Cimitero di Lumachine

dscf5767Quando usciamo dalla funivia sembra il pandemonio: l’elicottero del soccorso alpino si alza in volo in un fracasso di rotori mentre una comitiva di scolaretti delle elementari si raduna vociante nella piazzetta. L’elicottero continua a sorvolarci facendo la spola avanti ed indietro con i tecnici del soccorso che partecipano all’esercitazione. Il rumore rimbalza tra le pareti come in un bombardamento mentre le voci dei bambini rendono la situazione surreale proiettandoci in un dissennato film stile vietnam: “Charlie non fa surf!”

Con lo zaino carico ci avviamo lungo il sentiero come tre improbabili e baldanzosi remagi. I ragazzi del soccorsi si stanno esercitando in un canale ed il punto in cui l’elicottero scarica la squadra è poco distante dal nostro passaggio. Per questo, accucciati tra le piante con il soccorso, aspettiamo che l’elicottero droppi e riparta. In quel fracasso d’inferno riusciamo comunque a scherzare e a fare due chiacchiere con i tecnici. A differenza dei soliti gitanti non ci chiedono se andiamo a fare una ferrata: hanno capito chi è il vecchiaccio che capeggia la combriccola.

Il “Panz” scatta una foto con Ivan e ridendo glielo dice chiaro: “Ricorda quello che diceva Cassin: meglio un chiodo in più che un alpinista in meno”. Ed Ivan per tutta risposta: “Sì, ma quando poi ci siamo incontrati mi ha detto che facevo bene ad arrampicare come arrampico io”. Il Panz, Ivan, Cassin… gente troppo spessa perchè Birillo metta naso nella discussione. Speriamo però che un chiodo buono ogni tanto lo metta!

Quando riprendiamo a salire sono bello sereno. La giornata mi appare complessa il giusto. Stando al programma oggi si va ad esplorare un bel camino che ho indicato ad Ivan in una delle nostre precedenti uscite. Un bel camino di 40 metri al sole, avvicinamento un po’ complesso ma poi godibilissima salita ad incastro fino all’uscita, dove il camino si abbatte ed esce su una cengia erbosa. Due tiri al massimo, roba gestibile. Certo, ci sono mille incertezze ma un bel camino è un bel camino: non si sbaglia.

“Hey, ma di qui non si va al mio camino?!” chiedo distratto “No, no. Oggi è una bella giornata, è un peccato sprecarla con solo due tiri. Ci andiamo un’altra volta al camino. Oggi andiamo a quel diedrino che mi hai fatto vedere l’altra volta. Sai, hai ragione, è proprio bello: oggi andiamo a vederlo” Come? Cosa? Io? Cosa ho indicato cosa a chi? Ancora disorientato maledico la mia linguaccia restando assolutamente attonito quando capisco a cosa si riferiscono “O.H.M.E.R.D.A.!!!”

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SBAAMM. “Ma davvero volete farlo oggi?” Guardo la parete e la parete, leggermente illuminata dal sole, mi annichilisce con un’occhiata di riflesso. Lassù, in alto, c’è un diedro che esce strapiombate carico di promesse ad incastro. Ma la base è un tripudio verticale di roccia incerta e strapiombante sovrastata da erba altrettanto strapiombante. “Ma siete davero sicuri?” Quando arrampichiamo soli io ed Ivan probabilmente si ricorda che sono una matricola, quando c’è anche Giancarlo si gioca solo nella Major League. “Provo a vedere se trovo un passaggio logico per raggiungere l’attacco del diedro. Se è troppo terribile mi calo ed andiamo a vedere il tuo camino.” Mi dice Ivan sereno. Io con il naso all’insù faccio i conti: per arrivare al diedro su quel terreno servono almeno 3 o 4 tiri di corda, da fare corti ed affollati di chiodi. Serve un boato di tempo per affrontare quel disastro di erba e pilastrini. Questo prima ancora di dover affrontare il diedro. Sono quasi le undici e mezzo: dove accidenti vogliono andare?!

Ma Ivan parte, un primo traverso verso sinistra, poi un diedrino verso destra, si alza, trova un clessidrone poco rassicurante. Piazza un paio di friend e supera un traverso che spancia violento atterrando in un diedrino erboso. Poi riparte verso l’alto risalendo un torrente verde. Io, sbigottito, lo osservo. Arrampica costantemente con un piede sulla roccia ed uno sull’ebra, in strapiombo. L’ultima protezione è un friend che come un appendi abiti sorregge la corda che scorre ormai oltre una decina di metri oltre le sue spalle.

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Ivan ha 62 anni. Lo osservo muoversi. Non può essere forza, nè atleticità: è tecnica e puro equilibrio. Si muove con una lentezza infinita che diventa eleganza. Riesce ad essere “appoggiato” sopra un mondo instabile. La risultanza dei suoi gesti annulla il suo peso: incredibile. Resta immobile in posizioni che mi sembrano asfissianti riuscendo comunque a raccontarci quello che sta facendo: a volte ride da solo divertito di come le difficoltà gli complichino la salita. Cristo Santo… vorrei che piantasse un chiodo, vorrei che ci fosse qualcosa di razionalmente solido a cui potesse aggrapparsi, ma ormai mi è chiaro che se la sua mente cercasse rifugio in qualcosa di simile infrangerebbe quel suo incredibile equilibrio che è l’unica sola sicurezza possibile. L’unica certezza su quella parete è Ivan Guerini …ed io che me la faccio sotto per lui!

Le mie mezze corde sono da 50 e si distendono completamente prima che Ivan decida di fermarsi. Il sole illumina la parete ma noi siamo ancora in ombra. Le gambe mi tremano leggermente, forse è il freddo, forse l’immobilità… forse no.

Guardo verso l’alto mentre sento Ivan finalmente piantare un chiodo. Sono tutti tiri obliqui su strapiombi di misto. Riesco ad immaginare il mio respiro sotto sforzo mentre sposto il mio equilibrio ascoltando prese incerte. Posso sostenere quella sensazione di “nulla” per un po’, ma quella parete è troppo grande perchè riesca a contenerla tutta. Se cedo mentalmente e parto in pendolo i miei ottanta chili strapperanno ogni cosa: un tripudio di corde che cantano, roccia che crolla e birilli che sbattono. Bruna dopo l’Eghen è stata chiara “Fai quello che vuoi, ma dai retta sempre e solo alla tua pancia”. Alzo la testa un’altra volta e respiro. In questo campionato ogni dubbio è una sola certezza: non posso cominciare quello che non sono pronto a finire.

“Ivy!! Io questo giro lo passo!” “Non sali?” “No” “Sicuro?” “Sicuro!” “Okay”. Fine della questione. In cuor mio ho solo il timore che, comunque vada, mi pentirò della mia scelta. Gianka, ghigno alla Clint Eastwood, mi strizza l’occhio e parte. Giancarlo Bolis ha 70 anni: se Ivan è una farfalla Gianka è un rinoceronte da combattimento. Protestando in bergamasco si alza con malizia e mestiere da fuoriclasse. Questi due insieme hanno più del triplo dei miei anni, ma la distanza che ci separa è incalcolabile.

Nel passaggio chiave del primo tiro Gianka si ingarella a sbalzo protestando perchè non riesce a risolvere. Poi allunga una mano e si mette a ridere, si punta e finalmente si alza: “Biri, non riuscivo a trovare il modo di passare e sai cosa ho trovato? Quel figun lassù, oltre lo strapiombo, ha scavato nella terra una fessurina per le dita e si è tirato su!” Fantascienza pensare di riuscire a gestire di testa una cosa simile con i piedi sul marcio e dieci metri di corda alle spalle. Con il culo a terra me ne sto con il naso all’insù come una cintura bianca nel Dojo della Tradizione.

Giancarlo raggiunge Ivan e con un breve tiro intermedio sono alla base del diedro. Dove io ipotizzavo tre dispendiosi tiri ne hanno fatti solo due, se avessimo avuto le corde da 60 Ivan sarebbe arrivato diretto al diedro. “Devi farne di strada Birillo se vuoi vedere quanto è grande il mondo”. Canticchio…

Quando Ivan attacca il diedro mi tranquillizzo un po’. La roccia finalmente è buona, posso rilassarmi e studiare meglio i suoi movimenti. Si alza, si ferma, piazza un friend, lo rinforza con un secondo, poi disarrampica fino al friend precedente e lo recupera. Poi risale e ripete di nuovo il tutto. Sembra di guardare Al Pacino nel celebre discorso di “Ogni maledetta domenica”: i centimetri che gli servono sono ovunque e lui li raccoglie tutti per salire un centimetro alla volta. Il diedro è nel suo passaggio più strapiombante. Ivan incastrato d’anca, un braccio verticale sopra la testa, una gamba in asse a rana e l’altra in spaccata a controbilanciare, una mano all’imbrago per staccare un friend: “Qui sarà una bella faticaccia” sogghigna divertito.

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“Devi farne di strada Birillo se vuoi vedere quanto è grande il mondo”. Finalmente Ivan è in cima, accanto a quella grande roccia che dal basso mi sembrava la testa di un serpente o di un drago. Kundalini ha fatto ancora una volta la sua magia ed è scivolato tra le difficoltà con apparente semplicità. Gianka inizia a salire, la roccia è buona e quindi Ivan si prende il lusso di infastidirlo facendogli scherzi dall’alto. Nel cuore dello strapiombo però si ferma: “Ivan! Aspetta che devo mollare giù due scaglie. Biriz! Arriva qualcuno?” Io guardo il canale sgombro e do l’okay. Due bombe fiondano giù verticali verticali nel vuoto schiantandosi appena sopra l’attacco iniziale. Roccia sana con eccezioni…

Mi alzo sopra un pilastro che fronteggia la parete in modo da riuscire a parlargli: “Biriz! Se unisco le due corde posso recuperarti e provi il diedro! Dai dai! Non supera l’ottavo”. …anche no, grazie! Poi i due, nonostante qualche manovra decisamente alla moda vecchia, in un paio di doppie scendono finalmente a terra. Dalla base del diedro al prato sono esattamente 50 metri (fortunatamente!)

Questa è la terza volta che do forfait arrampicando con Ivan. Ovviamente ogni volta eravamo in tre o quattro e la situazione permetteva un call-out: purtroppo quando tocca ballare si balla e basta. Tuttavia, a differenza delle altre volte, sono quasi contento: oltre ad essermi evitato una buona dose di strizza ho potuto osservare uno spettacolo straordinario. A saperlo avrei portato la macchina fotografica con il teleobbiettivo, tuttavia spero che queste foto possano bastare per testimoniare qualcosa che sfiora l’arte.

Cimitero di Lumachine non è il nome della via, è una frase di Ivan quando salendo ha trovato una nicchia piena di gusci vuoti. Visto che in tre ore e mezza è stato salito in trad a vista da una coppia di ultra sessantenni credo che per rispetto tutto il torrione sia da considerarsi ora NoSpitZone.

Davide “Birillo” Valsecchi

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