La Bergamasca è tornata

“Amore, c’è un bel sole fuori. Andiamo a fare due passi? Tipo al Sasso di Preguda che è qui dietro?” Bruna, avvolpacchiata nelle coperte mi guarda felice “Certo! Andiamo!”. A volte essere un buon marito è davvero facile …già, in fondo non credo di dovermi sentire troppo in colpa se, prima di pranzo, a Preguda ci sarei comunque andato visto che mi servivano un paio di buone foto del San Martino.  

Così usciamo di casa (con binocolo e teleobiettivo nello zaino) ed infiliamo il sentiero al sole che risale le pendici del Moregallo. Quando raggiungiamo la prima casotta facciamo pausa: per Bruna, dopo l’incidente al piede, queste sono le prime uscite e per questo vanno affrontate ancora con grande calma. Si stende sulla panchina godendosi il sole. In montagna il silenzio è oro e spesso offre grandi regali: alle nostre spalle passano infatti sei mufloni. Immobile in piedi mi limito a guardarli mentre mi fissano dubbiosi: “Bru… girati piano e guarda dietro”. La bergamasca si alza in piedi sulla panchina appoggiandosi in avanti mentre tiene curiosamente il culo per aria cercando di nascondersi ai mufloni. Ve lo devo dire: lei guardava i mufloni ma io ero più interessato ai suoi yoga-pants!

Giunti a Preguda la Bergamasca si è appisolata su un sasso mentre io, con tutte le mie lenti, sono andato a zonzo sul crinale “binocolando” il Coltignone e tutte le grandi pareti del Lago. Qualche giorno prima, sbagliando strada, era stato sulla cima del Regismondo ed ora volevo capire meglio la “geometria” del curioso mondo che si estende tra la selvaggia Valle Verde e le torri del Coltignone (…di cui Ivan mi ha avrà ripetuto i nomi milioni di volte ma che ancora non ho memorizzato!).

Il Moregallo orientale ed il Coltignone occidentale sono due montagne dall’animo quasi speculare  che si fronteggiano attraverso il lago. Due giganti simili ed allo stesso tempo tremendamente diversi. Ciò che li accomuna sono principalmente due aspetti: il primo è una natura assolutamente selvaggia, il secondo una natura assolutamente trascurata. Entrambe offrono pochissimi sentieri ufficiali ed “integrali” (il GER e la Val Verde contro il 50° Osa) ed entrambe hanno severe salite alpinistiche spesso poco ripetute (Parte Nord Moregallo, Tempo Perduto, Braga contro Forcellino, Bastionata del Verde, Penduliva). La neonata falesia del Gavatoio pareggia oggi le arcinote milanesate del Lariosauro, del Pradello, del Solarium e compagnia bella: ma le parti attrezzate sono probabilmente quelle forse meno interessanti degli oltre mille metri di dislivello quasi sconosciuti che contraddistinguono le due montagne.

Alle spalle del Coltignone la Grignetta sembrava offesa, quasi indispettita della scarsa attenzione che le dedicavo mentre brillava abbagliante al sole. Le pareti del Coltignone sono incredibili, incastrate in un dedalo complicato che richiede ingegno e determinazione anche solo negli avvicinamenti. “Accidenti! Guarda che roba!” Nelle lenti del mio binocolo lucenti forme grigie si scuotono tra le ombre tracciando placche, diedri, grotte e strabilianti tetti! “Accidenti! Devi portarti la tenda per combinare qualcosa da quelle parti!” Nella mia memoria anche le due immense e Buie pareti nascoste, che dal Moregallo non si vedono e che avevo fotografato con Bruna del Belvedere del Forcellino. “C’è un mondo infinito laggiù! Un mondo capace ancora di custodire i propri segreti”. Ivan mi aveva raccontato di alcune salite integrali di quell’enorme serie di muraglie, cose forse “già fatte” quindi, forse alpinisticamente insignificanti, ma cariche di un fascino vibrante che nella mia mente ha un solo nome: avventura!

“Piano piano la formichina Birillo rosicchierà la grande montagna senza farsi ingoiare!” La fantasia è la magia che anima le montagne e la mia mente corre su quelle creste cercando e fantasticando passaggi e difficoltà. “Mi piace! Accidenti se mi piace!” Gli archivi privati di “Cima-Asso” sono stracolmi di foto in alta definizione di quelle pareti, di quei canali, di quei boschi sospesi …ma nonostante questo la mia vecchiotta Fujifilm continua a scattare, a cercare di cogliere i segreti mancati.

Poi, sazio, torno da Bruna. “Facciamo il giro ad anello per scendere?” Ci rimettiamo in marcia passeggiando nel lungo traverso che porta verso la Forcellina e poi deviamo puntando verso le Piazze Rosse. Incuriosito mi infilo nel bosco in cerca degli “erranti”. Trovo due piccoli giganti di serpentino alla cui base i tassi hanno scavato la propria tana. “Bruna, vieni a provare queste lame!” Zaino in spalla cerco di dare fondo alle mie scarse capacità di bouldering rimontando a freddo difficoltà evidentemente proibitive. “Un paio di prese sono buone, ma il movimento è  tanto duro!” Mi aiuto in spaccata sulle piante vicine confidando nel supporto dei rovi, poi si fa avanti Bruna: “Dai, dai, spostati che provo io!” Bergamo si ingarella e comincia a tirare e puntare i piedi sulla roccia. Un certo fremito mi assale: sono ormai sei mesi, dal giorno prima dell’incidente, che non andavamo più a passeggiare insieme giocando con i sassi. Sono agitato e felice: per un secondo ogni fantasia sul Coltignone, o su qualsiasi altra montagna, sparisce lasciando posto al più antico dei giochi!

Poi, allegra, si mette a correre e saltellare per il sentiero: “Vai piano Bergamo! Hai ancora le gambette da merlo! Non esagerare che ti strambi le caviglie!!” Scordianta appoggia i piedi senza presenza, ma è normale visto che è stata ferma tanto a lungo. Però ride, è felice, è tornata!

Davide “Birillo” Valsecchi

 

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