Spit: Sì o No?

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spitGiugno 1989 – C’è un argomento che secondo me immeritatamente non ha trovato ancora spazio in questa rubrica ambientale, ed è altresì un argomento che, se non avessi una visione un pò ampia delle cose, mi farebbe sentire vecchio, superato dagli eventi. L’argomento è l’uso degli spit per l’assicurazione in montagna. Un tempo (non parlo più di vent’anni fà) l’uso dei chiodi a pressione o ad espansione dove la parete non consentiva naturalmente l’uso di chiodi o cunei era fonte di vibrate proteste, nonché vivaci dibattiti. Sono passati gli anni, sono arrivati il Nuovo Mattino, la nouvelle vague dell’alpinismo, il free climbing, sono ricomparsi aggiornati e in forze i chiodi ad espansione, ora ribattezzati con anglofila “spit”. E nessuno più reclama. Tutto va bene. Ma sarà poi vero? Se invece di vedere un progresso, un’auspicata apertura mentale, tentassimo un’interpretazione controcorrente? Vediamo un po’.

Io credo fermamente che l’uso di spit per aprire vie in montagna (dal basso o dall’alto non importa) sia una nefandezza, rientri perfettamente nella visione antropocentrica che domina la nostra società e che ci porta a rapidi passi verso l’annientamento. Ho detto una dabbedaggine? Non credo. Vediamo meglio. Da quanto si capisce, l’uso degli spit è “giustificato” dal fatto che altrimenti un certo passaggio sarebbe impossibile o troppo pericoloso, una certa via non sarebbe fattibile. Il ragionamento esplicito che presiede l’azione di chi pianta lo spit è all’incirca questo: “uso lo spit perchè altrimenti non passo”, oppure “uso lo spit perchè se cado mi ammazzo”. Il ragionamento implicito lo si potrebbe invece così tradurre: “pianto lo spit perchè DEVO passare, perchè IO sono più forte della montagna”. Orbene permettetemi di vedere in questo atteggiamento mentale lo stesso fanatismo che presiede all’opera dell’uomo moderno, soprattutto dal 1600 in poi: il segno dell’onnipotenza del’uomo, il segno che tutto all’uomo è permesso, che non vi possono essere limiti alla sua azione, che le sue sorti non possono che essere “magnifiche e progressive”.

Non è un paradosso se affermo che nell’insano gesto della perforazione della parete vedo la stessa logica di chi mi dice che bisogna costruire strade e funivie perchè tutti possano così godere della montagna. Vi è la stessa, identica non-coscienza del limite. Del limite che l’uomo ha, o per lo meno, deve riconoscere per non estinguersi. Vi è la stessa amoralità, nel senso proprio di assenza di qualsiasi morale. Non credo che il mio sia fanatismo. Un’impostazione mentale è da condannare per quella che è, non per i danni, piccoli o grandi che essa produce. Anzi, forse il modo di porsi del free climber è ancor più da condannare perchè in odore di ipocrisia. Già perchè spaccia la propria azione per “free”: libera. Ma libera da cosa? Già solo perchè fora la roccia per poi spesso chiamare le vie, i settori, le pareti con nomi di dei. Che bestemmia! Farebbero meglio a ricordare che nell’antica Grecia gli uomini credevano nell’Ubris, nel limite che si poteva sorpassare senza incorrere nelle ire della divinità. Farebbe meglio a leggere/rileggere la storia dell’umanità ed a trarne le adeguate conseguenze, anziché riempirsi la bocca di false libertà, ed impugnare con le mani veri perforatori.

Potevo evitare di mandare questo intervento, sapendo che di tutti quelli che lo leggeranno il 99,9% la penserà diversamente da me. Va bene, sono pronto a sentirmi dire che “la vita umana non ha prezzo”, a sentirmi dare del “folle ambientalista”, a sentire bollare le mie parole come “discorso di retroguardia che nega progressi della tecnica”. Lapidatemi pure. A me basterà aver fatto pensare anche uno solo alla bellezza dell’umiltà. Aver fatto assaporare anche ad uno solo l’idea che esiste una parete impossibile, un luogo incontaminato.

Fabio Balocco



Questa riflessione è stata pubblicata nel Giugno 1989 nella rubrica “Lettere dei Lettori” de “La Rivista del Club Alpino Italiano”. Nonostante siano trascorsi quasi trent’anni io trovo conservi un’attualità straordinaria, forse anche più impellente di quanto lo fosse allora. Facendo qualche piccola ricerca ho scoperto che Fabio Balocco, all’epoca un lettore trentenne, oggi è un avvocato ed un noto giornalista impegnato in temi ambientali per quotidiani nazionali (ilfattoquotidiano.it/blog/fbalocco/).

In particolare mi ha colpito perchè questo Sabato, 3 Dicembre 2016, verrà a Valmadrera Alessandro Gogna per ri-presentare il suo celebre libro “Cento Nuovi Mattini”: la storica raccolta delle vie più significative per l’arrampicata degli anni ’70. Gogna sarà accompagnato da molti dei protagonisti di quel periodo che vissero gli ideali del Nuovo Mattino, ideali che furono tracciati dalla sensibilità di Gian Piero Motti, grazie anche all’incontro ed all’amicizia con l’inglese Mike Kosterlitz, eccezionale alpinista ed oggi noto anche per il Premio Nobel per la Fisica ricevuto quest’anno (…ad ulteriore conferma di quanto acume e vivacità intellettuale abbiano sempre accompagnato tanto l’alpinismo quanto l’arrampicata nelle sue evoluzioni più importanti).

«Dedico questo libro ai dirupi, risalti, burroni, falesie, canyon, e a tutte le strutture di fondovalle nella speranza che la follia “costruttiva” dell’uomo non perseveri in un’opera di aggressione e distruzione moralmente ed ecologicamente inaccettabile»

Questa era la dedica originale del libro di Gogna: sabato vorrei capire, magari chiedendo direttamente ai protagonisti, come riescono oggi a conciliare gli ideali del Nuovo Mattino con la sistematica richiodatura a “spit” delle falesie (spesso anche di importanti vie “classiche”) che dilaga negli ultimi anni. Una “campagna militare” che in virtù di obbiettivi dichiaratamente “turistici” ha reso sterile la natura di quei luoghi e sopratutto mortificato l’agire umano di coloro che, con coraggio e talento, avevano realizzato quelle “prime” salite.

La scorsa settima l’astronauta Luca Parmitano, a Lecco per una conferenza sull’esplorazione spaziale, ci ha regalato un suo autografo su un’adesivo dei Badgers. “È stato detto che l’astronomia è un’esperienza di umiltà e che forma il carattere. Non c’è forse migliore dimostrazione della follia delle vanità umane che questa distante immagine del nostro minuscolo mondo.” Recita un famoso passo di Sagal. La gente crede che l’ecologia serva a salvare la Terra, ma si sbaglia: la natura, l’universo, non ha bisogno d’aiuto, l’ecologia serve a salvare l’umanità, ad impedire che la sua implicita stupidità ne soffochi creatività, genio …e futuro.

Per come la vedo io lo spit è un oggetto di carpenteria, un articolo da ferramenta, non ha la capacità di impensierire o scalfire la natura. Tuttavia possiede forza e violenza sufficiente per cancellare qualcosa di fragile come la storia, la tradizione, l’eredità e la cultura di un modo di vivere l’arrampicata e la montagna oggi quasi scomparso. Un’ottusità amorale ed opportunistica che ho il timore corrompa ogni ambito del moderno intento umano. Damnatio memoriae, forando la roccia purtroppo condanniamo, per sempre ed ingiustamente, la memoria e la testimonianza degli straordinari talenti umani che ci hanno preceduto: siamo davvero giunti a questo ultimo crepuscolo?

Davide “Birillo” Valsecchi

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