Reinhold Messner e Albert Precht

albert-prechtGli arrampicatori sportivi oggi sono una setta all’interno della setta degli alpinisiti. E ne sono i divi assoluti. Da anni tutti stanno a guardare questa sfida in verticale. Ma dove porta? In una nicchia. A salvarci dalle olimpiadi e dai campionati mondiali non sono stati gli dei della montagna, ma i funzionari dello sport, non ancora pronti a riconoscere l’arrampicata come disciplina olimpica. Eppure non si smette di misurare, confrontare, valutare. Anche gli alpinisti sono uomini, e la scena determina chi è “in”, mentre è “out” chi cade e si da per vinto.

L’avanguardia si compone dei singoli che, avendo trovato la propria strada, avanzano sulla concorrenza di una spanna, o la precedono di dieci anni, come a suo tempo fecero Hermann Buhl o Wolfgang Gullinch. I ripetitori, per quanto veloci, non fanno parte della Formula Uno dell’Alpinismo. Ma adesso dove stiamo andando? Chi sono i portavoce dei prossimi anni?

Albert Precht, uno dei pionieri più longevi, attivo da quasi quarant’anni, a questo proposito scrisse 10 anni fa: «Con alcuni compagni sono riuscito a risparmiare dalle vie chiodate l’Hockhkonig e i Tennengedirge, perchè sono convinto che l’evoluzione porterà inevitabilmente all’alpinismo originario, e prima o poi nessuno prenderà più in considerazione i chiodi ad espansione. Proprio adesso che molti accettano queste zone franche dei chiodi, alcuni arrampicatori della nostra valle, persino amici nostri, arrivano con il trapano e pensano di metter in discussione l’etica ormai consolistata.»

E sei mesi dopo: «Forse ho preteso troppo dai miei colleghi, difendendo con troppa animosità e tenacia la mia illusione di montagne libere da chiodi; come un elefante in un negozio di cristalli ho ottenuto l’esatto contrario.» Il sogno di un giorno, che non riesce a realizzarsi, diventa una delusione. Dobbiamo allora astenerci dell’intervenire, magari consolandoci al pensiero che la storia prima o poi ci darà ragione?

Precht suggerisce di «proteggere dalla svendita le pareti con intervalli di almeno cinque metri fra un chiodo e l’altro”. Ma il suo appello si scontra con la derisione generale. “Sì, il loro approccio è un incrocio tra i figli dei fiori Anni Settanta e il presente del tutto e subito, e rifiutano tutte le regole che rischiano di limitarli. Non avevo scampo, e questa disperazione mi fece tornare in mente i vecchi obiettivi che avevo come cancellato. Per togliere terreno alla scena del chiodo ho dovuto mobilitare tutte le mie risorse. E così l’anno scorso ho fatto 56 prime assolute (fino all VIII+) sempre al comando e sempre senza cadute, spesso su tavolati di placche molto compatti che tuttavia non impedivano l’assicurazione. Ero talmente preso dalla foga di realizzare le mie illusioni che non era tutta farina del mio sacco: era la cattiveria degli altri a darmi forza. E non so cosa mi facesse più felice: se conquistare una via per me o riuscire a toglierla agli altri.»

Se Albert Precht resta fedele al suo stile, è certo che il suo nome – come quello di Preuss, Rebitsch e Robbins – resterà negli annali della storia. E non sarà il solo.

Reinhold Messner
(Tratto da “Un altra direzione” sezione del libro “Vertical – 100 anni di arrampicata su roccia” di Reinhold Messner)

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