Moregallo Live and Let Die

dscf6181Alle otto, come ogni stramaledetta domenica mattina, la mia vicina ha cominciato a berciare contro i suoi figli. Più o meno nello stesso istante Bruna ha cominciato a darmi gomitate nelle costole cercando di zittire le “madonne” con cui facevo eco alla vicina. Ormai svegli abbiamo scoperto che il sole era finalmente, ed inaspettatamente tornato: il che era una fortuna visto che a Valmadrera si festeggiava la giornata “Vivi il Moregallo”. Ci siamo fatti un caffè ed un’interminabile colazione. Bruna, per via del piede, ancora non può affrontare una salita alla cima, così si è preparata per un’oretta di riabilitazione in palestra. Io invece ho infilato le mie FiveTen nuove di pacca e sono partito per un saluto a quelli in vetta.

Quasi di corsa sono arrivato a Sambrosera: c’era un sacco di gente sul sentiero e qualcuno, visto che ormai erano già le undici, scendeva dalla cima con la classica maglietta ricordo. Per far prima ho scelto il percorso più diretto e meno affollato infilandomi diretto nel canalone Belasa. Volevo arrivare in cima in fretta, salutare il “Perru” e tutti gli altri prima di tornare di corsa a casa da Bruna. Un piano semplice, lineare diretto.”Sì, però, che noia: quante volte l’hai già fatto il Belasa negli ultimi due mesi?” In effetti quando lavoravo a Bergamo, con le giornate più lunghe, lo percorrevo a giorni alterni prima di cena…

Così, consapevole che questo avrebbe stravolto ogni piano e proposito, ho messo un piede fuori del sentiero deviando verso sinistra oltre l’orizzonte della collina. Speravo di scoprire qualcosa di nuovo, di affascinante, ma ero anche consapevole che probabilmente avrei trovato solo bosco e rovi. Ero abbastanza rassegnato e, forse anche per questo, le mie aspettative sono state stravolte e superate.

“Che spettacolo!” Davanti a me ho una specie di via di mezzo tra una piccola “Crestina Osa” ancora selvatica ed un mini “Grissino”. Attacco di lato e mi alzo di qualche metro cercando di capire la roccia. Le difficoltà contenute e la possibilità di uscire di lato su solide piante rendono quella cresta un regalo inaspettato: il luogo ideale dove poter condurre qualche esperimento in solitaria. Ma non oggi, serve di certo qualche chiodo ed una buona dose di pazienza per rimontare questo lungo tiro nascosto nel bosco.

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Potrei accontentarmi ma vien voglia di salire, così mi infilo in un canale/camino lì affianco puntando ad raggiungere l’uscita della guglia. La terra è nera e gonfia di acqua: il peggio! C’è umidità che cola, la terra cede sotto il peso ed i sassi ballano. Dovrei lasciar perdere ma insisto appeso agli arbusti. Mi piazzo di traverso, seduto sul tallone sono in una strana posizione a metà tra il salto dell’ostacolista e la spaccata: un piede su roccia bagnata e l’altro su terra nera. Mi viene un po’ da ridere: “Quando c’è da seguire Ivan con una corda dall’alto ti tiri indietro facendo la figura del pollo, poi slegato ti infili in questi casini… no, no, proprio bravo Birillo!” Mi allungo ed affero una pianticella, sposto il peso ed inizio a gradinare con la punta delle scarpe nuove. “E vai! Sempre meglio Birillo! Gigi che Sbatta è sul granito a provare un 7b trad circondato da tre affascinanti ragazze mentre tu, che un 7b manco con le Jumar, sei qui a ravanare in mezzo allo schifo. Già, già, proprio bravo Birillo!”

Butto via la testa: ho speso una fortuna per un paio di picche piolet da usare in queste “ravate dry-tool” e mai uno straccio di volta che le abbia con me quando mi servono!! Poi, con un elegante spaccata in aderenza erborea afferro il tronco di una pianta e mi tiro sù: “Vetta!”. Assesto un poderoso calcio alla sommità del pilastro e, visto che non è venuta a basso, ci rimonto sopra. Finalmente in cima mi gusto l’inconsueto punto di vista sulle guglie del Moregallo dimenticando tutte le incertezze del canale!!

“Davvero bello. Ed ora? Come si scende?” La vegetazione nasconde la verticalità che mi circonda rendendo insidiose le mie scelte. Posso insistere salendo ma rischierei di impegnare tutta la giornata cercando un’uscita in quel labirinto verticale. Se invece cerco un’uscita laterale devo fare attenzione a non passare di sotto infilandomi in qualche canale munito di salto finale. “Brillo, qui finisce che per scendere ti tocca appenderti alle stringhe delle scarpe. Che poi morire durante il “Vivi il Moregallo” sarebbe davvero di pessimo gusto!”

Fortunatamente la soluzione si dimostra molto più facile del previsto e, seguendo una comoda cengia, riesco a riabbassarmi in un bosco altrettanto pieno di piacevoli sorprese. Dopo una strepitosa placca con pianta mi ritrovo in un anfiteatro di roccia. “Porca vacca! Qui c’è da fare per tre inverni di fila!!” Tutta roba selvatica ed hard-core, vegetazione e sassi instabili, diedri e canali sporchi: se apri gli occhi e guardi bene sembra di essere nel cuore di una di quelle montagne famose, di quelle che spaventano gli alpinisti più eroici. Accidenti che posto!

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Studio eccitato le linee di affascinanti monotiri privi di senso e dignità quando tra le piante appare la grande parete grigia.“BAAAM! Quella non è uno dei miei giochi! Quella è roba seria!” Una spaccatura/diedro che attraversa, che sembra sfuggire tra lo zoccolo verticale e la strapiombante parete compatta. Rimonto un muretto erboso allungandomi verso la roccia: “Sorpresa, una catenella attaccata ad una clessidra” La scoperta aumenta la mia eccitazione: “Qualcuno è stato qui, qualcuno ha avuto la mia stessa idea!” Mi alzo nel diedro canale seguendo la catenalla fino alla base della parete. Vedo un chiodo rosso all’uscita dell’avvolgente semi-camino iniziale. “Ma gli altri?” Guardo e cerco ma non vedo altri chiodi o altri segni. “Bisogna chiedere, bisogna scoprire!”

Il vociare dal bosco si fa più intenso. Un papà prende in giro il figlio chiedendogli quanto manchi al rifugio. Escursionisti felici risalgono da Sambrosera. Sono tutti molto lontani, giù sul sentiero nella valle, ma la loro voce rimbalza ovunque. Vorrei rimontare il canale dove una promettente pianta si staglia sull’azzurro ma, senza corda, ho paura di dare inizio ad una nuova infinita perigrinazione: “Tanto torniamo!”

Mi riabbasso alla base del canale cercando una comoda via di ritorno: non voglio lasciare Bruna a casa tutta sola e le tre ore che mi sono concesso stanno per scadere. Curiosamente mi imbatto in qualcosa di inaspettato: la testa arrugginita e dimenticata di un piccone. Le possibilità che vi sia una cosa simile in un posto come quello sono scarse quasi quanto le possibilità che io, in tutto il bosco, riesca a trovarla: cose strane che mi succedono alle volte. A caval donato non si guarda in bocca e così me lo sono preso e portato a casa: un’altro cimelio!

Prima di addentrarmi nel bosco un ultimo regalo: una crestina Osa in miniatura che a stento emerge tra le piante. Spettacolo!

Davide “Birillo” Valsecchi

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Nota: Mi spiace di non essere arrivato in cima al Moregallo per salutare gli amici. Spero non me ne vogliate troppo e che le foto possano compensare la mia mancanza. Se poi si riuscisse a far saltare fuori una maglia commemorativa anche per me non sarebbe affatto male 🙂

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