San Rocco al Palone

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Il piano era semplice: Prato San Pietro, Valle dei Mulini, Rifugio Bogani, Cima del Palone da Sud, qualche foto e poi a casa. Ma alle volte c’è una strana forza che cattura l’istinto e conduce lontano dalle mire della ragione, accompagnandoti esattamente dove la tua passione voleva arrivare: sembra incredibile ma a volte perdersi è il solo modo per trovare la strada giusta.

Così eccomi qui, nella Valle dei Mulini, una linea di per sè abbastanza selvatica ed impervia per raggiungere il Bogani. I ponti ed i cavi hanno addomesticato una salita che, diversamente, sarebbe tutt’altro che banale e che tuttavia, per i molti tratti esposti, non va comunque sottovalutata.

C’ero stato solo una volta in quella valle, in discesa, ed avevo persino bivaccato con la tenda durante il grande tour dei Flaghéé. In quella “piazzola” panoramica ora ci sono delle belle panchine e giunto in quel punto mi sono attardato, distratto dai ricordi. Poi, tra le piante, è apparso il profilo del Pizzo d’Eghen: anche lassù ho bivaccato, ma in condizioni davvero meno bucoliche.

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Cercando un buono scatto del Pizzo ho lasciato il sentiero, rimontando il prato in cerca di una radura da dove cogliere una foto. Puntando un canale mi sono imbattuto in sentiero assolutamente imprevisto. Su alcune piante la scritta rossa “Solix” ed un cavo metallico per abbassarsi sul fiume: un sentiero “serio” sebbene nessuna indicazione o bivio sembrasse segnalarlo a valle.

Dal canale ho scattato la mia foto ed ho cominciato a seguire quella traccia senza avere assolutamente idea di dove portasse. Un pensiero mi ha rubato un sorriso divertito: “Birillo, sono i boyscout che si mettono nei guai seguendo a casaccio i sentieri!” Ho fatto spallucce a me stesso. A scuola, da bambino, facevo una gran fatica ad imparare a memoria le poesie, ma per mappe e cartine ho un talento naturale: in qualche modo me la sarei cavata, il vecchio orso poteva continuare a seguire la sua pista sconosciuta.

Il sentiero, sempre marcato a bolli rossi, risale grandi boschi di faggio e questo mi faceva pensare potesse essere il “sentiero dei faggi” che porta al rifugio Riva. Tuttavia quella teoria andava via via perdendo di consistenza, si stava infatti alzando troppo di quota suggerendo un’altra possibilità più probabile. Quando Mattia ed io abbiamo fatto il Camino Cassin ci siamo avvicinati dall’alto, traversando da sotto la ghiacciaia del Moncodeno. Quindi, sebbene non lo conoscessi, quello poteva essere l’avvicinamento classico al Pizzo.

Sempre più incuriosito ho continuato a salire lungo quella traccia che diventava sempre più alpina ed aerea. Parte del grande fascino del Pizzo è dovuto anche alla straordinaria natura che lo circonda, ai colori, agli odori intensi di montagna vera e viva che lo circondano. Giunto su un crinale mi sono imbattuto in una segnalazione a vernice rossa: una freccia “Per la Parete”, l’altra freccia “PSR”.

“Il Pizzo lo conosco, scopriamo cos’è il PSR…” La traccia sale sempre più selvatica verso l’alto puntando dritta alle spalle del Pizzo, verso uno sperone che credo si chiami Pizzo di Strecc. Ogni volta che mi è possibile lascio il sentiero cercando una cresta o un’altura da dove orientarmi. “Stiamo andando su: o montiamo in spalla all’Eghen o giriamo dentro il canalone verso la scodella del Palone!” Ormai eravamo troppo alti perchè quella traccia puntasse verso Est ricongiungendosi al passo dello Zapel o alla val Cugnoletta. No stavamo andando diretti verso l’alto!

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Una placca argina il piede di un ripido canale erboso piacevolemente alpino. Una catena aiuta il passo ed una freccia a vernice indica “Passo San Rocco”: ecco tradotto il nostro “PSR”. Superata la placca il sentiero quasi si perde nell’erba: devo fare attenzione, non è posto dove mancare la svolta giusta. Giunto sul crinale un’affilata cresta si slancia nel vuoto verso la valle, con prudenza la seguo sebbene il vuoto assoluto cominci a circondarmi.

Sotto di me un abisso: il canale Vallori scende inquietante ed affascinante verso l’Alpe Zucc. Conosco i nomi di quel luogo perchè avevo spesso fantasticato di risalire quel canale esplorando quella zona tanto remota: ma le mie fantasie sfumavano osservando le spaventose difficoltà di quel canale verticalemente in frantumi. Tuttavia ero lì, in modo inconsapevole ero giunto esattamente dove volevo arrivare: un ultimo colpo di mano e potevo superare la parte alta del canale ed entrare nella scodella del Palone. Già, ma la faccenda non era comunque semplice.

Ancora non sapevo se il sentiero salisse verso destra (puntando chissà dove sulle spalle dell’Eghen) oppure (più logicamente) traversasse verso sinistra forzando il canale. L’unica certezza era la violenta apocalisse che si era abbattuta da quelle parti! Il canale era di per sè spaventoso ed implicitamente pericoloso ma l’unico punto dove sembrava possibile imbrogliarlo sembrava aver subito un bombardamento! Dal pilastro sovrastante una macchia gialla indicava chiaramente che una porzione di roccia, grande probabilmente come il pilastrello dei Corni, si era staccata precipitando verticalmente sulla placca appoggiata sottostante scatenando il pandemonio!

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“Pare proprio che si debba passare di lì…” Dallo sperone studiavo il lungo passaggio ammucchiando le incertezze. Forse una volta c’era un comodo sentiero, ora era un lungo traverso su detriti appoggiati a placche inclinate e salti rocciosi. “Se fiondi su quel geretto non bastano cinquanta metri per fermarti….” Nessuno sapeva dove fossi (forse nemmeno io), il passo era distrutto da una frana ed il canalone sembrava pronto ad inghiottirmi. In sala comando tutte le lucine erano accese e gli allarmi urlavano forte: ”No! No! NO!”. Ma nell’incertezza un pensiero è riuscito ad avere malauguratamente la meglio “Diamo solo un occhiata”

I pini mughi erano contorti e distorti dalla frana ed il sentiero sembrava perdersi nello sfasciume vivo oltre la vegetazione sopravvissuta. Mi sono buttato in placca cercando le vestigia di una qualche linea ma avevo l’impressione di camminare su una distesa di cocci rotti: la palude non ha punti fermi. “No, così non ce la faccio: è troppo!!”. Cercavo di restare concentrato ma il vuoto del canale sembrava strapparmi i pensieri. Poi, più in alto, ho visto un cavo nero nell’ombra di una nicchia: ”Idiota! Ecco dove si passa! Forse qualche cavo ha resistito”. Mi sono alzato rifacendo il punto della situazione. Chi aveva tracciato il passo era stato più furbo di me: non aveva puntato a testa bassa nel cuore delle difficoltà ma aveva seguito una nicchia orizzontale che, in qualche, modo aveva protetto i cavi.

Con qualche strattone provo la tenuta del fittone più vicino: “Bhe …diamo un’occhiata”. Finita la nicchia la situazione torna ad essere critica. Il cavo nonostante qualche sassata ha tenuto, ma la frana ha spazzato ogni appoggio sottostante. Con gli scarponi provo i sassi sporgenti cercando di caricare il meno possibile il cavo. Ho i piedi su roba che si muove e sono appeso ad un cavo la cui resistenza è tutta da valutare. Ho solo due certezze: se non arrivo dall’altra parte dovrò rifarmi ogni passaggio due volte, se mi crollano i piedi e sbottono gli ancoraggi passando di sotto neppure braccio di ferro riuscirebbe a tenersi attaccato a questo cavo.

Lavoro concentrato, evitando le apnee. Il giocattolo che ho al polso più tardi mi dirà invece che le mie pulsazioni sono schizzate a 130b/m nel cuore del passo. Verso la fine il cavo diventa lasco, vedo la sconsolante punta di un fittone penzolare mentre il cavo è avvolto, alla meglio, attorno ad un mugo traballante. “Bhe… allora qualcuno è già passato…vedi stramaledetto fifone?!” Quel tratto di cavo è inutilizzabile ma si può rientrare un un piccolo canale e, per quanto il fondo sia franoso, ci si può proteggere con qualche solitario appoggio solido.

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Sull’altro lato del passo mi sono fermato a prendere fiato: “Porca eva! Fiuuuuu! Che sgagia! Mangiamoci un panino!!”. Per quello che è dato sapere almeno due incoscienti hanno attraversato il passo dopo il crollo, per certo uno dei due (io!) se l’è quasi fatta sotto! Senza quei cavi incerti non sarei riuscito a passare e questo dovrebbe dirverla lunga sulla precarietà ed inagibilità attuale del passo. (Non fate vaccate!)

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Il canalone della Vallori però smette di essere un abisso raccapricciante trasformandosi in una verde oasi alpina resa brillante dal sole che ha scavalcato il crinale. Il sentiero è ormai una serie sparsa di bolli rossi tra erba e ghiaioni. Tuttavia le difficoltà sono addomesticate da un ambiente accogliente e non più ostile. Le preoccupazioni e le incertezze sono ormai alle spalle, vago per la valle risalendo piacevolmente verso il crinale del Palone. All’orizzonte il Legnone e la lunga cresta che lo unisce al Pizzo dei Tre signori, sullo sfondo brilla il Disgrazia e la “Corda Mola”.

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Quando raggiungo la Cima del Palone la mia avventura è ormai una gita. Passeggio lungo il crinale ammirando il Monte Rosa ed il Cervino che sembrano galleggiare sospesi nell’orizzonte. Mi allungo fino ad vedere la cima del Pizzo d’Eghen e per un secondo resto ad osservare la nicchia in cui, quella notte di tempesta, ci siamo scavati la fossa in cui bivaccare. Pensavo che rivedere quel logo mi avrebbe dato qualche sensazione più intensa, ma mi ha regalato solo un mezzo sorriso nostalgico: il Pizzo d’Eghen è ormai alle spalle, seduto sulla vetta del Palone Settentrionale osservo il futuro e la magnificenza imperiosa della Parete Fasana.

Davide “Birillo” Valsecchi

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