Month: October 2016

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Se bruciasse la città

Se bruciasse la città

ponteEro appena uscito dalla doccia dopo essere rientrato in casa. Io e Sguero avevamo ingollato quasi un litro di birra a testa diluendo la tensione per una giornata trascorsa arrampicando su una delle nostre terrificanti e pericolose creste rotte. “Per quatto giorni voglio starmene avvolpacchiato sul divano con Bruna: io non ci vengo là in alto! Quest’ultimo tiro io lo salto!” Avevo detto ad Ivan quando, per scaramanzia, non avvo risalito l’ultimo tiro di corda sull’agghiacciante pilastro finale.

Al cellulare Ivan mi invia una foto buffa con una zucca di plastica: “Perché quando sei sbronzo di birra e fatica anche i biscotti ai cereali vanno bene!!”. Accendo il computer, la musica e curioso un po’ su internet. Poi un’immagine inizia a ripertesi con frequenza: “Crollo ad Annone Ponte SS36”. In mutande ed accappatoio inizio ad analizzare la faccenda indiviuando tre testate giornalistiche on line che parlano dell’accaduto. Sono quasi le sei ed il crollo pare avvenuto alle cinque e mezza: “Accidenti”.

Prendo il telefono e chiamo Bruna per informarla dell’accaduto visto che fa quella strada tutti i giorni a quell’ora. Il telefono squilla senza risposta. Chiamo mio padre, mi risponde la Cesy. Li informo dell’accaduto ma fortunatamente sono tutti a casa. Riprovo Bruna ma ancora nulla. Inizio a catalogare le foto on line studiano la scena dell’incidente ed individuando i veicoli coinvolti. Un camion riverso, un’auto bianca in bilico, una bianca schiacciata dal ponte ed una rossa colpita dal camion, un piccolo Suv blu caduto dall’alto. Cerco altre foto e studio le frammentarie informazioni che emergono dal web: sono trascorsi 30/40 minuti dall’incidente, le informazioni imprecise iniziano a mischiarsi a quelle sbagliate e contradditorie.

Richiamo Bruna ma ancora nulla. Apro Internet e cerco il numero della struttura sanitaria in cui lavora. “Buongiorno, sto cercando la Dottoressa Galli”. Chiedo formale ed anonimo. ”Mi spiace, ma è già uscita”. Mi risponde una voce femminile. ”Potrebbe dirmi gentilmente da quanto tempo?” “Scusi ma chi parla?” Giustamente fa resistenza. Cambio tattica “Sono il marito: è crollato un ponte, sto cercando Bruna e visto che non mi risponde voglio sapere quando è partita”. “Un’oretta fa credo” mi dice ora un po’ agitata ”ma non ero qui quando è uscita” “Grazie, le farò sapere” “Sì sì, per favore ci richiami”.

Faccio un po’ di conti ma i risultati sono inquietanti e troppo stretti per i miei gusti. Riprovo al cellulare ma ancora nulla. Per qualche istante osservo in silenzio la tastiera. La birra e le risate sono un ricordo lontano mentre continuo ad incastrare i pensieri ed infiniti scenari possibili. “Perchè Bruna non risponde?”

Per avere altre informazioni devo attendere, forse qualche ora, lasciando che la paura mi consumi. Non sono un uomo forte, un uomo coraggioso: la paura ha la forza di strangolarmi il respiro e soffocarmi il cuore. Sono un’uomo debole che può solo affrontare le proprie paure: “Preparati”.

Mi vesto: jean, maglione pesante e scarpe da trecking. Apro GoogleMaps e studio le strade: devo riuscire ad avvicinarmi senza rimanere incastrato nelle code e senza intralciare i soccorsi. Potrei aggirare ad Est il lago di Annone ma il ponte era uno snodo nevralgico per le stradine: tutto sarà bloccato da quell parte. La superstrada sarà anche peggio e probabilmente la coda avrà già riempito la galleria del Barro. “Chi non ha la testa usi le gambe”. Con il Subaru percorro stradine secondarie fino a Civate, passo il ponte sulla super e parcheggio all’imbarcadero di via Isella. Poi parto a piedi lungo la ciclabile. Il sole comincia a tramontare e la luce si fa scura nei fari delle macchine incolonnate sulla superstrada. Occhio e croce sono 4 o 5 chilometri, un giro del lago del Segrino. Spingo sulle gambe senza correre: tempo stimato 35/40 minuti, accettabile in quel caos congestionato.

Riprovo a chiamare ma suona sempre a vuoto. Non ho idea dove stia suonando e mi terrorizza il pensiero che quei continui squilli possano dare fastidio a qualche “impegnato” sconosciuto. Continuo a camminare e a pensare. Ogni quattro passi ventilo per dare ossigeno all’ansia. Le possibilità che il ponte l’abbia centrata sono poche ma è soprattutto una considerazione egoistica più che statistica: a qualcuno tocca sempre. In quel caso non potrei far nulla, sarebbe troppo colossale anche per me, potrei solo sedermi in un luogo illuminato, respirare e far capire ai presenti di aver bisogno di aiuto. Quindi scarto il caso e passo oltre mentre continuo a camminare.

Un ponte che crolla è un muro che si innalza all’improvviso in un flusso di macchine che scorre a 90/100 km orari: nelle prime foto non si vedeva nulla ma è improbabile che non ci siano altri incidenti collaterali. Forse Bruna è rimasta coinvolta, forse è semplicemente sotto schock per l’accaduto. Vorrei che fosse al sicuro, tra le macchine incolonnate, con la musica troppo alta per sentire le mie chiamata, con la suoneria ancora spenta dal lavoro, ma ormai è passato troppo tempo. Avrebbe dovuto già chiamarmi, anche solo per dirmi che era annoiata in coda. No, tutta la faccenda non quadrava e non mi restava altro che continuare a camminare ed indagare direttamente.

In lontananza vedo i primi lampeggianti blu. Ci siamo. Allungo il passo dandogli maggior cadenza, pompando aria più lentamente: non ho idea di quello che mi aspetta. Ormai è buio e lo scenario che ho davanti è di una terrificante e surreale bellezza tragica. Tra le tenebre il luogo dell’incidente è illuminato dai fari e le ombre, agghiaccianti e spaventose, brillano negli intermittenti bagliori blu. Le ruote del camion sono puntate verso il cielo mentre il ponte è ormai ridotto ad un guardrail sospeso nel vuoto. L’elicottero si alza in volo mentre sirene cantano lungo le corsie vuote. Osservo quella scena mentre la mia mente cerca di comprenderne i contorni ancorandosi disorientata ai punti fermi che riesce ad individuare. Quella scena confonde i miei pensieri: Bruna potrebbe essere laggiù, se scattassi una foto lo rimpiagerei per tutta la vita.

Immerso nel buio e nella solitudine della ciclabile supero un solitario nastro bianco e rosso che delimita l’area. Sono vestito di scuro, mi muovo in modo calmo e controllato, visibilmente consapevole dei pericoli presenti: praticamente sono invisibile.

Arrivo alla base del ponte. Un lampeggiante arancione del camion ancora lampeggia ed anche una freccia del Suv è accesa. Strano, ma ormai è trascorsa un’ora e mezza dall’incidente ed i soccorritori hanno ormai messo in sicurezza l’area. Mentre mi avvicino al Suv mi sembra di intravvedere l’adesivo dei Badgers. Il cuore schizza a mille ma provo a controllarlo. Mi avvicino abbastanza per vedere i vetri in frantumi e gli aribag esplosi. Non, non è l’adesivo della squadra e non è un Duster. Credo sia una wolgswagen o qualcosa di simile. E’ caduta dall’alto mentre il ponte è ormai orizzontale sull’asfalto. Il camion è disteso a terra occupando quasi tutte le quattro corsie. Il rimorchio è una massa indecifrabile di tubi e teloni. Lo osservo solo per gli aspetti che mi interessano. Tutto ciò che mi importa è la carreggiata che risale verso a Lecco. Sul lato a nord del ponte non vedo nulla, non vedo rottami di macchine coinvolte dal crollo: è il momento di dare un occhiata a quello che è successo a sud, dove le auto all’improvviso si sono ritrovate davanti un muro. Respiro, mi concentro e passo sotto il ponte lungo la ciclabile.

Dall’altro lato nulla rispecchia le mie aspettative. La carreggiata è deserta e solo un paio di volanti della polizia ne occupano il centro. Più dietro un paio di carro-attrezzi ed un’ambulanza ferma. Non c’è il montone di auto che mi aspettavo. Sotto il ponte un’auto bianca, un’audi o un station-wagon tedesca: è stata colpita in pieno, tutto è piegato e deformato verso il basso, le ruote sono ormai incassate nella carrozzeria ma sono ancora gonfie. Credo che solo il motore ormai si opponga al soverchiante peso del ponte. Mi avvicino al guardrail senza superarlo e guardo sotto le macerie cercando di capire se ci sono altri veicoli coinvolti. Rifaccio i conti ed individuo tutte le macchine coinvolte. “Qui Bruna non c’è, ma dove sta?” Forse è da qualche parte più a Sud: vedo solo auto ferme ed incolonnate verso la rampa d’uscita.

Il mio sopralluogo è finito: mi incammino verso sud cercando altre informazioni. Finalmente qualcuno mi nota ed un uomo con il giubbetto arancione si avvicina animatamente per allontanarmi. “Non può stare qui! Si allontani!”. Lo osservo, non è un mio nemico ma non deve ostacolarmi …ed altrettanto devo fare io. “Buonasera, sto cercando un Duster Nero, sa dirmi quali auto sono rimaste coinvolte?”. Lui si ferma e qualcosa nel suo atteggiamento cambia. “Non lo so, mi spiace, chieda a loro per certezza”. Mi indica un gruppo di carabinieri accanto ai membri dell’elisoccorso. “Grazie”. Alle mie spalle si fa avanti un ciccione affannato con un tablet in mano “Sono di Mediaset, devo parlare con un responsabile”. Il mio interlocutore lo squadra e smette di essere gentile “Lei non può stare qui! Si allontani! Torni immediatamente dietro i nastri!!”

In silenzio mi avvicino nuovamente al guardrail ed osservo. Una ragazza in lacrime, ma molto composta, parla con gli agenti. Da quel poco che riesco a sentire capisco che è una parente del poveretto nell’auto bianca. Continua a ripetere che dopo avere sentito del crollo aveva provato a chiamarlo per mezz’ora senza mai avere risposta. Non riusciva a capacitarsi di quello che era accaduto, scioccata ed incredula riusciva però a darsi un grande contegno aiutando i poliziotti perchè comunicassero nel modo migliore la notizia al resto della sua famiglia. Povera ragazza, nessuno può essere preparato ad una cosa simile e tanto inverosimile.

L’operatore dell’elisoccorso, un marcantonio con gli occhiali, era al telefono con la centrale operativa. Mi guarda ed io mi limito ad un cenno della mano aspettando in silenzio. Quando chiude la telefonata si avvicina “Scusami se ti disturbo. Sto cercando la duster nera di mia moglie. Poi dirmi se vi è un veicolo simile coinvolto?”. Insieme ricostruiamo l’elenco delle auto e fortunatamente niente Dacia. “Grazie mille, scusami ancora”. “Figurati”. Mentre mi allontano alle mie spalle appare una ragazza con un taccuino in mano mentre scarabocchia appunti “Scusi, Scusi! Può ripetermi l’elenco delle auto” Il marcantonio alza lo sguardo e chiama con un gesto un carabiniere: “Allontanate questa gente dalla ciclabile!”

Bruna non è qui, fortunatamente, ma devo ancora trovarla. Un vecchietto resta silenzioso appena oltre i nastri. Mi avvicino e comincio a parlargli chiedendogli se ci sono stati altri incidenti. Lui è uno dell’Anas, era presente al momento del crollo. Mi indica deve ha parcheggiato la sua vecchia panda. Ancora scosso dall’accaduto non riesce ad allontanarsi. La nostra conversazione è densa di lunghi silenzi, di sguardi immobili nei riflessi delle luci lampeggianti. Mi racconta di come una delle due corsie della carreggiata verso Lecco era stata chiusa e che quindi le macchine passavano incolonnate quasi a passo d’uomo: non capisco ancora perchè ci fosse una corsia chiusa ma questo finalmente spiega perchè non c’è stato un mega tamponamento a valle del ponte.

Lo ringrazio, lo saluto e provo a guardare tra le macchine incolonnate. Sarebbe interessante osservare i volti ed i pensieri di quelle persone bloccate ai margini della tragedia, ma la mia mente ancora non trova le risposte che cerca e non ho strategie per proseguire. Bruna è non qui, per lo meno questa è una rincuorante certezza. Sono le 19:10. Un’elicottero della televisione sorvola inutile e fastidioso tutta la scena. Non ha senso che resti qui oltre, devo riorganizzarmi per recuperare il Subaru.

Poi squilla il telefono: Bruna. Respiro e rispondo: “Dove sei?” “Scusami, ero in palestra per il piede. Sono uscita ora. Ho visto le tue mille chiamate: è successo qualcosa? Stai bene?” Respiro “Tutto okay, poi ti spiego con calma. Non prendere la superstrada per tornare a casa.”

Bruna ricorda di aver superato il ponte mentre era incolonnata tra i birilli. Lì per lì non ha prestato troppa attenzione alla cosa pensando fossero normali lavori stradali: era al telefono con una collega ed il registro del cellulare riporta orari preoccupantemente vicini al momento del crollo. I miei calcoli erano spaventosamente corretti ma fortunatamente il mio si è rivelato un lungo ed intenso viaggio a vuoto: la migliore delle soluzioni possibili.

Al buio, a piedi lungo i cinque chilometri della ciclabile, ho avuto modo di pensare a lungo a tutto ciò di cui incidentalmente ero stato testimone. Ho avuto un indolore assaggio di questa terribile storia e posso garantirvi che niente di quel poco che ho sperimentato può essere tollerato con indifferenza. Forse su una guglia si può essere traditi dalla roccia, ma su un’autostrada non è concepibile essere travolti da un ponte: non è accettabile, non è perdonabile.

Davide “Birillo” Valsecchi

Che Sbuatta!

Che Sbuatta!

dscf6324“Bentornato a casa!” Ivan dall’alto mi sfotte mentre io sono inchiodato in un nicchia tra grossi ed inquietanti massi di tagliente calcare vergine. C’era voluta un’oretta e mezza d’avvicinamento per mettersi in quel guaio: avevamo superato ghiaioni, boschi infranti e persino un’impegnativa crestina di terzo prima di infilarci nel canale e legarci alla base del pilastro. “Questo canale meno volte lo fai in vita tua e meglio è!” Come dargli torto. Nella nostra peregrinazione era riapparso anche il cordino azzurro che avevo abbandonato legato ad una pianta il giorno che si era fatta male Bruna. Sguero voleva riprenderselo, ma io l’avevo lasciato come una scaramantica offerta alla montagna e non intendevo rompere quel voto.

Ma forse conviene tornare al presente, al calcare che mi circonda, ammucchiato in un caos immobile fatto di incastri, pesi e contrappesi, che sottendono e sostengono questo solido e fragile palazzo di  cristallo. Giorni fa con Josef avevo arrampicato al sole sul compatto Gneiss di Machaby ed insieme avevamo di discusso dei rischi impliciti che la “libera esplorativa” di Ivan comporta. Già. Ivan e Josef, “una scuola, due spade”: che curioso mondo il mio. Alla fine avevo concluso che come in ogni cosa quello che conta è la consapevolezza, il qui ed ora, quello slancio interiore che spinge l’inconscio ad emergere coscientemente rivelandosi come illuminazione.

Eccomi quindi qui, con metà del corpo in una nicchia e l’altra metà che solletica come una lucertola i grandi massi che dal petto in sù mi sovrastano incuriositi. Sono un’artificiere che deve disinnescare una bomba evitando che la montagna mi urli addosso “JINGAAAA!”. Osservo stupito quello che mi circonda catalogando ogni sasso secondo il coefficiente “Bruna”: probabilità che crolli fratto i danni che può causare. Quello che mi stupisce davvero è la serenità dei miei pensieri: “Sì, qui è piuttosto pericoloso, anzi, è significativamente pericoloso. Ma okay, facciamo le cose per bene”. A Machaby avrei cercato una buona presa alta, avrei spinto con una gamba ed avrei imposto la mia forza tanto alla roccia quanto alla gravità. Qui non si può. Qui non puoi sovvertire la natura risalendo d’imperio la goccia d’acqua, qui devi essere una foglia appoggiata, sospinta dal vento. Afferro una presa minuscola sulla roccia più grande tra quelle che mi circondano: mi impongo di pensare che sia troppo grande e pesante per tradirmi muovendosi. Poi striscio verso l’alto, sfioro senza toccare nulla, alzo tutto me stesso riposizionando il peso del capo, poi delle spalle, trasformo trazioni in spinte fino a quando anche le gambe sgusciano dalla nicchia e mi seguono a piccoli passi.

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“Ivan ha la straordinaria capacità di mantenere una posizione, anche incerta, per tempi lunghissimi” Avevo discusso con Josef “Questo è il suo talento e ciò che gli permette di arrampicare su quella roba. Ma chi non ha questa capacità rischia di farsi male, di tirarsi addosso la montagna”. Non conta il proprio equilibrio, conta l’equilibrio di ciò che ti circonda. Se provi ad imporre la tua forza sarai stritolato dalla forza instabile che ti circonda. Trattengo il fiato modulando il respiro in gesti interminabili cercando di trasformare in nebbia i miei 84kg: un soffocante sforzo privo di forza. Strano mondo il mio…

“Ivy! Comincia a gocciolare: serve trovare un’uscita prima della pioggia!” “Va bene, se raggiungiamo il colletto dovremmo poter uscire poi scendendo nel canale” Quaranta metri di corda stesa ad ogni tiro, un friend, una fettuccia, nulla di più. La corda però è per lo più un elemento folcloristico da sfruttare nei passaggi più intensi. La quantità di massi e lame che ci circondano ne limitano le funzionalità. C’è da sperare che, afferrata da qualche balena in fuga, si tranci piuttosto che trascinarci negli abissi. Ma questa è la frontiera: nè io nè il vecchiaccio possiamo concederci errori ed è servito tempo per consolidare l’intesa e la consapevolezza che ci permette di avventurarci insieme quassù.

dscf6373Finalmente in cima ci abbassiamo in un ripido canale. Ivy indica un diedro compatto che rimonta dalla valle sullo sperone successivo: “Quello l’ho fatto da solo nel ‘74. Anche quello vicino si può risalire ma servono giornate lunghe perchè bisogna chiodare”. Fortunatamente arriva la pioggia ed i sogni per oggi sono rimandati. Mi guardo intorno e sgnignazzo “Davvero, perchè sono il figlio di un cacciatore e sono cresciuto accompagnandolo a pesca con una canna corta e venti metri di corda, perchè diversamente un socio per postacci del genere mica lo trovavi!” Ivan sghignazza mentre tra canali, boschi e paglione verticale ci riabbassiamo allegro verso la macchina.

La pioggia ha ristretto i nostri programmi e così alle due ci infiliamo diretti al Pub, “Dalla Vecchia”. Due giovani nuove cameriere, Anna e Noa, ci servono da ordinanza una media chiara per il pischello ed una rossa per il vecchiaccio. Già, primo giro. Ivan è stato chiuso in casa una settimana con la tosse: è ora felice della salita ed ha voglia di festeggiare. Secondo giro. La birra e le chiacchiere lavano via le tensioni, l’ansia e le incertezze della frontiera. Quando stiamo iniziando i primi giri di piccole nel pub fa il suo ingresso l’inaspettato: scatta un boato di applausi e trema il teatro della realtà. Quasi come evocato da una magia imprevista, eccolo: Gigi che Sbatta!

Per quanto mi riguarda Gigi è una delle figure più significative del panorama indigeno, una vera e propria fonte d’ispirazione. Lui ed il suo collega (di cui ahimè non ricordo il nome) si siedono con noi a chiacchierare mentre sfruttano la loro pausa pranzo: mi piace osservare Gigi ed Ivan parlare, ascoltarli descrivere di luoghi e nomi per me sconosciuti. Conoscendo Ivan è curioso come siano andati subito d’accordo. Gigi gli mostra alcune foto sul cellulare, Ivan, una talpa senza occhiali, gli fa comunque domande sinceramente interessato e curioso. Sarebbe davvero interessante vederli insieme sulla roccia: toccherà darmi da fare.

Un ultimo giro di piccole, per annaffiare il nostro pranzo a base di patatine, e ci avviamo verso la stazione. Manca ancora un’ora al treno e Lecco è in festa per l’RBL, l’arrampicata cittadina organizzata dagli AsenPark e dai Gamma. Io e Sguero vaghiamo divertiti tra le stradine osservando i ragazzi che arrampicano e salutando gli amici che capita di incontrare. Ivy all’inizio storce il naso citando decaloghi di arrampicata urbana dell’800, ma alla fine il clima generale di festa coinvolge anche lui (potere della birra!)

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Cerchiamo TeoBrex, che partecipa alla competizione, ma senza successo. Stremato, con un abbraccio consegno Ivan al treno e torno a cercare gli amici. “Birillo!! Birillo!!” Una voce mi chiama da lontano: fortunatamente gli amici hanno trovato me! Leggero mi attacco ad un blocco fuori gara, felice di come la birra e le scarpe da trekking infangate mi tengano alla pari con i concorrenti muniti di scarpette e magnesite. Ma il mio momento di vanagloria dura poco perchè Davidino, divertito, inizia a scimmiottarmi inseguendomi in ciabatte sui cordoli: d’altronde dal socio del Guerra, uno dei Corni, uno di Civate allevato a Valmadrera e Calolzio, ci si deve aspettare questo ed altro!

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La mia molesta presenza trasfigura la competizione in un pick-nic e mezz’ora prima che la gara termini gli amici sono più interessati alla torta di Veronica che ai blocchi che ancora mancano. Così, vagabondando sempre più leggeri arriviamo finalmente in piazza, nel cuore della festa. Gianni, Giacomo, il Giarletta, il Panz, la mia cuginetta ed il moroso, Ben Affleck, Davidino Com’Era, il Morezt Ben Pettinato, AkaPanizza, Luca, Andrea, Tiziano, Federico, il Tarlo che sbraccia con la bandana gialla da Sandokan, e tutti gli altri: nomi, volti e storie che scorrono in un susseguirsi di abbracci, pacche e strette di mano.

Con le monetine che mi restano in tasca addento un panino con la salamella mentre i finalisti della gara assaltano un pannello deserto di prese che manco con le picche nel compensato. Sorrido mentre il fresco della sera mi solletica attraverso i buchi e gli strappi del mio equipaggiamento da esplorazione: “Bhe, Birillo, come giornata da vivere direi che è stata piuttosto interessante!”

Davide “Birillo” Valsecchi

Bucce d’Arancia per Topo Pazzo

Bucce d’Arancia per Topo Pazzo

dscf6276Seduti al bar dietro ad una media TeoBrex e Josef mi danno il tormento, continuano a menarmela che andando con IvyBoy sto prendendo il vizio di arrampicare sull’erba, tra rovi e roccia marcia. Anche Gianni se la ride, visto dove continuo ad infilarmi, ormai è convinto che la “mastrufolata” sia la mia vera passione. Io provo a convincerli, senza risultati, che la Crestina Verde sarà un vero ed autentico spettacolo (anche se in scala ridotta). Poi, spazientito dal loro insistere, mi lancio in una proposta “Se volete davvero che mi allontani dalle mie cose dovete portarmi sul granito. Se volete menarmela con sta storia della roccia solida è con il granito che potrete convincermi: sul calcare sono affezionato alle mie piante…”. Detto fatto, Josef raccoglie la proposta: “Giovedì passo a prenderti a casa alle 6:30. Dove andiamo è una sorpresa!”

Josef è una mina vagante quando vuole, ero preoccupato di finire in Valle dell’Orco o sul Bianco (…sai le risate a trovarsi in ambiente a tirare di braccia senza saper usare bene i piedi!). Fortunatamente Josef è anche uno con le idee chiare: “Ci vuole un po’ di tempo per capire tipi di roccia diversa, bisogna prenderci confidenza prima di affrontare le difficoltà. Andiamo a Machaby: è Gneiss e non granito, ma vedrai che ti piacerà”. Onestamente ero un po’ dubbioso. Mattia c’era stato qualche settimana fa con il corso AR1: “Tutta quella strada per una salita affrontata da principianti?” Ma Josef era assolutamente sereno: ”Vedrai, oggi arrampichiamo al sole e ripetiamo una classica dei 100 nuovi mattini”.

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Eccoci quindi all’attacco di “Bucce d’Arancia”. Dal basso la osservo scettico, assomiglia alla placca di Onda d’Ombra con la differenza che qui è chiodata e non ci sono detriti. Quando però attacco i primi metri i miei riferimenti cambiano e le differenze oggettive cominciano a farsi evidenti. L’umidità del mattino non aiuta i miei piedi e le spalle sembrano preoccupate di come la partenza sia tutta sulla punta delle dita. Cerco di tenermi ben verticale e stretto alla roccia, così come arrampico sul calcare incerto, ma qui non si muove nulla e quel tipo di progressione, funzionale in altri ambiti, è ora oltremodo faticosa. “No, così non funziona, qui devi mollare gli ormeggi”. Curiosamente mi torna alla mente un filmato in bianco e nero di Comici sui rudimenti dell’arrampicata: “l’arrampicatore inesperto si muove in modo incerto”. Il barricentro si allontana dalla parete, i piedi si alzano, le posizione si fanno più ampie o più strette del solito. Le transizioni non possono essere lente e progressive, quasi al rallentatore, come faccio di solito: devo spingere cambiando posizione senza strappi ma rapidamente. Devi fidarti della roccia.

Più avanti due mondi a confronto. Alzo le mani su piccole tacce e sposto il peso su una delle due gambe in modo da potermi sollevare con uno “squat”: una gamba spinge verticale e l’altra controbilancia. Sul calcare con Ivan uso spesso questa tecnica, spingendo in modo graduale e continuo “ascoltando” se l’appoggio regge o molla di botto, pronto con le mani e con la gamba in appoggio a controbilanciare eventuali crolli. Un movimento apparentemente semplice ma in realtà abbastanza complesso, in cui tutto il corpo deve addattarsi ad un vettore di spinta costante e lineare su un singolo punto (precario). La corda del fachiro che si innalza su se stessa: un’ottima soluzione per sollevare i miei 84kg quando altre opzioni non sono disponibili. Curiosamente riuscivo a fare qualcosa di simile anche in appoggio sulle placche concatenando insieme più movimenti. A volte il calcare devi per forza spingerlo in un certo modo modo perchè non salti, curiosamente la stessa cosa mi sembrava avvenire con l’aderenza.

Se i primi tiri studiavo la qualità della roccia e la mia capacità di sfruttarla, nei tiri successivi studiavo come gli apritori erano riusciti a salire e a proteggere prima della moderna richiodatura. Josef all’imbrago aveva cinque rinvii e questo dovrebbe darvi l’idea della mole di spit che ignorava ad ogni tiro: tuttavia aveva percorso quella via già nel ‘87 (io avevo 11 anni all’epoca) quando la chiodatura originale non aveva più di due o tre chiodi per tiro. “Nella relazione del libro di Gogna erano riportati tutti i chiodi con una X lungo il tracciato della via …e erano davvero pochi!”. Nel diedro ad incastro cerco i segni di vecchi chiodi ma non trovo nulla: certo, avranno anche “mastrufolato” sull’erba interna al diedro ma di certo avevano un gran pelo nel passar su in quel modo. Per me che inseguo Josef con la corda dall’alto “Spit o Non Spit” non fa una gran differenza, tuttavia il trapano qui ha davvero coperto e cancellato un vivido e straordinario esempio di coraggio e capacità umana. Al mio livello, con la chiodatura originale sarebbe un ragguardevole vione tutt’altro che scontato nell’esito: ora è un capolavoro imbrattato di ketchup da fast food.

Tiro la sesta lunghezza ma quando mi volto vedo Josef che mi fa sicura sorridente con le braccia incrociate: meglio non dare troppe sicurezze ai miei vecchiacci e ripassare dietro! Con una corda da 80 metri gli ultimi tiri si fondono in una spettacolare cavalcata a corda libera che mi godo rimontando veloce una roccia sempre più amica e sempre meno impegnativa. Quando arrivo in cima trovo Josef a piedi nudi che mi fa sicura sorridente mentre strozza la corda su un ramo. Lo guardo divertito (e rassegnato) ripensando alle parole di Levanov il Greco: «Nell’alpinismo esiste una regola fondamentale che vale anche per gli aviatori, i trapezzisti e i soprammobili preziosi: non cadere.»

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Giunti al forte di Machaby per l’ora di pranzo ci abbuffiamo ingollando birra e maccheroni con pomodorini secchi ed acciughe: il sole coccola la nostra digestione e poi giù verso valle. Quando siamo alla macchina la luce inonda ancora la valle: “Ci facciamo un monotiro prima di andare?” Chiede Josef. “Certo, perchè no!”. Rispondo ingenuo io.

Ci spostiamo di poco con la macchina arrivando alla base di una grande torre.”Qui c’è scritto Topo Pazzo: 80 metri, 3 lunghezze” leggo su una targhetta. “Davvero? Tre tiri?” Mi risponde divertito Josef mentre inizia a salire. Io gli do corda sereno, poi possano i 30 metri, arrivano e vanno anche i segni neri della mezza corda, 45, 50, 60, 70… Josef non si ferma più: se prima ero preoccupato per i cinque rinvii ora lo sono perchè la corda sta per finire! “Davide! Bona!” Finalmente. Due medie in corpo ed una porzione abbondante di crema chantilly alle castagne e devo trascinarmi su per un monotiro di 80 metri: mai stato furbo in vita mia!

La roccia è un gruviera di buchi che si alternano a placche e spaccature. Visto che la corda è lasca e quasi libera posso arrampicare dove più mi piace spaziando tanto a destra quanto a sinistra, spesso incasinandomi inseguendo soluzioni facili!! Dopo sessanta metri filati inizio a sentire la fatica osservando come questa influenzi le mie scelte ed i miei movimenti: “Devi farne di strada Birillo se vuoi vedere come è grande il mondo!” Mormoro tra me e me.

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Finalmente arrivo in cima alla torre. Il sole ha superato le montagne, siamo in ombra e si è alzato un venticello più freddo che fresco. Il buon Birillo sarà anche un paracarro però arrampica sempre con lo zaino d’ordinanza: del sacco appaiono un paio di caldi Gilet in pile. Tre doppie e siamo nuovamente alla base della torre pronti per la prossima tappa al bar. Al caldo dietro un piatto di affettati chiamo Bruna chiedendole della visita specialistica con “l’ortopedico delle ballerine della Scala”. Fortunatamente le notizie sono buone: nonostante la fisioterapia fatta fin qui sia stata piuttosto discutibile (per non dire assolutamente inefficace) non c’è nulla di preoccupante o irrimediable nel suo ditone. Ora con il giusto trattamento per fine anno la bergamasca dovrebbe essere nuovamente abile ed arruolabile! “Bene, facciamo surf tra le difficoltà e gli squali, ma direi che non ce la caviamo male…” Ingollo la mia birra felice per una giornata di sole su roccia solida.

Davide “Birillo” Valsecchi

Raminghi nell’Impossibile

Raminghi nell’Impossibile

messner“Tramite sforzo, concentrazione, tensione e stress da paura, l’arrampicatore non diventa un maniaco in preda all’estasi, ma si fa sempre più attento e desto nel suo panorama in continua espansione. Vede le cose in un’ottica nuova, con una lucidità e vivacità mentale simile a quella che si raggiunge nella meditazione. Ma soprattutto vede se stesso in un nuovo rapporto con il mondo, e per un tempo limitato raggiunge uno stato di visione allargata, che modifica la sua concezione di “impossibile”. Queste esperienze diventano accessibili all’arrampicatore soprattutto in riferimento ai propri limiti di performance. Questo non significa che tali condizioni siano prerogativa esclusiva dell’estremo, niente affatto: ognuno, che operi nel secondo o nel sesto grado, può vivere questo tipo di esperienza”

Quando Ivan Guerini dice una cosa simile i benpensanti dell’arrampicata storcono il naso: “…è un milanese che parla di yoga, di meditazione e cibo vegetariano: uno hippy che è diventato famoso facendosi il 68 sulle placchette della Val di Mello.” Quando ho conosciuto Ivan ero stupito, stupito e disorientato di come e quanto infondate siano le maldicenze che girano sul suo conto. Non era affatto la persona che mi ero preparato ad incontrare e questo mi ha fatto riflettere ed ulteriormente allontanare dal “pensiero comune” che sembra permeare e dominare il mondo dell’arrampicata. Certo, strambo è strambo, ed io forse anche per questo mi sono affezionato, ma per quanto sia una fonte inesauribile di difetti non ne possiede nessuno di quelli che gli contestano: anzi, i suoi difetti sono molti di più e persino più pittoreschi!! (così come preziose sono le sue qualità).

Questa volta però Ivan non centra, questa volta parliamo di idee simili, forse coincidenti, ma interpretate da caratteri e personalità diverse. La frase con cui apre questo mio piccolo scritto è tratta da un libro del 2003 di Reinhold Messner. Già, vorrei proprio vederli i benpensanti dare del fricchettone ad uno come Messner! Sai le risate mentre li fa correre a gambe levate!!

In questi giorni ricorrono i 30 anni della conquista di tutti gli ottomila da parte di Reinhold Messner: confesso che per me è sempre stato l’uomo delle grandi montagne, sapevo poco e nulla delle sue grandi arrampicate e del suo vero punto di vista. Grazie ai suggerimenti di Ivan e Gianni sto scoprendo un mondo nuovo ed un Messner distante chilometri dalla figura che siamo abituati a conoscere. Forse anche nel suo caso le maldicenze oscurano gli aspetti più preziosi: forse è davvero necessario uno sforzo, un atto di volontà, per comprendere le persone che si sono spinte tanto oltre nei reami dell’impossibile.

Davide “Birillo” Valsecchi

“Al passaggio chiave del diedro Philipp pensai:”Adesso volo”, ma poi riuscii a sostenermi a delle minuscole asperità della roccia. Alcuni anni dopo, durante una solitaria su questa stessa via, in quello stesso punto ho trovato un chiodo ad espansione e altri tre chiodi di troppo. Il tiro che in origine era stato il più difficile, adesso è uno dei più facili e sicuri” Reinhold Messner

Moregallo Live and Let Die

Moregallo Live and Let Die

dscf6181Alle otto, come ogni stramaledetta domenica mattina, la mia vicina ha cominciato a berciare contro i suoi figli. Più o meno nello stesso istante Bruna ha cominciato a darmi gomitate nelle costole cercando di zittire le “madonne” con cui facevo eco alla vicina. Ormai svegli abbiamo scoperto che il sole era finalmente, ed inaspettatamente tornato: il che era una fortuna visto che a Valmadrera si festeggiava la giornata “Vivi il Moregallo”. Ci siamo fatti un caffè ed un’interminabile colazione. Bruna, per via del piede, ancora non può affrontare una salita alla cima, così si è preparata per un’oretta di riabilitazione in palestra. Io invece ho infilato le mie FiveTen nuove di pacca e sono partito per un saluto a quelli in vetta.

Quasi di corsa sono arrivato a Sambrosera: c’era un sacco di gente sul sentiero e qualcuno, visto che ormai erano già le undici, scendeva dalla cima con la classica maglietta ricordo. Per far prima ho scelto il percorso più diretto e meno affollato infilandomi diretto nel canalone Belasa. Volevo arrivare in cima in fretta, salutare il “Perru” e tutti gli altri prima di tornare di corsa a casa da Bruna. Un piano semplice, lineare diretto.”Sì, però, che noia: quante volte l’hai già fatto il Belasa negli ultimi due mesi?” In effetti quando lavoravo a Bergamo, con le giornate più lunghe, lo percorrevo a giorni alterni prima di cena…

Così, consapevole che questo avrebbe stravolto ogni piano e proposito, ho messo un piede fuori del sentiero deviando verso sinistra oltre l’orizzonte della collina. Speravo di scoprire qualcosa di nuovo, di affascinante, ma ero anche consapevole che probabilmente avrei trovato solo bosco e rovi. Ero abbastanza rassegnato e, forse anche per questo, le mie aspettative sono state stravolte e superate.

“Che spettacolo!” Davanti a me ho una specie di via di mezzo tra una piccola “Crestina Osa” ancora selvatica ed un mini “Grissino”. Attacco di lato e mi alzo di qualche metro cercando di capire la roccia. Le difficoltà contenute e la possibilità di uscire di lato su solide piante rendono quella cresta un regalo inaspettato: il luogo ideale dove poter condurre qualche esperimento in solitaria. Ma non oggi, serve di certo qualche chiodo ed una buona dose di pazienza per rimontare questo lungo tiro nascosto nel bosco.

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Potrei accontentarmi ma vien voglia di salire, così mi infilo in un canale/camino lì affianco puntando ad raggiungere l’uscita della guglia. La terra è nera e gonfia di acqua: il peggio! C’è umidità che cola, la terra cede sotto il peso ed i sassi ballano. Dovrei lasciar perdere ma insisto appeso agli arbusti. Mi piazzo di traverso, seduto sul tallone sono in una strana posizione a metà tra il salto dell’ostacolista e la spaccata: un piede su roccia bagnata e l’altro su terra nera. Mi viene un po’ da ridere: “Quando c’è da seguire Ivan con una corda dall’alto ti tiri indietro facendo la figura del pollo, poi slegato ti infili in questi casini… no, no, proprio bravo Birillo!” Mi allungo ed affero una pianticella, sposto il peso ed inizio a gradinare con la punta delle scarpe nuove. “E vai! Sempre meglio Birillo! Gigi che Sbatta è sul granito a provare un 7b trad circondato da tre affascinanti ragazze mentre tu, che un 7b manco con le Jumar, sei qui a ravanare in mezzo allo schifo. Già, già, proprio bravo Birillo!”

Butto via la testa: ho speso una fortuna per un paio di picche piolet da usare in queste “ravate dry-tool” e mai uno straccio di volta che le abbia con me quando mi servono!! Poi, con un elegante spaccata in aderenza erborea afferro il tronco di una pianta e mi tiro sù: “Vetta!”. Assesto un poderoso calcio alla sommità del pilastro e, visto che non è venuta a basso, ci rimonto sopra. Finalmente in cima mi gusto l’inconsueto punto di vista sulle guglie del Moregallo dimenticando tutte le incertezze del canale!!

“Davvero bello. Ed ora? Come si scende?” La vegetazione nasconde la verticalità che mi circonda rendendo insidiose le mie scelte. Posso insistere salendo ma rischierei di impegnare tutta la giornata cercando un’uscita in quel labirinto verticale. Se invece cerco un’uscita laterale devo fare attenzione a non passare di sotto infilandomi in qualche canale munito di salto finale. “Brillo, qui finisce che per scendere ti tocca appenderti alle stringhe delle scarpe. Che poi morire durante il “Vivi il Moregallo” sarebbe davvero di pessimo gusto!”

Fortunatamente la soluzione si dimostra molto più facile del previsto e, seguendo una comoda cengia, riesco a riabbassarmi in un bosco altrettanto pieno di piacevoli sorprese. Dopo una strepitosa placca con pianta mi ritrovo in un anfiteatro di roccia. “Porca vacca! Qui c’è da fare per tre inverni di fila!!” Tutta roba selvatica ed hard-core, vegetazione e sassi instabili, diedri e canali sporchi: se apri gli occhi e guardi bene sembra di essere nel cuore di una di quelle montagne famose, di quelle che spaventano gli alpinisti più eroici. Accidenti che posto!

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Studio eccitato le linee di affascinanti monotiri privi di senso e dignità quando tra le piante appare la grande parete grigia.“BAAAM! Quella non è uno dei miei giochi! Quella è roba seria!” Una spaccatura/diedro che attraversa, che sembra sfuggire tra lo zoccolo verticale e la strapiombante parete compatta. Rimonto un muretto erboso allungandomi verso la roccia: “Sorpresa, una catenella attaccata ad una clessidra” La scoperta aumenta la mia eccitazione: “Qualcuno è stato qui, qualcuno ha avuto la mia stessa idea!” Mi alzo nel diedro canale seguendo la catenalla fino alla base della parete. Vedo un chiodo rosso all’uscita dell’avvolgente semi-camino iniziale. “Ma gli altri?” Guardo e cerco ma non vedo altri chiodi o altri segni. “Bisogna chiedere, bisogna scoprire!”

Il vociare dal bosco si fa più intenso. Un papà prende in giro il figlio chiedendogli quanto manchi al rifugio. Escursionisti felici risalgono da Sambrosera. Sono tutti molto lontani, giù sul sentiero nella valle, ma la loro voce rimbalza ovunque. Vorrei rimontare il canale dove una promettente pianta si staglia sull’azzurro ma, senza corda, ho paura di dare inizio ad una nuova infinita perigrinazione: “Tanto torniamo!”

Mi riabbasso alla base del canale cercando una comoda via di ritorno: non voglio lasciare Bruna a casa tutta sola e le tre ore che mi sono concesso stanno per scadere. Curiosamente mi imbatto in qualcosa di inaspettato: la testa arrugginita e dimenticata di un piccone. Le possibilità che vi sia una cosa simile in un posto come quello sono scarse quasi quanto le possibilità che io, in tutto il bosco, riesca a trovarla: cose strane che mi succedono alle volte. A caval donato non si guarda in bocca e così me lo sono preso e portato a casa: un’altro cimelio!

Prima di addentrarmi nel bosco un ultimo regalo: una crestina Osa in miniatura che a stento emerge tra le piante. Spettacolo!

Davide “Birillo” Valsecchi

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Nota: Mi spiace di non essere arrivato in cima al Moregallo per salutare gli amici. Spero non me ne vogliate troppo e che le foto possano compensare la mia mancanza. Se poi si riuscisse a far saltare fuori una maglia commemorativa anche per me non sarebbe affatto male 🙂

Libri di Ivan Guerini

Libri di Ivan Guerini

monicaUn mesetto fa, quando Bruna aveva ancora il piede bloccato, siamo andati a curiosare al Osservatorio Alpinistico Lecchese presso il palazzo delle Paure di Lecco. Il museo interattivo conserva documenti, fotografie e filmati della storia alpinistica lecchese ma anche lariana. Grazie alle cuffie è possibile ascoltare documentari interattivi: ovviamente il primo su ci siamo fiondati era quello dedicato ad Eugenio Fasana. Poi, curiosando nella cronistoria più recente ci siamo imbattuti in qualcosa che, nonostante la nostra ingenuità, era inevitabile: “Tra gli anni 70 ed 80 un personaggio eccentrico fa la sua comparsa a Lecco, è il milanese Ivan Guerini, il profeta di quel gioco arrampicata che aveva messo in pratica in Val di Mello: la filosofia dell’arrampicata su roccia slegata dagli schemi e dagli ideali di conquista dell’alpinismo classico. Muovendosi quasi in incognito tra le pareti che fanno da cornice al lago apre itinerari di straordinaria difficoltà e bellezza in arrampicata libera.” 

Per noi Ivan è soprattutto un buon amico, i Tassi ed il resto della nostra banda vivono davvero in una specie di isola alpinistica, spesso ignari ed inconsapevoli di quello che li circonda: forse però è proprio questa nostra genuina ingenuità ad aver colpito Ivan. Noi, d’altro canto, spesso dimentichiamo che lui è una specie di Gulliver tra noi lillipuziani: un anziano ed arzillo Jedi tra Ewok e Wookiee ribelli.

A ricordarcelo sono spesso le persone che incontrandolo gli chiedono una foto o notizie del suo nuovo libro. Buona parte della notorietà di Ivan deriva infatti anche dal libro che pubblicò nel 1979: Il gioco arrampicata della val di Mello, edito da Zanichelli ed oggi ormai introvabile. Un pubblicazione che, per linguaggio ed idee, segnò profondamente la visione dell’arrampicate dell’epoca. Questo sebbene oggi Ivan potrebbe lamentarsi di come, nonostante quel libro, l’arrampicata e la Val di Mello abbiano intrapreso una strada spesso in antitesi con le sue idee e le sue speranze. Anzi, i severi moniti espressi in quel libro da Monica Mazzucchi, moglie di Ivan e sua compagna di avventure, si sono trasformati in amare e puntuali premonizioni.

Negli anni successivi Ivan ha pubblicato altri articoli ed altri libri dedicati alla propria attività esplorativa. Tuttavia il carattere di Ivan non sempre è “contenibile o conciliabile” con le politiche o le esigenze editoriali: c’è poco da fare, nonostante gli anni è ancora uno spirito libero ed irrequieto. Per questo, con lo slancio che lo contraddistingue, si è tuffato nella sperimentazione di nuove forme di comunicazione: gli Ebook.

“L’ebook inflaziona assai meno l’attenzione e anche 200 pagine in Notebook/Tablet affaticano assai poco la vista. Tuttavia la nostra scelta è stata determinata da altre ragioni, inerenti gli editori che danno le responsabilità ai distributori che alla fine comandano gli autori.  Abbiamo pertanto eliminato tutti i problemi in un baleno, lasciando l’eventuale editore in compagnia del distributore senza più l’autore!” – Ivan Guerini

Nonostante qualche comprensibile difficoltà tecnica iniziale, negli ultimi due anni ha realizzato in modo indipendente due “libri digitali” reperibili attraverso Internet ed acquistabili a prezzi contenuti. I libri sono distribuiti da Google Play ed è possibile visualizzarli tanto sul computer quanto su smarthphone, tablet o Ebook Reader.

Il primo di questi libri digitali è:

Il Trono Remoto: Storia esplorativa del Sasso Manduino e del Pizzo di Prata.
trono_remoto“…la storia esplorativa delle due montagne insigni più isolate e lontane delle Alpi Centrali, il Sasso Manduino e il Pizzo di Prata. Monti archetipi per evidenza geografica, posizione paesaggistica, grandezza, delle loro pareti solari e adombrate. Ricostruisce la storia dei pionieri, permette di immedesimarsi in loro, raccontando anche le gesta degli esploratori successivi. Descrive la scoperta di queste montagne, le curiose concomitanze che hanno condotto i vari salitori a loro, unitamente alla loro natura verticale grandiosa e severa.Spiega la valenza della libera esplorativa che ha permesso anche in solitaria di percorrerle, la difficoltà ignota che è necessario superare, la sommità conoscitiva raggiunta attraverso queste salite impegnative e l’esperienza cristallizzata che ne è derivata. L’Ascesi mistica porta a risorgere trasformati, per essere restituiti al mondo cambiati, arrivando all’apice della vetta più alta e difficile quella da cui si discende definitivamente consapevoli.”

[Link GooglePlay: Il Trono Remoto] 

Il secondo, e più recente, è:
La valle degli specchi di pietra: Storia esplorativa inedita della Val di Mello

la-valle-degli-specchi“…Se è vero che la prima finalità di questo libro è quella di invitare i lettori ad approfondire la conoscenza territoriale, la seconda non è quella di indurli a ripetere gli itinerari raccolti ma di informarli della storia esplorativa avvenuta e della valenza esplorativa che ha caratterizzato la salita delle pareti. Proprio per questo, non sempre sono stati indicati gli avvicinamenti alle pareti ma solo la loro ubicazione, ed è stata data pari importanza sia alle pareti esplorate che a quelle impercorse. Ben considerando che: attrezzare pareti per predisporle alla frequentazione, corrisponde al loro sfruttamento non a valorizzarle.”

[Link GooglePlay: La valle degli specchi di pietra]

Dopo aver raccontato le mie recenti salite con Ivan in molti mi hanno scritto per avere informazioni sui suoi libri, quindi spero di fare cosa gradita ed utile nel indicarvi qui come e dove reperirli. Per acquistare un Ebook su Google Play è necessario avere un account Google (GMail, ecc) ed associare al proprio utente una carta di credito (anche ricaricabile) con cui effettuare l’acquisto. Automaticamente si avrà così a disposizione una propria biblioteca personale e virtuale in cui saranno conservati on-line tutti i propri libri. Google fornisce agli utenti istruzioni chiare ed in italiano su come usufruire ed utilizzare questo servizio.

Non essendoci stampa o costi di spedizione è possibile contenere il prezzo di distribuzione molto contenuto. Inoltre, in questo modo, i libri di Ivan non andranno più esauriti o fuori stampa ma saranno facilmente fruibili nel tempo. Spero che questi aspetti positivi possano consolare gli amanti della carta stampata. Nel futuro forse versioni cartecee prenderanno forma  ma, al momento, non vi sono certezze in tal senso.

Davide “Birillo” Valsecchi

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Onda d’Ombra

Onda d’Ombra

dscf6043La roccia è fredda e l’aria umida mentre arrampichiamo in ombra. Le dita per il freddo cominciano ad irrigidirsi, a farsi meno sensibili. L’ambiente che mi circonda è assolutamente ed inaspettatamente dolomitico: la nebbia ed il sole scivolano in un alternarsi di luci ed ombre tra grandi ed imponenti torrioni. Curiosamente con le dita infreddolite cerco prese e tacche sempre più piccole, questo sembra scaldarle un poco dandomi la sicurezza che la diminuita sensibilità non mi inganni su qualche roccia instabile. Mi muovo sciolto, lavorando in appoggio con i piedi, in un’arrampicata intensa ma non troppo faticosa. Mi guardo intorno studiando i passaggi, meravigliato da quello che mi circonda: “Questa è una delle più belle salite che io abbia mai fatto”.

Una placca di calcare grigio che risale per oltre duecento metri fino alla cresta sommitale, credo che sulle nostre montagne sia qualcosa di assolutamente raro se non addirittura unico. Sguero me ne aveva parlato a lungo di quelle placche e così, prima che l’inverno irrompa, abbiamo deciso di andare finalmente ad esplorarle. Lui e Giancarlo nelle settimane passate avevano aperto un’altra via in quella zona, affrontando un lungo diedro strapiombante sulla vicina bastionata: fortunatamente io ero piacevolmente dal dentista quel giorno!

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Quando arriviamo alla base della placca ci imbraghiamo distribuendo i vari materiali. Una piccola grotta formata da macigni incastrati segna il punto in cui rimontiamo il primo muretto attraverso una ripida spaccatura. Ci alziamo per trenta metri prima di piegare verso destra per altri trenta attraversando la cengia che porta al centro della prima grande placca. Guero ride, guarda in alto e parte. Io lascio scorrere la corda nel reverso mentre la osservo distendersi libera verso l’alto. La roccia è quasi monolitica, molto più compatta di quanto ci aspettassimo da lontano. Con la dovuta accortezza è davvero poco quello che sembra cedere, mentre richiede grande attenzione il pietrisco che, cadendo dall’alto si è appoggiato sulle placche. “Guero, aspetta un secondo che c’è un mezzo problema”. Un grosso sasso appoggiato sulla placca mi osserva da quando sono in sosta. Lui mi guarda dall’alto ed io lo tengo d’occhio dal basso: quando la corda ha cominciato ad avvicinarsi mi era chiaro il resto della trama. La corda sfiora il sasso che, quasi svegliandosi all’improvviso dal suo lungo letargo, si agita buttandosi spaventato di sotto. Un rimbalzo e poi giù per trenta metri. Come un giocatore di baseball ne osservo la traiettoria. Un’altro rimbalzo e poi impatta andando in pezzi sulla grande roccia che protegge la mia sosta. Le scaglie volano inoffensive tutto intorno mentre mi investe il profumo di roccia infranta: “Okay Guero, problema risolto” gli urlo allegro.

dscf6036Poi Guero, come una nave su un mappamondo, scompare dalla mia vista. Cinquantacinque metri più tardi sento il rumore di un martello su un chiodo: “Ecco la sosta”. La nebbia va e viene mentre la nostra voce rimbalza sulle grandi pareti alle nostre spalle. “Vengo!”. La corda è quasi libera, vincolata in sinuosi passaggi tra gli speroni e protetta sola da qualche friend nei passaggi più duri in diedro. Da secondo posso arrampicare quasi dove voglio e con un po’ di sfacciataggine raddrizzo la via del Guero ingaggiando verticale i passaggi più estetici. Certo, se “birlo di sotto” la corda avrà tutto il tempo di farmi passare la voglia di ridere prima di tendersi e bloccarmi, ma ormai mi sento quasi stregato dal quell’arrampicata. Non ho mai arrampicato su una placca di calcare tanto sconfinata, intensa ma anche docile e generosa. La maggior parte delle placche su calcare che ho affrontato in passato erano traversi su roccia liscia dove ho collezionato una buona ed inquietante serie di lunghi pendoli: la placca è solitamente la mia bestia nera, per questo ero assolutamente rapito dalla bellezza di questa salita.

La sosta è all’uscita sulla seconda grande cengia, un passaggio ben noto ai camosci che la attraversano orizzontalmente. Trenta metri verso destra e siamo alla base del grande canalone che rimonta verso la cima. Il cuore del canale è umido, reso viscido dal muschio e dall’acqua che cola: Guero vuole rimontare il primo tratto per poi tornare in placca verso sinistra. La roccia del canale è logorata dalle intemperie e cede al primo assaggio di Ivan. Una fettuccia, un friend e Guero passa oltre. Poi, sulla sinistra, trova un vecchio chiodo a foglia anni 60 che esce a mano. Incuriositi dal ritrovamento cerchiamo senza fortuna altre tracce di passaggio. Forse un tentativo o forse una salita invernale. Alla base delle placche, tra le rocce del canale sottostante, avevamo trovato i resti di un vecchio scarpone in cuoio e, con il senno di poi, quei due oggetti anni ‘60 potrebbero appartenere alla stessa storia. Purtroppo la montagna ed il tempo sono bravi a custodire i propri segreti, spesso nonostante le lapidi sbiadite sul fondo del canalone principale.

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Altri sessanta metri scorrono davanti a me prima che il suono del martello chiami l’imminente sosta. Quando riparto mi immergo nuovamente in un’arrampicata straordinaria. Distribuisco il peso, tegno piccole ed appaganti prese mentre i piedi si spalmano sugli appoggi in placca. Passaggi di forza che si alternano a passaggi delicati di appoggio: stupendo. Ogni tanto la corda fa fischiare qualche sasso dall’alto ma solo roba piccola, ormai mi sono abituato e mi muovo con la giusta lentezza perchè non colgano di sorpresa. Nel mezzo di un grande placca una lama verticale mi regala una Dulfer da collezione: stupendo! Poi dall’alto sento battere nuovamente il martello: “…o sta rinforzando la sosta oppure ha iniziato a schiodarla… in ogni caso è il momento di lasciar perdere i numeri ed arrampicare schiscio!” Gli ultimi passaggi si fanno sempre meno verticali e solo un diedrino rotto mi ingaggia prima della sosta.

Quando arrivo in sosta, una bella cengia, un bel chiodo ed un friend, Ivan mi sorride malandrino: “Venivi su bene ed ho iniziato a schiodare uno dei due chiodi”. Per arrivare sulla cresta manca solo una decina di metri ed un diedro aggettante. Potremmo aggirarlo verso destra ma, visto che il tempo ce lo permette, rimontiamo questo passaggio nonostante poco si accosti alle caratteristiche del resto della salita.

Sul sentiero di cresta ci sediamo finalmente al sole felici della salita. Monica, l’adorabile moglie di Ivan e sua compagna in numerose salite, guardando le foto delle placche aveva suggerito un nome per la via: “Onda d’Ombra”. I più attenti avranno compreso di quale montagna e di quale zona si tratti. Fortuntamente nessuno ha preso d’assalto con il trapano quelle bellissime ed atipiche placche e si spera che anche in futuro quel vecchio chiodo a foglia rimanga l’unica testimonianza del passaggio dell’uomo in una natura intatta.

Davide “Birillo” Valsecchi

Onda d’Ombra
7/10/2016 – Ivan Guerini, Davide “Birillo” Valsecchi, 5 lunghezze, NoSpitZone

Corno Occidentale: Giorgio e Renzo

Corno Occidentale: Giorgio e Renzo

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Era da un po’ che Mattia ed io non arrampicavamo più insieme, dai tempi della Gary Hemming ad Aprile. Nel frattempo è nato il piccolo Ivan, Bruna si è tirata un sasso su un piede ed un sacco di altri imprevisti hanno tenuto diviso il duo assese dei Corni di Canzo: bisognava per forza rimediare!

Così, nonostante le difficoltà logistiche, alle quattro del pomeriggio ci siamo finalmente ritrovati al crocefisso di legno sotto il versante ovest del Corno Occidentale. L’ora era alquanto tarda per attaccare una via ed un vento intenso presagiva qualcosa di oscuro nonostante il sole splendente in un cielo terso. Il vento rimontava gelido da Sud mentre nuvoloni bianchi rimontavano le Grigne dalle spalle coprendole dal Rosalba in sù. Le nuvole da nord spingevano l’aria fredda giù lungo il lago verso la pianura dove, per effetto del caldo, rimbalzava nuovamente verso nord attraverso l’Isola Senza Nome come vento gelido: “Amico mio sta girando: diamoci da fare!”

Quello che dovevamo affrontare era la prima ripetizione della nuova via di Giorgio Farina e Renzo Zappa, due veterani del Soccorso Alpino e dei Corni di Canzo. Qualche anno fa, già sessantenni, avevano aperto “Attenti a quei Due” sempre sul Corno Occidentale. Mattia e Serena avevano effettuato la prima ripetizione mentre Mattia ed Io avevamo fatto la prima invernale (…due asini a testa bassa su placca bagnata con neve tutto intorno!!). Quindi era obbligo rispettare la tradizione e scoprire dove, con caparbia tenacia, si erano nuovamente avventurati i nostri due beniamini.

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Era un po’ che non toccavo la roccia dei Corni e, nonostante l’esperienza maturata nel tempo, resta sempre tra le più impegnative che mi sia capitato di incontrare. Un colore grigio intenso costellato da piccole chiazze bianche, un dalmata smussato e sfuggente costellato da asperità quasi mai vive. “Accidenti, non si scherza con la roccia dei Corni! Davvero diversa da quella su cui arrampico in questo periodo!”

Giorgio e Renzo hanno trovato un passaggio molto logico attraverso un settore del Corno Occidentale in cui sembra improbabile trovare roccia buona: un buon compromesso tra difficoltà e solidità. La via è facile da leggere, aperta prevalentemente a chiodi e rinforzata con qualche spit piantato a mano laddove ci sono passaggi erbosi e roccia incollata da capire. Il primo ed il secondo tiro hanno bei passaggi su roccia lavorata ma da valutare, il terzo è un allungo sulla cengia erbosa ed il quarto è un bel diedro verticale abbastanza tecnico e protetto tutto a chiodi. Le soste sono tutte a catena tranne quella sull’albero.

Al primo tiro, facendo lo spiritoso da secondo, mi è saltata una presa su uno spostamento e quasi sbandiero passando di sotto: probabilmente i Corni ci tenevano a rimettermi in riga! Questo solo per dirvi come, nonostante il gran lavoro fatto dai nostri due, sia importante non sottovalutare un itinerario che, nonostante alcune protezioni a spit, conserva un carattere alpinistico. A differenza di “Attenti a quei due” non ci sono tiri esageratamente tecnici (come la bella placca a gocce) o troppo “ravanosi” (come l’attacco iniziale alla nicchia o l’uscita sui terrazzi erbosi). Nella cengia erbosa hanno piazzato un paio di fittoni proteggendo un passaggio spesso godibile solo agli “amanti del genere”.

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 Un po’ di placca “cornica”, un mezzo strapiombo obliquo non proprio semplice, un po’ di prato, un po’ di roccia non proprio compatta, un bel diedrino da spaccata, il tutto ben protetto ma in buona parte a chiodi. Con un po’ di attenzione, ma con facilità, si riesce a comprendere come gli apritori hanno salito la via e le scelte che hanno effettuato. Probabilmente questa via (di cui ancora non conosco il nome) può divenire il giusto compromesso per permettere a chi ha già un po’ di esperienza di approcciarsi ai Corni prima di affrontare le grandi classiche dell’Isola. Rispetto ad una “Cris” sulla parte Fasana questa è decisamente meno inquietante e più godibile per cominciare. Il diedrino finale è molto bello, non altissimo ma protetto a tre chiodi con un passaggio d’uscita su prato molto istruttivo: attenzione che la roccia incastrata nella terra non sempre tiene, mi raccomando!

Io e Mattia l’abbiamo trovata molto bella e, sicuri di guadagnarci qualche imprecazione dai futuri esploratori dei Corni, ci sentiamo di dire una frase quasi leggendaria da queste parti: “Ripetuta e consigliabile”.

Ovviamente, come è ormai tradizione da un po’, all’uscita dell’ultimo tiro ci è piombata addosso una nebbia scura e gelida che ci ha messo in fuga dall’imminente acquazzone. Detto questo questo non resta che aggiungere un’ultima cosa: Bravo Giorgio! Bravo Renzo!

Davide “Birillo” Valsecchi

Normale Dotazione Alpinistica, martello e qualche chiodo scaramantico attaccato all’imbrago, fettucce per allungare, un paio di friend piccoli per l’ansia. Ad eccezione dell’albero, dove la sosta va attrezzata, le altre fermate permettono la calata.  Una via dei Corni di Canzo, ben protetta ma da non prendere sottogamba.

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