Il giorno in cui Bonatti se ne andò

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La mattina era cominciata in modo strano. Ero in largo anticipo ma, andando in stazione a Lecco per prendere Ivan, mi ero ricordato all’improvviso di aver lasciato a casa le scarpette. Gira la macchina, l’anticipo diventa ritardo ed inizia a salirmi uno strano nervosismo. L’unica serenità è una promessa del Guero: “Esplorazione su lunghe placche appoggiate di quarto”.

Quando Ivan sale in macchina la musica però cambia: “Oggi andiamo a cercare la Bonatti irripetuta alla Punta Stoppani”. Con Ivan stiamo aprendo molte vie insieme, mi piace il modo in cui stiamo esplorando senza costrizioni: una libertà che è la più affidabile delle sicurezze. Ma inseguire una Bonatti è tutta un’altra storia. Walter Bonatti aveva personalmente raccontato ad Ivan Guerini di quella sua prima via aperta in gioventù. Una via di quarto e quinto vecchio stile, il quinto di un Bonatti ventenne che presto sarebbe diventato uno dei più brillanti astri dell’alpinismo mondiale. Ivan cercava di rassicurami, “Se l’itinerario è davvero franato torniamo indietro”, ma ben sapevo che non avrebbe mai desistito. Forse avrei preferito evitare, ma sapevo quanto quella via fosse importante per Ivan e quanto Ivan sia importante per me. Nella vita quando attacca la musica puoi solo ballare, ballare e tenere il ritmo.

Qualche ora più tardi siamo con Giancarlo Bolis nel canalone Comera, ai piedi della Punta Stoppani, alla base della Bonatti. Ivan parte e si alza su uno zoccolo a rampa che porta all’imbocco di un camino. “Un chiodo! Un chiodo di Walter!” Il suo entusiasmo è dirompente, la sua felicità quasi indescrivibile. Si alza ancora e trova il chiodo successivo “Davide! Quando sali fotografali tutti questi chiodi! Sono una testimonianza straordinaria!” Poi s’infila e scompare nel camino: tutto quello che possiamo vedere sono i sassi che fischiano ascoltando i suoi commenti entusiasti “Che via! Che via!”.

I cinquanta metri delle mie mezze corde scorrono veloci fino ad esaurirsi costringendoci a rimontare lo zoccolo per dare lasco al Guero. “Sosta! Molla tutto!”. Parto io e dietro di me Gianka. Parto sereno ma un paio di prese dello zoccolo saltano richiamandomi all’ordine: poi entro in camino, spalle alla roccia mi addentro in un mondo strepitoso. Un camino stupendo!

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Trovo altri chiodi e una vecchia punta di ferro piantata orizzontalemente. Mi infilo in uno stretto passaggio osservando oltre il buio il sorriso raggiante di Ivan. Non dovrei ma un pensiero comunque sfugge alla mia prudente superstizione: “Se è tutta così è strepitosa”.

Alla sosta, fatta con un chiodo nuovo ed un paio di friend, l’entusiasmo si scontra con la realtà. La frana c’è e non è per nulla promettente. “Vado solo in perlustrazione” proclama Guero, ma passati i quindici metri di corda non ci sono dubbi: ci prova comunque. Io comincio a guardami in giro cercando qualche variante su roccia solida in cui scappare per proseguire, ma Ivan sta già attaccando lo strapiombo. I sassi cadono, rimbalzano nella cengia franosa e si tuffano nel vuoto fischiando sopra le nostre teste come tie-fighter di guerre stellari. “Tranquillo Biri, quelli non ci prendono.” Sogghigna Gianka.     

La corda ci racconta la storia di Ivan. Non ci sono segni di passaggio di Walter e deve piazzare due friend tra le scaglie, poi si alza raggiungendo una nicchia a spirale. “Un chiodo! Un chiodo ad anello!”. Ivan si alza ancora, rimonta qualcos’altro, ormai vedo solo l’estremità dei piedi e delle mani. Un raggio di sole, all’improvviso, irrompe nella nebbia e la via si riempie di luce in un’ondata di roccia brillante. Ivan si ferma, resta immobile, io e Gianca dubbiosi non capiamo perchè. Solo poi scopriremo che quello è il punto esatto in cui Ivan Guerini, nell’assoluta concentrazione della salita, è stato travolto dalla commozione e dai suoi ricordi di Walter Bonatti. Qualcosa che noi due in sosta afferriamo ma non potremmo mai percepire.

Finalmente il bombardamento di quelle che Ivan definisce “leggere scaglie” cessa e Sguero chiama la sosta. Parto io e mi alzo. Poi mi fermo agghiacciato sotto una nicchia: ”Gianka, vieni qui e vieni in fretta. Io sto qui immobile ma tu non hai idea di quello che hai sulla testa…” Il passaggio originale di Bonatti è lì, steso per terra come un branco di elefanti che attende di travolgere la foresta.

Dalla nicchia ci spostiamo nel cuore del passaggio fragile. Nel camino mi ero molto divertito, ma in quel punto ero di nuovo ai Corni, oppure sulla Panzeri al Pizzo d’Erna o al Pizzo d’Eghen, ero di nuovo senza appello al limite delle mie capacità: un misto di disarmante serenità e rassegnazione. Salgo, in spaccata, in incastro, in opposizione, mi stendo, mi allungo: posso solo spingere perchè non c’è nulla che sembra reggere il peso dei miei ottantaquattro chili. Leggero e fluido, quanto posso, arrivo alla prima cengia e aspetto Gianka per non mollargli nulla addosso. Il chiodo ad anello è nel centro di un cavatappi, la corda di Gianka scende verticale dall’alto.

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Proseguiamo raggiungendo il Guero su una sosta sportiva/vintage su uno spuntoncino. Io mi attacco con la lounge in una radicetta psicologica mentre Ivan riparte. Il canale è ora invaso dai detriti, i sassi hanno smesso di fischiare ed ora ci cioccano contro. Appoggio il casco alla roccia, incasso il collo nello zaino e cerco di proteggermi in viso con il braccio nascondendo il gomito e la mano. Ivan prosegue (ed Ivan non è uno che muove avventatamente sassi!) ma la nostra è ormai una severa punizione. Un bel plocco grosso centra Gianka ad una spalla ma fortunatamente il vecchiacchio ha la corteggia dura. Tutto quello che voglio è che Ivan faccia sosta e ci dia il via per toglierci da quell’imbuto sul vuoto.

La sosta era in stile “plocco incastrato” ma non vado per il sottile. Nella nebbia si sentono i primi rombi di un temporale che scende da nord. La sindrome dell’Eghen comincia a pressarmi: “Andiamocene”. Un ultimo tiro in un canale franoso, un passaggio sotto un arco di roccia e finalmente la croce! Finalmente la gioia vera!

Il temporale incalza ma la felicità sembra trattenerlo almeno un po’: Ivan e Gianka scherzano come due bambini, si spingono e rotolano sul sentiero. La tensione inizia finalmente a scemare mentre il temporale ci raggiunge nel canale Bobbio trasformandosi in grandine. Arriviamo alla funivia fradici ma nulla davvero importa più: è il momento di fare festa!

Più tardi riporto Ivan al treno e rientro finalmente a casa. Bruna non c’è, sarà fuori tutta sera ed è dispiaciuta di non poter festeggiare con me. Stendo il materiale bagnato per tutto il salotto e mi butto in doccia. Poi, aggirandomi solo per casa, non riesco ancora a darmi pace. Una Bonatti perduta ripetuta insieme a Guerini, per di più la mia prima Bonatti in assoluto! Devi per forza dirlo a qualcuno!! Scelgo a caso una foto e sul web aggiungo questa frase “Prima storica ripetizione della Bonatti alla Punta Stoppani: Ivan Guerini, Giancarlo Bolis, Davide Birillo Valsecchi. La mia prima Bonatti è un irripetuta da 67 anni: continuo a ridere, piangere e bere birra. Un viaggio terrificante e magnifico: testimone atterrito di due talenti assoluti dell’arrampicata nella sua forma più avventurosa e selvaggia. Demolito dalla fatica e dall’emozione.” Credo che “testimone atterrito” sia l’unica espressione possibile per chi ha avuto la sfacciata sfortuna di osservare un’irripetibile ed incontaminato parallelo tra Bonatti e Guerini.

Rassegnato a cenare con una pizza stavo prendendo la porta quando suona il cellulare. Un messaggio, Francesco Milani Capialbi, “Mi spiace ma è già stata relazionata è ripetuta addirittura in solitaria!” Il punto esclamativo finale sembra un’ostile dichiarazione di guerra ma ormai conosco il giovinetto. “Scienza” ai tempi della via Attilio Piacco aveva caricato me e Mattia a testa bassa salvo poi tornare sui propri passi. “Noi sbagliando siamo partiti tutti aggressivi, fraintendendo le tue intenzioni. Tu ci hai subito fatto cambiare atteggiamento…” mi aveva scritto poi e tanto era bastato questo per diventare amici, anche conoscendoci poco. Ora dovevo scoprire cosa intendesse senza trasformare qualcosa di prezioso come una Bonatti misconosciuta in una gazzarra da bar.

Piano piano sono finalmente arrivate un paio di foto ed un nome: Stefano Valsecchi.  Stefano è il figlio dello storico rifugista dell’Azzoni e attuale capanat del rifugio. L’ho conosciuto giusto un mese fa, insieme a Josef in una nebbiosa giornata di mezza estate: ricci scompigliati, occhi azzurri e mani grandi. Abbiamo bevuto insieme un paio di birre parlando a lungo del Pizzo d’Eghen e del Camino Cassin che aveva ripetuto con Marco Anghilleri. Mi era stato subito simpatico e il racconto di quel giorno si trova ancora tra gli articoli di Cima. Ero contento fosse lui, ma volevo sapere anche tutto il resto.

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“Sono andato su il 13 settembre 2011 e l’ho fatta… poi il giorno dopo ho scoperto che era morto Bonatti. Mi sono sentito quasi speciale ma all’epoca, quando ancora facevo alpinismo, preferivo tenere le cose per me, soprattutto se fatte al Resegone” Scienza mi ha poi confidato che senza punzecchiarlo Stefano non avrebbe mai tirato fuori la sua salita.

Sebbene divertito stentavo a credere a tutta questa storia, non certo alla salita di Stefano ma a come questa sia avvenuta in un giorno tanto particolare: una coincidenza assolutamente improbabile. Ma la questione è ancora più complessa. Settimane fa i Badgers hanno dovuto consolare uno dei suoi membri per la morte di un amica, una giovanissima mamma rapita repentinamente da una brutta malattia. Una serie di coincidenze accadute dopo quel lutto avevano spinto il nostro amico a confidarsi con noi dando vita ad un confronto molto intimista.

Ed ora questo: 13 settembre 2011. Io credo che ieri Ivan abbia chiuso un cerchio, intenso e bellissimo, con un amico, con un uomo e un alpinista tra i più straordinari. Forse anche Bonatti ha atteso che un ragazzo giovane, così come lo era lui all’epoca, ripetesse finalmente la sua prima via per chiudere il suo straordinario cerchio. Chissà, forse le mie sono solo le riflessioni leggere di chi è ancora travolto dall’emozione e dalla fatica, tuttavia c’è una frase di Bonatti che mi è sempre piaciuta (…e che probabilmente è l’esatto opposto di come Ivan considera la montagna): “Le grandi montagne hanno il valore degli uomini che le salgono, altrimenti non sarebbero altro che un cumulo di sassi”. Il secondo tiro della Bonatti alla Punta Stoppani è inequivocabilmente una pericolosa pila di sassi, ma credo che tutta questa storia ne mostri il suo inestimabile valore.  

Davide “Birillo” Valsecchi

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Considerazioni:
“Ecco soprattutto ciò che intendo per avventura, nell’accezione più vasta e coinvolgente del termine. Scoprire se stessi è indubbiamente la più stimolante delle avventure, ma lo è ancor più se questa ricerca ha per sfondo la grande natura intatta, rimasta ancora fuori dalla portata di chi troppo spesso non sa, o non vuole, coglierne la preziosità.” Dagli appunti radiofonici di Walter Bonatti. Questa frase di certo piace molto anche ad Ivan.

Abbiamo inseguito i chiodi di Bonatti, immobili dal ‘49, spinti dal desiderio di esplorare tanto lo spazio quanto la storia. Una grande emozione che, genuinamente, abbiamo voluto condividere e conservare. Pensavamo di essere i primi, niente sembrava indicare il contrario, e solo dopo abbiamo scoperto che, prima di noi, era passato Stefano ed ancor prima Luigi! Una condivisione ed una scoperta che non ha sminuito la nostra salita ma che, anzi, ha impreziosito ed arricchito un’esperienza comune. Una Bonatti intatta non deve e non può diventare un feticcio da esibire, credo quindi che sia molto importante che questo itinerario, così come quelli vicini del Boga e di Rossi, conservino questa loro “natura intatta”, senza che fittoni, fix o spit ne deturpino lo spirito e la testimonianza.

Ivan, con i suoi tempi, pubblicherà una relazione più tecnica e puntuale della via con lo scopo di non perderne la memoria. Io posso solo dirvi che la seconda parte della via è decisamente pericolosa ed impegnativa, anche per chi ha buona esperienza di detriti e roccia instabile (…mi raccomando, sarebbe un grave errore cercare gloria caricandola a testa bassa). Se qualcuno, come Stefano o Luigi, ha una propria storia da raccontare si faccia avanti: sarà un piacere ascoltarlo =)

One thought on “Il giorno in cui Bonatti se ne andò

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