Month: January 2017

CIMA-ASSO.it > 2017 > January
Fiamme al Moregallo

Fiamme al Moregallo

Se ti chiami Birillo e giudi una brigata che porta il nome di “Tassi del Moregallo” non puoi tollerare che l’ignoranza abbia portato fiamme e cenere tra le tue valli: questo non è solo un incendio doloso, questa è una faccenda personale.

Ieri sera la sirena dei pompieri, poi oltre il profilo della Forcellina la notte si illumina di rosso: brucia la valle Due Pile, brucia il versante sud Moregallo. Dal terrazzo scatto qualche foto mentre su internet leggo che fino al mattino non sarà possibile intervenire. Alle quattro mi alzo in mutande e torno sul terrazzo: le fiamme, nonostante la foschia, sembrano essersi allargate inghiottendo tutte le creste.

Al mattino l’elicottero inizia il suo “vai e vieni” gettando acqua sui focolai che ancora fumano alti sulla cima del Moregallo: il fuoco, incastrato tra le pareti di roccia, ha consumato ogni cosa, non ha quasi più nulla da bruciare e sembra morire di di fare sotto i colpi dell’elicottero. Non posso che aspettare cercando di capire quale disastro nasconda la foschia. Poi l’elicottero smette di volare, il fumo sembra cessato: infilo gli scarponi e vado a vedere.

Incontro le squadre dell’antincendio che scendono lungo il sentiero “Paolo ed Eliana”. Chiedo loro come sia la situazione. L’incendio è spento, qua e là fuma ancora ma solo all’interno del perimetro già bruciato. Li saluto e li ringrazio per quello che hanno fatto: “Grazie? Siamo di Valmadrera, queste sono le nostre montagne: non potevamo fare diversamente!” Sorridono e scendono a valle: ancora grazie!

Incontro una coppia di carabinieri. Giacche grigie e scarponi ricordano la forestale: forse sono i primi “carabinieri di montagna” dopo l’accorpamento dei due corpi. Chiedo loro qualche informazione e racconto quello che so della valle e quello che ho visto durante la notte. “Posso fare qualche foto e guardare un po’ in giro?” Avevo paura di dare fastidio ai loro rilievi ma non hanno nulla in contrario se curioso in giro: le operazioni di spegnimento sono ormai concluse. Così li seguo sul sentiero che dal Forcellino taglia verso Sambrosera e poi, spinto da un richiamo a cui non riesco a resistere, mi infilo nella valle due pile e rimonto del mio adorato “ignoto” ormai in cenere.

Il fuoco sembra essere sceso dall’alto, scavalcando tutte le tre grandi creste che sulla sinistra scendono nella valle: è impressionante come abbia saputo salire per ridiscendere superando i salti rocciosi che si opponevano a barriera. Fortunatamente i due carabinieri/forestali non mi seguono: la valle è insidiosa normalmente, in quelle condizioni non ho idea di cosa mi attenda.

Supero il primo passaggio roccioso, il primo punto in cui tocca tenersi un po’, ed entro nella “piazza” dove i primi canali si incrociano. Il fuoco ha solo accarezzato le piante mentre correva furioso sul paglione consumandolo fino alle radici. In quel punto spesso cadono e muoiono molti mufloni ed il fuoco sembra aver scosso le piante che ne trattenevano i resti facendone rotolare a valle le ossa. Le fiamme hanno ingiallito quello che resta di un muflone maschio e più in alto di una femmina.

Devo fare attenzione a non muovere sassi in quella terra scossa e consumata dal calore. Le pietre ingiallite non sembrano dare alcun affidamento. Per essere più sicuro devo arrampicare quanto più possibile sulle placche e sui sassi più grandi ma la sensazione è strana ed inquietante. Con le dita scosto la cenere cercando appigli e appoggi in un silenzio surreale. I miei ricordi sono pieni di piante, a volte fastidiose, a volte amichevoli, che custodivano i segreti del cuore della valle: non c’è più nulla, solo cenere, spazi aperti e silenzio.

Mentre arrampico più o meno all’altezza dello “Zeppeling”, dove lo scorso gennaio abbiamo ripetuto la via “Biba e PoniPoni”, vedo affacciarsi sulla cresta una volpe. Ferma immobile lassù mi osserva per quasi venti minuti mentre salgo in silenzio. Immobile, arroccata sopra un’isola rocciosa circondata dalla cenere, uno scoglio sopra cui il fuoco non è riuscito a salire. Mi guarda ed io guardo lei: forse siamo i soli esseri viventi che si aggirano in quella desolazione. Ci guardiamo muti a lungo, quasi a cercare conforto e quel suo osservarmi impietrito senza riuscire a parlarmi: “Cosa è successo?” Mi piacerebbe dirle che mi dispiace, che quella è la nostra valle, ma lei domani dovrà andare altrove per sopravvivere. Forse non siamo stati in grado di proteggerla, di certo  daremo battaglia per vendicarla.

Birillo’s Crack è affumicata, lo stesso vale per lo Scoglio di Arianna e la cresta su cui corre Mozzo Fantasma. Il fuoco ha circondato la Pietra del Filosofo e lo Scoglio dei Tassi risalendo il verticale pendio erboso che avevo fantasticato di risalire con le picozze. Vorrei salire fino alla bocchetta di Sambrosera ma una strana inquietudine mi trattiene. Credo che il fuoco lo abbiano appiccato qui da qualche parte, lungo il sentiero che dalla palina della OSA risale verso la bocchetta. Probabilmente sono scesi da qualche parte nella valletta e poi hanno ripiegato in sicurezza oltre il crinale verso Sambrosera. Le creste hanno nascosto alla vista quello che accadeva fino a quando ormai è stato troppo tardi: “Figli di puttana…”

Mi guardo in giro ancora un po’. La terra è nuda e cotta, quando la pioggia pesante la colpirà in quelle condizioni non sarà affatto piacevole. Credo che molte cose cambieranno ancora: staremo a vedere. Quelle mezze seghe che hanno combinato questo casino forse pensano compiaciuti di aver abbrustolito la mia montagna, ma si sbagliano. Il Drago Verde ha sangue di fenice, risorgerà e sarà ancora più battagliero. Al contrario dovrebbero essere loro a preoccuparsi: i “duri della valle” non sono come gli altri, sono gente strana e toccargli la montagna è un’offesa imperdonabile. Tra i vecchi già gira insistente la voce, tra loro si domandano chi ha visto o sentito: è iniziata la caccia ed i pezzi vengono messi insieme. Il fuoco ha svegliato una rabbia bruciante che conveniva lasciare sopita.

San Primo, Palanzone, Pra Santo, Due Mani ed ora Moregallo: qualcuno pagherà e pagherà per tutto. Forse è meglio smettere di sentirsi intoccabili, smettere di comportarsi come degli idioti. Quello che accade nel bosco resta nel bosco: dio non voglia che qualcuno li colga sul fatto o tra la cenere non troveremo solo le ossa di muflone.

Davide “Birillo” Valsecchi

Guardiani del Drago Verde

Guardiani del Drago Verde

Avevo sentito spesso parlare di questo articolo di Reinhold Messner, “L’assassinio dell’Impossibile”, ma non avevo mai trovato dove poterlo leggere integralmente. Stamattina, trafficando con le riviste della Biblioteca Canova, me lo sono trovato davanti all’improvviso, come editoriale della “Rivista Mensile del CAI” Ottobre 1968.

L’ho letto tutto d’un fiato e sono rimasto colpito e stravolto da come, a distanza di oltre cinquant’anni, tutto sia assolutamente diverso mentre le sue parole conservano un’attualità spaventosa. Messner parlava delle “direttissime”, delle linee a filo di piombo vinte con punteruoli, chiodi ad espansione e staffe. Un discorso che però travalica i sofismi della tecnica e denuncia un atteggiamento, un modo di pensare ed agire. Oggi i chiodi ad espansione si piantano con il trapano, ma il mito non è più la direttissima, il mito moderno è liberare il grado impossibile. Poco importa che per realizzare la grande “libera” qualcuno sia prima passato a piantare i fix, qualcun’altro abbia posizionato rinvii e cordini e che infine, dopo cadute ed interminabili tentativi, il passaggio venga finalmente “liberato”, glorificando così il suo “liberatore” tra applausi ed esultanza a favor di telecamera.

Leggevo le parole di Messner ed ero stupito, sorpreso da quanto avesse intuito ma anche da come le sue preoccupazioni si siano trasformate in modo anche peggiore a quanto temesse. Impensabile… Messner, contro ogni convenzione e dogma dell’epoca, rischiava la vita per superare il limite culturale del sesto grado mentre oggi, in un mondo addomesticato a fittoni e resinati, il “6a” è considerato roba da principianti: “Ma non lo chiudi il tiro? Ti sei forse ghisato gli avambracci? Dai duro! Appenditi e riprova!”. Io, con onestà, slegato ed in esplorazione non oso avvicinarmi al V°. Tuttavia credo che nessuno della contemporanea generazione “Io c’ho il 7a!!” spinga il proprio cuore, senza altra speranza o possibilità, nell’ignoto della placca al Sass dla Crusc: VIII-° in libera a vista (o muori) nel 1963 per i fratelli Messner.

Già, un mondo davvero incredibile. Spesso gli amici mi prendono in giro per le mie esplorazioni sulle verdi montagne dell’Isola Senza Nome: secondo loro passo più tempo a ravanare su prati e piante che ad arrampicare sulla roccia. In fondo io credo abbiano ragione, ma ormai è così che mi sono abituato: vado là dove non interessa a nessuno, dove mi attende un mondo sconosciuto, spesso spaventoso quanto affascinante. Quando trovo una pianta, o anche solo la radice di un rovo, la afferro ben volentieri e spesso con grande affetto: c’è affinità tra noi, entrambi siamo appesi nel vuoto, ma di solito loro sono attaccate meglio!!

Messner nel suo articolo parla del famoso Drago. Forse il mio Drago non è nato nelle fiamme delle profondità della terra, non ha un duro cuore di granito, e non troneggia neppure sulle ossa delle creature del mare con un liscio cuore di dolomia. No, il mio Drago è figlio della foresta, forse il suo cuore è fatto di legno, i suoi artigli sono avvolti d’edera ed il muschio ricopre le scaglie della sua corazza. Quando si sdraia tra l’erba dei pendii quasi non riesci a vederlo, ma lui è lì, pronto a spiccare il volo verso l’azzurro del lago, pronto a trascinarti nei sogni oltre alla nebbia. Già il mio è un Drago verde, il più pigro, il più libero, il più selvaggio e bizzoso: uno dei pochi capace di terrorizzare i cavalieri del trapano.

Ma forse è giusto così, perché nel profondo del mio cuore anche io mi sento più un druido che un moderno alpinista. «Scarpe? Roccia? Finché si ha bisogno di scarpe e di roccia per salire, non si conosce nulla di quest’arte. Il vero arrampicatore non ha bisogno di artifici, nemmeno di roccia.» Ma ora abbandonate le mie fantasie ed inoltratevi tra le parole più esperte di Messner.

Davide “Birillo” Valsecchi


L’assassinio dell’impossibile
di Reinhold Messner

Che cosa ho, personalmente, contro le «Direttissime»? Ma proprio nulla; anzi. La «via della goccia cadente» è una cosa quanto mai logica, e del resto è sempre esistita; purchè, però, la montagna la ammetta. Ma a volte la fessura continua più a sinistra o più a destra; e allora è dato di vedere di scalatori – quelli delle prima ascensione intendo – procedere diretti come se nulla fosse; piantando, ovviamente, chiodi ad espansione. Ma perché passare proprio di là, e in quel modo? «Per la libertà», dichiarano; e non si accorgono di essere schiavi del filo di piombo.
Si ha orrore delle deviazioni. «Davanti alle difficoltà, la logica non comanda di aggirarle, ma di vincerle» – dichiara Paul Claudel. E’ quel che dicono pure i protagonisti delle direttissime, i quali sanno già in partenza che l’armamentario di cui sono forniti consentirà loro di superare qualunque ostacolo. Essi parlano dunque di problemi che non esistono più. Potrebbe la montagna arrestarli con difficoltà inattese? Sorridono: quei tempi sono passati da un pezzo! (Il che, purtroppo, risponde a verità.) L’impossibile in montagna è stato eliminato, ucciso dalle direttissime.
Le direttissime non sarebbero di per sé un gran male, se lo spirito che le informa non si fosse propagato a tutto l’arrampicamento. Ecco qui uno scalatore in parete. Mette i piedi nelle staffe; tutt’intorno nient’altro che roccia gialla strapiombante. Sta facendo un foro sopra l’ultimo chiodo; è già stanco, ma non rinuncia: ha ancora cinque giorni di ferie! Chiodo su chiodo, egli avanza caparbio: vuole imporre alla parete la sua via, e null’altro.
Il chiodo ad espansione è divenuto una cosa ovvia: lo si tiene sempre a portata di mano, per l’eventualità che non si riesca a passare con mezzi ordinari. L’arrampicatore di oggi non vuole precludersi la via di ritirata, e si porta appresso il coraggio nel sacco. Le pareti non vengono più vinte in arrampicata, bensì umiliate con un lavoro manuale e metodico, una lunghezza di corda dopo l’altra, e quel che non si fa oggi si farà domani. Le vie di arrampicata libera sono pericolose, per ciò ci si tutela piantando chiodi. La volontà non fa più assegnamento sulle capacità, ma sugli attrezzi e sul lungo tempo disponibile. Non è più il coraggio ma la tecnica il fattore decisivo; l’ascensione può durare giorni e giorni, i chiodi si contano a centinaia. Il ripiegare diventa disonorevole perché ormai tutti sanno che con i chiodi ad espansione si viene a capo di tutto, anche della più repulsiva «direttissima».
Un tempo, la storia dell’alpinismo si scriveva sulle muraglie di roccia con la penna simbolica dell’ardimento; oggi si scrive con i chiodi. Mutano i tempi, e con essi le concezioni e i valori. L’assicurazione strumentale ha preso il posto della sicurezza interiore, la bravura di una cordata si valuta in base al numero di bivacchi, mentre il coraggio di chi arrampica ancora in «libera» viene squalificato come manifestazione di incoscienza.
Chi ha intorbidito la pura fonte dell’alpinismo?
Forse, i primi volevano soltanto avvicinarsi ancora di più al limite del possibile: oggi, invece, ogni limite è svanito, cancellato. In principio non sembrava una cosa grave, ma sono bastati dieci anni per eliminare dal vocabolario alpinistico la parola «impossibile».
Progresso? Oggi, a dieci anni dagli inizi molti non fanno più nemmeno caso a dove piantano i chiodi ad espansione, se su vie nuove o su quelle classiche. Si fora sempre di più e si arrampica sempre di meno.
L’impossibile è sgominato, il drago è morto avvelenato e l’eroe Sigfrido è disoccupato. Ognuno si lavora la sua parete piegandola con il ferro alle proprie possibilità.
Taluni l’avevano previsto da tempo, ma continuarono a forare, sulle direttissime ed altrove, finchè perdettero il gusto dell’arrampicare: perchè osare, perchè rischiare, quando si può procedere in perfetta sicurezza? Divennero allora i profeti della direttissima: «Non perdete tempo sulle vie classiche, imparate a forare, imparate a servirvi di staffe e cordini. Fatevi furbi, raggirate la montagna con qualunque mezzo se volete avere successo. L’era delle direttissime è appena iniziata, ogni cima attende la sua via del filo a piombo: non c’è fretta, tanto la montagna non può nè sfuggire nè difendersi»
«Hai già fatto la direttissima? E la superdirettissima? No?» Questo è il criterio con cui si misura oggi il valore alpinistico. E allora il giovane va, si arrabatta lungo la scala di chiodi e poi chiede al prossimo venuto: «Hai già fatto la direttissima?»
Chi non sta al gioco viene deriso se osa pronunciarsi contro l’opinione corrente. La generazione del filo a piombo si è ormai affermata, e senza tanti riguardi ha ucciso l’impossibile. Chi non vi si oppone si rende complice dell’assassinio, e quando gli alpinisti apriranno gli occhi e si accorgeranno di quello che è venuto loro a mancare, sarà troppo tardi: l’impossibile, e con esso l’ardimento, sarà sepolto, marcito e dimenticato per sempre.
Non tutto è ancora perduto, ma «essi» torneranno all’assalto; e se non saranno i medesimi, saranno altri come loro. Faranno un gran chiasso già molto tempo prima di attaccare, ed ogni ammonimento sarà di nuovo inutile. Avranno l’ambizione, avranno una lunga vacanza, ed ecco che qualche nuovo «ultimo problema» sarà di nuovo risolto… Lasceranno al rifugio, come storico documento, altre fotografie con una fila di puntini in linea retta, dalla base alla cima: e in parete qualche centinaio di chiodi. Stampa e radio ci informeranno ancora che l’impossibile è stato superato…
Se qualcuno è già indotto a pensare ad una possibile regolamentazione, vuol dire che la situazione è seria: ma noi giovani non vogliamo alcun codice alpinistico: «Noi vogliamo trovare lassù i giorni ardui, nei quali non si conosca al mattino la ricompensa della sera» Fino a quando ci sarà ancora questa possibilità?
Io mi preoccupo per il Drago ucciso: dobbiamo fare qualcosa prima che l’impossibile venga del tutto sotterrato. Noi ci siamo cacciati a furia di chiodi sulle pareti più selvagge: la prossima generazione dovrà sapersi liberare da tutta questa zavorra. Noi abbiamo imparato a salire lungo la via del filo a piombo, quelli che verranno dopo dovranno tendere nuovamente alle cime per altre vie. La cambiare sta per scadere, dobbiamo ritrovare il limite del possibile: dovrà pure esserci questo limite, se vorremo avvicinarci ad esso con la virtù dell’ardimento! Dove ci potremmo rifugiare, altrimenti, per sfuggire all’oppressione del grigiore quotidiano? Sull’Himalaya? Sulle Ande? Sì, anche là se ci sarà possibile: ma per la maggioranza non ci saranno che le vecchie Alpi.
Salviamo dunque il Drago; e, in avvenire, proseguiamo sulla via indicataci dagli uomini del passato: io sono convinto sia ancora quella giusta!
Calza gli scarponi e parti. Se hai un compagno, porta con te la corda ed un paio di chiodi per i punti di sosta. Ma nulla di più. Io sono già in cammino, preparato a tutto: anche a tornare indietro, nel caso ch’io m’incontri con l’impossibile. Non ucciderò il Drago: ma se qualcuno vorrà venire con me, proseguiremo assieme verso la vetta, sulle vie che ci sarà dato di percorrere senza macchiarci di assassinio.

Reinhold Messner
(Traduzione di Willy Donìo)

Storie di fabbri di montagna

Storie di fabbri di montagna

La forgia è uno strumento affascinante, ricordo di aver passato interi pomeriggi ad osservare Enzo quando trafficava nel suo laboratorio dietro casa realizzando pezzi unici in ferro battuto. Anche in Tanzania, quando siamo andati a curiosare tra i fabbri africani, era incredibile come i locali riuscissero a lavorare il metallo con precisione nonostante utilizzassero strumenti terribilmente grezzi e rudimentali.

Curiosamente, nonostante i dettami di Preuss, l’alpinismo è sempre stato legato alle intuizioni dei fabbri e alla loro ferraglia. All’inizio non fu, come si potrebbe pensare, per il chiodo, il Piton, o per il moschettone, no, i primi fabbri di montagna crearono infatti picozze e ramponi. Anzi, i primi rudimentali ramponi venivano utilizzati ormai da secoli dai contadini: in estate per falciare l’erba dei pendii più ripidi ed in inverno per frenare la slitta con cui si portava a valle la legna.

Gli strumenti alpinistici che conosciamo oggi hanno spesso un’origine tanto nobile quanto umile, sono il frutto di una ricerca lenta e spesso geniale che si perde nel tempo.  

In questo periodo sto svolgendo una ricerca sui chiodi da arrampicata e per questo motivo sto “esplorando” il vasto mondo dei produttori, delle aziende che oggi progettano e realizzano la maggior parte delle cose che comunemente abbiamo attaccato all’imbrago. Inevitabilmente ho fatto qualche piccola ricerca anche sulla loro storia, sui curiosi aneddoti che hanno caratterizzato la loro fondazione, la loro evoluzione. Spesso l’idea di un’azienda è stata capace di cambiare il mondo dell’arrampicata e dell’alpinismo, altrettanto spesso le intuizioni degli alpinisti e degli arrampicatori hanno cambiato radicalmente il destino di queste aziende.

Così, sperando possa interessarvi, ecco qui alcuni dei miei appunti. Ho riportato qui, in ordine cronologico, le aziende che nella loro storia hanno prodotto chiodi o protezioni veloci (Nut, Friend). Un elenco certamente incompleto ma che ben rappresenta un’evoluzione prossima a sfiora i 200 anni.

1818 Grivel  (ITA)

I Grivel, famiglia di fabbri stabilitisi a Courmayeur, entrarono in contatto con la storia dell’alpinismo modificato la loro produzione di attrezzi agricoli, di ferri da cavallo e di chiodi da scarpe, nella piccola officina ai piedi del Monte Bianco, nella località chiamata “Les Forges”. Modificarono i picconi che già producevano in un nuovo attrezzo, più leggero e più elegante, che i “Signori” utilizzano per le loro “inutili” scorribande sulle cime ricoperte di ghiacci. Così, senza un vero inventore nacque la piccozza. Nel 1909, la produzione del primo vero rampone moderno che, su disegno dell’ingegnere inglese Oskar Eckenstein, usò il miglior acciaio che un fabbro di montagna potesse trovare: quello recuperato dalle rotaie ferroviarie, tagliate a fette e forgiate a mano. Oggi tutto avviene più industrialmente, ma il disegno di base del rampone non è fondamentalmente cambiato se non con l’invenzione delle due punte anteriori fatta da Laurent Grivel nel 1932.

1830 Kong Bonaiti (ITA)

Le origini di Kong partono da lontano, esattamente nel 1830 in un’officina meccanica situata nel lecchese. ai piedi delle prealpi, dove Giuseppe Bonaiti ha dato inizio alla sua attività. I suoi “moschettoni” diventano un punto fisso per coloro che appendono la propria vita scalando le vette. Nel 1977 l’azienda Bonaiti cambia nome in Kong, ma l’impronta rimane sempre la stessa.

1862 Mammuth (CH)

Dopo aver completato il suo apprendistato di tre anni come costruttore di corde il cotone, Kaspar Tanner realizza la sua prima corda in Dintikon. Più tardi si sposta a Lenzburg dove ottiene il permesso di utilizzare un adiacente strada pubblica per stendere ad asciugare le proprie corde. Quando il figlio Oscar prende parte all’azienda del padre realizzano un nuovo capannone dove stendere le corde a dispetto delle condizioni metereologiche. Inizia la produzione industriale di corde che nel 1943 porterà al marchi Mammuth, scelto per simboleggiare forza e resistenza.

1863 EDELRID (GER)

Fondata da Giulio Edelmann e Carl Ridder nel 1863. In un primo momento, la società ha fatto trecce e corde. Giulio Edelmann era un venditore ed un alpinista, Carl Ridder un tecnico, che si è specializzato nelle macchine da intreccio. Nel 1953 EDELRID ha inventato la corda Kernmantel (un core interno protetto da una calza esterna) rivoluzionando il mondo dell’arrampicata. Materiali e tecniche di produzione sono stati costantemente migliorati ed 11 anni dopo, EDELRID prodotto una corda in grado di resistere a più cadute – il precursore della moderna corda dinamica.

1889 CAMP Cassin (ITA)

La storia di C.A.M.P. (Concezione Articoli Montagna Premana), cominciata nel 1889 in una piccola officina di Premana, sulle montagne lecchesi, coi lavori in ferro battuto di Nicola Codega. La bottega è poi passata al figlio Antonio, artefice delle famose piccozze per il corpo degli alpini. Nel 1997 acquisiscono la CASSIN, l’azienda sotto la guida del leggendario Riccardo Cassin produceva chiodi e materiale d’arrampicata che egli stesso utilizzava nelle sue spedizioni.

1930 Petzl (FR)

All’inizio degli anni 1930, Fernand Petzl scopre la speleologia. Modellatore meccanico di formazione, progetta presto nuove tecniche per questa attività ancora rudimentale. Nel laboratorio, dopo il lavoro, comincia a fabbricare dei pezzi con le proprie mani, sistemi di assicurazione per lui ed i suoi amici speleologi. Il suo obiettivo: poter superare, la domenica successiva, ostacoli sotterranei in gallerie fino ad allora inaccessibili. Con il suo amico Pierre Chevalier, inventa e mette a punto, negli anni 1940, nuovi strumenti di progressione. Il loro incontro è decisivo. Con lui, esplora i primi diciassette chilometri di gallerie sotterranee del Dent de Crolles e stabilisce un primo record mondiale di profondità di 600 m. Insieme mettono a punto le nuove tecniche di progressione, utilizzando le prime corde di nylon, al posto delle tradizionali scale fisse. Una rivoluzione basata sulle invenzioni di Fernand Petzl: il materiale d’arrampicata e soprattutto il bloccante, alcuni anni più tardi.

1935 Salewa (ITA)

L’8 luglio 1935, quando Joseph Liebhart, il direttore della Cooperativa per i sellai, i produttori di arazzi e i tappezzieri di Monaco registra una società affiliata per l’attrezzatura di sellai e prodotti in pelle: SA (Sattler/sellai) LE (Leder/pelle), WA (Waren/prodotti). La riforma monetaria del 21 giugno 1948 segna un nuovo inizio per SALEWA e la Germania dell’Ovest. Per alcuni anni, le borse porta macchine fotografiche, prodotte per la AGFA, sono i prodotti più venduti. Oltre agli zaini, i palloni da calcio (in pelle) e i borsoni per le moto facevano parte degli articoli commercializzati. I bastoncini da sci (in legno di nocciolo) divennero in seguito i prodotti con più successo. Nel 1955 sviluppa l’originale zaino Andes e finanzia la spedizione nelle Ande di Hermann Huber, che sarebbe diventato in seguito il managing director.Nel 1990 viene acquistata da Heiner Oberrauch e il gruppo Oberalp, e la sede centrale viene trasferita a Bolzano.

1947 Skylotec (GER)

Eduard Kaufmann fonda una società che si occupa principalmente di attrezzatura per la sicurezza ed il soccorso dei minatori. Freni di sicurezza, barelle a cucchiaio in alluminio ed altri presidi tecnici per gli interventi di soccorso. Nel 2007 produce la prima imbragatura per l’arrampicata e successivamente un’ampia gamma di prodotti per l’alpinismo.

1957 – Chouinard Equipement – Black Diamond. (USA)

 Yvon Chouinard, membro della “Golden Age” della Yosemite Valley, fonda la Chouinard Equipment Ltd per realizzare e vendere i suoi famosi chiodi. Alla fine degli anni ’60, insieme a Tom Frost, altro membro della “Golden Age”, ridisegna piccozze e ramponi. Negli ’70 si rende conto che i suoi chiodi stanno rovinando la roccia della Valle e decide quindi, nonostante i chiodi siano il suo prodotto di punta, di realizzare nuovi strumenti di assicurazione meno invasivi. Realizza l’Excentric, il primo Nut! Le vendite di chiodi crollano ma il nuovo prodotto tiene in piedi l’azienda. Chouinard, sempre in questo periodo, fonda un’altra azienda, la Patagonia. Nel 1989 la Chouinard Equipment è costretta a dichiarare bancarotta per una controversia legale, i suoi dipendenti però rilevano brevetti ed impianti di produzione dando vita alla BlackDiamond che conosciamo oggi.  

1977 Wild Country (Eng)

Frutto dell’ingegno dell’arrampicatore britannico Mark Vallence, che voleva produrre quello che sarebbe poi diventato il prodotto per l’arrampicata più famoso di tutti i tempi: il friend. Furono ideati dal climber statunitense Ray Jardine, che Mark aveva incontrato negli USA alcuni anni prima, ma quando Ray non riuscì a trovare un partner statunitense per sviluppare e produrre questo prodotto rivoluzionario, si unì a Mark, creando Wild Country. Fondata nel 1977 in una piccola fabbrica nel cuore del Peak District, Wild Country si è ingrandita in seguito a questo attrezzo rivoluzionario e il suo nome è sinonimo di arrampicata di altissimo livello in tutto il mondo.

Davide “Birillo” Valsecchi

Dagli di Martello!

Dagli di Martello!

Ieri sera mi ha scritto Angelo: “Birillo, consigliami il mio primo martello: voglio imparare a chiodare!”. La domanda mi ha colto piuttosto alla sprovvista ma, curiosamente, si inseriva perfettamente nelle ricerche che sto conducendo in queste settimane: già, mi sono messo in testa di condurre un piccolo censimento sul materiale alpinistico contemporaneo, in particolare sui chiodi.

Ispirato dalle leggendarie fotografie di Royal Robbins davanti alla parata di chiodi forgiati da Chouinard vorrei realizzare qualcosa di simile con i “pìtons” attualmente in commercio. Per questo motivo mi sto dando un gran da fare a contattare i vari produttori, sia italiani che stranieri, cercando un po’ di aiuto: curiosamente oggi il chiodo è uno degli oggetti proporzionalmente più costosi, tuttavia devo dire che la risposta dei produttori alla mia idea è stata quasi sempre positiva e buona parte degli oltre 150 esemplari che vorrei raccogliere sono già in viaggio.

La domanda di Angelo era imprevista, ma ormai mi sono abituato a scartabellare tra i cataloghi e non potevo perdere l’occasione di aiutare un’aspirante apprendista nell’arte del chiodo e martello. Così ho realizzato un piccolo elenco, parziale ed approssimativo, dei martelli disponibili sul mercato. Ovviamente nei negozi spesso si trovano solo quelli più diffusi, ma ho trovato interessante curiosare anche tra i modelli “inconsueti”. Mi sono reso conto che anche nel materiale alpinistico la scelta dei modelli o delle marche spesso è legata tanto alle mode quanto al territorio, sia alle logiche commerciali quando alle diverse tipologie di ambiente montano: una ricerca piuttosto interessante.

Il mio martello è un vecchio modello Camp che mi è stato regalato usato da Renzo Zappa. Ha preso un sacco di botte ed ho dovuto “rifoderarlo” un paio di volte, ha la testa molto leggera e quindi rende faticoso “chiodare”, non ha una gran battuta, ma risulta molto comodo per “schiodare” (dove si rischia spesso di farselo rimbalzare sul naso). Quindi nel mio ruolo spesso da secondo svolge egregiamente il suo compito. Lo lego all’imbrago con un moschettone di alluminio che uso anche come “FunkNess Device”, ovvero strappachiodi. Quel povero moschettone ha preso un sacco di botte ma è un buon sistema per non perdere il chiodo o darsi martellate sulle dita. Un cordino sottile con un maion rapid (pronto alla ritirata!) gli fa da sicura permettendomi di “abbandonarlo” nel vuoto quando mi servono entrambe le mani.

Mattia, invece, ha un TamTam della Petzl. Una scelta piuttosto comprensibile visto che Mattia proviene dall’ambiente speleo. Un bel martello da combattimento. Curiosamente anni fa l’aveva perso durante la discesa dell’orrido della val di Inferno al Moregallo e, per via dell’acqua alta, non aveva potuto recuperarlo: figurarsi era pieno inverno ed era caduto in una pozza di un paio di metri! Tuttavia Mattia è uno che non demorde, dopo ben due anni è tornato a cercarlo ed è riuscito a recuperarlo! Nonostante il tempo trascorso in acqua è ancora oggi in perfetto stato, gli unici segni di quell’esperienza sono piccoli fenomeni apparentemente di eletrolisi sulla testa (come se fosse stato “toccato” da una saldatrice).

Mattia, come me, tiene il martello all’imbrago con un semplice moschettone. Josef invece utilizza un porta martello mentre Ivan ha una specie di “esse” autocostruita che gli permette di prenderlo con il minimo sforzo. Josef ha un bel martello con il manico di legno mentre Ivan ne ha uno più leggero e piccolo in metallo: Josef è un fabbro che pianta mazzate mentre Ivan lavora più di cesello con piccoli colpi. Entrambi hanno uno stile molto personale ma l’importante è che alla fine il chiodo “canti” e tenga (specie quando ci sono appeso io!). Quindi decidere il proprio martello significa soprattutto comprendere il proprio stile.  

Visti alcuni prezzi il consiglio iniziale è “…punta basso e fai esperimenti, se poi ti piace chiodare e capisci il tuo stile potrai sceglierti il martello della vita”. Io, ad esempio, per ora mi tengo il mio glorioso rottame da battaglia.

Davide “Birillo” Valsecchi

Ps: Commenti, suggerimenti ed impressioni sono ben accette!
Anzi, fuori la mazza: mandatemi la foto del vostro martello 😉 


Ecco la lista, in ordine sparso, dei martelli attualmente in commercio. La descrizione, dove disponibile,  è stata realizzata dai produttori. Se un giorno avrò l’occasione di provarli (e farli provare) vi racconterò la mia =)

Brenta
Martello compatto, con larga superficie battente e testa del giusto peso per una chiodatura rapida ed efficace. La becca è progettata per ripulire le fessure, modellare gli Aluminium Head e i Copper Head e per schiodare. Manico indistruttibile in acciaio al nichel-cromo-molibdeno, con impugnatura in gomma per ridurre le vibrazioni. Peso: 655 gr. Costo: circa 50 euro.


Eagle e Eagle Light

Martello classico concepito per alpinismo, speleologia e soccorso. Design realizzato in collaborazione al famoso climber Jim Bridwell. Realizzato con testa battente in acciaio e manico in legno che garantisce un ottimo assorbimento delle vibrazioni e il massimo comfort d’utilizzo. Dotato di fettuccia per legarlo all’imbrago e renderlo imperdibile. Prodotto in Italia. Due modelli. Peso: 800 – 700 gr Costo: tra i 50 e i 60 euro. 


Speleagle
Innovativo martello con testa battente alleggerita, in acciaio inox concepito per alpinismo, speleologia e soccorso. Dotato di chiavi da 13 e 17mm per serrare le viti. Impugnatura ergonomica in gomma e fettuccia da 10mm per evitare la perdita accidentale. Premiato all’Industry Award del 2009. Le dimensioni compatte lo rendono perfetto per lavori di chiodatura in speleologia. Peso: 570gr Costo: circa 50 euro.


Thunder
Martello da roccia, leggero e ben bilanciato, ideale per vie alpinistiche classiche.Caratteristiche principali: testa in acciaio zincato e temprato con foro per aggancio al porta-martello (HAMMER LODGE incluso); manico in lega leggera con impugnatura gommata ergonomica; ottima disposizione dei pesi che garantisce prestazioni eccellenti; nuova fettuccia elastica di collegamento ad ingombro ridotto che lo rende pratico e imperdibile. Peso: 450gr Costo: tra i 55 e 65 euro.


Thor
Martello classico da arrampicata, per il soccorso e per l’uso professionale. La forma, compatta ed ergonomica è ben bilanciata per la massima efficacia; la testa forgiata a caldo, con ampia superficie battente, è molto resistente. Lo spessore del manico è stato raddoppiato sotto la testa, nel punto di maggior usura. Il disegno è ottimale per schiodatura, estrazione protezioni e pulizia fessure e appigli. Fornito con Single Spring (elastica) e moschettone SK1N per collegarlo all’imbracatura. Peso: 420gr Costo: circa 100 euro


Tam Tam
Un martello leggero da speleologia, pensato per fissare manualmente gli ancoraggi. Dotato di una dragonne di sicurezza, il manico ha anche una chiave da 13 mm per le viti da 8. Peso: 535gr  Costo: tra i 50 e i 60 euro


Bongo
Un martello da roccia pensato per l’arrampicata artificiale o per chiodare nuove vie. Realizzato con il manico in gomma per attenuare le vibrazioni, è munito di due fori: uno per attaccarci una fettuccia, l’altro per un attrezzo rimuovi chiodi. Peso: 680gr Costo: tra i 50 e i 60 euro


Rockhammer
Non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che funziona. Salvo la foto non ho trovato descrizioni di questo martello. Brutalmente semplice (e forse brutto a vedersi) probabilmente svolge egregiamente il proprio ruolo: tirar giù mazzate! Peso: 580gr Costo: tra i 44 e 60 euro.


HUDSON HAMMER

La EdelRid è un storica azienda tedesca e non va troppo per il sottile nel descrivere il proprio martello: “The perfect big wall hammer.” Peso: 670 gr Costo: circa 80/85 euro



YOSEMITE HAMMER
La BD è l’azienda che ha raccolto l’eredità di Yvon Chouinard ed inevitabilmente è de-facto lo “standard americano” per noi europei. Un martello con il manico in legno che probabilmente non necessita di presentazioni. Peso: 700 gr. Costo: circa 140 euro


Qui invece  ho cercato di raccogliere un elenco di martelli da arrampicata disponibili via Amazon. (Giusto per avere prezzi di riferimento…)

[amazon_link asins=’B002SQNOPC,B002SQH0DY,B0042IUB32,B00RBGUDB2,B00JFYVORK,B01KVTPIDI,B004RHUTDK,B0000E5LW1′ template=’CleanGrid’ store=’cimaassoit-21′ marketplace=’IT’ link_id=’da96f9bc-e3b2-11e6-889e-61a7671fc935′]

Paddling@PusianoLake

Paddling@PusianoLake

Qualche anno prima che nascesse “cima-asso”, questo blog, ero stato arruolato al cantiere navale dell’Ammiraglio, Andrea Alessandrini, il famoso e pluripremiato costruttore di canoe “ASA”. All’epoca l’Ammiraglio aveva un laboratorio a Bosisio Parini, una specie di “discarica museo” sulle rive del lago di Pusiano. Il termine discarica non deve trarvi in inganno in senso negativo: l’ammiraglio viveva da solo, nel suo laboratorio ed nel giardino circostante era ammassato (e conservato) ogni genere di cosa. C’erano gli stampi delle canoe, pezzi di barca, cianfrusaglie ed oggetti di ogni tipo. Sembrava sempre di essere in un episodio dell’A-Team o di MacGyver: se dovevi costruire qualcosa lì, ammonticchiato da qualche parte, potevi trovare tutti i pezzi che ti servivano.

Io e l’ammiraglio, è stato lui a nominarmi Nostromo, passavamo spesso la giornata ascoltando musica, parlando di politica e filosofia mentre trafficavamo con colle e resine bicomponenti: letteralmente un vero sballo! In particolare passavamo molto tempo insieme durante l’inverno, quando le giornate erano fredde, buie e si rischiava di sentirsi soli più del dovuto. L’umidità sulle rive del lago era terribile, il laboratorio aveva sempre le finestre spalancate (per via dei vapori delle colle) ed ovviamente non c’era alcun tipo di riscaldamento. Ricordo vecchi e logori vestiti di lana, indossati uno sopra l’altro, costantemente impiastrati di resina ed inzuppati dall’acqua del lago: sembrava di stare in un film ambientato da qualche parte nella steppa.

Poi, quando eravamo stufi di lavorare (o di perder tempo discutendo dei massimi sistemi) prendevamo un kayak a testa e ci fiondavamo in acqua sul lago. Mi piaceva andare in canoa, credo che poche altre cose riescano a darti quella sensazione di “andare”. Con l’Ammiraglio avevo fatto la traversata delle Cinque Terre e successivamente, come capitano della spedizione, il periplo completo del Lario e la traversata Como-Venezia. Ma il vero spettacolo della canoa era pagaiare sul lago gelato, coperto di neve: “Basta non cadere in acqua!”. L’ammiraglio, con pezzi di risulta, aveva cucito delle muffole impermeabili con cui pagaiare sul filo dell’acqua gelata mentre il guscio in goretex che avevo usato dieci anni prima in Pakistan proteggeva il tronco. L’importante era non cadere in acqua e ogni volta che il muso della canoa si alzava sopra il ghiaccio ti preparavi al momento in cui il ghiaccio si sarebbe spezzato. Pagaiare nella neve, circondati dalla nebbia che nasconde le case, è davvero una gran cosa: un viaggio della mente nel laghetto dietro casa!

Il Nostromo

L’Ammiraglio ha poi dismesso il suo laboratorio ed ormai è parecchio tempo che non ci vediamo più. Negli anni ho cercato di “ritrovare” il lago d’inverno come accadeva in quei giorni. Quando la giornata sembrava promettente, con Fabrizio prendevo una canoa canadese della Giusy e ci infilavamo nel lago di Pusiano inseguendo l’inverno. Purtroppo sembra che qualcosa sia cambiato, che le temperature ed il clima non siano più quelle di allora, non ho più avuto la fortuna di pagaiare nell’ignoto bianco. Tuttavia in quelle occasioni ho realizzato dei piccoli filmati che, sebbene solo in parte, mostrano la magia del lago d’inverno.

Per concludere ecco alcune foto tratte dall’opera di Andrea Alessandrini: “Il libro della Canoa” edito nel 1986 da “Kaos Edizioni”. Ovviamente il libro è ora conservato nella Biblioteca Canova. In particolare due foto dell’Ammiraglio durante la sua discesa del Danubio.

Davide “Birillo” Valsecchi

Il Paradosso del Cane

Il Paradosso del Cane

«Tu hai sempre dei cicli depressivi fasici, ma questo sta diventando più lungo del solito» Avere una moglie che è operatrice della riabilitazione psichiatrica spesso si rivela uno specchio fin troppo impietoso in cui osservare le proprie inquietudini. Sono ormai due settimane che l’influenza mi tiene prigioniero: non posso uscire e non sono abbastanza lucido per lavorare ai miei progetti, passo il mio tempo avvolto in una coperta guardando documentari sui soldati in Afghanistan e sulle truffe bancarie perpetrate contro la middle-class nel 2009. Bene, ma non benissimo insomma.

Così, in uno slancio suicida, ho infilato gli scarponi, due maglioni e sono uscito di casa. Più o meno all’altezza di “GianVacca” mi chiama Bruna al telefono: «Sei uscito?» «Sì – rispondo con il fiatone – ho fatto cento metri ed ansimo come un vecchio! Ho anche litigato con i cani!» Bruna dubbiosa «Come con i cani!? Quali cani?!» «No, no. Non per davvero: in modo metaforico, un paradosso della società contemporanea. Poi ti spiego, ora devo camminare: sembro una lumaca asmatica!» Bruna era un po’ perplessa, ma io avevo un sacco di passi ancora da mettere in linea.

Già, il paradosso dei Cani. Normalmente, quando sono in forma, i cani si guardano bene dall’abbaiarmi contro, specie quando sono solo. Credo sia l’odore o l’atteggiamento, qualcosa sentono di sicuro. In alcuni casi, con tanto di testimoni, è bastato che modulassi la voce in un certo modo per metterli in fuga spaventati. Deve essere qualcosa che ho sviluppato studiando Karate e passando tanto tempo da solo in montagna. Credo sia una forma di “presenza mentale” che a volte funziona persino con gli esseri umani ostili: ci ho vinto delle gare ed evitato persino qualche rissa.

Oggi però, una coppia di pastori tedeschi, ha sentito che ero malato e debole lanciandosi furiosi e vocianti contro la recinzione che costeggiava il sentiero. All’inizio la cosa mi ha infastidito, poi mi ha incuriosito e fatto riflettere. Quella recinzione serve a definire una proprietà dando ai cani la libertà di correre senza rappresentare un pericolo per chi passa: è una convenzione sensata, che dovrebbe tutelare tutti, padroni, cani, passanti, ma questi due idioti a quattro zampe non trovano di meglio che aggredirmi per divertimento. Già, perchè anche se sono malato, senza quella rete a proteggerli non avrebbero di certo avuto quell’atteggiamento tanto spavaldo.

In natura difficilmente gli animali diventano aggressivi senza motivo, quando lo fanno, anche in modo dimostrativo, hanno sempre uno scopo preciso. La natura non fa sprechi. Al contrario gli animali domestici, quelli “civilizzati”, quelli più umani, spesso lo diventano solo per noia o divertimento. Io stavo solo passando, non ero una minaccia nè per loro nè per la proprietà, perchè ribadire in modo tanto aggressivo la loro posizione, perchè utilizzare la recinzione per “spingersi oltre” a scapito mio?

Questa era la metafora della società contemporanea: cani che passano il proprio tempo al sole, con la ciotola piena e nessun problema, pronti a scattare contro chi si avvicina ai possedimenti su cui sono arroccati, a sfruttare tutele che dovrebbero essere reciproche per “spingere oltre” la propria aggressività, il proprio dominio. Tu puoi solo arretrare, perchè diversamente dovresti litigare con il cane, con il padrone, i suoi avvocati ed un esercito di integralisti animalisti. Tu stavi solo facendo la tua strada, senza pretese, ma devi stare in silenzio mentre quelli ti urlano contro, protetti dalla rete che dovrebbe proteggere te. Anzi se provi a rispondere finirai per certo nei guai. 

Non credete sia così? Guardatevi intorno: è pieno di cani che abbaiano nascondendosi dietro artificiose recinzioni! Il referendum doveva spazzare una classe politica quasi abusiva, li sentite come abbaiano minacciosi protetti dietro la loro inavvicinabile recinzione? E le banche? Hanno imbrogliato i risparmiatori, sono fondamentalmente dei ladri che hanno abusato della propria posizione dominante.  Hanno fatto una scommessa pericolosa, opportunista ed egoista, ed hanno perso.  Ma saranno i cittadini a salvarle, poco importa la crisi e le mille emergenze. Non importa neppure che la loro scommessa fosse dichiaratamente contro il bene comune e la nostra pelle: i soldi per le banche li hanno trovati subito, direttamente nelle nostre tasche. Provate ad opporvi: non li sentite ora abbaiare mentre in silenzio, a testa bassa e spaventati, arrancate come meglio potete sul vostro sentiero?

Di contro, come reazione, anche noi cerchiamo di diventare a nostra volta cani: spaventati cerchiamo una recinzione, anche traballante, dietro cui nasconderci per poter abbaiare a nostra volta. Avete presente quanto ridicoli siano certi cani di piccola taglia che ruggiscono nascondendosi dietro un niente? Ecco, quelli siamo spesso noi. Un ciclo che si ripete all’infinito in un latrato senza fine. Questa è la cosa più triste, perchè non ci rendiamo conto che quelli chiusi in gabbia sono loro, che senza quella recinzione, che serve ormai più a loro che a noi, sarebbero solo degli stupidi ed inutili cani viziati che abbaiano contro dei leoni. Vorrei proprio vederli aprire bocca senza quella recinzione garantista…

Già, il paradosso del cane: visto che mi sento come Van Gogh in procinto di tagliarsi un orecchio, credo che la febbre abbia iniziato a risalire. La situazione poi si è fatta ancora più grave perchè, nonostante tutti i buoni propositi, ho lasciato il sentiero infilandomi nel bosco ed al momento sono guidato dal suono di un pianoforte che vibra tra i miei pensieri. Bene, ma non benissimo in effetti….

Forse però è questo che cerchiamo nella montagna, non la libertà, ma l’onestà di cui siamo privati. Se provi ad abbaiare alla montagna nascondendoti dietro un effimera recinzione questa, con i suoi tempi, finirà immancabilmente per prenderti a calci in culo. E’ fatta così, brutalmente onesta, mai equa, pesa il tuo cuore ad ogni passo: ma forse è questa la libertà. “Vieni a me, così come sei…”

Io, ormai fradicio di sudore, arranco su pendii gelati inseguendo effimere cascate di ghiaccio. «Birillo, è tutto ghiacciato, il sole se ne è andato e non tornerà fino a domani. Se combini qualche casino, qui, ti addormenti per sempre! Sei ancora mezzo malato e ti metti a far canali di ghiaccio con una vecchia racchetta da neve?» La mia coscienza è il compagno di viaggio più petulante e fastidioso che mi potesse capitare! Sebbene non a piena forza, il mio motore sembra girare bene. Il mio giudizio, se non proprio lucido, è adeguatamente allineato.

Il ghiaccio è affascinante, anche se praticamente non ho quasi nessuna esperienza in materia. Certo, nel 1985 avevo gradinato con martello e scalpello la cascata di ghiaccio dietro casa e mio padre, sebbene avessi nove anni, era pronto a farmi sicura dal pollaio con la corda per la legna se mia madre non si fosse opposta quando ero più o meno a quattro metri da terra. Tuttavia non posso definirmi un’esperto di cascate di ghiaccio, forse è per questo mi sono limitato ad arrampicare sulla roccia accanto….

Un grosso boccione è volato di sotto rimbombando, certo, ma in linea generale la roccia era curiosamente solida e lavorata. Il ghiaccio però non sembrava “legarla” abbastanza da ignorarne la fragilità: posto decisamente curioso e selvaggio. Per raggiungere la base della cascata più grande dovevo risalire un muro roccioso incrostato di ghiaccio ed erba, avevo individuato il punto in cui riuscire a passare con pochi passi ma la coscienza continuava a protestare.

«Tu accampi solo scuse per tirarti indietro. Io dico che si passa e da lì, dal boschetto appena sopra, è tutta dritta fino al cuore della gola»
«Scuse!? Ma quali scuse!! Scemo, guardati intorno! Dovevi andare in cima al Corno Rat seguendo il sentiero, una passeggiata per anziani: come accidenti abbiamo fatto a finire qui?! Ammesso che tu riesca a salire senza cadere, come farai a scendere? Sei ancora mezzo malato, se finiscono le batterie prima che finisca l’ingaggio? Non c’è assolutamente modo di uscire da sopra e siamo su un pendio di paglione gelato che precipita in un canale buio e pieno di ghiaccio. Vuoi che faccia l’elenco di tutti i “modi brutti” in cui puoi lasciarci la pelle oggi?»

La mia coscienza ha un’aggressività latente davvero disdicevole.
«Sì, vabbè, però ormai son qui…»
«Certo! Ma davvero ti lasciano uscire da solo?! Sei un pericolo! Dovrebbero rinchiuderti e lasciarti abbaiare dietro una recinzione!»

Oilà, questa era buona e paradossale allo stesso tempo!

Okay, non sono tanto fulminato da avere amici immaginari con cui andare a passeggio, ma l’economia generale dei miei pensieri era più o meno quella. Così, visto che davvero le mie batterie iniziavano a scaricarsi e l’impegno era significativo, ho girato i tacchi e piano piano mi sono riportato tra la civiltà, sogghignando felice…

Forse è solo una coincidenza, una fortuita casualità, tuttavia sono ripassato davanti a quei due idioti a quattro zampe: sono corsi come dei forsennati verso la recinzione ma, curiosamente, si sono ben guardati dall’aprire bocca questa volta. Cosa era cambiato? Niente, è bastato guardarli con occhi diversi. Già, divertente: forse ho ancora l’influenza ma tutto sommato credo di essere guarito.

Davide “Birillo” Valsecchi

Aldo, Giorgio e Marco

Aldo, Giorgio e Marco

Accompagnato dall’influenza sono mestamente rientrato dalla Carnia ed ora, mentre gli altri “bambini” giocano con la neve ed il ghiaccio armati di piccozza e ramponi, mi aggiro in pigiama dietro alle vetrate con aria sommessa ed una papalina di lana in testa. Così, per infierire oltre su me stesso, mi sono messo a sistemare e scartabellare la riviste della Biblioteca. Poi mi sono imbattuto in qualcosa che mi distolto da ogni malanno e che mi ha spinto in un viaggio fatto di scoperta ed affettuosa malinconia: un viaggio che inizia con un brivido freddo, quasi disorientante, ma che con lo scorrere delle parole diventa sempre più caldo, confortante, consolante.

In un ”Alp” del Marzo 1993 ho trovato un’ intervista di Alberto Benini, noto storico e scrittore dell’alpinismo lecchese, realizzata ad Aldo, Giorgio e Marco Anghileri. L’incipit d’apertura dell’articolo è una vecchia foto in bianco e nero dove Aldo tiene in braccio i suoi allora giovanissimi figli: chi conosce la straordinaria, ma anche terribile storia, degli Anghileri può ben capire come quell’immagine ti inchiodi all’improvviso davanti alla freddezza della sorte.

Quando ho conosciuto Marco (una solitaria e buia mattina di luglio in cima alla Grignetta senza sapere neppure chi fosse) suo fratello Giorgio era purtroppo scomparso da tempo: travolto in bicicletta dal destino quando solo aveva 27 anni. Ne avevo sempre e solo sentito parlare, ma non avevo quasi idea di cosa avesse fatto o di chi fosse. Ora anche Marco è scomparso, travolto nel 2014 sul pilone Centrale del Monte Bianco. Trovarli “insieme” in quest’intervista del 1993, quando avevano ancora 23 e 21 anni, è qualcosa di coinvolgente, capace di spazzare la tristezza lasciando spazio libero all’entusiasmo che li ha sempre contraddistinti.

Per questo motivo ho voluto trascrivere l’articolo: per coloro che li hanno conosciuti entrambi spero possa essere un bel ricordo, forse triste ma piacevole, per tutti gli altri una loro preziosa testimonianza da conservare. 

D.”B”.V.

La Famiglia Anghileri riunita attorno alla montagna
Alberto Benini – Alp Marzo 1993

In un libro giustamente considerato una pietra miliare per la storia dell’alpinismo, cioè “Due e un Ottomila” di Reinhold Messner, è pubblicata una fotografia di un uomo con due bambini sulle ginocchia. Quell’uomo è Aldo Anghileri (Aldino) e i due bambini, destinati a diventare da lì a quindici anni qualcosa di più di due promesse dell’alpinismo italiano, sono Giorgio e Marco, i suoi figli. Caso significativo perché quelle pagine sono arricchite da larghi stralci del diario che Aldino teneva in quei giorni critici in cui la spedizione del Lothse 1975, l’ultima grande spedizione nazionale italiana, era inchiodata al campo base dall’inclemenza del tempo , oltre che dalle oggettive difficoltà della parete. I fatti sono in gran parte noti e sono già stati oggetto di interminabili discussioni a quei tempi. Ma torniamo a quell’immagine in bianco e nero: il giovane uomo con gli occhiali è allora uno degli esponenti più significativi dell’alpinismo italiano. E’ autore di imprese di notevole spessore tecnico che gli hanno meritato il titolo di accademico e la partecipazione alla spedizione fortemente voluta da Cassin e dall’allora presidente del CAI, Sen. Giovanni Spagnolli, che per prima si ripromette di affrontare la parete sud del colosso himalayano. La spedizione, sarà bene specificarlo ad uso dei più giovani, allineava, oltre al capo spedizione Cassin, Gogna, Arcari, Barbacetto, Leviti, Curnis, Piussi, Gugiatti, Lorenzi e i “lecchesi” Conti, Giuseppe e Gigi Alippi, Anghileri, con Messner a fare da uomo di punta.

Spedizione nazionale del CAI al Lhotse, 1975: da sin., Gigi Alippi, Sereno Barbacetto, Riccardo Cassin, Franco Gugiatti, Aldo Leviti, Ignazio Piussi, Reinhold Messner, Alessandro Gogna, Fausto Lorenzi, Mario Curnis. In ginocchio: Giuseppe Det Alippi, Mario Conti, Gianni Arcari

La posizione di Anghileri è atipica: si trova alla cerniera fra il gruppo dei “lecchesi”, cui è legato sia per ragioni territoriali che per la comune appartenenza ai Ragni e quello dei più innovatori Gogna e Messner, coi quali divide la tenda. E’ in quella tenda che Aldino matura la decisione di abbandonare la spedizione, episodio che gli suscitò contro i fulmini del patrio alpinismo, con un gesto che denuncia in modo ancora non completamente chiaro, ma irrevocabile, la crisi di un certo modo di fare alpinismo. Di lì a qualche mese Messner e Habeler saliranno un ottomila in cordata a due, mettendo in pratica un discorso che era riecceggiato più volte in quella tenda. Ma perchè non si pensi che Anghileri sia solamente l’uomo del “gran rifiuto” ripercorriamo in breve la carriera di questo alpinista che da un lato incarna assai bene la figura dell’alpinista lecchese, da un altro se ne discosta per aver sovente fatto cordata con personaggi che non provengono da questo ambiente: Gogna, Piussi, Pellegrinon.

L’attenzione su di lui inizia nell’estate del 1964 quando (in 4 ore e mezza) percorre in solitaria la via Cassin al Badile, sulle orme di quello che con Bonatti e Mauri considera l’ispiratore del suo alpinismo: Herman Buhl. L’anno precedente, a soli 17 anni, con Bepi Pellegrinon aveva salito in inverno la cima Mugoni nel Gruppo del Catinaccio; nell’inverno del 1964 con Pino Negri (figura di grande rilievo anche se poco nota fuori Lecco) , Ermenegildo Arcelli e Andrea Cattaneo gli riesci la Cassin-Ratti alla Torre Trieste, cui seguirà l’anno dopo la prima invernale allo spigolo del Badile ancora con Pino Negri e Casimiro Ferrari. Lasciato l’alpinismo invernale (a cui farà un significativo rientro nel 1974 con il Pic Gugliermina) si dedica dal 1967 all’apertura, sempre con uno spirito molto aperto e moderno, di nuove vie.

Fra di esse spicca proprio nel’67 lo spigolo nord-ovest della Cima Su Alto, di cui Livanos (citato da Gogna) dice: “Di fronte a noi, lo spaventoso profilo dello spigolo illuminato dalla luna piomba nell’ombra nera. – Dì un po’, ti vedi su un affare del genere? – Ci stavo proprio pensando, e mi dava il mal di mare solo a guardarlo! – Che si tratti di una via del futuro, quando la nostra Su Alto costituirà solamente un itinerario di allenamento per mediocri salitori?” Aggiunge Gogna “Piussi, Molin, Anghileri, Panzeri e Cariboni fecero un capolavoro, perchè limitarono davvero l’uso dei mezzi: la loro fu un’impresa bella ed innovatrice”

Nel 1968 è il Gran Capucin a vederlo all’opera con Carlo Mauri, Cariboni, Ferrari e Negri per tracciare sulla parete est la Via dei Ragni. Nel 1972 con Gogna e Ravà lo spigolo nord-est della Brenta Alta e con gli stessi e Lanfranchi, la sud della Terza Pala di San Lucano. Nel 1973 Con Meles e Fumagalli, la sud della Busazza, una via dedicata al suo amico Ninotta Locatelli, mancato da poco. Come si può vedere non molte, ma molto significative le sue firme, cui s’aggiunge una serie impressionante di ripetizioni di cui vi risparmio l’elenco.

I due “bambini” della antica fotografia si direbbero oggi, con un’espressione tra l’antiquato e lo scherzoso, due “baldi giovanotti”: Giorgio (classe 1970) e Marco (classe 1972). Se per Marco, convertito solo da due anni alla montagna, dopo un’intensa attività calcistica, il curriculum si sbriga velocemente con la prima invernale della via del Pilone Centrale alla Cima Su Alto (inverno 1992) e il solito elenco di ripetizioni di alto livello, per Giorgio il discorso si fa lunghetto. Nel 1989 con Milani e Panzeri (il figlio di Ernesto, vecchio compagno di Aldino) le invernali al Diedro Casarotto allo Spiz del Lagunaz e l’Anghileri-Meles-Fumagali in Busazza. Dopo qualche altra ripetizione di prestigio, fra cui spicca la solitaria alla Anghileri-Gogna-Ravà alla Brenta Alta, arriva nell’estate del 1991 il “mese terribile”: BreackDance in Medale, Cavallo Pazzo al Sasso Cavallo, Via Paolo Fabbri 43 in Val di Mello e Anghileri-Piussi-Cariboni-Panzeri alla Su Alto: tutte in solitaria! Poi un gesto bello ed elegante dedicato a un amico morto in un incidente d’auto: l’apertura con Manuele Panzeri, della via Luca sulla Quanta Pala di San Lucanao: 500 metricon parecchio 7+ e un po’ di A3, tutto rigorosamente con chiodi normali.

Il colloquio si svolge nell’ufficio di Aldino, nella sede della ditta di importazione di materiale alpinistico, di cui è proprietario e della quale si occupa con la collaborazione dei figli.

>Giorgio, che senso ha per te il rifiuto dello spit in montagna?
Giorgio: «Qualche spit ho provato a metterlo ma in montagna non sento più l’avventura se li uso. Allora li lascio direttamente a casa perchè una volta che li hai con te sai che puoi usarli. Il salto in avanti lo si è fatto col Pesce di Koller, un salto paragonabile a quelli attuati da Rebitsch e Messner. Intendiamoci io non voglio far polemica, faccio così ma rispetto chi si comporta in modo diverso. Per me il Pesce è un punto di riferimento obbligato… una filosofia»

>Aldino, cos’era il vostro Pesce?
Aldino: «Mah, negli anni ‘60 – però ragazzi che cambiamento! – potevano essere la Vinatzer o la Soldà, forse le tre direttissime della Lavareto (Francesi, Tedeschi, Scogliattoli) oppure la Lacedelli-Ghedina che ho fatto l’estate che l’ha ripetuta Messner. Però quando ho fatto la Eisenstecken alla Rodadi Vaèl (era una via che ci tenevi a fare, ma andavi là in segreto perchè non si sapesse di un eventuale fallimento) in 8 ore con Galiber, l’abbiamo trovata dura, ma capivamo che avevamo ancora margine. Poi è arrivato Messner con le sue solitarie e s’è capito che lui stava iniziando qualcosa di più»
Marco: «Oggi queste nuove vie “fuori di testa” di Knez in Lavaredo o alla Scottoni sono valutate intorno al 9° – e con chiodi normali, ma il salto grande l’ha fatto Koller che ha guadagnato la placconata dove ora sale il Pesce: niente fessure, niente diedri e ha comunque deciso di salire lì. E ti giuro che dal sotto fa davvero paura.»
Giorgio: «E’ come quando Messner ha dimostrato che gli 8.000 si potevano fare senza bombole: la grande innovazione è quella»

>Aldo, tu fra i lecchesi sei stato uno dei pochissimi che ha cercato dei contatti negli ambienti esterni, come mai?
Aldino: «In effetti io, che sono nato nel 1946 (stessa annata di gente di gran classe, uno per tutti Reinhard Karl, anche se un po’ alla volta stiamo andando alla malora..) ho iniziato con Mario Burini (un accademico legato agli ambienti lecchesi) e con Casimiro Ferrari e Ninotta Locatelli, che forse era il più aperto… ammetto che il Casimiro, che era un po’ più vecchio di me, l’ho sempre un po’ subìto… in effetti gli alpinisti non lecchesi mi davano di più. Allora facevo il meccanico, non ancora il rappresentante e l’alpinismo era il modo per girare e conoscere amici. Nel 1964 incontrari Barbier e lo invitai al campeggio dei Ragni: lui si faceva una solitaria al giorno: Aste, Detassis… in sei giorni sei solitarie. La sera scendeva in paese a vedere se era arrivato un suo amico. Al campeggio al suo arrivo avvertii una “non serenità”. Eppure questi campeggi in qualche caso, prendi quello in Cecoslovacchia nel 1967, sono stati fonte di buone aperture»

>E voi giovani non sentite l’esigenza di contatti?
Marco: «Sì! Oggi sono un po’ pochi, forse scontiamo una certa facilità di viaggiare che porta un po’ di impermeabilità agli ambienti esterni. Danilo Valsecchi di recente ha proposto di promuovere gli scambi o gli incontri fra ragazzi di diverse città o nazioni».
Aldino: «Vedi, una volta il campeggio serviva a “girare”, oggi serve per stare in compagnia, una volta era l’unica occasione nell’anno per vedere posti nuovi, oggi fa piacere ritrovarsi con gli amici. Comunque per tornare ai contatti, nell’ambiente palpavi una certa invidia quando dicevi che avevi fatto una salita con Pelligrinon, Dal Bosco o Gogna»

>E l’ambiente lecchese come lo vivete?
Giorgio: «Mah, più che l’ambiente direi gli amici, al Cai non ci sono molti giovani. Ai Gamma siamo una bella compagnia, ma a Lecco andare in montagna è piuttosto normale»
Marco: «In piazza la sera capita di parlare, di confrontare esperienze, ma gran parte dei giovani sono più tentati dall’arrampicata sportiva che dalla montagna»
Aldino: «Fa piacere leggere dei propri figli sul Giornale di Lecco. Mi ricordo che un alpinista lecchese quasi trent’anni fa quando gli chiesero informazioni per fare un pezzo sulla sua salita invernale chiese “Ma ci sarà da pagare?”. Si era più ingenui allora, giravano meno notizie: ricoro che quando la spedizione del McKinley (1961) fece ritorno in città Cassin e compagni furono portati in trionfo su una Jeep con banda e fiaccoalta.»

>E la storia del Lothse?
Aldino: «Eravamo là in 14 e 15 avevano dubbi. Su questi dubbi al campobase di discuteva. Io facevo parte di una generazione sicuramente un po’ confusionaria. Dubbi e difficoltà furoni ingigantiti dal brutto tempo e dalle slavine che colpirono la spedizione. Io invece di aspettare al campo che il Lothse s’abbassasse o diventasse più facile, decisi che quello non era l’alpinismo che faceva per me. Dissero “Perchè sei andato se non eri sicuro di saper soffrire?” Cosa ne sapevo io? Era un’occasione, una via che molti sognavano di fare; un occasione così capitava ogni 10 anni. Bisognava andare. Ma intendiamoci: nel bene e nel male questa esperienza mi accompagna ancora oggi. Mi ha arricchito in maniera davvero considerevole. Forse questi “giovinastri” che progettano per l’anno venturo una spedizione in stile moderno a un prestigioso obbiettivo himlayano, forse soffriranno meno.»

>Senti Giorgio, spiegami questa storia delle solitarie che hai compiuto lo scorso anno
Giorgio: «L’estate scorsa stavo bene, ero caricato, avevo arrampicato tre o quattro giorni di fila e mi andava di provare qualcosa di più, qualcosa di diverso. Ho provato con BreakDance, poi con Cavallo Pazzo e a qual punto ero pronto per la Su Alto»
Marco: «Era davvero caricatissimo; eravamo lì in quattro per fare la Ratti-Vitali e lui mi fa “Io faccio lo spigolo! Ciao” e via»
Giorgio: «Dopo però ho fatto l’Eiger con Lorenzo Mazzoleni e poi più niente. Non è obbligatorio andare sempre. Per me è bello anche andare a camminare.»

>E tu, Marco, raccontaci dei tuoi inizi
Marco: «E’ solo due o tre anni che vado, anche se è qualche cosa con loro l’avevo già fatta. Una domenica sono andato in compagnia a camminare, quella dopo a fare una ferrata, da lì mi è scoppiata la passione ed eccomi qui»

>Dorme la notte un padre con due figli così?
Aldino: «Sìì, diciamo che dorme meglio quando magari alle due di notte arriva la telefonata che dice “Tutto bene”»

>Ma per il futuro cosa vedete? E che programmi avete? Marco sta sul vago, ma giurerei che ha in mente qualcosa…
Giorgio: «Quest’estate mi piacerebbe dedicarmi un po’ di più al ghiaccio, alle pareti nord. Fare delle vie di misto. Dopo tutta la roccia dell’anno scorso non vorrei specializzarmi troppo.»

>Ne approfitto per rilanciare: c’è qualcosa che su ghiaccio costituisca un punto di riferimento paragonabile al Pesce?
Giorgio: «Le tre nord, Le Droites, per i canalini percosi dalle vie moderne c’è un problema di condizioni»
Marco: «Per il discorso degli orizzonti futuri io vedrei non tanto una via, quanto la capacità di muoversi bene su qualsiasi terreno, magari da solo, inventandoti l’itinerario lì per lì.»

>In un attimo ci ritroviamo davanti le foto del Bianco appese nell’ufficio. Le dita seguono linee immaginarie: “su da questo sperone, girare, traversare… pensa in Himalaya… ma evoluzione è anche “divertirsi”.
Aldino: «Pensate ai concatenamenti. Quando Floriano Castelnuovo e Danilo Valsecchi infilarono Cengalo, Punta Sertori, giù dallo spigolo del Badile per finire con la nord-est: erano parecchi anni fa. Poi la stampa ha fatto dei concatenamenti cose per star, ma ce ne sono dal 3° all’8° grado, alla ricerca della “giornata vissuta lungamente”, il modo migliore per compenetrarsi con la montagna. Forse si potrebbe quasi smetterla di parlare di alpinismo, per sostituire il termine con “andare in montagna”, insomma, sentirsi a proprio agio in montagna. Sabato sono andato dal rifugio Bietti al Sasso Cavallo: non c’era un anima in giro e pensavo a Finale sarà pieno, in chissà quanti altri posti sarà pieno e qui nessuno. Poi domenica ho fotto la Oppio con loro e ho visto per la prima volta 30 persone al Sasso Cavallo. Merito o colpa dell’articolo su Alp. Malgrado tutto manca la fantasia. E scusa, ma già che sono lasciami spezzare una lancia in favore del vecchio chiodo, sai per noi a Lecco il fascino del ferro: sulla Oppio ne mancano un po’ e spererei che qualche giovane ne piantasse qualcuno. Lo sai che bel rumore fa un chiodo che entra bene? Ci sono certi chiodi di Oppio e Cassin che ancora oggi danno più affidamento di certi spit di 10 anni fa»

>Anche Marco e Giorgio annuiscono, anche se per loro la libera ha sempre quel qualcosa in più. Ma Aldino, alla fine, che cosa ti ha dato la montagna?
Aldino: «Mi ha fatto godere le mie fortune per dieci quindici anni, ma soprattutto mi ha insegnato che cos’è bello. Ti faccio un esempio: una volta tutti buttavano via le lattine, poi s’è capito che non si doveva fare, non si doveva sporcare in giro. Per noi è stata una conquista capirlo, e adesso che vedo a lecco le aiuole sporche e la scuola dove sono andato da bambino che sembra un rudere capisco che la montagna mi ha aperto gli occhi. Poi mi ha aiutato ad educare i miei figli, anche se non li ho mai costretti a venire con me. A questo proposito sarebbe bello creare a Lecco una scuola quasi permanente di montagna, che potrebbe essere un punto di riferimento anche per qui giovani che si trovano “a zero” come interessi, come iniziative»

Il colloquio in pratica finisce qui. Mentre mi avvio alla porta, accompagnato da Aldino, c’è ancora il tempo per un’ultima battuta «Lo sai cosa dico a quei due lì quando in estate alle cinque con ancora un mucchio di roba da fare? Andate, andate il mio “8a” adesso io me lo faccio qui»

La Direttissima del Coglians

La Direttissima del Coglians

Credo sia la legge del “contrappasso”, dopo aver dato allegramente dei “mona” ai tre uomini di punta del Badger Team il destino si è preso gioco di me: fuori ci sono -13 gradi mentre dentro, io e Bruna, abbiamo +39 di febbre e l’influenza più dolorosa che mi riesca di ricordare. Così, sostituiti da un pressante mal di testa, tutti i miei gloriosi progetti esplorativi sono andati in fumo. Anzi, caricare stufa e camino sono ormai le nostre uniche priorità. (Povera Bruna!!)

Tuttavia, con questo freddo, sarebbe stato ben poco saggio andarmene in giro da solo a curiosare “ravanando”. Quindi, sbattuto in panchina, pensavo non mi restasse altro che “binocolare” attraverso le finestre della veranda avvolto mestamente in una coperta. Invece, inaspettatamente, dalla libreria di mio padre sono saltati fuori una serie di annuari di cui non conoscevo neppure l’esistenza: “Collina – Circolo Culturale E.Caneva – Unione Sportiva – Giornale Sociale”.

Una pubblicazione annuale, riservata ai soci, che contiene sia articoli in italiano che nel tradizionale dialetto carnico, che per molti aspetti è una vera e propria lingua, qui molto usata e ben conservata. Sfogliando le riviste, attratto dalle foto dei monti, pensavo di imbattermi nelle “solite cose”, nella punteggiatura, preziosa ma non troppo accattivante, degli eventi che caratterizzano l’anno di una comunità: feste, ricorrenze, celebrazioni, ecc… Mi aspettavo qualche racconto storico, inevitabilmente legato alla prima guerra mondiale o all’epoca contadina, ed invece, con enorme sorpresa, ho trovato un sacco di racconti di montagna!

Solo allora mi sono reso conto di quanto poco conosca la storia “alpinistica” di queste montagne, dei suoi protagonisti, degli avventurosi che si sono spinti lassù guidati forse dalla stessa spinta che mi muove mentre influenzato me ne sto rinchiuso sospirando con il binocolo in mano. Ovviamente queste riviste sono finite diritte diritte nell’archivio della Biblioteca Canova ed inoltre, tra queste storie, ne ho scelta e trascritta una che è certamente emblematica e che forse meglio descrive quello che cerco di spiegarvi. Credo saprà intrigarvi!

La Direttissima del Coglians – di Armando del Regno (2008)

Una sera di fine settembre 1950, l’amico Leonida Tolazzi (all’epoca lui quindicenne ed io diciassettenne) mi propose, con tanto entusiasmo di scalare il Monte Cogliàns. “Ma da che via – chiesi io- dalla Nord (parte austriaca) oppure dalla parte sud partendo dal rifugio Marinelli?” No, no, per ‘direttissima’ mi disse lui”. Poi ad un mio silenzio interlocutorio, lui confermò: “Sì, la direttissima del Coglians”. La Diretttissima del Coglians, sul versante Ovest, così imponente e grandiosa come la si vede da Collina, tale da incutere un timore revernziale in chiunque la guarda, a me non era mai passato per la mente di avvicinarla.

Da montanari avevamo certo confidenza con la montagna, entrambi eravamo figli di gestori alpini, del Lambertenghi al Passo Volaja io, del Marinelli lui, ma mai avevamo seguito corsi di roccia, tanto meno possedevamo la necessaria attrezzatura; ci soccorse la incoscienza giovanili (ma se volete potete chiamarlo pure coraggio… non mi offendo) solo questa poteva spingerci ad affrontare quell’avventura. Per convincermi, Leonida mi disse subito: “Conosco bene la via perchè mi è stata spiegata da Cirillo Floreanini (l’unisco scalatore friulano che fece parte della famosa spedizione italiana che conquisto il K2, quindi una garanzia) e così dicendo, mi spiegava da Collina il percorso ed i passaggi più pericolosi.

Accettai, e lì per lì decidemmo così l’organizzazione della spedizione: primo, non avvertire i nostri genitori, nè altre persone, perchè ci avrebbero vietato di fare una cosa del genere; secondo, in mancanza di altro, in scalata avremmo dovuto usare i nostri “scarpez”, con la suola di pezza, al fine di non scivolare sulla roccia eventualmente bagnata; terzo, Leonida, che già sapeva che avrei accettato, aveva già preparato una “sojo” (la corda che in montagna si usa per legare la balla di fieno) da usare in luogo di corda da roccia, di cui eravamo sprovvisti, ed infine come vitto solo due cioccolate amare, perchè di poco peso e molta sostanza durante la scalata.

Partimmo alle ore 6:30 quando ancora tutti dormivano e senza alcuna difficoltà raggiungemmo la parte bassa del nevaio ai piedi del Coglians, ai tempi molto più gonfio ed esteso di adesso. E là, consci della grande impresa che avevamo iniziato ci fermammo a guardare Collina nella sua piccola valla che stava per essere inondata dal sole settembrino; a scrutare il sovrastante, ripidissimo e minaccioso nevaio: a cercare con lo sguardo il “punto rosso” che segna l’inizio vero e proprio della scalata, tracciato nella roccia con vernice rossa (da chi? Forse dal primo che ha aperto tale via?). Il punto Rosso venne subito identificato (il Floreani nelle sue indicazioni era stato preciso) e subito un silenzio assordante ci colse, non riuscivamo a parlarci e, guardando verso l’altro, i nostri pensieri pare siano stati identici… erano domande più che pensieri. “Da quale lato superare il nevaio? Come raggiungere il punto rosso? E dopo, come superare tutte le difficoltà che avrebbe presentato la scalata?”

Partimmo! E fu naturale dividere l’ascensione in quattro parti. Il primo tratto da superare fu quello del nevaio, che venne effettuato sulla sinistra guardando la vetta del Coglians, restando però sempre al suo fianco sulla roccia, perchè scoperta di neve. Ogni tanto, sul nostro passaggio, talune lastre erano bagnate dall’acqua che filtrava dalle fessure di quelle sovrastanti, e bene facemmo ad usare i nostri “scarpez” per non scivolare. Il punto più difficile di questo primo tratto, fu quello di superare in altro a sinistra l’alveo del nevaio, alto una decina di metri, per portarci sul terminale sud della Cima dei Lastroni. A questo punto superato il primo vero ostacolo, con grande sollievo, vedemmo più vicino il “punto rosso”, che rispetto a noi era in linea retta con la punta della montagna. Forse per questo la scalata è stata chiamata la “Direttissima del Coglians”.

Il secondo tratto, dopo il nevaio, fu quello per raggiungere l’attacco vero e proprio della scalata, indicato dal detto punto rosso di vernice. Puntammo direttamente su quel segno, senza fare giravolte e lo raggiungemmo con una certa celerità e senza particolari difficoltà. Erano le ore undici e ci parve subito di avere raggiunto una parte importante della nostra impresa. Ci sembrò di vedere in quel punto rosso “la stella cometa” che ci avrebbe portato con certezza alla nostra prima conquista di una vera montagna. Riposammo per un buon quarto d’ora e mangiammo la desiderata tavoletta di cioccolata.

Il terzo tratto, il più difficile dei primi due, parte dal segno rosso e con qualche rapida parte e qualche canalone da superare, va sempre in direttissima, fino nella parte alta dell’unico ghiaione (visibile da Collina) che si trova sulla direttissima del Coglians. Il punto più difficile di questo tratto (un buon terzo, quarto grado a nostro parere) è il Camino che dalla parte più alta del ghiaione ti porta nella sovrastante parte alta della scalata. Il Camino è alto otto, dieci metri, largo da cinquanta a ottanta centimetri con le pareti lisce e prive di qualsiasi appiglio. Per superarlo dovemmo usare (a mo’ di lombrico) i talloni, le ginocchia, la schiena, il sedere, le mani ed anche la fronte.

Mi ricordo che per primo salì Leonida, io mi spinsi in alto più che potei, seppure solo di due metri e mezzo, e lui riuscì a salire fino alla fine del camino usando il modo predetto. Ed ecco che a quel punto entrò in funzione la “sojo”, me la lanciò e mi aiutò a salire (solo dopo Leonida mi disse che il Floreanini lo aveva avvertito delle difficoltà di quel passaggio). Siamo al quarto ed ultimo tratto, cinque, seicento metri che dall’alto del Camino in cima al ghiaione, ti separano dalle vetta. Sempre in dirette riprendemmo a salire verso la cima, ormai sicuri e contenti di raggiungere lo scopo.

Arrivarono anche le nuvole, il vento freddo e noi accelerammo il passo per non farci prendere dalla pioggia. Vicini alla vetta la pioggia ci sorprese; da lassù, un gruppo di tedeschi, immersi in un religioso silenzio, osservava ammutolito quei due ragazzi coraggiosi al termine della loro impresa. All’arrivo erano circa le ore quattordici, il gruppo ci accolse con un fragoroso applauso e un bravo, bravo che ci riempì di soddisfazione.

Tornati a casa, ai nostri rispettivi genitori che ci chiesero dove eravamo stati tutti il giorno, con tanto da fare a casa (la legna, il fieno, il pascolo, ecc..), onde evitare giusti rimproveri, rimproveri solitamente non teneri a quei tempi, decidemmo di non rispondere alla domanda e non manifestammo ad alcuno la grande impresa da noi compiuta. Il velo d’oblio durò per anni, fino quasi a farci dimenticare tutto.

A proposito della nostra scalata, che successivamente Leonida ha fatto in invernale ed in notturna con altri compagni di viaggio, al fine di scoprire il primo che ha aperto questa via, riesaminando questi giorni (ottobre 2008), tanti libri specializzati sulle vie e scalate della montagna Carnica e sul Monte Coglians, ho potuto notare che sono indicate tante vie: la nord in Austria, la sud dal Marinelli, la est della Cjanevate, ma della nostra “Direttissima del Coglians”, lato ovest, con partenza dal sottostante nevaio, non ho trovato nessuna traccia. Mandi Leonida, ora che ci hai lasciati è giunta l’ora di raccontarla… tanto lassù chi ti rimprovera?


Una direttissima infinita e quasi dimenticata attraverso la parete Ovest con un passaggio chiave in camino (evvai!), una “storia nella roccia” su cui investigare ed esplorare. Accidenti! Ce ne è abbastanza da farmi salire la febbre anche senza l’influenza!

Davide “Birillo” Valsecchi

Theme: Overlay by Kaira