Gli artigli del Tasso: Atto I°

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«Se sembra stupido, ma funziona …allora non è stupido» Avevo detto a Bruna che uscivo a fare una passeggiata al Moregallo, tuttavia non era credibile che uno andasse a fare due passi portandosi una mezza corda da cinquanta metri e due picche tecniche da ghiaccio, specie in riva al lago nel mese di luglio. Grasklettern”, scalare sull’erba, ecco la parola tedesca che in Baviera viene usata per l’arrampicata sui grandi pendii erbosi. Una disciplina che può far sorridere i “principi” dall’arrampicata libera o dell’alpinismo, una pratica che da noi è comunemente etichettata, con scherno ed una punta di disprezzo, come “ravanata”.

Quest’anno, con Joseph, Ivan e Mattia, ho contribuito all’apertura di numerose nuove vie d’arrampicata su roccia: rigorosamente “NoSpit” sono vie molto severe ed estetiche. Tuttavia le salite che mi hanno appagato completamente, quelle che sento più mie, sono state le “vie di ravano” aperte in totale autonomia e libertà: esplorazioni allo stato puro!

La linea “Ravan-Osa”, sotto la più celebre crestina, con Davide Vassena. Oppure le esplorazioni solitarie: “Sulle tracce del mostro”, “Le creste dimenticate”, “Pornografia domestica”, “Moregallo Express”. Avventure bellissime attraverso ragguardevoli angoli sconosciuti di verticale misto-verde.

Scoprire che questo tipo di progressione possieda una propria dignità (e persino una scala di difficoltà!) è stata una piccola ma piacevole sorpresa. Il mondo dell’alpinismo blatera continuamente di libertà, ma è per lo più popolato da sprezzanti conformisti dal giudizio facile. Di per sè questo non sarebbe un grosso problema ma c’è rischio che le “critiche ed i dubbi altrui” finiscano per diventare pericolosa zavorra sul fondo dello zaino mentre esplori l’ignoto.

Con il naso all’insù ero nuovamente ai piedi delle mie fantasie: la parete Est del Moregallo. Lo zoccolo erboso alla base è un dedalo di roccia e terrazzi erbosi con un agghiacciante inclinazione costante che oscilla sui 70 gradi. La straordinaria parete Nord è lì che mi ossera, quasi offesa e stupita, mentre la ignoro e con il canocchiale non ho occhi che per quella zona di confine tra l’alpinismo ed una qualche forma di atavica ignoranza. La mente corre lungo una linea luminosa che come un serpente fosforescente scivola verso l’alto attraverso gli ostacoli: “Io dico che si passa… però dannazione! C’è da farsela sotto!!”

Così eccomi qui, con un paio di costosissime piccozze da ghiaccio nuove di pacca in mezzo ad un prato, con l’erba alta che mi arriva al ginocchio, fradicia dell’ultimo temporale di luglio. “Dannazione, però fa paura..”. Una parte di me è spaventata, un’altra eccitata, un’altra ancora si sente un coglione con le piccozze in mezzo ad un prato. “Ti prenderanno per il culo a vita: l’ennesima stramberia di Birillo”.

Il cielo minaccia altra pioggia, ma questo non è un problema, anzi, è una sicurezza. Non sono qui per tentare la salita, sono qui per fare esperimenti: la pioggia mi aiuterà a non azzardare troppo prima del tempo. Devo capire le regole del gioco perchè questa è una partita come mai ne ho tentate. Scelgo un pendio minore, dieci metri di 70°/75° con un passaggio su un muretto di roccia. Forse dovrei partire più piano ma il morbido prato sottostante mi garantisce una certa sicurezza (basta non cadere sulle picche!!). Eccoci alla prova del nove: che cosa accadrà alla prima piccozzata?

“Shhhtaaaak!” La lama affonda completamente con un suono promettente. Allungo il braccio sinistro “Shhhtaaaak!”. Anche la seconda agguanta la montagna. Mi alzo sui piedi, l’erba è bagnata e la terra è umida: questo aiuta le picche ma la sensazione sui piedi è ancora da interpretare.  “Shhhtaaaak!”  “Shhhtaaaak!”  “Shhhtaaaak!”  “Shhhtaaaak!”  Mi alzo, lavoro con le picche, faccio i miei esperimenti, osservo le diverse conformazioni, studio gli equilibri. Sono in cima al muro, un’invitate terrazzino mi invita a proseguire: “Birillo, che fai?! C’è da studiare la discesa! Non cominciare a fare il pirla! Metodo!!!”

“Shhhtaaaak!”  “Shhhtaaaak!” Le picche lavorano bene anche in discesa ma i piedi sono una tragedia. Non riesco a vedere gli appoggi, devo andare a tentoni e non trovo mai supporti saldi. Il peso lavora troppo sulle picche: non va bene in questo modo. Come quando si arrampica sulla roccia marcia tutti gli appoggi devono essere ugualmente caricati, non si può tirare nulla, si deve solo controllare l’equilibrio e restare leggeri sulle realtà precarie. In salita i piedi si riesce a gestirli bene, ma in discesa tutta la faccenda va migliorata. In libera non posso permettermi appoggi incerti: forse farà sorridere, ma bisognerà provare anche i ramponi (…ormai vale tutto!).

Scendo, mi sposto un po’ più di lato sullo zoccolo, e provo un nuovo muro verde. “Shhhtaaaak!” “Shhhtaaaak!”. Le picozze sono una bomba, un’assoluta meraviglia: senza sarebbe quasi impossibile alzarsi in quel modo. Imparo ad allungarle, a fare lavorare in diagonale a braccia disteste, ad anticipare ed accogliere il movimento. “Serve fare esercizio, serve pratica. Però funziona! Accidenti se funziona!”

Un lungo e lucente scorsone salta attraverso l’erba scivolando via veloce come un fulmine. Curiosamente mi sorprende ma non mi spaventa. L’ansia che mi portavo nello zaino sembra sparita: mi sto davvero divertendo, nonostante il caldo, l’afa, la terra e la pioggerellina che cade oramai costante.

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La parete Est: una fantasia straordinaria. Superando un paio di muri verdi si può aggirare lo zoccolo attraversando verso sinistra un labirinto di terrazzi obliqui. Un viaggio tortuoso che porta fino all’angolo degli specchi, un passaggio apparentemente non difficile ma molto esposto che conduce alla cresta interna. Da lì, seguendo con relativa sicurezza il boschetto che orla la cresta, si dovrebbe poter giungere alla cengia della solitudine. Lassù, su quello che sembra un oasi verde incastonata tra immense pareti di roccia, inizia la parte più incognita del viaggio: la rampa. Una striscia verde, sconosciuta al genere umano, che risale indecifrabile verso l’alto. Forse facile, forse impossibile. Poi, più in alto, i celebri e terrificanti prati sommitali attraverso cui escono tutte le vie della Parete Nord.

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Ma quelle sono fantasie troppo distanti, per ora l’angolo degli specchi basta ed avanza come obiettivo. Come, quando e se raggiungerò quell’angolo mi dirà, come uno specchio, se ne ho abbastanza per continuare oltre. Ma prima di allora c’è ancora molto da sperimentare, da imparare, da preparare. C’è da fare pratica, aggiustare il materiale. Si deve anche attendere che si acquietino le bizze dei temporali estivi prima di affrontare un viaggio di oltre 700 metri di dislivello nell’ignoto. Gioventù 77, Tempo al Tempo, Osa, il Pilastro dei Panda. Chissà se davvero riuscirò ad aggiungere un’ardita “stramberia” accanto a queste leggendarie linee d’arrampicata. Chissà se, trovando il “trucco” per raggiungere le grandi e vergini pareti alle spalle dalla Nord, qualcuno ripercorrerà il mio cammino cercando nuova avventura su quella roccia. Chissà, per ora tutto è solo una fantasia arricchita da un suono nuovo: “Shhhtaaaak!”

La pioggerellina si interrompe per un istante, il sole irrompe illuminando le roccie di Gioventù77, per un attimo tutto si riempie di luce e poi, all’improvviso, il cielo mi scarica addosso pioggia pesante indondando di bianco ogni cosa. Il Moregallo mi ha sorriso, forse divertito dalle mie stramberie, ma poi mi ha spedito allegramente sotto la doccia. “Basta esercizi per oggi: Birillo tornatene a casa!”

Completamente bagnato scendo verso il lago. Le picozze non sono più nascoste con una punta di vergogna dentro un sacchetto: ora hanno la loro dignità, il loro scopo, la loro missione.

Davide “Birillo” Valsecchi

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