Day: December 1, 2016

Sequestro è un uomo

Sequestro è un uomo

19-1-dscf7245La testa mi scoppia e gli occhi sembrano implodere. Mi sono infilato sotto una doccia calda ma senza risultato, steso sul letto in mezzo ai gatti mi domando se sto per morire. Tutti gli esami dicono che sono sano come un pesce ed in discreta buona forma per un quarantenne, ma quando la testa inizia a martellare mi sento appeso ad un filo che si spezza. Forse il corpo è sano ma la mia mente sembra voler fuggire, scappare inorridita da una realtà che non riesce più a comprendere o tollerare. Curiosamente sono questi i momenti in cui ho più paura di morire …e spesso ci ho anche provato: ho chiuso gli occhi anche se avevo paura di non riaprirli più, ho cercato sollievo, ho sognato di ricominciare tutto da capo, in modo nuovo, lontano. Ma nulla: ero ancora vivo ed avevo ancora il mal di testa. Nessuna soddisfazione.

Così come uno zombie mi sono alzato dal letto, ho cercato di infilarmi dei vestiti caldi, un berretto e sono uscito di casa. Il mio riflesso nella porta a vetri era la sentenza peggiore sul mio stato. “Sei ridotto uno straccio!!” Camminavo disorientato, quasi confuso ed assente. Riuscivo solo a pensare al ritornello di una canzone “Where is my mind?” dei Pixies. Dov’è la mia mente? Già, dov’è la tua mente Birillo?

Dal sentiero del vivaio, quello che passa davanti alla stalla del Don Guanella, volevo raggiungere il sentiero che risale da Parè verso il Sasso Preguda. Speravo che il sole d’inverno, il colore delle foglie ed il vento cristallino e grigio delle Grigne riuscisse a scuotermi, a trattenermi mentre scivolavo via. Mi muovo come uno di quei milanesi che affollano le statistiche del Soccorso Alpino, una voce dentro di me urla disperata “…vai alla chiesetta e torna a casa, non fare nient’altro!” Ma ad una svolta del sentiero tiro dritto, come uno stalker che con indifferenza si infila dietro le quinte puntando ai camerini.

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“Non sei lucido, traballi …e siamo a sbalzo sulle case di Parè. Dove stai andando? Dove hai la testa?” Ma il mio viaggio è una sequenza confusa e sconosciuta di crinali che come pagine di un libro scorrono verticali sul vuoto del lago, l’azzurro delle pareti, il giallo del riflesso del sole. Erba, roccia, alberi ed una gravità imperante: io no, ma il mio corpo sembra sapere esattemente cosa fare, muovendosi con leggerezza ed infito tatto.  Supero un primo canale mentre le barche bianche ondeggiano sotto le mie gambe: Parè è ormai lontana, sotto di me solo la cava. Ogni crinale è un’incognita ma la mia mente sembra incuriosita: sembra un bambino che all’improvviso smette di frignare davanti ad una nuova meraviglia da scoprire. Il mio corpo sembra cambiare, il mio passo rinsaldarsi, il mio sguardo aprirsi. Punto verso nord in un interminabile traverso e la mia mente, scossa dalle difficoltà, è nuovamente viva e vivace, padrona del momento. Osservo l’affascinante abisso che sprofonda verso il blu del lago: “Buongiorno Birillo!! Rischiavi di non svegliarti oggi…”

Poi giungo alla cresta che delimita la prima grande ed inaccessibile valle che sovrasta la vecchia strada del lago. Sono da qualche parte sotto il sasso di Preguda, esattamente dove mi ero promesso di arrivare molti mesi fa esplorando dall’altra riva del lago sul San Martino: la base delle costole oblique! Il canale ritorto! Forse la mia mente non era spenta, forse ero io che mi ostinavo a non seguirla mentre lei sapeva benissimo di cosa avevamo bisogno.

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Quelli del Cantiere navale e della cava hanno bloccato e recintato la strada costiera inibendo completamente l’accesso a quella zona (di per sè terribilmente inacessibile) del Moregallo. Di fatto la nuova galleria (e ve la raccomando a piedi!) è il solo modo per aggirare questo blocco improprio: nemmeno lungo la riva è oggi possibile passare (ed hanno messo pure le telecamere!). Il dito medio della mia mano sinistra si alza di concerto con il ghigno compiaciuto che appare sul mio viso: “Bastardi! Ho finalmente trovato il modo di dare il giro alle vostre recinzioni del cazzo!!” Sì, ora sono decisamente sveglio.

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“Bene, Robin Hood, ora che hai aperto il passaggio a Nord-Ovest come ce ne andiamo da questo guaio?” Bhe, di solito la soluzione è sempre quella: verso l’alto! Cos’ risalgo un po’ di roccette cercando di trovare i passaggi più solidi e meno esposti. Lecco è così lontana, ma forse persino bellina con i suoi ponti nella bassa luce dell’inverno. Trovo una specie di canale tra due strette creste rocciose, ci sono un paio di piante nel canale e questo trasforma quella spaccatura in un “ascensore” verso l’alto. Quando ritrovo la cresta sono rapito dalle belle maniglie rocciose che ne adornano la forma. “Lo so! Lo so! Non dovrei! Ma mi sporgo solo un pochino, solo un istante!” Afferro le prese migliori e piazzo piedi e baricentro ben piantati a terra, poi, guardo oltre: un muro verticale di erba e placche. “Spettacolo!”

La valle è formata da diversi canali: ne studio le forme, i salti, le vulnerabilità, i passaggi. “Secondo me si riesce sia a risalire che ad attraversare!” La parete del Tempo perduto è lontana, nascosta dietro una cresta che è ancora tutta da scoprire: niente di quello che osservo appare tra le pagine dell’Isola senza Nome. Ma lassù, dove ancora non so come arrivare, appare ben visibile una vecchia casetta in sassi: “Dannazione, guarda dove hanno costruito i vecchi!”

La mia mente ora tracima di fantasie ed idee. Un’ultima rampa e sono al sasso Preguda per un ultimo sguardo alle Grigne. Viviamo in un mondo buffo: “Birillo, anche oggi ti sei rapito da solo (e nessuno è venuto a pagare il riscatto!!)”

Davide “Birillo” Valsecchi

Introduzione all’alpinismo Invernale

Introduzione all’alpinismo Invernale

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Due cordate impegnate nella prima salita invernale della cresta Sud del Pizzo Coca, nelle Alpi Orobie (foto S. Calegari)

Dicembre 1968 – Chiedendomi di scrivere qualcosa sull’alpinismo invernale l’amico Luciano Viazzi mi ha messo – certo senza volerlo – in imbarazzo. Si tratta, infatti, di un argomento complesso e molto, molto vasto (basta considerare la mole – quattrocento pagine – del mio libro “L’alpinismo invernale dalle origini ai giorni nostri”, uscito proprio in questi giorni per i tipi dell Baldini & Castoldi). Un discorso sull’alpinismo invernale interessa una serie di temi e di problemi diversi (taluni dei quali dibattuti, e causa di polemiche), che non è certo facile schematizzare e sintetizzare: perché si pratica questa forma di alpinismo? Come è nato l’alpinismo invernale, e quando?  Quali le caratteristiche ambientali e climatiche in cui esso si svolge? E d in quale periodo di tempo lo si può praticare (d’inverno, d’accordo ma bisogna considerare obiettivamente cos’è e quanto dura l’inverno alpino)? E ancora, quale equipaggiamento ed attrezzatura sono necessari all’alpinista invernale moderno?

Una serie di quesiti cui hanno risposto – un po’ per uno, e ciascuno a modo proprio – gli oltre duemila alpinisti che, compiendo delle “prime invernali” sulle Alpi e sugli Appennini, hanno scritto la storia dell’alpinismo invernale fino ad oggi.

Comunque, considerata l’estrema attualità dell’alpinismo invernale (che oltre di stagione è anche di moda ora) ed il suo innegabile interesse, possiamo almeno cerca insieme di avvicinare questo multiforme argomento esaminandone gli aspetti essenziali

La pratica dell’alpinismo invernale ebbe inizio nel 1832 nell’Oberland Bernese ad opera del professor Hugi il quale, per verità, salì in montagna per studiare il movimento dei ghiacciai nella stagione invernale. Poi però, presoci gusto, tentò niente meno che l’Eiger! Trent’anni più tardi anche Kennedy affrontò d’inverno l’alta montagna: ma col solo intento di evitare le scariche di pietre che battevano i fianchi dell’allora inviolato Cervino.

Nel frattempo, però, Simony e Francisci avevano raggiunto, da soli, le cimi del Dachstein e del Klein Glockner. Gli alpinisti, ora, percorrono l’alta montagna invernale alla ricerca del nuovo: nuovo ambiente, nuove difficoltà, nuove sensazioni. A questo punto, e cioè fra i quattro episodi iniziali che restarono isolati e le imprese degli inglesi nell’Oberland e nel Delfinato (Moore e Walker, nel 1867), che segnarono l’inizio della conquista invernale sistematica delle Alpi, si colloca la prima ascensione invernale italiana. Protagonista il valdostano Antonio Laurent, che sa solo salì alla Testa Grigia nel 1864 (cioè dieci anni prima dell’impresa di Vaccarone, Martelli e Castagneri all’Uia di Mondrone, fino ad oggi ritenuta erroneamente la prima invernale italiana).

Lo sci- alpinismo nacque nel 1893 e contribuì in misura notevole alla conquista invernale delle Alpi. Ma, esaurita nel periodo tra le due guerre la sua impronta esplorativa, esso prosegue ora limitandosi al percorso degli itinerari più remunerativi già noti.

L’alpinismo invernale è nato sulle alte Alpi ghiacciate, e solo più tardi si è diffuso verso oriente, dapprima nelle Alpi Centrali, poi sulle Prealpi ed infine nelle Dolomiti: ed è naturale, perché sui colossi di ghiaccio gli alpinisti erano abituati alla neve che, viceversa, in Dolomiti non è certo un elemento fondamentale del paesaggio e dell’arrampicata. Viceversa, l’alpinismo invernale su grandi difficoltà, nato sulle Alpi calcare austro-tedesche ed affermatosi sulle Dolomiti – in due tempi: 1938 (Kasparek e Brunhuber) e 1950 (Buhl e Rainer) – si è poi esteso ai grandi itinerari in alta quota della Alpi Occidentali.

“L’alpinista è un vagabondo” ha scritto Mummery: e scarseggiano ormai le novità in fatto d’alpinismo, ecco che le scalate invernali consentono ancora di vivere l’avventura. Anche se, in fondo, le invernali sono soltanto scalate effettuate in particolari condizioni (taluni itinerari, infatti, posso rivelarsi più impegnativi in estate che non in inverno). Innegabilmente, però, l’alpinismo invernale ha contribuito ad un rinnovamento dell’alpinismo moderno, ampliandone il terreno di gioco che andava esaurendosi, affinandone la tecnica (anche in funzione dell’attività extra-europea), ed avvicinando fra loro, almeno al vertice delle difficoltà, gli opposti indirizzi di scuola “orientale” ed “occidentale”.

Le scalate invernali – si sa – richiedono una preparazione, un impegno (ed un equipaggiamento), certamente maggiori che non nelle estive: così, l’alpinismo invernale rappresenta il vertice della attività alpinistica ed insieme una magnifica e seria palestra di formazione.

La valutazione dell’impegno richiesto da una scalata invernale, a parte ogni altra evidente considerazione, deve spesso tenere conto dei problemi relativi all’accesso ed alla via di discesa perché, in inverno, la montagna può mutare aspetto profondamente. Così, anche la valutazione delle difficoltà tecniche può riservare, d’inverno, delle sorprese. Come sui versanti settentrionali, dove vie di roccia di 4° grado “estivo” si tramutano in vie di temibile “misto”. Ed allora è indispensabile che l’alpinista conosca profondamente tutte le caratteristiche dell’inverno alpino, onde prevedere le condizioni della montagna invernale.E qui si innesta un altro discorso: quello relativo alla delimitazione del periodo di tempo valido per l’attività alpinistica invernale. Purtroppo, sono discorsi troppo lunghi per essere riassunti qui in poche righe… Oggi, inarrestabile progresso della tecnica alpinistica ha trovato nelle scalate invernali un banco di prova formidabile: purchè non prevalga lo sterile tecnicismo! E se non si accettano i chiodi ad espansione, il cordino per il rifornimenti dalla base, il finanziamento pubblicitario delle imprese a lungometraggio, il “sistema” di tipo himalayano, se ci si vuole fermare insomma ai cosiddetti “sistemi tradizionali”, allora l’alpinismo invernale (e l’alpinismo stesso) è finito?

Io non credo. Perché, ad esempio, nel 1964 i 1700 metri della famosa parete orientale del Watzmann sono stati percorsi in invernale da una comitiva di ben cinquantasei alpinisti. E perché, sempre ad esempio, c’è ancora una parete Sud del Cervino che attende i suoi conquistatori…

Ercole Martina

Dicembre 1968 – Articolo pubblicato su “Rassegna Alpina”.

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