Month: December 2016

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L’ultimo segreto dell’anno

L’ultimo segreto dell’anno

Bruna doveva uscire a bere un caffè con un’amica e così ho deciso di fare un giro dietro casa. In realtà volevo inseguire l’ultimo sole e salire in cima allo Scoglio dei Tassi prima del tramonto, tuttavia il sole sembrava correre molto più di me ed avevo bisogno di almeno un paio d’ore per salire fin lassù. Alla fine ho desistito, ho deviato ed ho trasformato una sgroppata violenta in una comoda passeggiata: l’ultima dell’anno.

Riflettevo sugli ultimi giorni, sugli ultimi anni. Sulla persona che sono, su quella che avrei voluto essere e quella che intendo diventare. Nel tramonto dell’ultimo sole dell’anno ero finalmente sereno: avevo lasciato che le emozioni mi travolgessero, che spezzassero gli argini inondando ogni cosa. Nel cuore dell’ultimo sole avevo abbandonato ogni certezza lasciando passione e speranza finalmente libere di guidare una volontà implacabile. Il tempo dell’uomo mite è finito, è tempo che Birillo riapra i suoi occhi, alzi la testa e faccia la sua “magia”. Coloro che mi amano soffrono la mia immobilità: non posso più inseguire l’equilibrio, devo tornare ad essere l’ago della bilancia. Tempo di riscrivere le regole.

Un tramonto rosso calava sul Resegone accarezzando i miei pensieri nella quiete che precede la furia dei giorni futuri. Che pace in questi prati silenziosi che precipitano nella notte. Senza meta ho ripreso a camminare, seguendo segni del tempo, tracce di animali, pieghe della terra. “Che bello sarebbe trovare un grande sasso, un luogo magico dove rifugiarsi…” La mia era una speranza vana, una silenziosa preghiera allo spirito della montagna. Quasi stentavo a crederci: forse i miei occhi hanno davvero ritrovato la luce, forse come un tempo torneranno davvero a brillare nelle tenebre mostrandomi il mondo invisibile. Davanti a me, inatteso, ecco il grande sasso, il ramingo di granito giunto al nostro appuntamento attraverso i millenni: “Ciao, amico mio, non pensavo di trovarti…”

Alla base del grande sasso un piccolo buco nascosto dalle foglie di pungitopo. “Sotto il granito il tasso del Moregallo fa la sua tana!”. I tassi sono l’animale totemico della nostra sgangherata squadra e non lo sono per caso. Nello zaino che Sguero ha regalato a Bruna avevo infilato la frontale, così mi sono steso a terra per curiosare meglio la tana del mio animaletto preferito. Il pungitopo però nascondeva una storia inaspettata: il buco era davvero piccolo ma al suo interno la luce illuminava uno spazio inspiegabilmente molto ampio “Hey Tassi, vi siete dati da fare nello scavare laddentro!” Facendo attenzione a non ritrovarmi faccia a faccia con gli inquilini mi sono infilato strisciando nel piccolo buco, ignorando le carezze del pungitopo. Disteso per terra, spingendomi in avanti sui gomiti e spingendo con i piedi, mi sono imbattuto in un nuovo segreto.

Oltre il piccolo ingresso vi era una camera decisamente più grande, molto larga ed alta abbastanza da raddrizzare la schiena stando in ginocchio. I lati di della “stanza” erano formati da un muro di sassi a secco, impilati con cura come nessun tasso saprebbe fare. “Il vagabondo nasconde una stanza segreta, che posto strano il Moregallo…”. Tra le tante casotte che ho incontrato quella era di certo la più misteriosa, forse quella più dimenticata, sicuramente quella più segreta anche se perfettamente conservata.

Strisciando fuori dal buco, lasciandomi alle spalle gli insetti ed i nidi di ragno di quel mondo nascosto, ero affascinato dalla strana scoperta fatta. Il grande sasso, poi, è lavorato e ricco di prese: il lato verso Est è un’intenso strapiombo, ma quello verso Ovest è arrampicabile. Sfruttando una pianta ed una bella lama obliqua ho tracciato la prima via attraverso un’avvincente passaggio in aderenza. L’ultimo giorno dell’anno mi aveva donato un’ultimo segreto, il fiocco con cui addobbare nuove speranze: il ritorno della Furia Azzurra è iniziato…

Davide “Birillo” Valsecchi

 

L’Aiguille du Fou

L’Aiguille du Fou

Con il libro di Mirella Tenderini, “Gary Hemming”, ritorna l’identità emblematica di un alpinista d’oltre oceano che, sulle Alpi, ha impersonato tutta un’epoca di rivoluzione intellettuale e sociale. Da uno stralcio della sua biografia, nei momenti della salita alla parete Sud del Fou, traspare la figura dell’anti eroe, del vagabondo precursore di un linguaggio di dissacrazione.  Nella foto, storica e celebre, compaiono da sinistra John Harlin II, Tom Frost, Gary Hemming e Stewart Fulton. Il testo che segue è tratto dal libro di Mirella Tenderini ed era stato pubblicato sulla rivista “ALP” nel Novembre del 1992. Una copia  di questa rivista è conservata nella Biblioteca Canova di Cima-Asso.

Il 1963 è un anno importante per Gary. Ha 29 anni, adesso ha la responsabilità di un figlio ed è ora di trovarsi un lavoro stabile. In Scozia ha conosciuto uno svedese che ha un’attività commerciale a Stoccolma e gli ha proposto di lavorare per lui come “export manager”. Si tratta di vendere automobili nle Nord Africa. Il Nord Africa! Vuol dire viaggio, avventura, anche se il lavoro in sé è banale – ma sarà un impegno fisso che gli permetterà di mandare con regolarità a Claude l’assegno per il mantenimento del figlio. Un’occasione splendida per conciliare la necessità di maggiore stabilità con l’insofferenza della routine. Gary scrive a Mr. Goutemberg per comunicargli la sua decisione: il lavoro gli interessa molto, prenderà servizio quanto prima. Invece bisogna aspettare qualche mese.

Non è una cattiva idea, prima di impegolarsi con un lavoro fisso, fare ancora qualcosa di bello in montagna. E’ d’accordo con John per andare insieme in estate ad arrampicare al Monte Bianco. In programma, tra le altre cose, c’è una nuova via, esteticamente molto bella, sul Fou, nelle Aiguilles de Chamonix. Intanto con gli amici francesi si allena sulle montagne vicino a Grenoble. A Grenoble Gary fa la conoscenza di un alpinista scozzese. Si chiama Stewart Fulton, parla male il francese, che non si preoccupa peraltro di imparare, e non ha amici. Gary lo ospita, lo porta con se ad arrampicare.

Compiono diverse ascensioni nel Vercors e nelle Chartreuse, anche un paio di nuove salite, al Pic de Bure e al Rocher du Midi. Stewart non è il compagno ideale per Gary che si irrita per la sua pigrizia, gli rimprovera di non partecipare alla preparazione delle ascensioni e di non mettere abbastanza impegno nell’apprendere le tecniche per l’uso dei chiodi e delle corde, ma è un forte arrampicatore e Gary lo coinvolge nel progetto del Fou. In giugno vanno a Chamonix e salgono al rifugio Envers des Aiguilles. John è già la con Konrad Kirch, il giovane disperso sul Picco Gugliermina un paio d’anni prima, che ha continuato a frequentare John ed è divenuto il suo compagno di cordata abituale. Hanno salito insieme anche la Nord dell’Eiger! L’ossessione di John, finalmente il suo sogno realizzato… Sono in grandissima forma.

John e Konrad sono saliti il giorno prima lungo il couloir che porta all’attacco: hanno avuto difficoltà per via delle neve alta ed hanno rinunciato perchè c’era pericolo di valanghe. Dicono che la parete presenta più problemi di quanto si pensasse. Apparentemente c’è uno strapiombo immenso che non sarà facile superare. E il tempo è pessimo: la stagione è ancora in ritardo di un mese. E poi non c’è abbastanza materiale, mancano chiodi orizzontali, Rurp e Bong e non hanno nemmeno abbastanza chiodi normali da lasciare sullo strapiombo in caso di pendolo o ritirata in corda doppia. Inoltre sopraggiunge una bufera di neve e a tutti quanti non resta che tornarsene a casa.

Gary va alle Calanques. Li c’è sempre il sole, e Gary si rilassa nell’arrampicata sulle scogliere candide a picco sul mare azzurro. Torna a Chamonix in luglio con Clude e Fulton.John lo aspetta con Mara, sua moglie. Konrad Kirch non è potuto tornare ma al suo posto c’è un vecchio amico! Tom Frost è appena tornato dal Nepal dove è stato con Hillary per costruire le scuole per gli sherpa – e con l’occasione ha fatto qualche salita. E’ venuto a Chamonix per passare l’estate sulle Alpi e si unisce a loro con entusiasmo. Tom Frost è stato compagno di ascensione di Robbins in alcune delle “prime” più difficili in Yosemite. E’ bravo nell’arrampicata libera ed impareggiabile nell’arrampicata artificiale. Grande tecnico di materiale, ha portato un assortimento di chiodi cromo-molibdeno fabbricati da Chouinard, introvabili in Europa, che saranno indispensabili per la salita che si prevede molto impegnativa. Sono chiodi resistentissimi che una volta tolti dalla fessura in cui vengono piantati, riprendono la loro forma originale, e possono essere usati tranquillamente per molte altre volte.

Con Tom c’è la sua fidanzata, Dorene, che fa subito amicizia con Claude e Mara. La salita della parete Sud del Fou è davvero più difficile di quanto se l’aspettassero. I quattro alpinisti compiono un primo tentativo e arrivano a superare il primo strapiombo e a traversare lungo una fessurina diagonale. Bivaccano su una cengia strettissima. L’ama di John e Stewart si rompe ed i due sono costretti a passare la notte mal sistemati su scalette di corde. Il mattino dopo piove. Scendono tutti e quattro. Il secondo tentativo non va meglio, nonostante la salita sia più veloce lungo le corde che hanno lasciato in parete nei punti strapiombanti: piove anche questa volta ed in più Stewart si è fatto male ad una mano. Niente di grave ma è meglio rientrare un’altra volta.

La sera del 24 Tom e Stewart tornano all’attacco della via con Dorenne, e bivaccano sotto la parete. Il giorno dopo di primo mattino, Gary e John, con Claude e Mara, salgono la cresta Sud Est del Blaitière; la discesa li porta al bivacco del Fou. Lì lascino Dorene e Claude; Mara rientrerà insieme a due amici alpinisti che hanno aiutato a portare il materiale all’attacco.

I quattro uomini attaccano di nuovo la parete. Salgono rapidamente fino al punto più alto raggiunto in precedenza. Di lì Tom supera un altro strapiombo impegnativo con quello che John chiama “un capolavoro di ingegneria”, usano sia chiodini minuscoli in fessure quasi invisibili che un Bong da dieci centimetri. Sopra lo strapiombo c’è una cengia larga, perfetta per un bivacco. Non fanno in tempo a sistemarsi che comincia a grandinare. La tempesta non si acquieta per tutta la notte. I quattro alpinisti sono abbastanza protetti nei loro sacchi da bivacco ancorati alla cengia, ma sono preoccupati dai fulmini che si susseguono da vicino con bagliori sinistri. La grande luminaria tiene svegli tutta la notte anche le due donne alla base della parete. Prima di sistemarsi per la notte hanno scalato uno sperone roccioso di fronte alla parete ed hanno seguito la salita dei loro uomini. Li hanno visti arrivare alla cengia e sarebbero tranquille se non fosse per i lampi che non cessano. Il temporale si placa verso mattina e con la prima luce del giorno John e Gary si alternano alla guida delle cordate per completare la salita.

Hanno realizzato una delle vie più belle e più difficili delle Alpi, ma ancora una volta Gary e John si sono rivelati incompatibili. Non hanno fatto che discutere e criticarsi a vicenda, e in discesa sono arrivati molti vicini ad uno scontro fisico, quando John ha accusato gary di aver mosso dei sassi che per poco l’hanno mancato. Gary si è infuriato (perchè lui sta sempre molto attento a non far cadere i sassi) si è precipitato minacciosamente verso di lui. John gli si è mosso contro con il pugno destro levato e se Stewart Fulton non si fosse messo fisicamente in mezzo tra i due le cose si sarebbero messe male.

In aggiunta, John ha dato pubblicità alla salita prima della partenza ed al rientro ci sono giornalisti ad intervistarli, fotografi, ammiratori. John è nel suo elemento e fa la parte del leone. Gary è contrario a pubblicizzare la salita sin dall’inizio e non sopporta di fare parte dello spettacolo. Forse è geloso del successo di John che col suo aspetto di divo di Hollywood e la sua abilità nelle relazioni pubbliche si è accaparrato il ruolo di primo piano; o forse comincia ad accorgersi che l’alpinismo non è così importante per lui. Comunque rientra a Grenoble prima del tempo. John e Tom verranno invitati come rappresentanti americani ad un convegno alpinistico internazionale a Chamonix, si tratterranno tutta l’estate, compieranno nuove ascensioni e apriranno una nuova via impegnativa sul Pilier Derobé di Freney.

A Grenoble Gary ha molte cose da sistemare prima della sua partenza per la Svezia. Vole terminare il primo capitolo del libro che ha promesso al direttore della rivista “La Montagne” e che è a buon punto. Ha conosciuto un canadese che gli ha detto che in Canada ci sono opportunità di lavoro per insegnanti di francese. Gary, che commette sempre l’errore di attribuire agli altri i suoi stessi gusti e aspirazioni vuole convincere Claude ad andare in Canada. Deve sbrigarsi perchè il bambino nascerà a gennaio. Lui la raggiungerà di quando in quando, e di quando in quando troverà anche un lavoro vicino a lei. Altrimenti – la fantasia di Gary galoppa – potrebbe andare in Australia. Gli piacerebbe che suo figlio nascesse in Canada on in Australia, paesi dai grandi spazi, liberi dall’influenza nefasta dell’America e lontani dalla presenza minacciosa dell’Unione Sovietica. Preferirebbe che non nascesse in un Europa spezzata in due e appoggiata su una polveriera pronta ad esplodere. Da un po’ di tempo Gary è ossessionato dall’idea della guerra nucleare ed ora si preoccupa per suo figlio, lo vorrebbe al sicuro. Claude non ha nessuna intenzione di andare in Canada o in Australia. Ama la sua città, il suo lavoro, i suoi amici; è attaccata all’Europa ed alla sua cultura. Sono discussioni interminabili ma costruttive. Questo è anche un periodo di riflessione per Gary.

E’ in europa da tre anni ormai e si è quasi dimenticato i traguardi che si era prefissato quando era partito: allargare le sue esperienze e diventare uno scrittore. Fare dell’alpinismo, sì, ma non era solo quello che voleva. Scrive “… tutte queste mete sono come tante cime minori che impediscono all’arrampicatore la vista della vera vetta, che è molto alta e molto lontana. Quando finalmente ha salito queste cime minori l’alpinista può vedere o non vedere la vetta principale – ma che la veda o non la veda, è sempre lontano, se non addirittura più lontano di prima, perchè ora prima di salire quella vetta deve scendere dall’ultima cima minore che ha salito e cercare la sua strada tra le valli e le creste giù in basso”.

Testo originale di Mirella Tenderini, tratto dal suo libro “Gary Hemming: il ribelle delle Cime”, e pubblicato sulla rivista “ALP” nel Novembre del 1998. Foto di Tom Frost.


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Feliz Navidad

Feliz Navidad

“Ma la batteria? Dove è finita la batteria?” Fino a Lunedì l’operazione “Luce ai Corni” sembrava essere destinata all’annullamento. Lo scorso anno, la notte del 23 dicembre, avevamo acceso una striscia di led usando una pesante batteria da 12kg recuperata da una vecchia sedia a rotelle: portarla fino in cima al Corno Occidentale era stata una vera mazzata piombata direttamente sulle mie spalle. Ora però nessuno sapeva più dove fosse finita e non avevamo neppure idea di come sostituirla. Per di più Andrea e Mav erano arruolati per la fiaccolata al Palanzone mentre Simone aveva il turno in Croce Rossa: la squadra Badgers partiva già dimezzata, disorganizzata e senza adeguato equipaggiamento.

“Dai, ti accompagno io: alla peggio andiamo su solo noi due” Lo slancio di mio fratello Keko era assolutamente imprevisto, ma era la spinta che mi serviva per onorare una tradizione ancora fragile e tutta da costruire. “Bene, allora diamoci da fare!”. Così abbiamo saccheggiato la moto di Bruna (…sì, la bergamasca possiede una vecchia Hornet che non mi lascia guidare) ed abbiamo ricostruito l’impianto a led con l’aiuto di Andrea: “Ma posso prendere la scossa se metto la batteria nello zaino?” “Birillo! Accidenti, sono 12volt! Non la puoi prendere la scossa!!”. Bha …io sono dell’idea che sia sempre meglio chiedere, non si sa mai con la corrente…

Venerdì 23 Dicembre c’è mezzo mondo in giro per le montagne. Fiaccolata al Cornizzolo, a Megna, al Palanzone, al San Martino, al Regismondo, sulla Crestina Osa, sul Corno Rat e persino sulla Cassin al Medale. Fiumane di gente ovunque, ma ai Corni di Canzo solo due piccole squadre si preparano a salire verso il punto più alto dell’Isola Senza Nome: il Corno Occidentale.

Io, Bruna e Kekko siamo i primi a partire. TeoBrex e gli altri ci raggiungeranno più tardi uscendo dal lavoro. In un oretta e mezza risaliamo da Oneda al Corno. Nel caminetto, che è un rispettabile secondo grado da affrontare al buio, piazzo una corda fissa per andar sul sicuro. La maggior parte dei Tassi ha un addestramento speleo ma conviene essere prudenti per la discesa da fare disarrampicando al buio ed al freddo.

In cima allestiamo le luci giusto in tempo per la partenza della fiaccolata al Cornizzolo. Quest’anno i nostri led sono nuovi ed hanno la capacità di cambiare colore: una tamarrata incredibile dotata persino di telecomando per programmare i colori!! A dare supporto abbiamo anche un faro “artigianale” sottratto a mio padre: un occhio di bue degno di una contraerea e capace di illuminare da un corno all’altro. “Tutto pronto! Bene, ora non resta che aspettare gli altri” Già, peccato che faccia un freddo becco e che da nord la cima sia spazzata da un arietta tesa e gelida che piomba direttamente dal lago. Inutilmente cerchiamo di nasconderci accovacciandoci dietro la croce. “Che disagio! Siam messi peggio dei barboni in centrale!” Kekko accende le musichette natalizie sul cellulare mentre ammassati cerchiamo di tenerci caldo stringendoci l’un l’altro. “Bagai che freddo!!”

Così, spinti dall’istinto di sopravvivenza, cominciamo a fare l’unica cosa sensata per scaldarci: “tu scendi delle stelle” a palla ed iniziamo a ballare e saltare in cima ai Corni mentre la Croce di vetta, in modalità stroboscopica, lampeggia di mille colori stile discoteca! Qualcosa di assolutamente improponibile ed al contempo magnifico!

Dopo un’ora intensa trascorsa in cima “all’agghiaccio” dimenandosi al ritmo furioso e trascinante di “Feliz Navidad” finalmente appaiono nuove luci alla base del caminetto: TeoBrex, Krulak, Veronica, Giusy e Maurizio. Finalmente le due squadre sono finalmente riunite nel freddo abbraccio dei Corni. Zaini a terra, si fa festa: vin brulè caldo e dolcetti fatti in casa! Stretti in cerchio tutti insieme  a festeggiare fa già meno freddo!

Per un’altra ora restiamo lassù ad ammirare il panorama ed ingollare dolcetti riempiendo di vino caldo le ciotole. Poi spenta la croce, scendiamo di nuovo tutti insieme lungo il caminetto riparando nel Bivacco invernale della Sev. Finalmente a riparo si apre lo spumante e si scarta il panettone! Anche quest’anno è fatta: i Corni hanno avuto la loro luce! Buon Natale gente, tanti Auguri!

Davide “Birillo” Valsecchi

Terra Biota

Terra Biota

Onestamente non so se “nuda” nel nostro dialetto si scriva con una o due “T”, il suono nostrano ne suggerirebbe una sola. Tuttavia il grande pratone giallo, nudo di piante, è l’unica porzione del San Primo che si vede da Cranno e dalla casa in cui sono cresciuto: quel drappo di velluto che si staglia sul cielo azzurro all’orizzonte ha sempre avuto un fascino particolare per me (la cresta verde che unisce il Roncaglia al Gerbal sopra i Cambrai) Da piccolo, anche in questo periodo, partivo insieme a mio papà dalla colma di Sormano con gli sci da fondo, quelli con le leggendarie scarpette dalla punta a papera, seguendo la vecchia mulattiera fino a Spessola. Qui c’era un vecchio casotto di caccia dove, in mezzo alla neve, ci fermavamo a fare merenda prima di tornare verso casa. Più recentemente, quando ho fatto il giro delle cime del lago, ci ho persino dormito in tenda: uno dei luoghi più sereni dove trascorrere in pace un po’ di tempo. Per questo, complice le belle giornate di questi strani inverni, ne ho profittato per portarci a spasso Bruna. Purtroppo oggi non ho troppo tempo per scrivere e dovrete accontentarvi delle foto immaginando la storia che le lega tra loro. Questa sera i Badgers salgono al Corno Occidentale per illuminare anche i Corni di Canzo nella notte delle fiaccolate: un sacco di preparativi da finire! Quindi fuggo dalla tastiera: a presto e tanti auguri!

Davide “Birillo” Valsecchi

La Bergamasca è tornata

La Bergamasca è tornata

“Amore, c’è un bel sole fuori. Andiamo a fare due passi? Tipo al Sasso di Preguda che è qui dietro?” Bruna, avvolpacchiata nelle coperte mi guarda felice “Certo! Andiamo!”. A volte essere un buon marito è davvero facile …già, in fondo non credo di dovermi sentire troppo in colpa se, prima di pranzo, a Preguda ci sarei comunque andato visto che mi servivano un paio di buone foto del San Martino.  

Così usciamo di casa (con binocolo e teleobiettivo nello zaino) ed infiliamo il sentiero al sole che risale le pendici del Moregallo. Quando raggiungiamo la prima casotta facciamo pausa: per Bruna, dopo l’incidente al piede, queste sono le prime uscite e per questo vanno affrontate ancora con grande calma. Si stende sulla panchina godendosi il sole. In montagna il silenzio è oro e spesso offre grandi regali: alle nostre spalle passano infatti sei mufloni. Immobile in piedi mi limito a guardarli mentre mi fissano dubbiosi: “Bru… girati piano e guarda dietro”. La bergamasca si alza in piedi sulla panchina appoggiandosi in avanti mentre tiene curiosamente il culo per aria cercando di nascondersi ai mufloni. Ve lo devo dire: lei guardava i mufloni ma io ero più interessato ai suoi yoga-pants!

Giunti a Preguda la Bergamasca si è appisolata su un sasso mentre io, con tutte le mie lenti, sono andato a zonzo sul crinale “binocolando” il Coltignone e tutte le grandi pareti del Lago. Qualche giorno prima, sbagliando strada, era stato sulla cima del Regismondo ed ora volevo capire meglio la “geometria” del curioso mondo che si estende tra la selvaggia Valle Verde e le torri del Coltignone (…di cui Ivan mi ha avrà ripetuto i nomi milioni di volte ma che ancora non ho memorizzato!).

Il Moregallo orientale ed il Coltignone occidentale sono due montagne dall’animo quasi speculare  che si fronteggiano attraverso il lago. Due giganti simili ed allo stesso tempo tremendamente diversi. Ciò che li accomuna sono principalmente due aspetti: il primo è una natura assolutamente selvaggia, il secondo una natura assolutamente trascurata. Entrambe offrono pochissimi sentieri ufficiali ed “integrali” (il GER e la Val Verde contro il 50° Osa) ed entrambe hanno severe salite alpinistiche spesso poco ripetute (Parte Nord Moregallo, Tempo Perduto, Braga contro Forcellino, Bastionata del Verde, Penduliva). La neonata falesia del Gavatoio pareggia oggi le arcinote milanesate del Lariosauro, del Pradello, del Solarium e compagnia bella: ma le parti attrezzate sono probabilmente quelle forse meno interessanti degli oltre mille metri di dislivello quasi sconosciuti che contraddistinguono le due montagne.

Alle spalle del Coltignone la Grignetta sembrava offesa, quasi indispettita della scarsa attenzione che le dedicavo mentre brillava abbagliante al sole. Le pareti del Coltignone sono incredibili, incastrate in un dedalo complicato che richiede ingegno e determinazione anche solo negli avvicinamenti. “Accidenti! Guarda che roba!” Nelle lenti del mio binocolo lucenti forme grigie si scuotono tra le ombre tracciando placche, diedri, grotte e strabilianti tetti! “Accidenti! Devi portarti la tenda per combinare qualcosa da quelle parti!” Nella mia memoria anche le due immense e Buie pareti nascoste, che dal Moregallo non si vedono e che avevo fotografato con Bruna del Belvedere del Forcellino. “C’è un mondo infinito laggiù! Un mondo capace ancora di custodire i propri segreti”. Ivan mi aveva raccontato di alcune salite integrali di quell’enorme serie di muraglie, cose forse “già fatte” quindi, forse alpinisticamente insignificanti, ma cariche di un fascino vibrante che nella mia mente ha un solo nome: avventura!

“Piano piano la formichina Birillo rosicchierà la grande montagna senza farsi ingoiare!” La fantasia è la magia che anima le montagne e la mia mente corre su quelle creste cercando e fantasticando passaggi e difficoltà. “Mi piace! Accidenti se mi piace!” Gli archivi privati di “Cima-Asso” sono stracolmi di foto in alta definizione di quelle pareti, di quei canali, di quei boschi sospesi …ma nonostante questo la mia vecchiotta Fujifilm continua a scattare, a cercare di cogliere i segreti mancati.

Poi, sazio, torno da Bruna. “Facciamo il giro ad anello per scendere?” Ci rimettiamo in marcia passeggiando nel lungo traverso che porta verso la Forcellina e poi deviamo puntando verso le Piazze Rosse. Incuriosito mi infilo nel bosco in cerca degli “erranti”. Trovo due piccoli giganti di serpentino alla cui base i tassi hanno scavato la propria tana. “Bruna, vieni a provare queste lame!” Zaino in spalla cerco di dare fondo alle mie scarse capacità di bouldering rimontando a freddo difficoltà evidentemente proibitive. “Un paio di prese sono buone, ma il movimento è  tanto duro!” Mi aiuto in spaccata sulle piante vicine confidando nel supporto dei rovi, poi si fa avanti Bruna: “Dai, dai, spostati che provo io!” Bergamo si ingarella e comincia a tirare e puntare i piedi sulla roccia. Un certo fremito mi assale: sono ormai sei mesi, dal giorno prima dell’incidente, che non andavamo più a passeggiare insieme giocando con i sassi. Sono agitato e felice: per un secondo ogni fantasia sul Coltignone, o su qualsiasi altra montagna, sparisce lasciando posto al più antico dei giochi!

Poi, allegra, si mette a correre e saltellare per il sentiero: “Vai piano Bergamo! Hai ancora le gambette da merlo! Non esagerare che ti strambi le caviglie!!” Scordianta appoggia i piedi senza presenza, ma è normale visto che è stata ferma tanto a lungo. Però ride, è felice, è tornata!

Davide “Birillo” Valsecchi

 

Corno Regismondo

Corno Regismondo

La nebbia in questi giorni, pesante e fredda, sembra avvolgere ogni cosa. Guardavo fuori dalla finestra nelle prime luci del mattino il bianco pallido che aleggiava nel giardino nascondendomi i Corni ed il Moregallo. “Birillo: c’è il sole sopra le nuvole, l’importante è salire abbastanza!” Così ho mollato la tazza del caffè, ed ogni altro impegno, e mi sono infilato i vestiti da montagna che erano ancora a terra sul pavimento dello studio dal giorno prima. “Mmm… senti il profumo della libertà!!”.

Con la Birillo Mobile sono sceso a Lecco, giusto in tempo per rimanere imbottigliato nel traffico natalizio del mattino: primo errore! Con una buona dose di pazienza (e qualche madonna!) finalmente raggiungo via Stelvio. Il piano era semplice: sentiero dei Pizzetti, Rifugio piazza e poi su, fino in cima al Coltignone passando dal sentiero del GER.

Il GER, il sentiero del Gruppo Escursionisti Rongio, è un sentiero lungo ed impegnativo. In vita mia l’ho percorso solo una volta, con la tenda in spalla arrivando a piedi direttamente da Como. Avevamo fatto la Dorsale Lariana, dal San Primo avevamo scollinato ai Corni per poi bivaccare alla chiesetta bianca del San Martino: un viaggio infinito e massacrante! Il giorno dopo avevamo risalito il Ger quasi di corsa puntando alle Grigne su cui stava incalzando un temporale. Quindi i miei ricordi non erano esattamente precisi sulla strada: ricordavo che si seguiva la cresta, si superava il crocione per poi infilarsi in una stretta gola/canale prima di raggiungere i ripidi prati della cima.

Così ho fatto: pancia a terra ho percorso il sentiero dei Pizzetti a quattro zampe (in pratica sembravo Dan Osman sul Lovers’ Leap …ma sdraiato)  fino al Rifugio Piazza, poi ho preso la cresta ed ho continuato a salire saltando il Crocione ed ogni deviazione. Questo è stato il mio secondo errore! Senza rendermene conto devo aver mancato l’uscita per il GER e sono sparato dritto verso il Regismondo!

Quando ho trovato davanti a me le catene di una piccola ferrata, di cui non avevo assolutamente memoria, ho cominciato a capire di essere finito fuori strada. Dalla cima del Corno Regismondo è impossibile, salvo un paio di doppie, scendere sulla cresta ed io ogni caso si dovrebbe affrontare altri due “corni” per raggiungere il crinale del Coltignone. Credo, da quello che ho potuto vedere, che il GER corra molto più basso, sfilandosi alla base di questi Corni per poi risalire attraverso il canale di cui vi ho parlato. C’era un sacco di strada da rifare prima ritrovare la strada giusta per il Coltignone, troppa, così mi sono semplicemente gustato il panorama del Regismondo (su cui non ero mai stato!)

Lo spettacolo sotto di me era incredibile. Alla macchina, giù a Lecco, il termometro segnava 4 gradi, tutto ero ovattato e cupo per via della nebbia. Ma la nebbia si fermava alla murata iniziale del San Martino, al di sopra splendeva un caldo sole e la temperatura era tale da spingermi ad arrotolare i calzoni indossando solo una maglietta a maniche lunghe ed il gilet tattico. Negli anfratti all’ombra c’era la brina gelata, ma al sole si stava piacevolmente bene!

Il mare di nuvole copriva Lecco e tutta la pianura, il Barro ed i monti di Brianza sembravano isole in uno sconfinato mare bianco. Uno spettacolo assolutamente suggestivo e dinamico! Già, perchè ciò che maggiormente mi stupiva era la velocità con cui quelle nuvole turbinavano su Lecco e Valmadrera prima di lanciarsi verso nord lungo il lago. Qui il freddo (o forse il caldo) del Lario sembrava inghiottire la nebbia, restituendo un “sereno” che nel fondo valle restava comunque cupo e privo di luce.

Dall’altro lato del lago facevano bella mostra di sè i Corni ed i Monti dell’Isola Senza Nome: la cima del Regismondo, mantenuta in ottimo ordine dall’impegno dei “Beck”, è davvero confortevole e se il terreno fosse stato un po’ meno umido avrei rischiato persino di appisolarmi sull’erba.

Non ho percorso il primo tratto di ferrata, quello che è possibile evitare, perchè un eloquente cartello “lavori in corso” sembrava sconsigliarlo. Ho visto catene e pioli che risalgono un dietro a tratti erboso e decisamente esposto. Così, visto che nemmeno sapevo dove fossi, ho optato per soluzioni più sicure: probabilmente bisogna chiedere al “Gruppo Beck” se è praticabile o meno.

Cosa ho visto lassù? Beh, un mare bianco costellato da isole fluttuanti …ed alle mie spalle un universo selvaggio ed ignoto che come una fortezza inespugnabile sembra innalzarsi dal lago. No, non parlo delle falesie a bordo pista, quelle erano sotto la nebbia e mi incuriosiscono poco: il mondo vero, quello tutto da scoprire, è ammassato appena sopra. Che posti, gente, che luoghi spaventosi ed affascinanti!

Davide “Birillo” Valsecchi

Placche Bianche

Placche Bianche

Il sole brilla caldo ed illumina la “Valle” nei suoi colori d’inverno mentre alle nostre spalle la città di Lecco ed il lago sono nascosti da un lenzuolo di nebbia. Siamo sopra le nuvole, nascosti allo sguardo della civiltà. Saliamo lungo crinale, camminando tra rocce paglione sul limitare del bosco. Ormai conosciamo la strada attraverso le tracce dei mufloni, attraverso i sentieri che non esistono.

Un’ora e mezza bella ripida e siamo finalmente alla base della Torre Prora: “Guarda che roccia, se fosse a cinque minuti dalla macchina qui ci avrebbero aperto un milione di vie a fittoni!”. Invece al momento ci sono solo due vie note, una che abbiamo aperto l’altra settimana ed una aperta negli anni ‘80 da una squadra di arrampicatori di Saronno. Ivan, come un agente segreto sul web, è riuscito a trovarli e contattare uno di loro. Con grande disponibilità ci ha raccontato la loro salita: era sorpreso, ma forse anche compiaciuto, che Ivan stesse continuando la loro stessa esplorazione.

Eccoci di nuovo qui, a curiosare un altro angolo di roccia sconosciuta. Mentre mi infilo l’imbrago mi guardo intorno osservando la “Valle”. La prima volta che ero stato qui non sapevo neppure esistesse: seguivo Ivan per la curiosità di arrampicare con lui. Ora, dopo quasi un anno, riconosco da lontano le strutture rocciose su cui ho arrampicato, le torri, le valli. Molti di questi luoghi non avevano neppure un nome: abbiamo dovuto battezzarli noi perchè trovassero posto nel mondo della parola, perchè emergessero dall’oblio e diventassero realtà. Non sapevo nulla di questa valle ed ora, curiosamente, sono uno tra i suoi massimi esperti. Fuori sentiero accadono cose davvero strane…

Infilo la corda nel reverso e lascio che Ivan parta. Gli piace il modo in cui racconto le nostre salite: “La nostra pratica può diventare teoria su cui riflettere”. Per il momento non vuole che si sappia dove stiamo arrampicando, non vuole che per imitazione o competizione altri arrampicatori vengano quassù ad aprire o ripetere vie. Gli serve ancora tempo per capire, tempo per spiegare, per ispirare. Non solo  teme l’invasione degli spit in un mondo incontaminato ma soprattutto è preoccupato di come la maggior parte degli arrampicatori contemporanei sia impreparata alle reali ed importanti difficoltà di un ambiente simile. “Se vieni qui pensando di tirare la roccia come in falesia rischi di farti malissimo già al primo tiro…”

Quindi no, i miei racconti sono felicemente denudati dalle descrizioni tecniche, dai gradi, dai dettagli geografici delle relazioni. Un vuoto che va riempito di emozioni e convertito in esperienza. Sulle magliette stampano la scritta “Go Climb a Rock”, ma per via di un curioso fraintendimento tutti sembrano puntare alla stessa roccia: quella su cui hanno messo i fittoni, quella su cui la magnesite e l’unto hanno levigato le prese, quella che devi spicciarti a salire perchè c’è la fila,  perchè buttano giù sassi dall’alto. Quella dove la ragazza con il cappello di lana, identica a se stessa e a mille altri cloni, ha steso la corda in un sacco prima di cominciare a lamentarsi: “non ne ho più… non mi tengo… è un legno… sono ghisata …bella lì …alè duro!!”.

No, non importa raccontare dove arrampichiamo noi, indicare un’altro sasso dove ammucchiarsi. No, importa raccontare che si può davvero arrampicare dove si vuole, seguire le proprie misure, le proprie capacità, la propria curiosità. “Go Climb your Rock”

Certo, io arrampico da secondo con Ivan Guerini, forse per me è facile parlare. Sarei ipocrita se non ammettessi una simile fortuna, specie quando mi spingo ben oltre i limiti delle mie capacità. Tuttavia la mia prima via, aperta dal basso a fettucce (possedevo solo un friend!), l’ho aperta insieme a mia moglie (all’epoca solo morosa) e tutt’oggi rimane una delle più belle salite io abbia mai fatto. Solo poi ho scoperto che, vent’anni prima su quella stessa scogliera, Ivan e Monica ne avevano aperta un’altra poco distante dalla nostra.

La corda smettere di scorrere e finalmente dall’alto Ivan mi urla “Vieni!”. Infilo le scarpe e parto. Ogni torre della “Valle” ha un diverso tipo di calcare, una diversa morfologia e compattezza. Ivan ha rotto le scatole ai suoi amici geologi e ci hanno spiegato che questa disomogeneità è un’altra particolare caratteristica della valle. A volte la roccia fa davvero paura per il modo in cui si spacca ed altre volte, come sulla Torre Prora, è tanto bianca e compatta da brillare abbagliante al sole.

L’arrampicata è tecnica ma lo zaino non mi da troppi problemi. Si lavora tanto sulla punta dei piedi mentre le dita corrono insinuandosi in prese sempre più piccole ma piacevolmente solide. Le piante, in questo bianco mare verticale, sono piccole isole dove riparare, dove fettucciare la corda …dove incastrarsi irrimediabilmente! Le piante sono così, un po’ ti aiutano, un po’ si prendono gioco di te. Senza di loro tutto sarebbe però davvero più complicato: tocca imparare a farci amicizia.

Mi godo la prima serie di placche prima di dover ripiegare in un diedro di massi incastrati. Come un artificiere si deve salire disinnescando i guai, usando il peso in un caledoscopio di piccoli movimenti e correzioni. Sulle placche serviva essere “bravi”, qui serve essere “capaci”. Quando arrivo sotto la sosta mi sposto leggermente verso sinistra per sfruttare un canaletto. “Bravo Biriz, fermati un secondo lì che deve fare una cosa..” Ivan sposta la gamba ed un macigno grosso come un televisore fionda verso il basso direttamente sulla linea di salita che avevo percorso. “Era un po’ che lo tenevo, ma c’eri sotto tu…”. Sì, IvyBoy è bravo e capace…

Appesi ad una pianta studiamo come proseguire verso la cima del pilastro. La via dell’altra settimana è parallela davanti a noi e, da quella prospettiva, mi appare elegante e difficile come forse non mi ero nemmeno reso conto.

Poi Guero riparte, tira un traverso secco di una decina di metri e poi punta verso l’alto inseguendo un diedro e due piante. Il secondo tiro è meno estetico del primo, meno passaggi “tecnici” e più passaggi “impegnativi”. Giunto in sosta non puntiamo alla cima della torre, raggiungibile attraverso una cengia ed una lunga cresta esposta con un passaggio di quinto in discesa. Proviamo invece, sempre legati, a seguire un’altra cengia che discende alle spalle della torre fino ad un ripido canale pieno di ghiaia.

Sono solo le tre del pomeriggio ma il sole d’inverno è già stanco e cerca di riposarsi standosene basso sull’orizzonte: è tempo di andarsene. In un’oretta scendiamo fino alla Birillo-Mobile: abbiamo mezz’ora da spendere in birreria e poi Sguero dovrà imbarcarsi sul treno per Milano.

Dopo un paio di dissetanti medie (io chiare, Ivan rosse) ci ritroviamo alla stazione salutandoci sulla portiera. “Grazie Biriz”, “Grazie a te IvyBoy”, per un secondo rimaniamo in silenzio, poi scoppiamo a ridere insieme: alla prossima!

Davide “Birillo” Valsecchi

Moregallo Est: Costone del Casotto

Moregallo Est: Costone del Casotto

Il versante Est del Moregallo è uno dei territori più selvaggi, impervi e misteriosi dell’Isola Senza Nome. Dal Crinale del Sasso Preguda, sopra la frazione di Parè, si estende lungo il lago verso nord per sette chilometri, fino alle moregge della valle Inferno. Dai duecento metri delle sponde del lago si innalza massiccio fino a toccare i milleduecento metri di quota. Un imponente gigante di sette chilometri di estensione per oltre mille metri di altezza, uno spazio enorme che, ad oggi, conta un unico sentiero ufficiale: il Cinquantesimo Osa. Una traccia recuperata negli anni ‘80 che sfila verso nord sotto l’imponente parete Est. Nel cuore del versante Est, tra i suoi “ripidissimi prati innervati da costole rocciose e canali interrotti da balze verticali”, non ci sono bolli in minio rosso, paline o indicazioni. No, in quel mondo verticale e vertiginoso il tempo sembra essersi congelato e chiunque decida di avventurarsi da quelle parti deve essere pronto ad affrontare un’esperienza travolgente, intensa e terribilmente impegnativa.

Con l’aiuto del “Guerra” ho ripercorso una di delle vecchie e quasi perdute tracce realizzate dai “vecchi” che in passato si spingevano sulla montagna. Qui voglio raccontarvi la nostra salita, tuttavia voglio essere chiaro: il mio non è un invito, anzi, se possibile spero di scoraggiarvi dal fare altrettanto. Per quasi un anno mi sono documentato, ho studiato le foto ed osservato con il binocolo il Moregallo dal San Martino. Non voglio invitarvi a salire, voglio solo riordinare le informazioni che ho fin qui raccolto. I pochi che hanno ripercorso quest’antica traccia hanno valutato la difficoltà complessiva dell’itinerario come T5+ (notare il più)

T5 Itinerario alpino impegnativo
Percorso: spesso senza traccia e con problemi di individuazione (boschi con rare tracce, zone aperte con orografia articolata senza tracce) Terreno: impegnativo con tratti accidentati esposti (es: pendii scivolosi, forre, canaletti rocciosi, placche inclinate, creste con brevi risalti) Singoli passi d’arrampicata fino al II grado. Requisiti: ottime capacità d’orientamento e di progressione senza traccia, sicurezza nella valutazione del terreno, buone conoscenze dell’ambiente alpino e conoscenze di base dell’impiego di piccozza e corda

Io ed il Guerra abbiamo affrontato la salita in condizioni perfette: giornata luminosa, terreno assolutamente asciutto, temperatura gradevole, assenza di vento (che sul Moregallo non è trascurabile). Guerra aveva già percorso quest’itinerario ed anche lui si dedica da molto tempo all’esplorazione del Moregallo. Entrambi siamo eccellenti “ravanatori”, praticamente delle “capre”. Tuttavia, nonostante tutto questo, riuscire ad orientarsi non è stato facile e spesso le difficoltà da superare, soprattutto per l’esposizione nel vuoto, si sono fatte sentire anche a due come noi. Sono mille metri di ragguardevole avventura in cui non ci si può concedere il lusso di sbagliare.

Dopo un caffè al RapaNui ci siamo messi in marcia sfilando lungo il lago verso la vecchia galleria, quella dove solitamente conduciamo le esercitazioni speleo. La traccia inizialmente sembra molto battuta perchè porta fino agli armi di calata speleo, poi si perde nell’erba verticale. Il tratto iniziale, tra il paglione che sovrasta la cava, è subito impegnativo ed esposto. Bisogna navigare d’intuito cercando di alzarsi fino al crinale roccioso. Spesso in passato mi sono chiesto come fosse possibile superare quel tratto roccioso: finalmente ho scoperto, con grande sorpresa, quale fosse il trucco. I “vecchi”, con un lavoro enorme, hanno realizzato un muro a secco che argina il canale creando una scala di sassi che rimonta il tratto di canale altrimenti repulsivo. “In tutto il territorio lecchese questa è una delle cose più incredibili che abbia visto realizzate in montagna!” Guerra, in piedi su quei gradini rocciosi, era felice di mostrarmi quell’insospettabile segreto del versante Est.

Superate le scale la traccia torna a farsi flebile ed è necessario orientarsi con grande attenzione lungo i canali erbosi che risalgono sfilando le verticali costole rocciose. Incredibilmente la roccia che affiora dai prati è di una bellezza straordinaria: clessidre, lame, increspature di calcare. Tentato da tanta bellezza ho risalito una di queste costole rocciose arrampicando in dulfer tra le lame che magicamente si susseguivano perfette lungo tutta la lunghezza. Che ironia: un luogo straordinario dove fare boulder, ma anche dove cadere da un sasso significa precipitare per centinaia di metri!

Per via dell’erba perdiamo la traccia e siamo costretti a risalire quaranta metri per un canale verticale, tuttavia questa è un’eventualità da mettere in conto visto quanto orientarsi sia davvero difficoltoso: ognuno è chiamato a definire la propria linea. (Seguite le tracce dei mufloni ma attenzione a non farvi trascinare nei loro passaggi esposti!)

Essendo in due avevamo la possibilità di studiare meglio il territorio circostante e, curiosando un po’ fuori dalle linee più evidenti, abbiamo trovato un paio di casotte nascoste dalla vegetazione ma ancora perfettamente conservate. Il tratto successivo perde leggermente di verticalità dando l’illusoria sensazione che sia diventato “facile”. In realtà il versante si abbatte leggermente (restando comunque esposto) e si possono seguire le piante che risalgono verso destra. Qui si raggiunge un’altro dei passaggi più impegnativi della salita: il grande traverso. Per quasi cento metri si taglia in orizzontale sul paglione un ripido prato che una decina di metri verso il basso muore all’improvviso nel vuoto. Un passaggio davvero delicato perchè il vuoto sottostante è soffocante ed il paglione sotto i piedi trasmette sensazioni agghiaccianti: con l’erba leggermente umida quel posto può essere una vera trappola.

Superato il traverso si rimonta ancora verso destra fino a raggiungere il crinale roccioso. Ora sotto di noi c’è il grande e buio canale che rimonta a sud della Parete del Tempo Perduto: ve lo garantisco, fa assolutamente paura! Il passaggio roccioso, visto l’ambiente circostante, inquieta anche gli animi più solidi ma fortunatamente, osservando con attenzione, si trova un passaggio sicuro che permette di scollinare raggiungendo un’altro verticale prato erboso. Anche in questo caso, visto il vuoto che attende alla fine dell’erba, la vista si riduce ad un quadratino piccolo piccolo che contiene, uno dopo l’altro, giusto i passi necessari per raggiungere la muraglia rocciosa sovrastante. Quel tratto, confesso, l’ho fatto a testa bassa e con i paraocchi perchè è davvero opprimente!

Finalmente ci si trova in un canale costeggiato a sinistra da una muraglia rocciosa che, in qualche modo, offre qualche rassicurante appiglio. Risalito il canale e superate le ultime roccette ci si immerge in una specie di “oasi” serena nel cuore della montagna. Il prato spiana e si riempie di Betulle. Nonostante tutto il versante sia in ombra l’oasi sembra spingersi abbastanza verso il lago da raccogliere il sole che scappa verso Ovest: un posto fantastico, intriso di una strana serenità quasi palpabile. Nel centro di questo prato vi è una casotta, perfettamente conservata, il cui tetto, incredibilmente, è formato da lastre perfette di serpentino. Chissà dove erano riusciti a trovare quella roccia, chissà quante cose sapevano su quel territorio e che noi oggi ignoriarmo! Dentro la casotta un vecchio piatto in ceramica fa mostra di se come una testimonianza archeologica. C’era vita quassù un tempo.

Quello che io chiamo il “Naso di Smutt” ci mostra finalmente il suo versante nord. Quella parete può competere in altezza con il Corno Orientale ma la consistenza della sua roccia è spaventosa: un gigante che si sgretola, un’invincibile ed inscalabile parete dell’Isola Senza Nome. “Dannazione che posti! Pensavo di conoscere il Moregallo, di averlo girato in lungo ed in largo. Ma ora, guardando tutto questo, mi rendo conto di conoscere il 2% di questa montagna. Che posti! Incredibile!” Chi mi conosce un po’ sa il tempo e le energie che ho speso per esplorare il Moregallo, tuttavia voglio essere onesto: il mio stupore davanti a quella vastità era quasi incontenibile. Il Moregallo è davvero un mondo a parte.

Alle spalle della casotta i due grandi canali della Est sembrano stringersi tra loro forzando nel mezzo una scogliera di roccia apparentemente insuperabile. In realtà la natura ci ha regalato una serie di rampe erbose che, come una zeta, permettono di rimontare il penultimo grande ostacolo roccioso. Poi, deviando in un traverso verso sinistra, si raggiunge finalmente il crinale della costa di Preguda e, finalmente, si può tirare il fiato accanto ad un rassicurante bollo colorato del sentiero che porta alla Bocchetta di Preguda.

Un viaggio, un viaggio incredibile attraverso mille metri densi di difficoltà sempre differenti. La sensazione dominante, quando finalmente si esce, è di non riuscire a contenere tutto quello che si è visto. Un’esperienza troppo ampia per essere assimilata completamente. Anche ora, mentre vi scrivo, sperimento nel ricordo questa difficoltà: non ci sono altre montagne o salite che mi abbiano fatto lo stesso effetto.

Mi raccomando, non crediate che possa bastare questa mia breve descrizione per riuscire a cavarvela sul versante Est. Questa è brutalmente la punta dell’Iceberg: non siate sciocchi nè avventati. Onestamente mi piacerebbe ritornarci ma è una salita che nemmeno io, che frequento spesso la zona, posso affrontare con troppa leggerezza. Forse con Mattia, ma non sono molti gli amici che coinvolgerei con serenità in una cosa simile. Anche perchè, parliamoci chiaro, chi sbaglia finisce nel lago e finisce parecchio male. I paragoni sono sempre errati, ma immaginatevi un Canalone Ovest al Grignone, ma di mille metri, da affrontare senza traccia e slegati sul paglione anziché sulla neve: questo, a grandi linee, è il tipo di impegno fisico e mentale richiesto …ammesso di non si sbagliare strada e di non infilarsi nei casini.

Tuttavia, ed anche Guerra è della mia idea, sebbene sia un posto assolutamente terrificante possiede al contempo una bellezza primordiale ed indomita come raramente mi sia capitato di incontrare. Un viaggio, gente, un vero viaggio!

Davide “Birillo” Valsecchi

Un ringraziamento speciale al “Guerra”: oltre ad avermi scortato in questo viaggio condivide la mia stessa passione per questa straordinaria montagna. Mos!

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