Guardiani del Drago Verde

Avevo sentito spesso parlare di questo articolo di Reinhold Messner, “L’assassinio dell’Impossibile”, ma non avevo mai trovato dove poterlo leggere integralmente. Stamattina, trafficando con le riviste della Biblioteca Canova, me lo sono trovato davanti all’improvviso, come editoriale della “Rivista Mensile del CAI” Ottobre 1968.

L’ho letto tutto d’un fiato e sono rimasto colpito e stravolto da come, a distanza di oltre cinquant’anni, tutto sia assolutamente diverso mentre le sue parole conservano un’attualità spaventosa. Messner parlava delle “direttissime”, delle linee a filo di piombo vinte con punteruoli, chiodi ad espansione e staffe. Un discorso che però travalica i sofismi della tecnica e denuncia un atteggiamento, un modo di pensare ed agire. Oggi i chiodi ad espansione si piantano con il trapano, ma il mito non è più la direttissima, il mito moderno è liberare il grado impossibile. Poco importa che per realizzare la grande “libera” qualcuno sia prima passato a piantare i fix, qualcun’altro abbia posizionato rinvii e cordini e che infine, dopo cadute ed interminabili tentativi, il passaggio venga finalmente “liberato”, glorificando così il suo “liberatore” tra applausi ed esultanza a favor di telecamera.

Leggevo le parole di Messner ed ero stupito, sorpreso da quanto avesse intuito ma anche da come le sue preoccupazioni si siano trasformate in modo anche peggiore a quanto temesse. Impensabile… Messner, contro ogni convenzione e dogma dell’epoca, rischiava la vita per superare il limite culturale del sesto grado mentre oggi, in un mondo addomesticato a fittoni e resinati, il “6a” è considerato roba da principianti: “Ma non lo chiudi il tiro? Ti sei forse ghisato gli avambracci? Dai duro! Appenditi e riprova!”. Io, con onestà, slegato ed in esplorazione non oso avvicinarmi al V°. Tuttavia credo che nessuno della contemporanea generazione “Io c’ho il 7a!!” spinga il proprio cuore, senza altra speranza o possibilità, nell’ignoto della placca al Sass dla Crusc: VIII-° in libera a vista (o muori) nel 1963 per i fratelli Messner.

Già, un mondo davvero incredibile. Spesso gli amici mi prendono in giro per le mie esplorazioni sulle verdi montagne dell’Isola Senza Nome: secondo loro passo più tempo a ravanare su prati e piante che ad arrampicare sulla roccia. In fondo io credo abbiano ragione, ma ormai è così che mi sono abituato: vado là dove non interessa a nessuno, dove mi attende un mondo sconosciuto, spesso spaventoso quanto affascinante. Quando trovo una pianta, o anche solo la radice di un rovo, la afferro ben volentieri e spesso con grande affetto: c’è affinità tra noi, entrambi siamo appesi nel vuoto, ma di solito loro sono attaccate meglio!!

Messner nel suo articolo parla del famoso Drago. Forse il mio Drago non è nato nelle fiamme delle profondità della terra, non ha un duro cuore di granito, e non troneggia neppure sulle ossa delle creature del mare con un liscio cuore di dolomia. No, il mio Drago è figlio della foresta, forse il suo cuore è fatto di legno, i suoi artigli sono avvolti d’edera ed il muschio ricopre le scaglie della sua corazza. Quando si sdraia tra l’erba dei pendii quasi non riesci a vederlo, ma lui è lì, pronto a spiccare il volo verso l’azzurro del lago, pronto a trascinarti nei sogni oltre alla nebbia. Già il mio è un Drago verde, il più pigro, il più libero, il più selvaggio e bizzoso: uno dei pochi capace di terrorizzare i cavalieri del trapano.

Ma forse è giusto così, perché nel profondo del mio cuore anche io mi sento più un druido che un moderno alpinista. «Scarpe? Roccia? Finché si ha bisogno di scarpe e di roccia per salire, non si conosce nulla di quest’arte. Il vero arrampicatore non ha bisogno di artifici, nemmeno di roccia.» Ma ora abbandonate le mie fantasie ed inoltratevi tra le parole più esperte di Messner.

Davide “Birillo” Valsecchi


L’assassinio dell’impossibile
di Reinhold Messner

Che cosa ho, personalmente, contro le «Direttissime»? Ma proprio nulla; anzi. La «via della goccia cadente» è una cosa quanto mai logica, e del resto è sempre esistita; purchè, però, la montagna la ammetta. Ma a volte la fessura continua più a sinistra o più a destra; e allora è dato di vedere di scalatori – quelli delle prima ascensione intendo – procedere diretti come se nulla fosse; piantando, ovviamente, chiodi ad espansione. Ma perché passare proprio di là, e in quel modo? «Per la libertà», dichiarano; e non si accorgono di essere schiavi del filo di piombo.
Si ha orrore delle deviazioni. «Davanti alle difficoltà, la logica non comanda di aggirarle, ma di vincerle» – dichiara Paul Claudel. E’ quel che dicono pure i protagonisti delle direttissime, i quali sanno già in partenza che l’armamentario di cui sono forniti consentirà loro di superare qualunque ostacolo. Essi parlano dunque di problemi che non esistono più. Potrebbe la montagna arrestarli con difficoltà inattese? Sorridono: quei tempi sono passati da un pezzo! (Il che, purtroppo, risponde a verità.) L’impossibile in montagna è stato eliminato, ucciso dalle direttissime.
Le direttissime non sarebbero di per sé un gran male, se lo spirito che le informa non si fosse propagato a tutto l’arrampicamento. Ecco qui uno scalatore in parete. Mette i piedi nelle staffe; tutt’intorno nient’altro che roccia gialla strapiombante. Sta facendo un foro sopra l’ultimo chiodo; è già stanco, ma non rinuncia: ha ancora cinque giorni di ferie! Chiodo su chiodo, egli avanza caparbio: vuole imporre alla parete la sua via, e null’altro.
Il chiodo ad espansione è divenuto una cosa ovvia: lo si tiene sempre a portata di mano, per l’eventualità che non si riesca a passare con mezzi ordinari. L’arrampicatore di oggi non vuole precludersi la via di ritirata, e si porta appresso il coraggio nel sacco. Le pareti non vengono più vinte in arrampicata, bensì umiliate con un lavoro manuale e metodico, una lunghezza di corda dopo l’altra, e quel che non si fa oggi si farà domani. Le vie di arrampicata libera sono pericolose, per ciò ci si tutela piantando chiodi. La volontà non fa più assegnamento sulle capacità, ma sugli attrezzi e sul lungo tempo disponibile. Non è più il coraggio ma la tecnica il fattore decisivo; l’ascensione può durare giorni e giorni, i chiodi si contano a centinaia. Il ripiegare diventa disonorevole perché ormai tutti sanno che con i chiodi ad espansione si viene a capo di tutto, anche della più repulsiva «direttissima».
Un tempo, la storia dell’alpinismo si scriveva sulle muraglie di roccia con la penna simbolica dell’ardimento; oggi si scrive con i chiodi. Mutano i tempi, e con essi le concezioni e i valori. L’assicurazione strumentale ha preso il posto della sicurezza interiore, la bravura di una cordata si valuta in base al numero di bivacchi, mentre il coraggio di chi arrampica ancora in «libera» viene squalificato come manifestazione di incoscienza.
Chi ha intorbidito la pura fonte dell’alpinismo?
Forse, i primi volevano soltanto avvicinarsi ancora di più al limite del possibile: oggi, invece, ogni limite è svanito, cancellato. In principio non sembrava una cosa grave, ma sono bastati dieci anni per eliminare dal vocabolario alpinistico la parola «impossibile».
Progresso? Oggi, a dieci anni dagli inizi molti non fanno più nemmeno caso a dove piantano i chiodi ad espansione, se su vie nuove o su quelle classiche. Si fora sempre di più e si arrampica sempre di meno.
L’impossibile è sgominato, il drago è morto avvelenato e l’eroe Sigfrido è disoccupato. Ognuno si lavora la sua parete piegandola con il ferro alle proprie possibilità.
Taluni l’avevano previsto da tempo, ma continuarono a forare, sulle direttissime ed altrove, finchè perdettero il gusto dell’arrampicare: perchè osare, perchè rischiare, quando si può procedere in perfetta sicurezza? Divennero allora i profeti della direttissima: «Non perdete tempo sulle vie classiche, imparate a forare, imparate a servirvi di staffe e cordini. Fatevi furbi, raggirate la montagna con qualunque mezzo se volete avere successo. L’era delle direttissime è appena iniziata, ogni cima attende la sua via del filo a piombo: non c’è fretta, tanto la montagna non può nè sfuggire nè difendersi»
«Hai già fatto la direttissima? E la superdirettissima? No?» Questo è il criterio con cui si misura oggi il valore alpinistico. E allora il giovane va, si arrabatta lungo la scala di chiodi e poi chiede al prossimo venuto: «Hai già fatto la direttissima?»
Chi non sta al gioco viene deriso se osa pronunciarsi contro l’opinione corrente. La generazione del filo a piombo si è ormai affermata, e senza tanti riguardi ha ucciso l’impossibile. Chi non vi si oppone si rende complice dell’assassinio, e quando gli alpinisti apriranno gli occhi e si accorgeranno di quello che è venuto loro a mancare, sarà troppo tardi: l’impossibile, e con esso l’ardimento, sarà sepolto, marcito e dimenticato per sempre.
Non tutto è ancora perduto, ma «essi» torneranno all’assalto; e se non saranno i medesimi, saranno altri come loro. Faranno un gran chiasso già molto tempo prima di attaccare, ed ogni ammonimento sarà di nuovo inutile. Avranno l’ambizione, avranno una lunga vacanza, ed ecco che qualche nuovo «ultimo problema» sarà di nuovo risolto… Lasceranno al rifugio, come storico documento, altre fotografie con una fila di puntini in linea retta, dalla base alla cima: e in parete qualche centinaio di chiodi. Stampa e radio ci informeranno ancora che l’impossibile è stato superato…
Se qualcuno è già indotto a pensare ad una possibile regolamentazione, vuol dire che la situazione è seria: ma noi giovani non vogliamo alcun codice alpinistico: «Noi vogliamo trovare lassù i giorni ardui, nei quali non si conosca al mattino la ricompensa della sera» Fino a quando ci sarà ancora questa possibilità?
Io mi preoccupo per il Drago ucciso: dobbiamo fare qualcosa prima che l’impossibile venga del tutto sotterrato. Noi ci siamo cacciati a furia di chiodi sulle pareti più selvagge: la prossima generazione dovrà sapersi liberare da tutta questa zavorra. Noi abbiamo imparato a salire lungo la via del filo a piombo, quelli che verranno dopo dovranno tendere nuovamente alle cime per altre vie. La cambiare sta per scadere, dobbiamo ritrovare il limite del possibile: dovrà pure esserci questo limite, se vorremo avvicinarci ad esso con la virtù dell’ardimento! Dove ci potremmo rifugiare, altrimenti, per sfuggire all’oppressione del grigiore quotidiano? Sull’Himalaya? Sulle Ande? Sì, anche là se ci sarà possibile: ma per la maggioranza non ci saranno che le vecchie Alpi.
Salviamo dunque il Drago; e, in avvenire, proseguiamo sulla via indicataci dagli uomini del passato: io sono convinto sia ancora quella giusta!
Calza gli scarponi e parti. Se hai un compagno, porta con te la corda ed un paio di chiodi per i punti di sosta. Ma nulla di più. Io sono già in cammino, preparato a tutto: anche a tornare indietro, nel caso ch’io m’incontri con l’impossibile. Non ucciderò il Drago: ma se qualcuno vorrà venire con me, proseguiremo assieme verso la vetta, sulle vie che ci sarà dato di percorrere senza macchiarci di assassinio.

Reinhold Messner
(Traduzione di Willy Donìo)

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