Se bruciasse la città

ponteEro appena uscito dalla doccia dopo essere rientrato in casa. Io e Sguero avevamo ingollato quasi un litro di birra a testa diluendo la tensione per una giornata trascorsa arrampicando su una delle nostre terrificanti e pericolose creste rotte. “Per quatto giorni voglio starmene avvolpacchiato sul divano con Bruna: io non ci vengo là in alto! Quest’ultimo tiro io lo salto!” Avevo detto ad Ivan quando, per scaramanzia, non avvo risalito l’ultimo tiro di corda sull’agghiacciante pilastro finale.

Al cellulare Ivan mi invia una foto buffa con una zucca di plastica: “Perché quando sei sbronzo di birra e fatica anche i biscotti ai cereali vanno bene!!”. Accendo il computer, la musica e curioso un po’ su internet. Poi un’immagine inizia a ripertesi con frequenza: “Crollo ad Annone Ponte SS36”. In mutande ed accappatoio inizio ad analizzare la faccenda indiviuando tre testate giornalistiche on line che parlano dell’accaduto. Sono quasi le sei ed il crollo pare avvenuto alle cinque e mezza: “Accidenti”.

Prendo il telefono e chiamo Bruna per informarla dell’accaduto visto che fa quella strada tutti i giorni a quell’ora. Il telefono squilla senza risposta. Chiamo mio padre, mi risponde la Cesy. Li informo dell’accaduto ma fortunatamente sono tutti a casa. Riprovo Bruna ma ancora nulla. Inizio a catalogare le foto on line studiano la scena dell’incidente ed individuando i veicoli coinvolti. Un camion riverso, un’auto bianca in bilico, una bianca schiacciata dal ponte ed una rossa colpita dal camion, un piccolo Suv blu caduto dall’alto. Cerco altre foto e studio le frammentarie informazioni che emergono dal web: sono trascorsi 30/40 minuti dall’incidente, le informazioni imprecise iniziano a mischiarsi a quelle sbagliate e contradditorie.

Richiamo Bruna ma ancora nulla. Apro Internet e cerco il numero della struttura sanitaria in cui lavora. “Buongiorno, sto cercando la Dottoressa Galli”. Chiedo formale ed anonimo. ”Mi spiace, ma è già uscita”. Mi risponde una voce femminile. ”Potrebbe dirmi gentilmente da quanto tempo?” “Scusi ma chi parla?” Giustamente fa resistenza. Cambio tattica “Sono il marito: è crollato un ponte, sto cercando Bruna e visto che non mi risponde voglio sapere quando è partita”. “Un’oretta fa credo” mi dice ora un po’ agitata ”ma non ero qui quando è uscita” “Grazie, le farò sapere” “Sì sì, per favore ci richiami”.

Faccio un po’ di conti ma i risultati sono inquietanti e troppo stretti per i miei gusti. Riprovo al cellulare ma ancora nulla. Per qualche istante osservo in silenzio la tastiera. La birra e le risate sono un ricordo lontano mentre continuo ad incastrare i pensieri ed infiniti scenari possibili. “Perchè Bruna non risponde?”

Per avere altre informazioni devo attendere, forse qualche ora, lasciando che la paura mi consumi. Non sono un uomo forte, un uomo coraggioso: la paura ha la forza di strangolarmi il respiro e soffocarmi il cuore. Sono un’uomo debole che può solo affrontare le proprie paure: “Preparati”.

Mi vesto: jean, maglione pesante e scarpe da trecking. Apro GoogleMaps e studio le strade: devo riuscire ad avvicinarmi senza rimanere incastrato nelle code e senza intralciare i soccorsi. Potrei aggirare ad Est il lago di Annone ma il ponte era uno snodo nevralgico per le stradine: tutto sarà bloccato da quell parte. La superstrada sarà anche peggio e probabilmente la coda avrà già riempito la galleria del Barro. “Chi non ha la testa usi le gambe”. Con il Subaru percorro stradine secondarie fino a Civate, passo il ponte sulla super e parcheggio all’imbarcadero di via Isella. Poi parto a piedi lungo la ciclabile. Il sole comincia a tramontare e la luce si fa scura nei fari delle macchine incolonnate sulla superstrada. Occhio e croce sono 4 o 5 chilometri, un giro del lago del Segrino. Spingo sulle gambe senza correre: tempo stimato 35/40 minuti, accettabile in quel caos congestionato.

Riprovo a chiamare ma suona sempre a vuoto. Non ho idea dove stia suonando e mi terrorizza il pensiero che quei continui squilli possano dare fastidio a qualche “impegnato” sconosciuto. Continuo a camminare e a pensare. Ogni quattro passi ventilo per dare ossigeno all’ansia. Le possibilità che il ponte l’abbia centrata sono poche ma è soprattutto una considerazione egoistica più che statistica: a qualcuno tocca sempre. In quel caso non potrei far nulla, sarebbe troppo colossale anche per me, potrei solo sedermi in un luogo illuminato, respirare e far capire ai presenti di aver bisogno di aiuto. Quindi scarto il caso e passo oltre mentre continuo a camminare.

Un ponte che crolla è un muro che si innalza all’improvviso in un flusso di macchine che scorre a 90/100 km orari: nelle prime foto non si vedeva nulla ma è improbabile che non ci siano altri incidenti collaterali. Forse Bruna è rimasta coinvolta, forse è semplicemente sotto schock per l’accaduto. Vorrei che fosse al sicuro, tra le macchine incolonnate, con la musica troppo alta per sentire le mie chiamata, con la suoneria ancora spenta dal lavoro, ma ormai è passato troppo tempo. Avrebbe dovuto già chiamarmi, anche solo per dirmi che era annoiata in coda. No, tutta la faccenda non quadrava e non mi restava altro che continuare a camminare ed indagare direttamente.

In lontananza vedo i primi lampeggianti blu. Ci siamo. Allungo il passo dandogli maggior cadenza, pompando aria più lentamente: non ho idea di quello che mi aspetta. Ormai è buio e lo scenario che ho davanti è di una terrificante e surreale bellezza tragica. Tra le tenebre il luogo dell’incidente è illuminato dai fari e le ombre, agghiaccianti e spaventose, brillano negli intermittenti bagliori blu. Le ruote del camion sono puntate verso il cielo mentre il ponte è ormai ridotto ad un guardrail sospeso nel vuoto. L’elicottero si alza in volo mentre sirene cantano lungo le corsie vuote. Osservo quella scena mentre la mia mente cerca di comprenderne i contorni ancorandosi disorientata ai punti fermi che riesce ad individuare. Quella scena confonde i miei pensieri: Bruna potrebbe essere laggiù, se scattassi una foto lo rimpiagerei per tutta la vita.

Immerso nel buio e nella solitudine della ciclabile supero un solitario nastro bianco e rosso che delimita l’area. Sono vestito di scuro, mi muovo in modo calmo e controllato, visibilmente consapevole dei pericoli presenti: praticamente sono invisibile.

Arrivo alla base del ponte. Un lampeggiante arancione del camion ancora lampeggia ed anche una freccia del Suv è accesa. Strano, ma ormai è trascorsa un’ora e mezza dall’incidente ed i soccorritori hanno ormai messo in sicurezza l’area. Mentre mi avvicino al Suv mi sembra di intravvedere l’adesivo dei Badgers. Il cuore schizza a mille ma provo a controllarlo. Mi avvicino abbastanza per vedere i vetri in frantumi e gli aribag esplosi. Non, non è l’adesivo della squadra e non è un Duster. Credo sia una wolgswagen o qualcosa di simile. E’ caduta dall’alto mentre il ponte è ormai orizzontale sull’asfalto. Il camion è disteso a terra occupando quasi tutte le quattro corsie. Il rimorchio è una massa indecifrabile di tubi e teloni. Lo osservo solo per gli aspetti che mi interessano. Tutto ciò che mi importa è la carreggiata che risale verso a Lecco. Sul lato a nord del ponte non vedo nulla, non vedo rottami di macchine coinvolte dal crollo: è il momento di dare un occhiata a quello che è successo a sud, dove le auto all’improvviso si sono ritrovate davanti un muro. Respiro, mi concentro e passo sotto il ponte lungo la ciclabile.

Dall’altro lato nulla rispecchia le mie aspettative. La carreggiata è deserta e solo un paio di volanti della polizia ne occupano il centro. Più dietro un paio di carro-attrezzi ed un’ambulanza ferma. Non c’è il montone di auto che mi aspettavo. Sotto il ponte un’auto bianca, un’audi o un station-wagon tedesca: è stata colpita in pieno, tutto è piegato e deformato verso il basso, le ruote sono ormai incassate nella carrozzeria ma sono ancora gonfie. Credo che solo il motore ormai si opponga al soverchiante peso del ponte. Mi avvicino al guardrail senza superarlo e guardo sotto le macerie cercando di capire se ci sono altri veicoli coinvolti. Rifaccio i conti ed individuo tutte le macchine coinvolte. “Qui Bruna non c’è, ma dove sta?” Forse è da qualche parte più a Sud: vedo solo auto ferme ed incolonnate verso la rampa d’uscita.

Il mio sopralluogo è finito: mi incammino verso sud cercando altre informazioni. Finalmente qualcuno mi nota ed un uomo con il giubbetto arancione si avvicina animatamente per allontanarmi. “Non può stare qui! Si allontani!”. Lo osservo, non è un mio nemico ma non deve ostacolarmi …ed altrettanto devo fare io. “Buonasera, sto cercando un Duster Nero, sa dirmi quali auto sono rimaste coinvolte?”. Lui si ferma e qualcosa nel suo atteggiamento cambia. “Non lo so, mi spiace, chieda a loro per certezza”. Mi indica un gruppo di carabinieri accanto ai membri dell’elisoccorso. “Grazie”. Alle mie spalle si fa avanti un ciccione affannato con un tablet in mano “Sono di Mediaset, devo parlare con un responsabile”. Il mio interlocutore lo squadra e smette di essere gentile “Lei non può stare qui! Si allontani! Torni immediatamente dietro i nastri!!”

In silenzio mi avvicino nuovamente al guardrail ed osservo. Una ragazza in lacrime, ma molto composta, parla con gli agenti. Da quel poco che riesco a sentire capisco che è una parente del poveretto nell’auto bianca. Continua a ripetere che dopo avere sentito del crollo aveva provato a chiamarlo per mezz’ora senza mai avere risposta. Non riusciva a capacitarsi di quello che era accaduto, scioccata ed incredula riusciva però a darsi un grande contegno aiutando i poliziotti perchè comunicassero nel modo migliore la notizia al resto della sua famiglia. Povera ragazza, nessuno può essere preparato ad una cosa simile e tanto inverosimile.

L’operatore dell’elisoccorso, un marcantonio con gli occhiali, era al telefono con la centrale operativa. Mi guarda ed io mi limito ad un cenno della mano aspettando in silenzio. Quando chiude la telefonata si avvicina “Scusami se ti disturbo. Sto cercando la duster nera di mia moglie. Poi dirmi se vi è un veicolo simile coinvolto?”. Insieme ricostruiamo l’elenco delle auto e fortunatamente niente Dacia. “Grazie mille, scusami ancora”. “Figurati”. Mentre mi allontano alle mie spalle appare una ragazza con un taccuino in mano mentre scarabocchia appunti “Scusi, Scusi! Può ripetermi l’elenco delle auto” Il marcantonio alza lo sguardo e chiama con un gesto un carabiniere: “Allontanate questa gente dalla ciclabile!”

Bruna non è qui, fortunatamente, ma devo ancora trovarla. Un vecchietto resta silenzioso appena oltre i nastri. Mi avvicino e comincio a parlargli chiedendogli se ci sono stati altri incidenti. Lui è uno dell’Anas, era presente al momento del crollo. Mi indica deve ha parcheggiato la sua vecchia panda. Ancora scosso dall’accaduto non riesce ad allontanarsi. La nostra conversazione è densa di lunghi silenzi, di sguardi immobili nei riflessi delle luci lampeggianti. Mi racconta di come una delle due corsie della carreggiata verso Lecco era stata chiusa e che quindi le macchine passavano incolonnate quasi a passo d’uomo: non capisco ancora perchè ci fosse una corsia chiusa ma questo finalmente spiega perchè non c’è stato un mega tamponamento a valle del ponte.

Lo ringrazio, lo saluto e provo a guardare tra le macchine incolonnate. Sarebbe interessante osservare i volti ed i pensieri di quelle persone bloccate ai margini della tragedia, ma la mia mente ancora non trova le risposte che cerca e non ho strategie per proseguire. Bruna è non qui, per lo meno questa è una rincuorante certezza. Sono le 19:10. Un’elicottero della televisione sorvola inutile e fastidioso tutta la scena. Non ha senso che resti qui oltre, devo riorganizzarmi per recuperare il Subaru.

Poi squilla il telefono: Bruna. Respiro e rispondo: “Dove sei?” “Scusami, ero in palestra per il piede. Sono uscita ora. Ho visto le tue mille chiamate: è successo qualcosa? Stai bene?” Respiro “Tutto okay, poi ti spiego con calma. Non prendere la superstrada per tornare a casa.”

Bruna ricorda di aver superato il ponte mentre era incolonnata tra i birilli. Lì per lì non ha prestato troppa attenzione alla cosa pensando fossero normali lavori stradali: era al telefono con una collega ed il registro del cellulare riporta orari preoccupantemente vicini al momento del crollo. I miei calcoli erano spaventosamente corretti ma fortunatamente il mio si è rivelato un lungo ed intenso viaggio a vuoto: la migliore delle soluzioni possibili.

Al buio, a piedi lungo i cinque chilometri della ciclabile, ho avuto modo di pensare a lungo a tutto ciò di cui incidentalmente ero stato testimone. Ho avuto un indolore assaggio di questa terribile storia e posso garantirvi che niente di quel poco che ho sperimentato può essere tollerato con indifferenza. Forse su una guglia si può essere traditi dalla roccia, ma su un’autostrada non è concepibile essere travolti da un ponte: non è accettabile, non è perdonabile.

Davide “Birillo” Valsecchi

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