Rimprovero ad un morto

Un uomo sta precipitando giù dalla parete Nord dell’Eiger. In posa orizzontale gira piano su se stesso ma fila giù come un bolide. Così lo vede per pochi istanti il giornalista inglese Peter Gillman con il cannocchiale da una terrazza della Kleine Scheidegg. Gli sorge il dubbio non sia nemmeno un uomo ma un sacco da montagna, invece è proprio un uomo, l’americano John Harlin, che era sulla corda fissa, tra il pilastro Centrale e il Ragno, lungo la via diretta dell’Eiger.

Questo è un passaggio di un articolo scritto da Eugenio Sebastiani per la rivista “Rassegna Alpina” del Marzo 1968, a due anni esatti dalla morte di Harlin avvenuta quando aveva 31 anni. Ho pensato a lungo se fosse opportuno trascrivere questo articolo, Sebastiani prosegue in modo davvero duro, ma per un motivo o per l’altro John Harlin è apparso spesso nei miei ultimi articoli e così ho sentito di dover dare forma ai miei pensieri su questa storia.

E’ morto – prosegue Sebastiani – perchè si è rotta la corda fissa. Al solito. La corda è stata collocata da molti giorni sulla parete per servire al metodo Himalayano adottato per la scalata. Un metodo che non fa brillare l’alpinismo nelle nostre Alpi perchè un metodo truffa. Quella corda a furia di sfregarsi contro la roccia e il ghiaccio della parete si è rotta. E John, che era appeso a quella corda, è caduto da mille metri come un sacco da montagna, nemmeno come un alpinista in gamba.

Sebastiani attacca poi con una filippica sui figli di Harlin, resi orfani dalle scelte azzardate del padre – I fortunati compagni di John credono di aver eretto un bel monumento dedicandogli quella via. Io invece gli dedico un rimprovero. Inutile venirmi a dire che io sono cattivo con il morto e che, a rimproverarlo così, faccio male. Io non sono cattivo perchè voglio troppo bene ai quei bambini rimasti orfani di un padre che aveva solo un quarto di testa sulle spalle. John, morendo, non ha trasmesso all’umanità l’antiutopia della verticale applicata alla parete che si disegna in un baleno con riga e squadra sulle fotografie così come lui l’ha saputa disegnare nel vuoto col salto dei suoi mille metri: la linea verticale che ripeterebbe un bolide di piombo pesante una tonnellata fatto cadere dalla vetta dell’Eiger in un giorno sereno senza venti. John, tu sei il primo morto alla quale, in vita mia, io dedico un rimprovero. John cosa hai pensato durante la caduta? Ai tuoi bambini o alla via diretta incompiuta? Sia detto una volta per sempre che chi preferisce la parete dell’Eiger alle pareti domestiche è un disperato che non ha saputo scegliere il vero amore. Ma chissà quante volte lo dovrò ripetere senza tanti riguardi per i vivi e per i morti.

Leggendo quest’articolo, vecchio di ormai quasi cinquantanni, ero sbigottito e spaesato. Non sapevo cosa pensare e mi spaventava tanta impietosa crudezza. Certo, l’articolo era realizzato palesemente per fare scalpore, per accusare e criticare soprattutto la consuetudine alle “dirette” di quegli anni, ma la morte è qualcosa che in montagna attraversa costante le epoche. Anche la mia generazione ha i suoi caduti: mi hanno sempre spaventato le accuse come quelle mosse da Sebastiani, ed ancor più mi spaventano quelle aspre e ciniche di chi la montagna non la conosce. Accuse che sono tutt’oggi attuali, basti pensare al clamore televisivo per la morte di Unterkircher nel 2008 o ai caduti più recenti tra gli alpinisti lariani. “Morti inutili, facevano meglio a starsene a casa loro. Se la sono cercata. Speriamo sia d’esempio agli altri”.

Ancora turbato ho continuato le mie ricerche tra le riviste della Biblioteca imbattendomi, nel numero successivo della rivista, in qualcosa di assolutamente inaspettato: le lettere dei lettori

Caro Direttore,
Ho letto l’articolo di E. Sebastiani sul n.3 della “Rassegna Alpina” e dico il vero ne sono rimasto molto disgustato. Mi domando se questo Sebastiani è alpinista o almeno sportivo. Mi domando pure se un individuo può criticare così violentemente degli sportivi e soprattutto un morto, anche se questo ha fatto dell’alpinismo che Sebastiani non condivide. A questo punto tutti gli alpinisti e gli sportivi che praticano sport pericolosi, sarebbero dei fanatici pazzoidi senza alcun senso di responsabilità. Io dico invece che è tutto il contrario, questi uomini affrontano i rischi della montagna (per citare questa dato che siamo in tema) perchè hanno l’orgoglio di conquista e di evadere dal normale, come lo è lo spirito dei migliori e tentano queste imprese con preparazione e coscienza per vincere, non come dei Kamicase. Può subentrare la disgrazia, ma questo può accadere in ogni cosa che l’uomo faccia. Mi meraviglio anche che Lei lasci pubblicare nella “Rassegna Alpina”, che ha una veste che non mi dispiace, tali articoli che recano solo danno.

Riccardo Cassin, Lecco

Quasi impensabile immaginare nella nostra epoca un Riccardo Cassin che prende carta e penna per rispondere a tono e chiare lettere ad un articolo di una rivista. Oltre a quella di Cassin anche altre lettere simili di Carlo Ramella di Biella e di Guido Tonella da Ginevra.

Cassin, Tonella ed Eiger fanno subito pensare alla drammatica storia di Claudio Corti e Luigi Longhi nel’57. Ai giorni in ospedale insieme al Bigio ed al ritorno a Lecco in “topolino”, tra accuse e maldicenze che saranno interminabili. Ma all’epoca di questa lettera per quella storia, tanto terribile quanto complessa, sono ormai passati quasi dieci anni. Il corpo di Longhi non è più sulla nord dell’Eiger, Cassin ha quasi sessantanni e scrive come un “vecchio saggio”, anche dell’alpinismo. Per un “ganivello” come me, un “CASSIN” che si alza in piedi e nero su bianco scrive un messaggio che può essere parafrasato volgarmente come “Smettetela di dire sciocchezze riempiendovi la bocca con cose che non capite”: è qualcosa di liberatorio, quasi protettivo, universale e senza tempo. Un maestro che si alza per cavare d’impiccio le giovani cinture nere e che ferma gli avversari sulla porta con il solo sguardo. Un patrono nelle incertezze di noi piccoli alpinisti, che con i grandi condividiamo spesso solo i rischi.

Ma se l’inquietudine aveva trovato un equilibrio c’era ancora qualcosa che mi turbava. Ho la casa piena di riviste, centinaia di volumi spesso più vecchi di me. Articoli, lettere, riflessioni: nonostante l’età vibrano di una vitalità capace di coinvolgere tutto il mondo dell’alpinistico della propria epoca. Oggi le riviste sono quasi scomparse o ridotte a patinate “réclame” su carta. Il loro posto ed il loro ruolo sembra essere stato preso dal Web, dai Blog e dai Forum. Tuttavia credo che qualcosa sia andato perso: quello che le vecchie riviste mi stiano mostrando è soprattutto un metodo ed un autorevolezza che è oggi smarrita. Fuori dai denti: ve lo immaginate Cassin che scrive una lettera come questa in un forum tipo PlanetMountain infilandosi tra una battutina ed una faccina trollosa di “Crodaiolo” e “leoni da tastiera”? Io no. La mia è una riflessione che non vuole certo essere offensiva (mi raccomando Daniele!), ma che è di certo significativa e a cui dovremo trovare risposta per non rischiare una potenziale irreversibile deriva. Carta e penna contro smartphone, gps, webcam e social network: abbiamo mezzi e possibilità incredibili ma sappiamo ancora parlare, scrivere o discutere di montagna?

Davide “Birillo” Valsecchi

Ultima nota per chiudere questa storia. Nella foto John Harlin II e la sua famiglia in Svizzera negli anni ’60. John Harlin III, bambino nella foto, è diventato uno scrittore, un alpinista, un padre di famiglia e nel settembre del 2005 ha scalato la Nord dell’Eiger realizzando un documentario sul padre. 

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