Month: November 2016

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L’Asino chiama, il Tasso risponde

L’Asino chiama, il Tasso risponde

1-dscf7174E’ appollaiato sulla dodicesima cassetta impilata che mi rendo conto di quello che sto facendo. Dall’alto la colonna mi appare assolutamente inclinata, fuori controllo: fuori baricentro muovo tutto il peso fuori asse tentando di mantenerla in equilibrio. Provare ad aggiungere una cassetta ormai per me equivale a precipitare.

Per un istante mi sento come il Dottor Sam Beckett di Quantun Leap: «Che diavolo sono venuto a fare quassù? Ed ora come scendo!?»

Questo è l’annuale party degli AsenPark, l’Animal House per l’alpinismo del Lario Orientale. Ai piedi della colonna, con il naso all’insù verso un anziano Birillo incrodato sulle cassette di plastica dell’acqua minerale, c’è una platea di giovani arrampicatori, sciatori ed alpinisti. Berna ed il Tarlo ne hanno impilate venti: chissà, forse mi serviva un’altra birra per aggiungere la mia tredicesima. “Ciò che non riesce ad andare su deve per forza andare giù”. Speriamo che Gandalf tenga! Volo, la colonna crolla, cassette schizzano in ogni dove mentre resto appeso ad uno stravagante imbrago da lavoro! Accidenti! In dodici mesi è la seconda volta che volo: l’altra era sulla nord del Moregallo, ma la strizza è la stessa!

“Accidenti che agghiaccio! Andiamo a bere!”. La catarsi è compiuta, si accendono i falò, attaccano la musica e si riempiono i bicchieri: ora si inizia davvero a fare festa!   

1-dscf7217La mattina successiva è intrisa d’erba fradicia sulle pendici del Moregallo, ogni passo trasuda di quell’intruglio che è il “220”, una magica pozione composta da vino bianco, campari e gin che noi sull’Isola chiamiamo “Coppa Aurora”. Abbandoniamo il sentiero del Cinquantenario Osa per inseguire tracce ormai quasi dimenticate che si immergono sui fianchi delle valli più nascoste. “L’asino chiama ed il tasso risponde”. Lontano dagli uomini, sotto lo sguardo dei Mufloni, gli animali del Moregallo si scambiano i segreti pazientemente carpiti alla montagna selvaggia.

Vecchi casotti, scolorite indicazioni e passaggi insospettati per mille metri di dislivello fuori sentiero: gli animali dell’Isola hanno la loro arca di Noè.

Davide “Birillo” Valsecchi

La conquista del Cervino

La conquista del Cervino

dscf8868Il Cervino è una piramide strana, unica nelle Alpi. La sua cima di gneiss alta 4478 metri è sostenuta da quattro creste regolari separate da quattro pareti che dominano ghiacciai tra i più importanti delle Alpi. Visto da Zermatt, il Cervino è una splendida cima, una montagna ideale, una delle più belle apparizioni che un turista, alpinista o no, possa desiderare di vedere. A destra, la cresta di Zmutt urta in una sporgenza a forma di naso a strapiombo; a sinistra, la cresta del Furggen termina con scarpate incredibili, e queste due creste sembrano da sole riassumere tutto ciò che la natura possa offrire di grandioso ed equilibrato al tempo stesso. Bisogna poi aggiungere la cresta dell’Hörnli che sviluppa la sua architettura di precipizi su 1500 metri di altezza. Vista da Valtournanche, in Italia, la quarta cresta e la sua sporgenza, detta “della Becca”, danno alla montagna l’aspetto strano di un leone accovacciato.

Tra tutte le montagne, poche incarnano meglio l’idea di una cima inaccessibile ed ostile la cui vista soltanto basta a scoraggiare i più audaci. Per molto tempo guide di Zermatt, guide del Breuil, viaggiatori, alpinisti attraversavano il colle del Théodule, a piedi dalla cresta del Furggen senza immaginare che sarebbe venuto il giorno in cui un uomo avrebbe potuto vincere quella terribile cima.

Quest’uomo fu Edoardo Whymper. Nel 1860 questo giovane inglese era una disegnatore sconosciuto. Cinque anni dopo, era divenuto il più famoso, ma il più disgraziato degli alpinisti del suo tempo. Il suo primo contatto con il Cervino decise della vita dell’artista e della sorte della montagna.

Whymper apparteneva a quella specie di uomini che in una battaglia vedono solo il successo; la montagna però non mancava di buone difese ed era così forte da poter sostenere un lungo assedio. Whymper dedica il 1860 all’esplorazione dei dintorni; la cresta italiana del Leone, la cui pendenza generale è minore, gli sembra la via più propizia per un tentativo. Fin dall’inizio del 1861, parte in compagnia di un abitante della Valtournanche, il solo che abbia potuto convincere ad un’impresa di tal genere.

Alla Cheminéé, primo serio passaggio che supera solo a prezzo di grandi difficoltà, il compagno dell’inglese si rifiuta di proseguire. La delusion è l’epilogo della prima di una lunga serie di avventure. L’anno seguente Whymper guida quattro tentativi con alterna fortuna; essi falliscono sia per il cattivo tempo o per le difficoltà, sia a causa di ciò che il tenace inglese chiama un tradimento: lo scoraggiamento dei compagni. Ma whymper progredisce sempre; egli diviene un alpinista più esperto ed impara a conoscere gli uomini che come lui hanno gli occhi rivolti alla montagna, quelli che saranno i suoi alleati o i suoi nemici.

Tra essi si trova Jean-Antoine Carrel, guida della Valtournanche, montanaro perfetto, scalatore audace, nobile cavaliere delle Alpi, e che considera Whymper uno straniero senza alcun diritto sul cervino, su quella montagna, cioè, elevata da Dio in fondo alla Valtournanche per essere conquistata da un italiano. Carrel diffida l’usurpatore, mentre l’inglese non è meno irritato dalle inesattezze e dalle fantasie del montanaro.

La loro rivalità, tuttavia, non esclude l’amicizia e la stima, e i due hanno in comune la stessa tenacia e la stessa certezza nella vittoria finale. In Valtournanche, Whymper aveva un altro amico nella guida Luc Meynet, il quale, nonostante la sua disgrazia – era gobbo -, lo aiutò e lo seguì con coraggio e bravura, non alla ricerca della gloria, ma solo della soddisfazione di avere dato un valido contributo.

Con lui Whymper effettuò parecchi tentativi che non ebbero maggior successo dei precedenti e che furono anche superati da quello di Tyndall, nel 1862. Nel 1863 e 1864, l’inglese diede la misura della sua coraggiosa ostinazione accingendosi a nuovi tentativi. Nel frattempo, Whymper aveva trionfato in numerose ascensioni e dopo aver scalato gli Ecrins e l’Aiguille d’Argentières, attraversato il colle del Dolent e il Moming Pass, egli si unisce alla più celebre guida del momento, Michel Croz, nativo di Argentières, l’uomo dal cuore di leone, famoso per la sua forza ed il suo ardore. Nel mese di luglio del 1865, mentre le nevi si sciolgono ancora sulla montagna, tutto è pronto per l’ultimo atto. Whymper ha appena compiuto un tentativo in compagnia di Croz, di Biener, e di Almer ed è convinto di una cosa: per la sua forma, la sua struttura, la cresta dell’Hörnli è la via migliore. Ma se Michel Croz ha un impegno a Chamonix, ove Whymper lo segue. Separato dalla sua guida favorita, Whymper effettua la prima ascensione dell’Aiguille Verte, che aumenta la sua fama.

Appena ottenuto questo successo, decide di ripartire per Zermatt e il Cervino, dove lo attende una delusione: Biener e Almer rifiutano di partecipare ad un tentativo. Whymper riesce ancora una volta a convincere Carrel, ma il suo vecchio rivale non è affatto entusiasta nella scelta di una strada che non è situata in territorio italiano. All’ultimo momento, Carrel adduce impegni precedenti e Whymper si trova solo, senza una guida del Breuil da poter ingaggiare.

Una luce di speranza subentra alla sua collera quando espone i suoi progetti a Lord Francis Douglas, che è appena arrivato con Taugwalder figlio. Decidono di recarsi a Zermatt, dove si assicurano i servizi di Taugwalder padre, partigiano dichiarato della cresta est. La speranza cede il posto all’impazienza allorchè Hodson, Hadow e Michel Croz, al ritorno da Chamonix accettano di unirsi alla compagnia. L’indomani, sette uomini decisi partono per il Cervino. Bisogna fare presto, perchè, dall’altra parte della montagna, Carrel e i suoi compagni sono già in cammino. Michel Croz e il vecchio Taugwalder sono montanari di eccezione, il reverendo Hudson ha già scalato il Monte Bianco ed il Monte Rosa in un tempo notevole, Douglas e Hadow sono robusti giovanotti di diciannove anni e Whymper ha già trascorso più di dieci notti su quella terribile montagna. La sera stessa, essi hanno già piantato un campo verso i 3350 metri ai piedi della cresta e passano la sera cantando. L’indomani, approfittando del bel tempo per accelerare l’andatura.

Sotto la guida di Michel Croz, le difficoltà non li arrestano. D’altra parte, come era previsto, nessun serio ostacolo si presenta lungo questa scala gigantesca, e, prima di dieci ore, la comitiva arriva verso i 4250 metri. Più avanti, bisogna guadagnare la Spalla con una scalata più ripida e una lunga traversata sulle rocce ghiacciate delle parete nord. E’ cosa da poco per l’abilità di Michel Croz e, alcune ore più tardi, essi calcano da vincitori l’ultima cresta e la neve della cima. Whymper e Croz vi arrivano insieme; la cima è conquistata molto più facilmente di quanto avessero immaginato. Ma sono i primi?

Divorato dall’impazienza, Whymper corre sulla cresta, soddisfatto di non notarvi alcuna traccia. Si china sull’abisso e lungo il pendio del versante italiano scorge gli uomini di Carrel. Grida, gesti, il fracasso di blocchi di roccia che vengono precipitati nel vuoto, lasciano capire a coloro che stanno salendo di aver perso la partita. La vittoria di Whymper e dei suoi compagni è ancora più completa di quanto si potesse sperare. Ognuno dà libero sfogo alla propria gioia. Con la camicia Michel Croz fa una bandiera che fissa ad un picchetto da tenda. A Zermat e al Breuil, la popolazione in delirio si prepara a festeggiare i vincitori. Per un’ora, essi si abbandonano al trionfo, assaporando l’ora più bella della loro esistenza. Infine, iniziano la discesa e, poco prima dei passaggi difficile della parte nord, si legano in cordata.

Ma il destino detesta gli eccessi di gloria: pochi istanti dopo si verificherà uno dei drammi più terribile dell’alpinismo.

Hadow fa un passo falso, Croz è rovesciato. Hudson e Douglas, tirati dalla corda, scivolano nell’abisso. Terrorizzati gli altri tre scalatori si aggrappano alla montagna e stringono la corda, che per una brusca scossa si rompe mentre i quattro infortunati precipitano nel ghiacciaio del Cervino, 1500 metri più in basso.

Il turista che percorre la valle del Viège non manchi di visitare il cimitero di Zermatt, dove la storia della conquista del Cervino è scritta in tutta la sua gloria ed in tutto il suoi dolore.

Tormentato, in preda al rimorso, Whymper devo affrontare il terribile problema morale che gli impone la morte dei compagni. Egli si dedicherà in seguito alle ascensioni extraeuropee e tornerà soltanto molti anni dopo sui luoghi dell’avventura che segnò così tragicamente le ore della sua giovinezza.

Tre giorni dopo Whymper, Carrel raggiungeva la cima. Ma nell’ombra del dramma la sua vittoria gli sembrò amara. Da allora sono state scalate tutte le altre creste e tutte le altre pareti, ma il Cervino resta sempre l’emblema del mistero e, per chi vede le nubi lungo i suoi fianchi, i suoi crepacci e le sue brecce, è assolutamente impossibile dimenticare il dramma della prima conquista.

Silvio Saglio

Enciclopedia “La Montagna” 1962

    

I ragazzi del ’68

I ragazzi del ’68

Gino Soldà (a sinistra), Walter Bonatti e Severino Casara, Schio, 18 aprile 1962.

Nella foto, scattata a Schio nel 18 aprile 1962, appaiono da sinistra Gino Soldà, Walter Bonatti e Severino Casara. Questa foto proviene dal blog di Alessandro Gogna mentre il testo che segue è tratto da una rivista alpinistica del gennaio 1968, “Rassegna Alpina”, ed è parte di un intervista a Severino Casara, un tra i più celebri registi di montagna dell’epoca, dopo la proiezione di un documentario su Paul Preuss ad una platea di giovani. Rileggere questo testo, a distanza di quasi 50 anni è assolutamente intrigante: alcune riflessioni appaiono tutt’oggi moderne e decisamente rivoluzionarie! Le parole di Casara sembrano mostrarci gli istanti che hanno preceduto l’alba del Nuovo Mattino:

Che la rivelazione della vita di Preuss avesse un’importanza fondamentale nella storia dell’alpinismo, non v’era dubbio, ma mi stupiva il fatto che proprio i giovani e i giovanissimi fossero stati i prima ad intuirla. Davanti a tale affluenza di giovani, mi sentii come un decrepito matusa, tanto che la prima sera stentai ad aprir bocca. I loro occhi vivi puntati su di me parevano frecce scagliate contro chi osava tirar fuori dal dimenticatoio di mezzo secolo fa la storia di un uomo, autentico per eccellenza all’evoluzione del così detto alpinismo moderno; contro chi, in un’epoca così dinamica e violenta andava a rievocare un clima sereno, cavalleresco, aristocratico, pieno di sentimento, educazione, cortesia, fraternità e abnegazione, sublimate dalla modestia, dalla squisitezza di animo e da una sensibilità artistica superiore. Tutte espressioni appartenenti al vocabolario alpinistico dei nostri nonni, e che l’attuale aveva bruciate, sostituendole con quelle della lotta al monte senza quartiere, della forza e della velocità, della violenza con ogni mezzo e del primato ad ogni costo. Terminologia grossolana derivata dalla guerra, introdotta dallo sport e bene alimentata dal clima delle macchine, del cemento e della pubblicità. Ma con il sole, per fortuna, ogni giorno madre natura fa nascere creature umane dotate di intelletto e sentimento, capaci di opporsi ad ogni deleteria influenza e aprire l’occhio profondo dell’anima per comprendere la vera bellezza che le circonda.

[…] Tutto è operazione: operazione roccia, operazione ghiaccio, operazione sci, operazione chiodi e attrezzature multiple, operazione salvataggio, e tutto è valutato in cifre. Cifre sui gradi di difficoltà, sulla velocità impiegata, sul numero di chiodi, sul peso del materiale, sulla lunghezza del percorso, aride espressioni che meglio non possono spiegare l’altrettanto arido valore di tali prestazioni “I pali della cuccagna di Ruskin sono diventati la più amara realtà”.

[…] Una scalata artificiale su uno dei torrioni dell’Hoggar, e un’altra sulla più violentata parete delle Alpi, la nord della Cima Grande di Lavaredo. Roba da matti! Sembravano due film pubblicitari di un’impresa edile specializzata! Mi chiedete la differenza tra l’alpinismo di Preuss e la moderna scalata artificiale. Secondo me, che ho fatto pure il sesto grado, quello alla Comici, alla Carlesso, alla Cassin, dove solo in alcuni punti si forzava il passaggio proibito coi chiedi, e il resto si faceva in libera, non quello di oggi dove la roccia non si tocca più, sempre appesi alle staffe e ai chiodi piantati ad ogni mezzo metro, e molti dei quali ad espansione, vi posso dire che l’arrampicata presentava un particolare fascino, benchè evidentemente apparisse più un impresa acrobatica e sportiva che un’ascensione alpinistica. Abituato a salire in libera mi accorsi subito che tali scalate artificiali se riuscivano a superare passaggi impossibili, eliminavano però quasi del tutto il rischio, che invece le arrampicate libere comportavano di continuo. Schiavi di corde e chiodi il procedere era greve, sempre assillato dalla ricerca di una fessura o di un buco per innestarvi il ferro, che in definitiva doveva tramutarsi in appiglio o appoggio, trasformando la conformazione naturale della parete.

[…] Non vorrei dirlo, ma lo sento. Per me, sulla roccia, l’arrampicata libera è la fiamma, quella artificiale è la cenere. La stessa differenza che passa tra un sonetto di Petrarca e la macchina che lo ha stampato, un dipinto di Raffaello e la tavolozza che ha fornito i colori. Nell’arrampicata libera il rischio, anche se ridotto dalla sicurezza, dà all’azione l’alito che la ravviva e la fa trascendere nel clima dell’arte, del sublime e dell’eroico. In quella artificiale il rischio è ormai è ridotto a zero, per non dire eliminato. Preuss disse in proposito: “Se cadi è la fine” è ben diverso da “se cadi, cadi uno o due metri e rimani appeso ai chiodi”. Basta tale rilievo per comprendere l’alto livello etico ed imparagonabile dell’arrampicata libera.

[…] Proprio recentemente due grandi alpinisti, che si dilettarono anche a compiere imprese eccezionali coi mezzi artificiali, i miei cari amici Steger e Carlesso, si incontrarono. E poichè Carlesso, ultracinquantenne, continua a compiere scalate in artificiale, Steger chiese: “Perchè ti ostini sul sesto grado? Ormai dovresti mollare!”. Al che, Carlesso risponde: “Caro mio, continuo fin che posso a fare il sesto grado, perchè ho paura del quarto!” Risposta quanto mai eloquente che da sè dice tutto.

Severino Casara
Testo tratto dall’intervista dopo la conferenza:
I giovani d’oggi e la concezione alpinistica di Preuss
Pubblicazione originale: “Rassegna Alpina“,  Febbraio 1968
Biblioteca Canova, Cima-Asso.it

Spit: Sì o No?

Spit: Sì o No?

spitGiugno 1989 – C’è un argomento che secondo me immeritatamente non ha trovato ancora spazio in questa rubrica ambientale, ed è altresì un argomento che, se non avessi una visione un pò ampia delle cose, mi farebbe sentire vecchio, superato dagli eventi. L’argomento è l’uso degli spit per l’assicurazione in montagna. Un tempo (non parlo più di vent’anni fà) l’uso dei chiodi a pressione o ad espansione dove la parete non consentiva naturalmente l’uso di chiodi o cunei era fonte di vibrate proteste, nonché vivaci dibattiti. Sono passati gli anni, sono arrivati il Nuovo Mattino, la nouvelle vague dell’alpinismo, il free climbing, sono ricomparsi aggiornati e in forze i chiodi ad espansione, ora ribattezzati con anglofila “spit”. E nessuno più reclama. Tutto va bene. Ma sarà poi vero? Se invece di vedere un progresso, un’auspicata apertura mentale, tentassimo un’interpretazione controcorrente? Vediamo un po’.

Io credo fermamente che l’uso di spit per aprire vie in montagna (dal basso o dall’alto non importa) sia una nefandezza, rientri perfettamente nella visione antropocentrica che domina la nostra società e che ci porta a rapidi passi verso l’annientamento. Ho detto una dabbedaggine? Non credo. Vediamo meglio. Da quanto si capisce, l’uso degli spit è “giustificato” dal fatto che altrimenti un certo passaggio sarebbe impossibile o troppo pericoloso, una certa via non sarebbe fattibile. Il ragionamento esplicito che presiede l’azione di chi pianta lo spit è all’incirca questo: “uso lo spit perchè altrimenti non passo”, oppure “uso lo spit perchè se cado mi ammazzo”. Il ragionamento implicito lo si potrebbe invece così tradurre: “pianto lo spit perchè DEVO passare, perchè IO sono più forte della montagna”. Orbene permettetemi di vedere in questo atteggiamento mentale lo stesso fanatismo che presiede all’opera dell’uomo moderno, soprattutto dal 1600 in poi: il segno dell’onnipotenza del’uomo, il segno che tutto all’uomo è permesso, che non vi possono essere limiti alla sua azione, che le sue sorti non possono che essere “magnifiche e progressive”.

Non è un paradosso se affermo che nell’insano gesto della perforazione della parete vedo la stessa logica di chi mi dice che bisogna costruire strade e funivie perchè tutti possano così godere della montagna. Vi è la stessa, identica non-coscienza del limite. Del limite che l’uomo ha, o per lo meno, deve riconoscere per non estinguersi. Vi è la stessa amoralità, nel senso proprio di assenza di qualsiasi morale. Non credo che il mio sia fanatismo. Un’impostazione mentale è da condannare per quella che è, non per i danni, piccoli o grandi che essa produce. Anzi, forse il modo di porsi del free climber è ancor più da condannare perchè in odore di ipocrisia. Già perchè spaccia la propria azione per “free”: libera. Ma libera da cosa? Già solo perchè fora la roccia per poi spesso chiamare le vie, i settori, le pareti con nomi di dei. Che bestemmia! Farebbero meglio a ricordare che nell’antica Grecia gli uomini credevano nell’Ubris, nel limite che si poteva sorpassare senza incorrere nelle ire della divinità. Farebbe meglio a leggere/rileggere la storia dell’umanità ed a trarne le adeguate conseguenze, anziché riempirsi la bocca di false libertà, ed impugnare con le mani veri perforatori.

Potevo evitare di mandare questo intervento, sapendo che di tutti quelli che lo leggeranno il 99,9% la penserà diversamente da me. Va bene, sono pronto a sentirmi dire che “la vita umana non ha prezzo”, a sentirmi dare del “folle ambientalista”, a sentire bollare le mie parole come “discorso di retroguardia che nega progressi della tecnica”. Lapidatemi pure. A me basterà aver fatto pensare anche uno solo alla bellezza dell’umiltà. Aver fatto assaporare anche ad uno solo l’idea che esiste una parete impossibile, un luogo incontaminato.

Fabio Balocco



Questa riflessione è stata pubblicata nel Giugno 1989 nella rubrica “Lettere dei Lettori” de “La Rivista del Club Alpino Italiano”. Nonostante siano trascorsi quasi trent’anni io trovo conservi un’attualità straordinaria, forse anche più impellente di quanto lo fosse allora. Facendo qualche piccola ricerca ho scoperto che Fabio Balocco, all’epoca un lettore trentenne, oggi è un avvocato ed un noto giornalista impegnato in temi ambientali per quotidiani nazionali (ilfattoquotidiano.it/blog/fbalocco/).

In particolare mi ha colpito perchè questo Sabato, 3 Dicembre 2016, verrà a Valmadrera Alessandro Gogna per ri-presentare il suo celebre libro “Cento Nuovi Mattini”: la storica raccolta delle vie più significative per l’arrampicata degli anni ’70. Gogna sarà accompagnato da molti dei protagonisti di quel periodo che vissero gli ideali del Nuovo Mattino, ideali che furono tracciati dalla sensibilità di Gian Piero Motti, grazie anche all’incontro ed all’amicizia con l’inglese Mike Kosterlitz, eccezionale alpinista ed oggi noto anche per il Premio Nobel per la Fisica ricevuto quest’anno (…ad ulteriore conferma di quanto acume e vivacità intellettuale abbiano sempre accompagnato tanto l’alpinismo quanto l’arrampicata nelle sue evoluzioni più importanti).

«Dedico questo libro ai dirupi, risalti, burroni, falesie, canyon, e a tutte le strutture di fondovalle nella speranza che la follia “costruttiva” dell’uomo non perseveri in un’opera di aggressione e distruzione moralmente ed ecologicamente inaccettabile»

Questa era la dedica originale del libro di Gogna: sabato vorrei capire, magari chiedendo direttamente ai protagonisti, come riescono oggi a conciliare gli ideali del Nuovo Mattino con la sistematica richiodatura a “spit” delle falesie (spesso anche di importanti vie “classiche”) che dilaga negli ultimi anni. Una “campagna militare” che in virtù di obbiettivi dichiaratamente “turistici” ha reso sterile la natura di quei luoghi e sopratutto mortificato l’agire umano di coloro che, con coraggio e talento, avevano realizzato quelle “prime” salite.

La scorsa settima l’astronauta Luca Parmitano, a Lecco per una conferenza sull’esplorazione spaziale, ci ha regalato un suo autografo su un’adesivo dei Badgers. “È stato detto che l’astronomia è un’esperienza di umiltà e che forma il carattere. Non c’è forse migliore dimostrazione della follia delle vanità umane che questa distante immagine del nostro minuscolo mondo.” Recita un famoso passo di Sagal. La gente crede che l’ecologia serva a salvare la Terra, ma si sbaglia: la natura, l’universo, non ha bisogno d’aiuto, l’ecologia serve a salvare l’umanità, ad impedire che la sua implicita stupidità ne soffochi creatività, genio …e futuro.

Per come la vedo io lo spit è un oggetto di carpenteria, un articolo da ferramenta, non ha la capacità di impensierire o scalfire la natura. Tuttavia possiede forza e violenza sufficiente per cancellare qualcosa di fragile come la storia, la tradizione, l’eredità e la cultura di un modo di vivere l’arrampicata e la montagna oggi quasi scomparso. Un’ottusità amorale ed opportunistica che ho il timore corrompa ogni ambito del moderno intento umano. Damnatio memoriae, forando la roccia purtroppo condanniamo, per sempre ed ingiustamente, la memoria e la testimonianza degli straordinari talenti umani che ci hanno preceduto: siamo davvero giunti a questo ultimo crepuscolo?

Davide “Birillo” Valsecchi

«Per mi en di pirla»

«Per mi en di pirla»

scalando_impossibileRecensione di Cludio Cima del 1974 per la pubblicazione del libro “7° grado – Scalando l’impossibile” di Reinhold Messner:  

Ci siamo. E’ uscito il libro, che qualora si volessero seguire le idee omicide dell’autore, garantirebbero un biglietto di andata per l’inferno (gli alpinisti sono cattivi, e altro non meritano, ve lo dico io). Che anche Reinhold sia cattivo e soprattutto lucidamente irresponsabile (mi ricorda il capitano di quella nave che spinge il vascello nell’abisso del Maelstorm, dal racconto di Edgard Allan Poe), è fuori di dubbio.

Pertanto su con le orecchie, o voi che vi accingete a leggerlo: non mettetevi in adorazioni davanti a lui, non lasciatevi travolgere dal pathos epico che lo pervade, nè tantomeno abbandonatevi a pensare ingenuamente che l’alpinismo messneriano sia alla portata di tutti! L’alpinismo di Reinhold è, per definizione, impossibile e lui, del resto, così lo qualifica. Se è impossibile, è evidentemente al di fuori della nostra portata; ergo le sue ascensioni sono riservate a lui e a pochi epigoni: gli Dei.

Ma potremmo definire Reinhold un “californiano” perchè laggiù i locali spingono le loro arrampicate al limite. C’è, però, una differenza: Reinhold non fa uso di droghe (rabbrividisco all’idea di lui imbottito di mescalina…). La sua ideologia superomistica è pericolosa, molto di più di quella degli innocui e sognanti arrampicatori della Yosimaiti (si legge così). E’ pericolosa perchè si rifà all’aspetto più inquietante di una ben definita ideologia borghese: non vi è alcuna differenza fra il significato delle sue teorie e quelle di Rudatis & C.

Non c’è nulla da stupirsi, pertanto, se egli trova ammiratori e seguaci fra i giovani alpinisti ambiziosi e capaci, che rifuggono dalle angosce della città per realizzarsi in montagna: costoro alla base della parete lasciano i chiodi in sovrappiù, e salendo trasfigurano la loro personalità, compiendo sempre delle imprese dal dubbio significato storico. Chi è Messner? E’ il loro “Vorbild”, il loro idolo, il portavoce delle loro ansie e delle loro ideologie reazionarie (il mio esempio, semmai dovessi averne uno, sarebbe invece Livanos, il cui alpinismo pacato e responsabile gli permette sempre di tornare a casa).

Ma il libro di raccontini, in cui sono illustrate le scalate più significative dell’Eroe (egli lo è più di Preuss e Comici messi assieme), è preceduto da una serie di citazioni eloquenti su cosa si intenda per SESTO GRADO. Parlano Steiner, Rudatis, Preuss, e anche uno di quei giovani che emulano Reinhold, tale Werner Munter: “Sesto (significa) eccezionale difficoltà”. “Bisogna preservare l’èlite..” fa ancora eco lo Steiner, che consacra le imprese di Messner come prestazioni superiori all’umano. Messner infatti va oltre il VI+. Piuttosto però che lui, per creare continuamente spazio e valutazione alle sue imprese, contragga le altre vie popolari, io sono pronto a caldeggiare la creazione, ad uso di questi ultràs, del VII, dell’ VIII grado etc. Così nell’VIII grado troveranno posto le imprese di Reinhold, del compianto Cozzolino, degli americani, dei francesi e anche dei Boemi.

Come le leggi newtoniane sono state superate dalle implicazioni di Riemann e di Eistein, così la limitazione proposta da Welzenbach e da Solledere è stata da tempo oltrepassata: tutt’al più possiamo riconoscere a Messner questo, prima che le sue idee agghiaccianti (vi ricordate lo spietato calcolatore HAL, in “2001/Odissea nello Spazio”?) prendano piede. E’ importante capire che oggi, più di ieri, in alpinismo non ci vogliono idee e regolamentazioni etiche generalizzanti e preimposte. Il nodo da risolvere in alpinismo, non è certo l’uso o l’abuso dei chiodi e degli altri ferri, ma bensì il significato dell’andarci sulle montagne, e sopratutto il rapporto uomo (lavoratore e alpinista) e società.

Sappiamo che l’arroganza con cui Messner propaganda le sue imprese lo ha fatto diventare celebre: ha già fatto molte vittime, aggiungiamo noi. Ed è un monito, quello che rivolgiano a tutti gli alpinisti specie se giovani e necessariamente ambiziosi… Cozzolino, Renato Reali, Angelo Ursella: per loro, purtroppo, questo monito non serve più. Sappiamo bene che le imprese di Reihnold possono suscitare negli animi di certi giovani così vulnerabili sentimenti di ammirazione e di invidia pari a quelli suscitati dai resoconti di un consumato Don Giovanni…

In conclusione: ogni alpinista deve osservare una propria etica, più o meno valida, e in tal caso criticabile. In montagna ci vada per propria soddisfazione, e tenti di portare a casa la pelle senza lasciarla in giro per non aver voluto usare qualche mezzo di sicurezza. I chiodi lasciati eventualmente in sovrappiù prima o poi saranno tolti, e del resto le montagne sono ben più salde di noi. L’operazione Messneriana è inasprita da una violenza di regime, tesa a voler plasmare a propria immagine e somiglianza l’andare in montagna delle masse: tale pretesa deve, lo ripeto, essere apertamente combattuta.

Infine, una parola sui rapporti tra Messner e Rudatis e Varale: è noto che essi hanno scritto congiuntamente un libro (uscito due anni fa fra i tipi di Longanesi), in cui sono illustrate le loro teorie sulla sportività dell’alpinismo. Questo simpatico terzetto è stato certamente patrocinatore dell’opera di “bonifica” sulle principali vie del Civetta, operata l’anno scorso (ne abbiamo già riferito in un precedente numero). Il responsabile finanziario è stato, oltre al Rudatis, Ernarni Faè e l’executive manager l’Accademico Carlo Andrich… Tale operazione criminale ha sortito vari commenti: stupisce che Lucien Devies si sia schierato a favore degli schiodatori. Il commento lapidario di Giuseppe Alippi “Det”, sconosciuta guida di Mandello, ma a ragione uno dei più forti arrampicatori italiani, è stato “Per mi en di pirla”.

La nostra recensione ha chiaramente lo scopo di mettere in guardia il lettore che magari sprovveduto o troppo incline a facili entusiami: per finire noi ci sentiamo di consigliare l’acquisto del volumetto, ma a scopo difensivo, proprio come se si acquistasse un arma. Ma attenzione, Per sparare, in caso di offesa, non bisogna rivolgere la pistola contro se stessi… L’alpinismo non è, nè deve essere, una roulette russa.

Claudio Cima
Pubblicato sul numero 43 di “Rassegna Alpina 2” nel settembre 1974.



Questo pezzo, riemerso da una rivista che ha più di quarant’anni, è assolutamente una bomba: mentre lo leggevo ero incredulo ed allo stesso tempo continuavo a rotolare rapito nella sua lettura. Mi sentivo come un bambino che alla finestra osserva i vicini litigare: ride ogni volta che si tirano un piatto ma davvero non riesce più  a capire chi abbia ragione.

Questo articolo, esplicito e diretto come mai ci aspetteremo, ci mostra gli aspetti più intensi di quel momento storico in cui il SestoGrado, inteso come limite massimo di difficoltà, stava per esplodere aprendo la scala verso l’alto così come lo conosciamo noi. Un passaggio tutt’altro che pacifico come quest’articolo (finalmente) ci mostra.

Lungi da me l’aprire bocca su una cosa simile, qui c’è da rimanere stritolati negli ingranaggi dei “massimi sistemi”. Posso solo cercare si esplorare il momento storico in cui prende forma questo scritto, che altro non è che una risposta all’altra “campana” espressa da Messner nel suo libro, leggendario ed ormai quasi introvabile. Di certo posso osservare un linguaggio ed una determinazione nel confronto che difficilmente troveremmo nelle adulclorate e plastificate pubblicazioni di oggi: di certo non gliele manda a dire!

Reinhold Messner all’epoca ha 30 anni, ha salito solo i suoi due primi 8000 ma l’apice dei suoi straordinari exploit in arrampicata (alcuni ancora oggi ragguardevoli, irripetuti e compiuti prima dell’avvento delle scarpette!) è ormai passato, purtroppo pochi anni prima ha perso il fratello e le dita dei piedi sul Nanga Parbat. In altri libri successivi sarà proprio lui ad ammettere che comprensibilmente non avrebbe più potuto arrampicare a quel livello. Tuttavia il suo sforzo per infrangere il sesto grado, la limitazione concettuale della scala di difficoltà, continua ed influenza molti dei grandi alpinisti contemporanei che si formeranno ispirandosi alle sue idee di quel periodo.

Di contro Claudio Cima è solo di qualche anno più anziano, 34 anni, ed è un forte alpinista ed arrampicatore (uno dei maggiori conoscitori delle Dolomiti) oltre che un insegnante ed un giornalista. Una figura assolutamente autorevole dell’epoca. Io avevo avuto modo di conoscerne indirettamente la fama perchè ha aperto la via “Gary Hemming al Pizzo Boga” (https://www.cima-asso.it/2016/04/gary-hemming/).

Confesso che riesce a strapparmi un sorriso quando cita “2001/Odissea nello spazio”: per loro un futuro lontano trent’anni e che per noi, oggi nel 2016, è solo un buffo passato. Quando poi cita il “Det”, beniamino e mostro sacro del Sasso Cavallo, vien giù tutto il teatro per un finale con il botto: “Per mi en di pirla”.

Rileggere queste vecchie riviste che mi sono state donate, “rileggere il passato nel suo presente”, è davvero un’esperienza strana: devi arrangiarti a capire la storia, non semplicemente accettare che te la raccontino sotto forma di lezioncina. Spero quindi che questo articolo, indipendentemente dalle vostre idee, possa avervi affascinato ed incuriosito almeno quanto ha ha fatto con me.

Davide “Birillo” Valsecchi

Sulla storiografia dell’alpinismo

Sulla storiografia dell’alpinismo

disgraziaGiovanni Rossi – Agosto 1979 – Concetti generali e fonti per la storiografia dell’alpinismo nella regione Màsino – Bregalia – Disgrazia. Le notizie storiche che in una guida alpinistica accompagnano la presentazione di una cima o di un colle, o precedono la descrizione di un itinerario, appartengono in realtà alla cronaca dell’esplorazione della montagna. E’ piuttosto la descrizione stessa dell’itinerario il risultato dell’indagine storica. Per definizione, infatti, la storia ricerca nelle azioni passate dell’uomo una risposta agli interrogativi (problemi) che sua vita attuale gli pone: in particolare è compito della storia alpinistica stabilire come, in un certo giorno, un ben determinato problema alpinistico sia stato affrontato (tentato e risolto) da una certa persona ( o cordata), mentre la cronaca di occupa (o discute dell’attendibilità) di dati quali la composizione della cordata, la data, le condizioni meteorologiche e del terreno, ecc.

La descrizione dell’itinerario contenuta in una guida alpinistica è il risultato di un’indagine rivolta ad un ripetersi di azioni alpinistiche e le successive con le eventuali varianti, fino al giorno della stesura della guida. L’azione dei (primi) salitori viene spersonalizzata, ed è effettivamente impersonale la forma più adatta a tali descrizioni: si sale per la fessura, si attraversa a destra, si supera lo strapiombo, espressioni sintetiche se sostituiscono le altre corrispondenti più complete, come: l’alpinista è salito per la fessura, ecc.

Se solo la prima ascensione e poche ripetizioni hanno un’importanza storica per l’esplorazione della montagna, tutte le salite di un certo itinerario hanno la loro (maggiore o minore) importanza per la vita della persona che le ha compiute, e quindi, se note, avrebbero un loro preciso (personale) significato per l’alpinista che si accinge a ripetere lo stesso itinerario.

Una guida alpinistica si identifica dunque con la storia dell’esplorazione di una regione alpina (esplorazione alpinistica, ossia mirante ad una conoscenza minuziosa della montagna nella sua struttura, dalle grandi linee ai dettagli di camini, diedri e pilastri di ogni singola parete). La storia dell’alpinismo nell’accezione più larga considera l’azione alpinistica passata non solo sotto l’aspetto del risultato raggiunto, ma soprattutto sotto quello dell’intenzione dell’uomo che l’ha compiuta e le conseguenze che essa ha lasciato in lui.

DA LURANI A CASSIN E VINCI: UN’EVOLUZIONE SIGNIFICATIVA

I documenti su cui si basa l’indagine storica nei due casi suddetti sono rispettivamente la relazione tecnica ed il racconto (o relazione letteraria) dell’ascensione.
Originariamente non si distingueva tra li due.Così la monografia di F. Lurani  «Le montagne di Val Màsino» (Milano, 1883), considerata la prima guida alpinistica della regione, non è altro che la relazione di quattro sue «brevi campagne estive» tra quei monti. Il racconto delle sue ascensioni non tralascia di accennare ai vari stati d’animo degli alpinisti, ma è dedicato principalmente alla descrizione dell’itinerario seguito per utilità di quanti intendessero ripeterlo, prende le mosse da quanto è già noto della montagna ed è completato da appunti topografici e toponomastici.

Una simile impostazione ebbero, alcuni decenni più tardi, le monografie di A. Corti sul Gruppo del Disgrazia e sui Pizzi Torrone. In esse il problema alpinistico è presentato come un problema di conoscenza della montagna ed i motivi tecnico-atletici (non dico neppure sportivi) chiaramente subordinati a quelli intellettuali. Tuttavia il racconto dell’ascensione mette sempre in evidenza, e talvolta anche con ricchezza di particolari e di raffronti, le caratteristiche tecniche dell’itinerario: si vedano ad esempio la descrizione della salita al Monte Disgrazia per la sua cresta nord nord est (R.M. 19299, 402-4), che la prima ascensione del 1914 aveva lasciata avvolta nel mistero e della traversata per la cresta dal Pizzo Torrone Orientale al Monte Sissone (R.M. 1935, 15-6), effettuata allo scopo di rifinire la esplorazione del tratto dopo la breccia orientale del Pizzo Torrone, non chiaramente descritto dai primi che percorsero la cresta nel 1909.

La descrizione in due scritti separati delle caratteristiche dell’itinerario e delle vicende dell’ascensione risponde all’esigenza più recente di riferire sulle difficoltà tecniche con termini non ambigui e per quanto possibile non influenzati dalle particolari condizioni psicologiche della prima ascensione, e di soffermarvisi nel racconto sugli episodi più significativi (i due documenti riescono talvolta complementari).

Nella letteratura alpinistica si trovano vari racconti di ascensione, che contengono informazioni di diversa natura ed importanza dal punto di vista storico, a seconda dell’impostazione data loro dall’autore.

badileSi passa così al racconto di R. Cassin della prima salita al Pizzo Badile per la parete nord-est (R.M. 1937, 355-7), tutto dominato dalla tragedia imminente e poi verificatasi della cordata comasca che si unì ai lecchesi dopo il primo bivacco, a quello di A. Vinci delle sue salite alla Punta Sertori ed al Pizzo Céngalo (R.M. 1939-1940, 42-4), ricco soprattutto di considerazioni che, astratte dai fatti particolari di quelle ascensioni, rivelano il modo di concepire l’alpinismo dell’autore.

Non troviamo nel racconto di Cassin alcun commento alla soluzione da lui trovata per certi problemi di scelta dell’itinerario, che pure suscitò l’ammirazione dei ripetitori; bensì testimonianze essenziali sul ruolo svolto da Molteni e Valsecchi e sulle cause del loro sfinimento. Completate dalle pagine del suo libro ( «Dove la parete strapiomba», Milano, 1958, 147-62), dove si fa cenno ai precedenti tentativi di Molteni, esse ci autorizzano a legare anche il nome di questo valoroso alpinista alla storia dell’esplorazione di quella grande parete.

Quanto a Vinci, egli aveva già pubblicato una breve monografia («Monti del Màsino, regno del granito», R.M. 1937-38, 421-7), in cui alcune notizie di presentazione delle più difficili salite della regione sono precedute da un’esaltazione dell’arrampicata su granito rispetto a quella dolomitica e delle montagne granitiche come terreno ideale per «l’esplorazione di un’etica di potenza».

L’analogia e la contrapposizione allo scritto di D. Rudatis «Il regno del sesto grado» (R.M. 1935, 345-51 e 406-13) appare evidente: questo genere di scritti impone allo storico qualche cautela, poiché l’autore si prefigge in un certo senso di dimostrare una tesi. Sia la relazione tecnica di Cassin, sia quelle di Vinci si possono giudicare per molti aspetti eccellenti, cosa particolarmente notevole per la via del Badile se si tengono presenti le circostanze.

LA FONTE DELLE OPERE AUTOBIOGRAFICHE

Fonti storiche complementari alle relazioni tecniche sono anche gli scritti di più ampio respiro (a carattere autobiografico) dell’alpinista che ha compiuto una certa salita o ha operato in un certo gruppo. Oltre al citato libro di Cassin ed a quelli di E. Fasana ben noti agli alpinisti lombardi, la storiografia della regione Màsino – Bregaglia – Disgrazia ci offre altri esempi importanti: tra essi il classico «Erinnerungen eines Bergfuehrers» di Christian Klucker (Zurigo 1931) e la raccolta di scritti alpinistici di Jurg Weiss «Murailles et abimes» (Neuchatel, 1942). Klucker aveva collaborato alla prima vera guida alpinistica della regione, «Forno-Albigna-Bondasca» di H. A. Tanner (Basile, 1906) uscita in occasione dell’inaugurazione del Rifugio Sciora, per quella che oggi diremmo la parte alpinistica. Le informazioni sugli itinerari sono però ancora molto sommarie in questa guida, corrispondenti alle righe introduttive in caratteri piccoli delle moderne.

Il libro di Klucker è importante come rara testimonianza autonoma del modo di pensare ed agire di una guida di gran classe (di altre come Angelo Dibona e Franz Lochmatter conosciamo solo quello che scrissero i loro «signori»). Klucker giudica liberamente il suo cliente, ed alle righe di entusiasmo di T. Curtis e L. norman Neruda fa seguire quelle severe (anche troppo) per A. von Rydzewsky, del quale segnala perfino le inesattezze nelle pubblicazioni.

punta_rasicaPer quanto riguarda la storia dell’esplorazione dei monti della Bregaglia il libro è una miniera di informazioni sulle prime salite di cui Klucker fu protagonista e su quelle che egli ideò ma non potè realizzare. Tra queste la Punta Ràsica (27 giugno 1892), la cui arditissima cuspide egli ascese in libera arrampicata senza affidarsi alla corda preventivamente lanciata dal collega Barbaria sul noto beccuccio. Tra le seconde lo spigolo nord del Pizzo Badile, che Klucker salì per un buon tratto da solo (senza corda e senza scarpe!) l’11 luglio 1892 (egli scrisse ripetutamente 11 giugno, ma si tratta di una confusione di date). Le indicazioni di Klucker non consentono di identificare il punto a cui egli giunse, ma è molto probabile che sia stato fermato dal piccolo diedro con strapiombo sul lato ovest della cresta, che richiese in seguito l’uso di chiodi per la progressione. Assai più dovette costargli la rinuncia alla parte nord-nord-ovest del Pizzo Céngalo, la più grandiosa della regione, dopo che prolungate osservazioni dalle montagne circostanti gli avevano permesso di riconoscerne fin nei dettagli la linea di minor resistenza.

Il racconto diKklucker parte infatti da quel pomeriggio del 7 luglio 1896 (l’indomani della prima salita del Colle del Badile) in cui egli indicò a Martin Schorcher la via maestra al Sass Furà. Ma dal punto di vista della psicologia dell’alpinista è altrettanto interessante l’epilogo, il giudizio severo anche se pacato sulla grave responsabilità che Schocher si assunse affrontando la parete in una giornata di foehn, con la minaccia incombente del crollo della grande cornice (che avvenne puntualmente il giorno dopo la salita).

Tutto il libro, dalle prime esperienze di guida in lunghissime camminate compiute con orari sbalorditivi, al tramonto amareggiato da una strana malattia cutanea che gli impediva l’attività in cui la radiazione solare è più intensa, costituisce una lettura di incomparabile interesse per l’alpinista che voglia dedicarsi ai monti di questa regione.

Gli scritti in cui J. Weiss racconta alcune salite in Bregaglia da secondo di cordata di Hans Frei, si prestano a mettere in evidenza l’altro aspetto dell’indagine storica: delineare un quadro il più possibile preciso delle relazioni (impressioni, emozioni, scelte) determinate da un certo itinerario negli alpinisti che (primi) lo percorsero.

Il giovane alpinista svizzero (morto nel 1941 appena trentenne allo Strahlegghorn) era una persona dotata di grande intuizione psicologica e di non comuni capacità espressive: il racconto della prima ascensione della cresta nord-nord-ovest del Pizzo Nord Ovest dei Gemelli e le note scritte cinque anni dopo sono accurate e felici ricostruzioni degli stati d’animo determinati dalle fasi salienti dell’ascensione.

ferro-da-stiro

La curiosità di vedere da vicino le famose placche lisce del «Ferro da Stiro» attira Frei e Weiss (che per quel 27 luglio 1935 hanno solo in programma una gita all’attacco dello spigolo del Badile) sulla cengia che taglia il poderoso piedistallo della cresta quasi alla base. Ma di qui la prima lunghezza di corda ha un aspetto molto attraente ed essi vi provano. Di tratto in tratto essi sono poco a poco attirati nel clima della lotta senza riserve e pongono piede sull’immensa placca uniforme, striata da fessure superficiali e discontinue, dove incontrano le massime difficoltà, ma soprattutto un’esperienza di arrampicata irripetibile.

Altre esperienze caratterizzate dalla salita ed analizzate a fondo da Weiss sul piano psicologico furono l’interruzione all’intaglio a monte del grande gendarme bifido con ritorno al rifugio (ma la violazione del principio di continuità di azione non li preoccupa granchè, specialmente dopo che il ritorno in cresta richiede loro l’indomani il superamento di un passaggio estremo) e la rinuncia all’uscita diretta in vetta al Pizzo Nord-Ovest (la variante diretta dei lecchesi del 1950 confermò la necessità di un largo impiego di mezzi artificiali ed essi avevano solo cinque chiodi!). Non si tratta dunque di stati d’animo generici, bensì riferentesi alla soluzione di uno specifico problema alpinistico.

La stessa contemplazione ha dei connotati storici, in quanto diversi a seconda del tipo di ascensione e del momento. Così la descrizione frequenti nei racconti di Weiss (rocce, nebbie, cieli, abissi, angoli di ghiacciai) si dicono vive proprio perchè consentono di rivivere, di partecipare le emozioni. Questo immedesimarsi non l’alpinista che ha agito nel passato su una montagna di caratteristiche note è, in ultima analisi, l’essenza stessa della storiografia dell’alpinismo.

Giovanni Rossi
(Sezione CAI Milano e C.A.A.I.)

Articolo pubblicato su “La Rivista del Club Alpino Italiano” del luglio-agosto 1979.
Le foto a colori di quest’articolo provengono dal web, ecco qui invece le fotografie originali della pubblicazione:

Mummery: “by fair means”

Mummery: “by fair means”

dente-del-giganteUn’altra montagna chiave è il Dente del Gigante, sullo spartiacque del massiccio. Si tratta in effetti di una torre di altezza modesta, ma inavvicinabile. Nel 1871 Edward E. Whitwell e le guide alpine Christian e Ulrich Lauener di Lauterbrunnen intraprendono un primo tentativo. “Impraticabile!” è il loro verdetto. Il tentativo successivo è di Jean Charlet-Straton con un gruppo italiano. Con l’ausilio di un razzo pensano di lanciare una corda sulla cresta sommitale del Dente del Gigante, ma non ci riescono. Nel 1880 ci provano Mummery e Burgener. Dal Cul du Géant raggiungono il caratteristico nevaio basale ai piedi della guglia rocciosa, da dove attaccano la parete nordovest; salgono di 50 metri fino all’inizio di una placca che sbarra la salita. “Absolutely inaccessible by fair means”, sentenzia Mummery; “Assolutamente inaccessibile con mezzi leali”, la frase chiave dell’intera storia dell’arrampicata.

Albert Frederick Mummery ha 35 anni quando diventa una pietra miliare dell’alpinismo. Al contrario del “conquistatore del Cervino” Whymper, egli sa anche guidare una cordata; la sua opera è completa, dal pianificare le prime assolute al portarle a termine. Dalla conquista del Cervino e dell’Aiguille Verte sono passati solo 15 anni. L’approccio di Mummery è radicalmente cambiato. Ormai per lui non contano più tanto il “dove” o il “verso dove”, quanto piuttosto il “come”. La meta è un’idea che gradualmente si trasforma in visione. Non gli interessa fornire un contributo scientifico o topografico, e nemmeno pensa di avere qualcosa da insegnare: il suo alpinismo vuole essere puro gioco.

Il Cervino lo scala dall’impegnativa cresta di Zmutt, mentre sul Monte Bianco fa marcia indietro perchè non gli piace stare troppo a lungo impantanato nella neve: “Un’occupazione che mi ricorda il ruotare della macina, quell’arnese a cui gli ergastolani inglesi sono costretti a lavorare senza tregua”. La sua guida, la migliore del Vallese, Alexander Burgener, cede spesso il comando al suo cliente.

Il 5 Agosto 1881 Mummery, Burgener e Venetz conquistano il Grépon. Il passaggio chiave è una fessura liscia di 15 metri, che ancor oggi porta il nome di Mummery, anche se è stato Venetz il primo a superarla. Alternando la presa delle mani e del piede sinistro nella fessura, e sfruttando la porosità della roccia sul lato destro, l’aiuto-guida dà prova di grande maestria nell’arrampicata.

Nel 1892 Mummery guida i suoi amici John N. Collie, Norman Hasting e William C. Slingsby sulla vetta del Grèpon, ma stavolta è lui a superare per primo il leggendario passaggio chiave. E così Mummery si è definitivamente emancipato dalle sue guide, diventando il portavoce di una schiera di alpinisti “senza guida”.

Il 18 luglio 1882 le guide Marquignaz e alcuni alpinisti italiani raggiungono al Dente del Gigante il punto dove Mummery fece marcia indietro. Decidono di rinunciare al “by fair means” di Mummery, scavano gradini nella roccia, piantano chiodi e fissano corde. Il 28 Luglio i tre Marquignaz raggiungono la vetta, il mattino successivo vi mettono piede i quattro Sella e pochi anni dopo quella via sul Dente del Gigante sarà attrezzata con corda di canapa, tanto che con il bel tempo la può percorrere qualsiasi scalatore della domenica. La cosa ovviamente si scontra con il malcontento dei “senza guida”. Nel regno sopra le nuvole ha inizio così il dibattito sui valori.

Reinhold Messner

Ancora una volta ho saccheggiato uno dei libri di Messner: spero non me ne voglia, ma ho creduto che la sua fosse la voce  più autorevole e contemporanea per raccontare una storia affascinante, attuale ed ancora irrisolta. Tratto da: “Vertical – 100 anni di arrampicata su roccia”di Reinhold Messner – Zanichelli 

Reinhold Messner e Albert Precht

Reinhold Messner e Albert Precht

albert-prechtGli arrampicatori sportivi oggi sono una setta all’interno della setta degli alpinisiti. E ne sono i divi assoluti. Da anni tutti stanno a guardare questa sfida in verticale. Ma dove porta? In una nicchia. A salvarci dalle olimpiadi e dai campionati mondiali non sono stati gli dei della montagna, ma i funzionari dello sport, non ancora pronti a riconoscere l’arrampicata come disciplina olimpica. Eppure non si smette di misurare, confrontare, valutare. Anche gli alpinisti sono uomini, e la scena determina chi è “in”, mentre è “out” chi cade e si da per vinto.

L’avanguardia si compone dei singoli che, avendo trovato la propria strada, avanzano sulla concorrenza di una spanna, o la precedono di dieci anni, come a suo tempo fecero Hermann Buhl o Wolfgang Gullinch. I ripetitori, per quanto veloci, non fanno parte della Formula Uno dell’Alpinismo. Ma adesso dove stiamo andando? Chi sono i portavoce dei prossimi anni?

Albert Precht, uno dei pionieri più longevi, attivo da quasi quarant’anni, a questo proposito scrisse 10 anni fa: «Con alcuni compagni sono riuscito a risparmiare dalle vie chiodate l’Hockhkonig e i Tennengedirge, perchè sono convinto che l’evoluzione porterà inevitabilmente all’alpinismo originario, e prima o poi nessuno prenderà più in considerazione i chiodi ad espansione. Proprio adesso che molti accettano queste zone franche dei chiodi, alcuni arrampicatori della nostra valle, persino amici nostri, arrivano con il trapano e pensano di metter in discussione l’etica ormai consolistata.»

E sei mesi dopo: «Forse ho preteso troppo dai miei colleghi, difendendo con troppa animosità e tenacia la mia illusione di montagne libere da chiodi; come un elefante in un negozio di cristalli ho ottenuto l’esatto contrario.» Il sogno di un giorno, che non riesce a realizzarsi, diventa una delusione. Dobbiamo allora astenerci dell’intervenire, magari consolandoci al pensiero che la storia prima o poi ci darà ragione?

Precht suggerisce di «proteggere dalla svendita le pareti con intervalli di almeno cinque metri fra un chiodo e l’altro”. Ma il suo appello si scontra con la derisione generale. “Sì, il loro approccio è un incrocio tra i figli dei fiori Anni Settanta e il presente del tutto e subito, e rifiutano tutte le regole che rischiano di limitarli. Non avevo scampo, e questa disperazione mi fece tornare in mente i vecchi obiettivi che avevo come cancellato. Per togliere terreno alla scena del chiodo ho dovuto mobilitare tutte le mie risorse. E così l’anno scorso ho fatto 56 prime assolute (fino all VIII+) sempre al comando e sempre senza cadute, spesso su tavolati di placche molto compatti che tuttavia non impedivano l’assicurazione. Ero talmente preso dalla foga di realizzare le mie illusioni che non era tutta farina del mio sacco: era la cattiveria degli altri a darmi forza. E non so cosa mi facesse più felice: se conquistare una via per me o riuscire a toglierla agli altri.»

Se Albert Precht resta fedele al suo stile, è certo che il suo nome – come quello di Preuss, Rebitsch e Robbins – resterà negli annali della storia. E non sarà il solo.

Reinhold Messner
(Tratto da “Un altra direzione” sezione del libro “Vertical – 100 anni di arrampicata su roccia” di Reinhold Messner)

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