punto verso l’alto e traverso poi nuovamente verso il bosco sfruttando ogni isola d’ombra come punto di ristoro. Spremo le ultime energie di Keko e lo trascino fino in cima al Moregallo. Questa è la sua prima volta in vetta alla “Montagna Sacra”. La sua prima volta è stata attraverso 1200 metri di dislivello, quattro chilometri di sviluppo ed un caldo torrido! “Corno Occidentale, Centrale, Orientale. Poi laggiù in fondo c’è il Monte Rosa ed il Cervino”

Scendiamo lungo la cresta fino alle Moregge e ci fiondiamo a fuoco verso Sambrosera e la sua promessa d’acqua gelida. Giunti a casa, al campo base, ci concediamo una doccia ed un’immenso piatto di pasta fredda preparata da Bruna. Un paio di birre e ci abbandoniamo sui cuscini dei divani e sul materasso steso in salotto. Mentre siamo tutti insieme sdraiati racconto a Bruna il nostro viaggio ma, mentre parlo, lei mi da un colpetto ammiccando: il mio buon fratello, indossando ancora il mio imbarazzante accappatoio tigrato viola, è già perso nel mondo dei sogni! Buon Riposo Keko, bentornato dalla giungla!

Davide “Birillo” Valsecchi

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