Month: February 2017

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I ricordi che non sbiadiscono

I ricordi che non sbiadiscono

1983. Paolino “Cipo” sul 3° tiro GFOSA

[Gianni Mandelli] Ci sono persone, appassionate di montagna, che per raggiungere un qualsiasi terreno di gioco devono svegliarsi di buon mattino e spostarsi in auto per alcune ore. Ce ne sono altre invece che appena svoltato l’angolo di casa si trovano già in montagna, dove possono camminare, arrampicare, oppure semplicemente perdersi tra creste e canali dove non esistono sentieri o itinerari tracciati. Essendo nato a Valmadrera, appartengo a questa seconda categoria, e anche se le montagne di casa sono di modeste dimensioni, penso di essere un alpinista fortunato, perché vivo a stretto contatto con un ambiente che mi dà la possibilità, anche nei ritagli di tempo, di stare in montagna. Non ho avuto bisogno di corsi o di particolari istruzioni per salire su queste rocce, l’istinto adolescenziale mi ha portato prima a scoprire gli anfratti più selvaggi, poi come in una naturale evoluzione a scalarne anche le pareti più repulsive. Ho avuto anche la fortuna, anche così si possono chiamare le molte primavere passate, di vivere epoche diverse, quando per esempio, nelle fessure larghe si piantavano cunei di legno e non si incastravano friends, oppure quando per fare un’assicurazione dinamica si metteva la corda in spalla. Tutto questo mi è stato utile in molte occasioni, perché il tempo non passa invano, ma lascia in tutti noi una scia di ricordi, che potrei chiamare esperienza. Proprio su queste “mie montagne” ho imparato a muovermi su terreni pericolosi, che oggi si chiamerebbero di avventura, dove le difficoltà maggiori non erano il grado, ma la continua esposizione a un rischio, non sempre calcolato. In queste scorribande giovanili osservavo attentamente le pareti e nella mia fantasia mi immaginavo già appiccicato a quelle rocce, poi gli amici e la passione per le scalate hanno fatto il resto. Ora mi ritrovo a sessant’anni suonati a fare i conti con questa continua voglia di montagna che si esaurisce solo dopo un’intensa giornata passata su una parete o sui fianchi di una montagna. Potrei fare un bilancio degli anni passati su queste montagne, e forse sarebbe anche ora, ma penso che ci siano ancora delle emozioni che mi aspettano nascoste in qualche fessura. Di conseguenza mi limiterò a raccontare alcuni episodi, recenti e passati, che ho condiviso con gli amici di una vita, che poi sono, o sono stati, i miei compagni di cordata.

2004 Gianni Mandelli sul 6° tiro di Tempo al Tempo

26 Febbraio 2017.
Domani compirò sessantatre anni, ma ora sono qui in questo canalone carbonizzato dal fuoco sul sentiero che mi porta all’attacco della via GFOSA, sull’anticima N.E. del Moregallo. Quante volte ho già percorso quella via non lo so, e fino a quando il dottor Alzheimer non comincerà a farmi visita, continuerò ad affidarmi ai ricordi che con il passare degli anni non sono ancora sbiaditi. La prima volta è stata quando Romano(*1) mi ha invitato a ripetere con lui quella splendida via, che con Mosè (*2) aveva tracciato un mese prima. Loro a quell’epoca avevano 17 e 18 anni, ma oltre all’incoscienza dell’età, andavano come treni e avevano l’abilità degli operai metalmeccanici nell’usare martello e chiodi. Da allora sono passati quarantuno anni, ma ritrovarsi ad arrampicare su questo calcare verticale, con gli stereotipi dell’arrampicata moderna bene impressi nella mente, fa crescere a dismisura l’ammirazione per quei due “enfant terrible”. Mi è stato detto, che non ci sono vie nel lecchese che conservano l’intensità e l’incertezza come quelle del Moregallo, e anche se personalmente l’ho sempre pensato, continuo a notare che se non ci ritorno io su queste pareti non ci va nessuno. Ci sono ritornato talmente tante volte che mi è difficile mettere in fila cronologicamente le giornate che ho passato su questo scoglio, però alcuni ricordi rimangono indelebili, come quando sempre con Romano decidemmo di piazzare almeno uno spit a sosta. Successe che stavo forando la roccia all’ultima sosta ed eravamo appesi entrambi ai due chiodi, che erano collegati, quando il chiodo al quale ero appeso cedette e mi ritrovai sotto il tetto. Con una calma olimpica Romano mi recuperò di nuovo in sosta e con una fretta indiavolata continuai a forare la roccia, rimanendo entrambi appesi a un solo chiodo, fino a quando riuscii a piantare lo spit. Un altro ricordo indelebile è legato a Paolino “Cipo” Crippa, forse il più grande fuoriclasse dell’alpinismo valmadrerese, con il quale ho avuto la fortuna di arrampicare nei primi anni del suo alpinismo. Sicuramente fra non molto arriverà qualche campione che riuscirà a percorrere completamente in libera la GFOSA, ma Paolo, nel 1983, riuscì a liberare tutta la via, tranne un solo passaggio e a darne una valutazione ancora oggi molto severa. Poi altri ricordi nitidi di altre ripetizioni con compagni di cordata giovani e meno giovani, che ancora oggi si ricordano di quella via e di quella parete. Ora mentre mi avvicino alla parete quei ricordi si allontanano e lasciano il posto al presente. Josef (*3), il mio attuale compagno di cordata, durante l’abbondante ora di cammino si è già fatto un’idea di che cosa lo aspetta e si avvicina a questa piccola parete con un po’ di timore reverenziale. Nel disfare lo zaino mi accorgo però di avere dimenticato l’imbrago, che strano penso al dottor Alzheimer che nel caso dell’imbrago non è la prima volta che mi fa visita. Comunque in quattro quattr’otto risolviamo tutto, Josef si sacrifica ad arrampicare con una fettuccia come cosciale e la corda in vita, ed io con il suo imbrago mi sono goduto per l’ennesima volta questa splendida via.

2017 Josef sulla GFOSA

Ottobre 1976
Con Romano ho un progetto ambizioso, scalare la sezione di parete del Corno Orientale che c’è tra il diedro della via Dell’Oro e gli strapiombi della Via Don Arturo Pozzi. E’ la fine di ottobre e veniamo da un’intensa stagione di arrampicate e anche di nuove vie. Siamo entrambi molto giovani, lui ha 18 anni ed è fortissimo, io quattro più di lui. Stiamo attaccando la parte superiore della via che si snoda sopra la grande cengia della Dell’Oro, dopo avere salito la settimana precedente la parte inferiore. Questo tiro tocca a me. Arrampichiamo con materiale e abbigliamento in fotocopia, stesse scarpe (rigide), stesse corde, stessi vestiti, solo il casco ci differenzia. C’è un piccolo tetto da superare in partenza che mi impegna parecchio, pianto un chiodo, mi alzo sopra il tetto e all’improvviso spariscono tutti gli appigli. Dopo qualche minuto passato a “ravanare” a destra e a sinistra volo, Romano mi tiene (a spalla ovviamente), ma in mancanza del casco, che aveva appeso all’imbrago, batte la testa sotto il tetto. Vengo calato sulla cengia e una voce fuori campo dice: “Bravo bel volo”. Alzo lo sguardo e sul lato opposto della cengia spuntano tre persone che conosciamo benissimo, essendo nostri amici, e in quel caso anche competitori. La loro idea era quella di salire la nostra stessa linea, ma siamo arrivati prima noi, perciò continueremo, a dispetto del volo e della testata. Riprendiamo l’arrampicata e con molti sforzi conditi da intense emozioni arriviamo in cima nel tardo pomeriggio. Siamo strafelici, con l’andrenalina a mille per colpa di un paio di tiri al limite del volo, però abbiamo fatto una via con solo una ventina di chiodi su duecento metri, su una parete in gran parte strapiombante, il contrario di tutte le altre vie di quel livello di quel periodo. Raggiungiamo il rifugio, che per caso è ancora aperto, e a credito, perché siamo senza soldi mangiamo qualcosa e beviamo molto, anzi troppo, ed ormai è buio. Scendiamo sotto la parete per recuperare gli zaini, che abbiamo gettato dalla cengia sul ghiaione, e non li troviamo. Siamo sicuramente ubriachi e ci imbattiamo per caso, dopo più di un’ora, negli zaini prigionieri di un boschetto, li riempiamo con il materiale e rotoliamo a valle.

1976 Da sin. Gianni, G.B. Crimella, Romano e Mosè (lago di Misurina, foto scattata da Felica Vassena)

Settembre 2015.
Dopo tanti anni quelle emozioni le avevo ancora sulla pelle, e per riprovarle nel trentanovesimo anniversario della prima salita sono andato a ripetere quella via che negli anni aveva accumulato una cattiva fama, e in totale aveva solo sei ripetizioni. Nel frattempo, però, due giovani avevano pensato di renderla sicura mettendo qualche chiodo in più. L’arrampicata si è svolta senza particolari emozioni, e alternandomi con il mio giovane compagno di cordata ho apprezzato la bellezza dell’itinerario. Qualche chiodo in più e tanta tecnologia (friends) hanno tolto gran parte delle emozioni, ma ritornare su quella parete per me è stato come rompere un incantesimo che durava da tanti anni e che solo ora, dopo quella ripetizione, riesco a raccontare.

2004 Franco sul 10° tiro di Tempo al Tempo

Giugno 2004.
Franco (*4) è andato in pensione da poco ed ha elevato a suo luogo ricreativo il versante Nord del Moregallo. Con i suoi ritmi frenetici è salito e ridisceso per i canali che separano creste e pareti ed ha esplorato boschi pensili che raramente vedono la presenza umana. Quando invece sta al timone di qualche barca che veleggia sul lago riesce anche a disegnare nuove linee di salita sulle pareti. E così ha cominciato a portarmi sotto la parete nord e a indicarmi una linea di salita logica, ma che si interrompeva in una zona strapiombante e compatta. In quel periodo, per mille motivi, che poi sono i soliti di chi va in montagna solo nei fine settimana (lavoro, famiglia, ecc ..), riuscivo ad arrampicare a malapena una volta a settimana, dopo un inverno senza nessun allenamento. Non volevo di conseguenza impegnarmi su una parete così difficile, magari sacrificando gran parte della primavera in tentativi. Non mi sono mai piaciute le vie aperte a rate e, trascinare nel tempo un sogno serve solo a snaturare il sogno stesso, perciò cercavo di rimandare sempre al mittente le richieste di Franco. Poi un giorno mi chiama e mi annuncia che ha già salito da solo i primi quaranta metri e la mia domanda è spontanea “Come sono?”. La risposta la sapevo già: “Belli”, ma come belli mi sono detto, se i primi metri sono più erba che roccia. Il suo tentativo di coinvolgermi era talmente evidente che mi sono lasciato scappare una promessa: “Non questo, ma il prossimo fine settimana ci andiamo insieme”. Ma lui bruciava dalla voglia di salire su quella parete e al sabato successivo era di nuovo lì con due giovani che aveva reclutato la sera precedente al CAI. Quel tentativo finì subito a causa di un suo volo, dovuto alla rottura di una vite artigianale di uno spit. “Ma quando torniamo sabato”, mi disse, “cambio la vite e ne metto una ad alta resistenza”. E il sabato successivo eravamo lì, sotto la parete, con noi c’era anche Carlo Caccia che voleva provare l’emozione di scalare su una parete vergine. In poco tempo risolvemmo i primi quattro tiri, che sono il piedistallo della parete vera e propria, quindi raggiunta la cengia scoprimmo che nella parte destra della parete era impegnata un’altra cordata, anch’essa con l’intenzione di aprire una nuova via. Quel giorno riuscimmo a salire un altro tiro sopra la cengia e poi calandoci incontrammo i due ragazzi di Valbrona che arrampicavano di fianco a noi. Per una strana e remota coincidenza due cordate si incontravano nello stesso giorno, dopo una ventina d’anni dall’ultima ripetizione della via OSA, l’unica esistente su quella parete dimenticata. Ci complimentammo con Giulio (*5) e il suo compagno, che poi riuscì, dopo qualche anno, nel suo intento di tracciare una nuova via in quella sezione di parete. Il nostro progetto però non poteva aspettare e il sabato successivo eravamo di nuovo in parete per affrontare la sezione più difficile, che ci impegnò per parecchie ore senza però risolverla definitivamente. Il superamento di una placca compatta mi respinse, soprattutto perché non riuscivo a intravedere la possibilità di proteggermi adeguatamente e probabilmente anche lo scarso allenamento limitavano le mie capacità. La domenica successiva ero febbricitante, ma due aspirine prese la sera precedente mi diedero l’energia necessaria per superare quella placca, per poi proseguire alternandomi sempre con Franco fino alla grande cengia. Le difficoltà a quel punto diminuiscono, ma non terminano, perché per uscire dalla parete bisognava superare anche un pericoloso tratto di rocce rotte con erba che portava al sentiero di discesa. Poi, raggiunta la strada, e seduti davanti ad una birra abbiamo realizzato quanto quel giorno avevamo fatto, una via di 11 tiri sulla parete nord del Moregallo, rispettando la conformazione e la struttura della parete stessa, cioè senza forzare con mezzi artificiali i tratti più impegnativi, nella scia delle nostre idee e della nostra tradizione.

Gianni Mandelli

1974. Romano e Mosè in cime al Crozzon di Brenta (foto scattata da Felice Vassena)

Nomi completi:

  1. Romano Corti
  2. Mosè Butti
  3. Giuseppe Prina
  4. Franco Tessari
  5. Giulio Zappa
L’occhio del Ciclope

L’occhio del Ciclope

Se potessi scegliere un personaggio omerico vorrei essere Ettore. Principe della potente città di Troia, eroe e protettore del proprio popolo, Marito, Padre, un valoroso guerriero che protegge ciò che gli è caro sfidando con coraggio un avversario invincibile. Una battaglia epica ed impossibile su cui quasi riesce ad avere la meglio e che solo l’ingerenza degli dei lo condanna alla sconfitta. Il suo corpo, trascinato per sette giri attorno alle mura, è a pezzi ma quella che doveva essere un umiliazione diviene il trionfo per una gloria, anche nella sconfitta, ineguagliabile.

Già Ettore, ma il destino ha voluto che io fossi Ulisse. Il re pezzente di un isola di capre, mal vestito, mal armato, un bugiardo che vive di espedienti, un vizioso, un egoista, un approfittatore, un irresponsabile che si abbondana all’avventura rotolando tra inganni e baruffe. Spezzerò il cuore a Penelope, spezzerò il cuore a Calipso, finirò in solitudine all’inferno e quella mezza sega di Dante Alighieri verrà a battermi la stecca prendendomi per il culo. Ecco, questo purtroppo sono io.

Forse è stata per questa mia deriva omerica che l’idea di andare a vedere l’Occhio del Ciclope sulla parete del San Martino si era fatta particolarmente intrigante. In questo periodo ho tante idee per la testa, sogni e progetti. Affollano i miei pensieri ed io cerco di tenerli ben stretti perchè si realizzino e non fuggano via. Per questo arrampico poco, non posso creare il “vuoto”, non posso liberare la mente ed affrontare le difficoltà delle esplorazioni con Ivan. Il vecchiaccio smania perchè ci sono “millemila vie” da aprire, ma finchè non risolvo un paio di questioni non posso rischiare la vita di entrambi andandogli dietro senza la giusta concentrazione.

Il San Martino però sembrava una buona opzione: “Prometto!! Solo una variante del sentiero dei Pizzetti, niente di più!”. Ovviamente già sapevo che non avrei mantenuto fede al mio proposito.

In Via Stelvio c’è una specie di gattile all’aperto. Faccio un paio di tornanti del sentiero dei Pizzetti ma mi annoio, così lascio il sentiero e mi infilo nel bosco. Punto a tagliare fino alla frana, per poi salire fino all’attacco della via Savini: avevo letto la relazione e quelle poche informazioni mi sembravano un buon punto di partenza con cui esplorare la base della parete.

Mentre risalgo tra le piante mi rendo conto che sono nella boscaglia alla periferia di una grande città come Lecco. Ogni dolina ed anfratto naturale pare “abitato”: ombrelli, materassi, vestiti, stracci e coperte. Sembra di essere in parco Sempione negli anni ‘80: sapevo della “tenda azzurra” ma fuori sentiero la faccenda si fa decisamente antropizzata.

Punto alla grande torre. Dal basso pensavo fosse un rudere di una fornace ma mi sbagliavo clamorosamente. Aggiro le reti paramassi e comincio a studiarla: una struttura tonda alta oltre venti metri, priva di qualsiasi porta, botola o scala d’accesso. Per costruirla è stato alzato alle sue spalle un’alto muro e tutto il piazzale circostante è ora invaso dai rovi. Ho curiosato da vicino ed appare evidente che l’edera è stata piantata (c’è ancora il nastro azzurro con cui era fissata) perchè, senza successo, ricoprisse e nascondesse tutta la struttura. Alta, in cemento e probabilmente cava: a che diavolo serve? Chi ha la risposta?

Abbandono la torre e mi dedico alla grande parete salendo dritto per dritto attraverso il bosco. La parete è imponente, ci sono tetti enormi ed infiniti tratti strapiombanti. Da lontano sembra un muro verticale e compatto, invece più ci si avvicina più ci si rende conto di come la parete si “muova” in cenge, canali, speroni e placche appoggiate. Ci si rende conto di come oltre agli strapiombi ed ai tetti impossibili ci sia un mondo di “possibilità”, durissime, ma possibilità!

Sono arrivato alla base emergendo dal bosco e non conosco abbastanza bene la parete per sapermi orientare adeguatamente senza punti di riferimento. Però quello che vedo mi intriga: c’è una specie di canale quasi verticale (ma non completamente verticale) che taglia in obliquo verso sinistra. Una salita decisamente rognosa ma fattibile. Mi sposto lungo la base cercando l’attacco del canale. Quando lo raggiungo vi trovo anche una vecchia corda fissa. La corda è in pessime condizioni, come cicca americana si allunga in modo poco rassicurante. Tuttavia, come pensavo, il canale sembra fattibile, una specie di tunnel che si innalza tra le piante come una “scorciatoia” verde tra due mari verticali di roccia gialla.

Un po’ incerto (il piano originale non era filarsi in mezzo alla parete inseguendo discutibili fisse!) ma comincio a risalire. Devo darmi da fare perchè il terreno è ripido, decisamente franoso e non posso fare alcun affidamento a quella corda. Devo ravanare e mastrufolare duro per salire ma ciò che mi preoccupa è la discesa: il canale non è verticale, ma è un misto di roccia e terra che frana, disarrampicarlo tutto può non essere uno scherzo. Se avessi un pezzo di corda buona, il mio fidato lasco da 30 metri, potrei sfruttare facilmente le piante o gli ancoraggi per calarmi, ma così, “nudo e crudo”, devo ponderare bene le mie scelte. Ovviamente non sono capace di tirarmi indietro quando sarebbe saggio farlo…

A metà del canale le fisse diventano due e biforcano. Una prosegue sulla sinistra, seguendo il canale e rimontando poi uno zoccolo, alla base di un crinale dove probabilmente qualche via risale poi tutta la restante parte della parete. L’altra corda, quella che poi ho seguito io, taglia verso destra raggiungendo un terrazzo erboso ai piedi di una bella placca che sembra puntare il grande tetto giallo sovrastante. Arrivo fino all’attacco della via e mi impongo di fermarmi: “Dove diavolo vuoi andare Birillo? Pensi di uscire verso l’alto? Organizzati piuttosto per scendere da qui!”

Faccio qualche foto e mi rimetto in moto. La discesa è in effetti una bella rogna. La corda è una potenziale trappola e nemmeno la tocco, il centro del canale è troppo franoso e così mi sposto sulla sinistra: a tratti è decisamente esposto ma la roccia, nonostante la terra che la ricopre, offre qualche buona presa tra una pianta e l’altra. “Dannazione, anche una stringa verrebbe a mano ora! Come fai ad uscire senza niente!” Una parte di me si lamenta, l’altra risponde rassegnata “Ti ricordi che dovevamo solo fare due passi prima di pranzo…”

Mentre discendo il canale trovo un’altra fissa, questa volta meno vecchia. Taglia verso sinistra abbassandosi verso la base di un’alta e compatta placca gialla. Vedo un bidone azzurro, forse qualcuno ci sta trafficando. “Bella forza! Con il trapano e chilometri di corda qui è uno spasso. Ma invece Birillo, che è un mona, ha deciso di venirci alla cieca e senza niente: così, giusto per mettersi nei guai da solo… Bravo Birillo! Continua così!  Campione del mondo…”

Nuovamente alla base del canale sono quasi tentato di tornarmene a casa. Tuttavia non ho ancora scoperto abbastanza della parete e all’occhio del Ciclope non mi ci sono neppure avvicinato. Così mi sposto ancora verso destra cercando di capire in quale punto della parete sono, aggiro uno sperone e mi trovo a sbalzo sopra una scogliera che precipita in una valle franosa. Finalmente comprendo a grandi linee la mia posizione: l’occhio, la grande grotta visibile da lecco, si trova verticale sopra la valle, un quaranta o cinquanta metri sopra di me. Il dilemma però è semplice: come arrivarci?

Davanti a me, sul lato sinistro della valle,  ci sono quaranta metri di rocce rotte che si innalzano ripide. Un carnaio di grossi sassi incastrati e piante. Una tribolazione impegnativa ma fattibile, una rogna che racchiude la possibilità di piombare abbasso abbracciato ad un frigorifero. L’incognita maggiore resta però la discesa: senza un pezzo di corda c’è il rischio di infilarsi in un drammatico vicolo cieco.

L’alternativa è strisciare tra i rovi e la roccia e forzare l’attraversata della valletta fino al fianco destro. Mi infilo in quella specie di buco fino a quando i rovi mi bloccano la strada. Forzandoli potrei passare ed infilarmi in un traverso su roccia e terra fino ad arrivare su un’ampio terrazzo erboso sullo sperone sull’altro lato della valle. “Sì ma poi?” Già, da quel terrazzo non ho idea di come si possa continuare  …ed in quale direzione. Forse mi sto incasinando solo la vita, magari all’Occhio si sale da qualche altra parte, qualcosa che non richieda numeri da circo tra il vuoto ed i rovi.

Ritorno sui miei passi e studio nuovamente tutta la zona. Non cerco una soluzione per passare, mi limito ad osservare cercando di imparare qualcosa su quel posto tanto complicato. Sull’altro lato della valle vedo una fessura a lama che sale una placca piuttosto liscia e raggiunge una grossa pianta. Quella fessura mi cattura perchè sembra fattibile. Poi guardo meglio e vedo una catena e dei pioli metallici. “Ecco il trucco! Eccolo lì dove si passa!” C’ero andato vicino, la tentazione di attraversare di nuovo è forte ma la mia fiducia in quella catena è piuttosto scarsa. “Sono una decina di metri verticali e lisci. Okay la catena, okay i vecchi pioli: forse è facile , forse riesci a salire, ma scendere? Se la catena è un rottame che fai? Ti appendi? Ora conosci la strada, portati un socio ed un pezzo di corda, non prendere altri rischi per nulla”. La voce della coscienza sembra avere la meglio. “Okay, hai vinto: andiamo a pranzo!”

Do un ultimo sguardo alla parete e, quasi all’uscita, vedo una serie di corde fisse appese: “Accidenti, questa non è una parete: è un cantiere a cielo aperto! Tutti mollano qualcosa a marcire appeso!!” Ritorno nel bosco accolto da uno strano fischio. Lo sento ma ancora non lo vedo. Sono sorpreso e lui continua a fischiare. Poi scatta e dandosela a gambe finalmente si mostra: un camoscio, non mi aspettavo di trovarne uno così in basso! Sull’Isola Senza Nome non ce ne sono e qui, alle porte di Lecco, si trovano già così bassi sotto la parete del San Martino. Incredibile!

Mi abbasso ancora seguendo vaghe tracce finchè non trovo una catena. Un sentiero attrezzato con tanto di scritta a vernice “Si consiglia il casco: caduta sassi!”. Incuriosito inizio a risalire seguendolo: credo sia l’originale sentiero dei pizzetti, o comunque una sua variante più impegnativa. Un bel canale roccioso molto divertente che, a metà, offre un’intrigante gita all’interno di una bella grotta rosa. Un grosso masso sbarra l’accesso ma, arrampicando un po’, sono andato a curiosare fino al fondo. Non era l’occhio del ciclope ma avevo comunque trovato una grotta in cui infilarmi!

L’uscita del sentiero è al bivio tra il sentiero Pietro Pensa e il Pizzetti classico. Da lì, ammirando il Moregallo, ho saltellato allegro fino alla macchina immergendomi nuovamente nei miei pensieri. Già, non credo sarò mai come Ettore, non sono il tipo che si fa spianare da un semidio davanti alla porta di casa. No, questo è per certo.

Quindi forse conviene arrendermi ed essere un buon Ulisse: a modo suo, quel re pezzente di un’isola di capre, ha vissuto, combattuto ed amato guidato dal desiderio di scoperta, prigioniero dell’ignoto e dei suoi sentimenti. Tutti conoscono la morte di Ettore, ma solo il Pascoli ci racconta la triste e sincera fine di Ulisse, il re vagabondo di un’isola di capre e mufloni:

Era Odisseo: lo riportava il mare alla sua dea: lo riportava morto alla Nasconditrice solitaria, all’isola deserta che frondeggia nell’ombelico dell’eterno mare. Nudo tornava chi rigò di pianto le vesti eterne che la dea gli dava; bianco e tremante nella morte ancora, chi l’immortale gioventù non volle. Ed ella avvolse l’uomo nella nube dei suoi capelli; ed ululò sul flutto sterile, dove non l’udia nessuno:— Non esser mai! non esser mai! più nulla, ma meno morte, che non esser più! —

Davide “Birillo” Valsecchi

Nordend: Buzzati e Zapparoli

Nordend: Buzzati e Zapparoli

Nelle limpide giornate d’inverno, salendo sulle cime innevate dei Corni di Canzo, ci si trova davanti l’immenso spettacolo della parete Est del Monte Rosa: la più alta delle Alpi e l’unica con caratteristiche Himalayane. Questa foto, scattata qualche anno fa, mi è tornata alla mente rileggendo su internet “I Falliti” di Gian Piero Motti. In un passaggio infatti cita Dino Buzzati ed un suo articolo dedicato a Ettore Zapparoli. Così incuriosito, mi sono messo a cercare quest’articolo riuscendo a trovarlo. Come mi capita spesso ho iniziato a trascriverlo mentre lo studiavo con attenzione: la storia di Zapparoli mi ha inevitabilmente riportato con lo sguardo verso il gigante che troneggia ad Ovest dell’Isola senza Nome, il centro del mio piccolo mondo.

Dino Buzzati: Ettore Zapparoli

Benché io non sia mai stato là, lo vedo uscire dal rifugio Marinelli alla luce della luna e allontanarsi attraverso le rocce e poi sulla fosforescente neve, tric tric si ode il suono ritmico della sua picozza sulle pietre, tric tric e sempre più lontano e poi silenzio, lontano la sua sagoma scura tra i ghiacci, dritta, viva, fin troppo romantica, con la eleganza rigorosa di chi parte per l’eternità. (Era stato da me pochi giorni prima. Mi aveva detto di essere rimasto due giorni bloccato dal maltempo nel rifugio Resegotti. «E che cosa facevi?» Rise. «Niente, ascoltavo la musica del vento che fischiava contro i tiranti di metallo… come violini, suumm, suumm, facevano… Wagner, ricordi?»)

Così lo vedo farsi via via più piccolo e vago nel pallore della notte. Ma a questo punto, per quanto io sforzi la immaginazione, non riesco a vederlo scomparire. E’ sempre là che manovra con la picca, e un passo dopo l’altro, si addentra nello sterminato labirinto con attaccata la sua sottile ombre sghemba rovesciata in già lungo lo sdrucciolo. E’ separato ormai senza remissione da noi, dalle calde stanze, dagli amici seduti in circolo la sera, dalle lampadine accese sui legii dei principeschi pianoforti neri. Di là della frontiera, irraggiungibile, che non si volta neanche se urliamo, e mai si ferma. Eppure, per quanto egli si allontani spaventosamente, io continuo a vederlo là, solo, che lotta in mezzo ai ruderi fantomatici delle sue vitree cattedrali.

E benché io non ci sia stato, vedo pure la grande parete est del Monte Rosa, suo regno, non bella nel solito senso del vocabolo, bensì consegnata in un disordine selvaggio, scena sconvolta di sfatte rupi, tragiche macerie di ghiacci scaraventate giù, canali fradici che si intersecano tra i massi pericolanti, disgregazione delle cose, dove egli scorgeva le architetture della poesia, navate, cripte, pilastri, statue di moloc, giardini pensili, nicchie, colombari, cortiletti, capriate, cupole, zampe di leone, scalee, veneri bianche addormentate. Ma dovrebbe esserci qui lui a spiegarcelo, con i suoi stupefacenti paragoni.

Un uomo di ormai cinquant’anni se va incontro alla sorte, senza compagni, senza che nessuno lo sappia, come un ragazzo che fugga da casa. E’ un musicista, uno scrittore. Dicono che da giovane, quando scendeva dalle cime, sembrasse un biondo arcangelo. Qualcosa di vagamente angelico, di candido, è rimasto. Alto, asciutto, la bella faccia forte e buona, una eleganza naturale di stile britannico, si può dire ancora un giovanotto. Ma giovanotto fino a quando? Stupiva in Ettore Zapparoli quella freschezza continua di speranze e di progetti, come se la vita dovesse sempre cominciare. In questo senso era veramente giovanissimo.

Come artista non era mai stato fortunato. Un suo balletto, Enrosadira, aveva raggiunto la porta della Scala, era già stato annunciato in cartellone. Poi erano venute già le bombe, non se n’era più parlato. Ma proprio quella sua natura aperta all’avvenire compensava in certo modo la sfortuna. Con tutte quelle idee, quell’entusiasmo, per forza avrebbe dovuto fare strada. Gli accadeva però di incontrare gli amici della stessa età che avevano ormai posizioni solide, collaudata fama, moglie, figli già al liceo, segretaria, villa, automobile. Mentre lui si trovava quasi alla partenza; ed era solo. Ma, dolcissimo di animo, incapace di invida, gentiluomo per istinto, non se ne crucciava affato; o per lo meno dissimulava la tristezza con un pudore straordinario. Lo consideravamo l’«Artista», il fuori regola, il bohémien, un Peter Pan adulto, un personaggio ottocentesco nato col ritardo di un secolo. Di qui un impossibilità di innestarsi nella così detta vita. Di qui anche una dispersione del talento in troppi diversi tentativi. Con lui la gente stava con gioia perché era una persona geniale, schietta, umana, e parlava della musica e della montagna come nessuno, con straordinarie immagine, aggettivi, onomatopee, incantevoli nel loro barocchismo perché assolutamente sincere e originali. Ma soprattutto bisognava che narrasse le sue scalate solitarie, i bivacchi sopra i tremila, le tempeste; qui era il meglio di lui, le parole per quanto insolite e bizzarre suonavano di assoluta verità; e infatti nei suoi romanzi Blu Nord e Il silenzio ha le mani aperte, le parti più bello sono quelle di montagna.

Gli amici gli volevano bene ma poi, dopo la lunga chiacchierata, ciascuno se ne tornava ai fatti suoi e alla sua casa. E Zapparoli l’artista, il bohémien, andava solo per le vie deserte, rimuginando le speranze del domani. Sì, il meglio doveva ancora cominciare. Ma cinquant’anni son tanti. E viene il giorno in cui all’improvviso si misura la strada che rimane: ieri sembrava senza fine; ahimè come si è fatta corta, e stretta, e malagevole, e intorno non più foreste e ninfe ma cespugli secchi e all’orizzonte il polverone della steppa. Viene il giorno in cui l’animo giovane non basta perché la pelle si rattrappisce un poco, sulla faccia dell’arcangelo si scavano le rughe e intorno incalza una torma di ragazzi famelici mai visti. E allora nasce il dubbio che la grande storia, la quale doveva cominciare, non comincerà più, e che il tempo buono sia finito.

Ma gli restava la montagna. Molto più degli uomini la montagna era stata buona con lui; lassù Zapparoli aveva trovato gioie autentiche e perfino un riverbero di gloria. Ed egli le era grato, la avvicinava con rispetto e amore, non la attaccava a vanvera, ma dopo lunghi studi e tentativi; e si allenava con commovente scrupolo, al punto da fare in primavera lunghe camminate con il sacco carico di pietre. Certo, senza una buona investitura di fortuna, nessuno sarebbe mai riuscito a fare imprese come le sue, giochi di azzardo temerari su per orrendi pareteoni in isfacelo mitragliati da sassi e slavine.

A questo punto, mentre scrivo, vengono i rimorsi; di non essere stato più gentile con lui l’ultima volta che è venuto a trovarmi in redazione, di avergli detto crudelmente che un suo certo racconto non andava, di non aver avuto più umiltà e pazienza con lui che ne aveva tanta, di non aver saputo capirlo meglio quando per dignità taceva ciò che lo rodeva dentro, di scriver qui oggi cose che a lui dispiaceranno. Sono tuttavia sicuro che, mansueto e indulgente com’era, se egli fosse qui e leggesse queste righe – e chi può escluderlo? che ne sappiamo in fondo noi? – lui sorriderebbe, giurandoci che tutto è vero anche se non lo è, per non farci dispiacere.

Un uomo di cinquant’anni che comincia a sentire il peso della vita esce dunque di notte dal rifugio, e va incontro all’avventura. Sotto la grande lune, la parete grandeggia tra trasognate risonanze di crolli lontani. L’artista sfortunato e stanco torna all’unica creatura che, dopo il padre e la madre, sia stata buona con lui. Può darsi che poco fa, al rifugio, prima di partire, sdraiato in cuccetta, egli abbia a lungo fantasticato sullo squallido domani. Forse egli si vide non più giovanotto, non più Peter Pan, ma ormai esile vecchietto, senza più i genitori ch’erano le sue raduci, con tutto o quasi da cominciare ancora, solo, per le piovose strade di Milano, nel più sconsolato avvilimento, e le montagne distanti, inaccessibili. Forse si vide girare di qua e di là offrendo i suoi lavori letterari o musicali che probabilmente avevano bisogno di tempi più agevoli e quieti, proclivi all’arte, di gente raffinata; o battere alle perote dei giornali, degli editori, dei teatri, dei vecchi amici che hanno altro per la testa, degli amici distratti ed egoisti come me. Forse intravide questo malinconico tramonto di un pomeriggio che non c’era neanche stato. E intanto il frastuono di un mondo avido e straniero che non sapeva che farsene di lui.

La montagna sarebbe stata generosa anche stavolta? Sebbene a dirlo sembri infame, io mi domando se le grande parete non sia stata buona veramente. «Zapparoli, Zapparoli!» Noi gridiamo, facendo portavoce delle mani, ai ghiacciai che non rispondono; «Zapparoli, perchè non torni?». Ma in fondo, non siamo degli ipocriti? Che avremmo da offrirgli, se tornasse? Così invece egli è rimasto intatto, preservato nella sua sagoma di arcangelo, tratto via in una specie di trionfo, mentre il vento, le pietre, le nevi, le acque, i ghiacci suonano le sinfonie che’egli avrebbe voluto scrivere. E io lo vedo ancora là, che manovra con la picca, tremendamente sprovveduto e solo, piccolissimo, un bambino, nell’immensità misteriosa del santuario.

Dino Buzzati
Pubblicazione originale “Corriere della Sera”, 1° Settembre 1951
Ripubblicato poi in “I fuorilegge della montagna. Cime, uomini, imprese.

L’Accademico Ettore Zapparoli scomparve sulla Est del Rosa il 18 Agosto 1951, probabilmente travolto da una scarica di ghiaccio. Aveva 51 anni, essendo nato a mantova il 21 novembre 1899. La sua fine ebbe larga eco sui giornali, che dedicarono alla sua figura quello spazzo che le avevano spesso negato in vita. […] Zapparoli si è sempre cimentato da solo e su una parete, la Est del Rosa, che si caratterizza per il grande sviluppo (1500-2000m) e per i notevolissimi pericoli oggettivi. L’alpinismo di Zapparoli è alpinismo estremo nel senso moderno del termine, altrimenti non si comprende che cosi significhi cercare la via su un parete immensa come la Est del Rosa, battuta da ciclopiche scariche di ghiaccio che obbligano ad affrontare pendii di ghiaccio vivo a 70° percorsi continuamente da slavine di neve inconsistente. Per affrontare una via di questo genere (in solitaria) è necessaria una fortissima fiducia nelle proprie risorse fisiche e psicologiche, cioè una buona riserva di quello che una volta si chiamava “ardimento” e che è sempre stato una componente dell’alpinismo.  […] L’alpinismo è per lui soprattutto una forma di ampliamento della coscienza ed uno strumento di conoscenza estetica.  

«Ettore Zapparoli: alpinismo come musica» di Ledo Stefanini – Annuario CAAI 1991

Vergine d’oriente

Vergine d’oriente

 

Sabato mattina sguscio fuori dal letto e guardo attraverso le finestre: prima a sud e poi a nord. La neve è arrivata sull’Isola Senza Nome a metà settimana, ma la pioggia a bassa quota mi aveva sempre scoraggiato dall’andare a curiosare tra le nuvole. Ma oggi non piove, forse è la volta buona! La neve sull’Isola è qualcosa di speciale, un evento che accade due o tre volte l’anno e che svanisce in fretta. Così, nel nuovo millennio, apro Internet e do un’occhiata alle webcam e agli “inviati speciali”. Da quando vivo sul versante Sud gli amici del versante nord mi fregano sempre: da Valmadrera salire ai Corni è più lunga che da Valbrona e sul lato nord, specie in val Cerrina, c’è sempre un sacco di neve in più. Qui al sud la neve inizia sempre molto in alto e per raggiungerla tocca affrontare lunghi tratti spesso sotto la pioggia. Questo lo so perchè sono nato e cresciuto al Nord, qui a Sud mi godo il sole ed il caldo  ma durante l’inverno pago pegno agli amici sull’altro versante.

Su Facebook ecco puntuali le foto di Ivano: caminetto, corno Occidentale e poi via, traversata verso il corno Centrale. Doppietta. Stefano invece pubblica una foto del crocifisso di legno: probabilmente affronterà la ferrata del venticinquennale e poi risalirà la cresta superando il Passo della Vacca. Andata anche questa! Resta forse la cresta integrale del Moregallo, forse… Per me è tardi: la “vergine bianca” sulle cime se la sono già presa tutta!

Come maschio adulto posso dirvi che una “vergine” è letteralmente il peggior guaio in cui abbia cercato di infilarmi da giovane: fortunatamente alla mia età simili rischi sono ormai scongiurati! Se devo essere onesto quella cosa del “paradiso con 70 vergini” mi pare più una spaventosa minaccia che un’invitante premio. Tuttavia se parliamo di roccia o neve incontaminata ed intatta, vergine appunto, è tutta un’altra questione! Alla mia età addentrarsi per primi in un universo bianco di morbide e vellutate linee è ancora un’eccitante attrazione!

Certo, ma in questo assalto generale dove cercare la propria vergine bianca? Così ho svegliato Bruna, che è astrologicamente vergine: “Hey Bru! Vieni a fare due passi nella neve?” Due ore più tardi, dopo brontolii ed interminabili preparativi, riusciamo ad uscire di casa. Ormai sono le undici, decisamente tardi, ma il cielo è coperto di nuvole: l’unico pericolo è che la neve si sciolga prima di riuscire a raggiungerla!

Da Piazza Fontana a Sambrosera il nostro è un piccolo intenso calvario: “Io non ci volevo venire!” “E allora perchè  mi hai detto sì?” “Perchè volevo fare qualcosa con te!” “Tipo brontolarmi contro tutto il tempo?” “Maledetto #$£*! Spero che nella prossima vita tu ti reincarni in una donna costantemente travolta dagli sbalzi ormonali!!” “Curioso… sai che una maga una volta mi ha detto che nella vita precedente ero una prostituta inglese che scriveva poesie… guarda, credo che con un paio di tette sarei irresistibile anche senza scrivere sonetti!” “AAAAARRRGH!!!” Fino a quando le endorfine non le hanno dato un po’ di gratificazione non c’è stato modo di vederla sorridere!!

Tuttavia io un’idea su dove trovare la mia vergine ce l’avevo! Da Sambrosera rimontiamo verso la cresta che dal Corno Rat risale al Corno Orientale. Sulla traccia ci sono già due piste: una persona con scarpe leggere è scesa ed un’altra, indossando degli scarponi, è risalita. Tuttavia sono abbastanza confidente: vanno e vengono dal Fo, il grande faggio ai limiti del val Ravella, non sembra gente che punti alla cima lungo la cresta!

Al bivio la mia teoria trova conferma: la cresta è vergine! Piano piano inizio a fare le traccia risalendo attraverso il bosco. La neve trasfigura ciò che ci circonda rendendo luoghi familiari quasi sconosciuti. Copre ogni cosa ma è ancora poca, non offre appoggio ma nasconde i sassi e le insidie. Sui lati della cresta il bosco precipita ripido e profondo, suggestivo ed inquietante: scivolare di sotto significa mettersi in guai davvero seri.

Per Bruna è dura, nei passaggi più complessi, attraverso le rocce ed i passaggi obbligati, devi infilare le mani sotto la neve, cercare qualche buona presa e piazzare bene i piedi cogliendo appoggi ricoperti di bianco. Dopo l’incidente non si fida ancora della roccia, ha sempre paura che crolli di colpo e di certo le mani intorpidite dal freddo non la aiutano. “Accidenti, che freddo alla mani! Ma perchè dovevo sposare un dannato alpinista! Perchè ti ho dato retta!”

Lungo la cresta ci sono un paio di lunghi passaggi attrezzati con le catene: possono essere aggirati ed evitati seguendo il sentiero ma con la neve quelle deviazioni, a sbalzo sul bosco verticale, mi sembravano persino più esposti e pericolosi del tratto attrezzato. “Te la senti di passar su di qui?” “Quanto è lungo” “Trenta metri, massimo quaranta” “Okay, proviamo!”. In realtà c’è gran poco da provare, la parete sale quasi verticale e se piombi arrivi a terra.

Le catene sono incrostate di neve ma non c’è ghiaccio, non fa abbastanza freddo. Tuttavia la placca è bagnata ed ogni appiglio è coperto e nascosto dalla neve. Parto per primo e cerco di fare pulizia, con la catena la difficoltà è azzerata …ma solo se hai forza e metodo per restarci aggrappato. Bruna mi segue, spinge e tira, ma a metà si blocca. Nonostante i guanti la catena è molto fredda ed anche infilare le mani nella neve non aiuta. Io sono tranquillo senza guanti, ho dovuto arrampicare spesso al freddo, ma lei non c’è abituata: il dolore alle mani la sorprende e la spaventa. Appesi a metà parete cerchiamo di risolvere la questione: un pezzo di corda mi avrebbe fatto decisamente comodo! Poi, ritrovato coraggio e determinazione, rimontiamo l’ultimo tratto della parete. Il resto della cresta ha ancora tratti esposti ma nessuno così continuo e lungo.

Giunto sotto lo sperone dell’anticima ci accolgono un paio di curiosi uccelli che paiono banchettare con i ciuffi d’erba che spuntano tra la roccia innevata. Un ultimo tratto di catene rimonta l’anticima portando direttamente alla Croce del Corno Orientale. Le catene rimontano una placca inclinata non particolarmente difficile, tuttavia rimonta verso il lato sud dell’anticima puntando alla parete aperta: dove la catena curva per piegare ad ovest ci si trova a sbalzo su un vuoto di quaranta metri che precipita verticale sulle piante. In estate, con la roccia asciutta, è un passaggio capace di mettere una certa inquietudine se affrontato senza lounge di sicurezza. Pensare a Bruna in quel passaggio slegata e con la neve mi metteva i brividi: così ho preferito aggirare per il bosco.

Quando siamo arrivati in cima al Corno Orientale sopra di noi si è aperto l’azzurro e le nuvole hanno reso surreale lo scorcio verso il Corno Centrale ed il pilastrello: un piccolo premio finale per la nostra piccola avventura prima di ripiegare verso la SEV in cerca di pastasciutta e vino rosso!

Davide “Birillo” Valsecchi

ISPO Monaco 2017

ISPO Monaco 2017

“Birillo vieni a Monaco in fiera?” La domanda di Josef era arrivata a bruciapelo, ma l’idea di andare in Germania era intrigante: “Certo!”. L’ISPO è la più importante e storica fiera dedicata alle aziende ed ai prodotti sportivi, un’istituzione cha ha avuto inizio nel 1971 e che oggi riunisce in 16 padiglioni oltre 2600 marchi provenienti da 120 paesi. Un evento enorme dove è possibile confrontarsi con qualsiasi attività sportiva.

Per accedere alla fiera bisogna essere un operatore del settore, perchè io potessi entrare c’è quindi voluto l’aiuto e l’invito di Giovanni Viganò, fondatore del negozio “Sherpa” di Ronco Briantino. Giovanni ha collaborato molto spesso con Josef per i suoi corsi Yoga ed è stato ben felice di prendermi in squadra per la trasferta a Monaco. Con noi anche Jacopo, membro dell’associazione “Vertical-Project Guide Alpine”.

Partenza alle quattro del mattino e via, destinazione Monaco! Giunti alla fiera tutto è apparso subito colossale ed ero stupefatto della quantità di persone e realtà che operano nel mondo sportivo. Un’industria dinamica capace di unire tecnica, creatività e passione. I padiglioni interamente dedicati alla montagna e all’outdoor erano tre: e vi garantisco che c’era veramente di tutto!Guardandomi intorno, osservando le innovazioni tecnologiche che venivano presentate, mi sono sentito terribilmente “vintage”. Materiali di cui nemmeno conoscevo l’esistenza, forme e progetti di cui non sospettavo l’esigenza. Il mio equipaggiamento, spesso raffazzonato e cronicamente rattoppato, sembra davvero poca cosa se paragonato al meglio della modernità. “Combatto con quello che ho, combatto con quello che sono”: recitavo il mio mantra mentre mi sentivo uno di quei bambini delle favole che, povero e mendicante, osserva sotto la neve le vetrine appannate di giocattoli e dolciumi.

Ascoltavo le meraviglie della tecnica e ripensavo alle parole di Messner scritte ormai decenni fa: «In tutto il mondo, alpinismo ed arrampicata sono più costosi della maggior parte delle altre discipline sportive. Ma i protagonisti sono poveri. La commercializzazione della passione alpinistica infatti è inversamente proporzionale alle spese».

Nella mia mente due visioni opposte: da un lato l’avvocato benestante di mezza età che, indossando un equipaggiamento da oltre duemila euro, risale con le ciaspole tra i boschi accanto alle piste da sci; dall’altra parte uno studente universitario che, incrodato in un impietoso e sconosciuto “couloir” in ombra, insegue passione e coraggio con i mezzi e l’equipaggiamento di risulta che è riuscito a mettere insieme. L’avvocato, che giustamente può permetterselo, sceglie in base alle proprie esigenze ciò che trova più confortevole, dando al contempo un supporto inestimabile alla ricerca ed allo sviluppo di questi prodotti. L’universitario, il giovane squattrinato, l’appassionato convinto, è invece la colonna portante su cui si basa lo spirito alpinistico: in qualche modo si deve trovare il modo di dargli accesso alla tecnologia, se non quella di punta quantomeno a quella consolidata e resa standard nel tempo.

“Old but Gold”: le aziende, o forse anche i negozi, dovrebbero strutturare i propri prodotti in modo che esistano “Tier Entry Level” con cui equipaggiare in modo solido ma economico chi, in ristrettezza di mezzi, pratica un certo tipo di alpinismo “intenso”. Magari con tecnologie e modelli vecchi ormai di cinque anni, la cui produzione possa essere ormai ammortizzata, ma la cui efficacia e funzionalità sia ormai comprovata. Questi “tier”, intesi come setup completi per uno specifico ambiente (vestiario, materiale tecnico, ecc), potrebbero al contempo diventare le linee guida per i principianti, coloro che con il tempo e l’esperienza potranno poi integrare con elementi via via di fascia sempre superiore.

L’ultima volta che India sono salito oltre i seimila metri l’ho fatto comprando il mio equipaggiamento al mercatino nepalese della roba usata: si è congelato praticamente tutto e per poco non ho perso le dita. Una stupidaggine quasi imperdonabile che però mi ha insegnato molto. Per questo credo debba esistere un equipaggiamento base, essenziale, spartano ed economico, che possa fornire a tutti quantomeno l’accesso agli “strumenti base” con cui fare alpinismo.

Inevitabilmente un alpinista quando compra guarda prima il prezzo e poi sceglie un po’ a naso ed un po’ a fiducia: può spendere anche cifre per lui importanti, perché questo influisce sia sulla sue probabilità di riuscita che sulla sua incolumità, ma non può permettersi di sbagliare nella scelta. Deve essere aiutato in questo: se compra un pezzo inadatto o inefficace rischia di tirarselo dietro per anni, con tutte le difficoltà ed i rischi che ne conseguono. Io credo che questo sia un supporto fondamentale che aziende e negozi devono riuscire ad offrire se non vogliamo che siano le possibilità economiche il primo discriminante per le possibilità alpinistiche. Forse a volte è meglio un uniforme, magari anche brutta a vedersi, che un’accozzaglia pericolosa di stracci e ferraglia.

Devo però dirvi che gli operatori del settore si sono dimostrati di gran lunga molto più disponibili ed “appassionati” di quanto si potrebbe supporre. In questi mesi sto conducendo una piccola ricerca, un progetto ancora in fase embrionale di cui spero di parlavi e coinvolgervi a brevissimo. Inseguendo questa mia nuova “esplorazione” sono entrato in contatto con buona parte dei costruttori nazionali ed internazionali di materiale da arrampicata (ed è anche il motivo per cui Josef e Giovanni mi hanno aiutato invitandomi ad ISPO). A Monaco, ogni volta che mi presentavo ad uno degli stand, la domanda più frequente dopo aver sentito il mio nome era questa: “Ma tu allora sei quello dei chiodi?” Ogni volta era assolutamente divertente, ma non voglio aggiungervi altro perché rischierei di raccontarvi troppo 😉

Tra gli stand si è poi potuto fare incontri davvero interessanti. C’era Annalisa Fioretti, medico del pronto soccorso ed alpinista himalayana, che ha saputo distinguersi per le sue salite ma anche per l’impegno, la resistenza e la capacità con cui ha prestato i primi soccorsi medici al campo base dell’Everest quando nel 2015 è stato travolto dal terremoto e dalla conseguente terribile valanga. Thomas Huber, il più anziano dei due celebri fratelli Huber che recentemente ha compiuto la prima ripetizione di “Metanoia” sull’Eiger: la tentazione di spacciarmi per suo fratello Alex in una foto insieme era fortissima ma Thomas, comprensibilmente, era sempre assediato dai giornalisti. Gerlinde Kaltenbrunner, che oltre a possedere un luminoso sorriso è la prima donna al mondo ad aver salito tutti e quattordici gli ottomila senza l’uso di ossigeno supplementare. Glen Plake, un faraone munito di Crestone e sci!

Oltre ai personaggi famosi c’erano anche gli amici, ognuno al proprio stand: Gigi che Sbatta, Scienza, Carletto e “Last but not least” anche Davide “Berna” Bernasconi: a cui sono davvero affezionato e la cui storia ha i contorni della favola. Davide infatti costruisce tavole da snowboard artigianali: le sempre più famose Coméra, omonime dal canalone del Resegone disceso dagli AsenPark (tra cui proprio Davide) nel 2013. In questi anni ha speso impegno e passione per raggiungere risultati sempre più importanti tanto da essere invitato da una ditta americana di attacchi perché esponesse le sue tavole a Monaco. Una cenerentola con i suoi strepitosi gioielli tra i giganti del mondo: davvero bravo Davide, siamo davvero orgogliosi e felici per te! MOS!

La fiera era gremita di fotografi e video operatori professionisti, quindi è inutile che vi mostri le mie foto sgranate e mosse dell’evento. Credo che sul sito dell’ISPO sia possibile vedere buona parte di quanto presentato alla fiera e soprattutto i vari premi ed i riconoscimenti assegnati.

Più interessante forse è raccontarvi l’abbuffata fatta in centro Monaco alla storica birreria della Paulaner. Un colossale boccale da litro da ingaggiare a due mani ed un terrificante stinco di maiale lesso accompagnato da purè di patate e crauti: un’abbuffata epocale! Quattro ore più tardi però, nel cuore della notte all’ostello in cui soggiornavamo, mi sono svegliato di soprassalto con un dolore tremendo appena sotto le costole sul fianco sinistro. Da sdraiato non riuscivo più a respirare, letteralmente soffocavo. Così, avvolto nel sacco a pelo e stravolto dal sonno, le ho provate tutte ed alla fine ho dovuto rassegnarmi a dormire seduto sul letto con le gambe incrociate e le spalle appoggiate al muro: sembravo un pazzo maniaco che russava appollaiato in cima ad un letto a castello! Birillo non si smentisce neppure in trasferta…

Detto questo non posso che ringraziare ancora Giovanni per l’opportunità che mi ha offerto, perchè con con la sua grande esperienza ed i suoi decennali contatti mi ha aiutato ad introdurre il mio piccolo progetto nel vivo della fiera di settore più importante al mondo: davvero grazie Giò!!

Davide “Birillo” Valsecchi

Ragno di Piombo

Ragno di Piombo

NOTA 28/10/2018 – L’accesso al Buco del Piombo (BDP) è completamente interdetto: un’ordinanza Comunale da tempo vieta l’uso della scala che è la principale via d’accesso, ora tuttavia anche la Proprietà, attraverso il “Museo Buco del Piombo” ed i quotidiani, si è pubblicamente espressa proibendo qualsiasi tipo di ingresso ed attività.(La Provincia 27/10/2017)

“Non possiamo chiodare una via a spit! Oddio… potremmo e sarebbe pure divertente, ma non si fa! Non si può e non si deve!”. Tempo fa ho conosciuto Simone Pedeferri, ad una serata con Ivan Guerini, e l’avevo trovato un ragazzo simpatico e disponibile. Anche Luca Schiera, che invece non conosco, mi è sembrato un tipo apposto. Curiosamente giusto qualche giorno fa avevo fatto i miei complimenti al Presidente dei Ragni di Lecco per l’Accademy, una loro iniziativa dedicata ai giovani. Quindi no, il nostro esperimento, la nostra “ravanata” alla Divina Commedia al Buco del Piombo, doveva essere animata dal massimo rispetto e dalla più completa correttezza: okay alle staffe ma niente martelli all’imbrago, nessun segno alla roccia.

Così, superata una pioggia battente, ci siamo ritrovati con il naso all’insù sotto la grande volta: “Sì, ma qual’è la via dei Ragni? Qui si è riempito di piastrine!”. La prima difficoltà, oltre a non cadere all’indietro guardando in alto, era proprio trovare la linea giusta in mezzo ai tanti infissi apparsi sulla parete. Ci siamo seduti su una panchina, cercando immersi nell’atmosfera magica di quell’immensa grotta al cui interno sorgeva un antico castello.

Simone e Luca, membri dei Ragni, hanno aperto uno o due anni fa una via di sei lunghezze che supera la grande volta e riemerge sulla parete frontale per risalire fino ai prati sommitali. Per i non addetti le cose sono andate più o meno così: hanno dapprima risalito piantando i fix con il trapano, poi hanno attrezzato con i rinvii le protezioni, hanno studiato e provato ogni passaggio per lungo tempo ed alla fine, quando ormai padroneggiavano ogni movimento, l’hanno risalita tutta in libera, ossia senza mai attaccarsi a qualcosa di artificiale. Lo scopo non era “salire” ma valorizzare il “gesto assoluto” annullando, o contenendo al massimo, il rischio. Questo credo sia il concetto alla base di ciò che oggi viene chiamata “libera”.

Chi mi conosce lo sa, non è questo l’approccio che preferisco. Per comprendere la mia visione basta pensare a “Birillo’s Crack” e a come Josef, giusto lo scorso inverno, abbia affrontato quella fessura in modo assolutamente diverso. Non conosceva la parete, nessuno l’aveva mai affrontata prima, doveva superare le difficoltà e l’ignoto, proteggendosi man mano che saliva solo con chiodi, friend e nut. Abbiamo attaccato al mattino (con un freddo terribile) e nel giro di un paio d’ore eravamo tutti in cima al torrione. Qualcosa di assolutamente estemporaneo e brutalmente sincero: “se non ne hai, vieni a basso”. Qualcosa che ho visto fare con naturalezza solo a Josef ed Ivan e che è assolutamente fuori dalla mia portata su difficoltà simili.

Mattia in questi mesi si è dato molto da fare con il gruppo speleo, insieme a Carletto è uno degli uomini di punta per le risalite nelle recenti esplorazioni al Buco della Nicolina. Io e lui, dopo tanto tempo divisi, avevamo voglia di arrampicare insieme: il piano iniziale era una via sul San Martino, ma la pioggia era crollata sui nostri piani. Così, quasi per scherzo, è nata la malsana idea. “Birillo, proviamo il primo tiro della via dei Ragni al BDP?” “Va bene, basta non farsi male …e non fare la figura dei pirla” “Ma va, è tutta a spit!” In effetti, girando con Ivan, è raro che mi ritrovi appeso a delle piastrine.

Dirlo però non è come farlo: guardare verso l’alto fa una certa impressione. Il fiume, nel fondo della grotta, era in piena e soffiava una gran aria fredda. Ho infilato la giacca a vento, il piumino, il gilet felpato ed i guanti senza dita: “Tocca a te socio!”. Mattia attacca le staffe all’imbrago “E’ dai Corni che non usiamo più le staffe” Poi si ferma un istante e sorride ai ricordi “Quella volta non c’erano fix ma solo vecchi chiodi ad espansione anni ’60” Mi fa l’occhiolino ed inizio a dargli corda.

Come era prevedibile la nostra arrampicata si riduce alla transizione tra uno fix ed il successivo, la difficoltà è data dalla distanza tra loro scelta dagli apritori. La volta, la lontananza ed il rumore del fiume coprono le nostre voci quando più avremmo bisogno di sentirci e coordinarci. Tuttavia questo balletto è qualcosa che io e Mattia abbiamo fatto spesso: ci intendiamo con i gesti delle mani seguendo il ritmo dei movimenti. Guardo in su e sorrido: “Tutti si lamentano di Birillo, ma quando si fanno queste cose è bello avere un socio di ottanta chili che tira come un arganello…”. Mattia si alza sulle staffe, si distende e si allunga, piazza la staffa successiva, prende fiato e si allunga di nuovo rinviando. Poi, dopo che ci siamo intesi, si punta sulle staffe con entrambi i piedi, penzola nel vuoto e risale mentre io recupero la corda quasi appendendomici. Un fix alla volta, lavorando duro quando il passaggio lungo richiede qualche numero in più.

Simone e Luca probabilmente qui volteggiano tra prese ed appigli, innegabile la loro grande capacità su passaggi tanto difficili. Tuttavia, con i fix ed il trapano, per passar su non servono i Ragni ma bastano i Tassi: qualcosa che fa riflettere in effetti.

Negli anni 70 la nuova generazione di arrampicatori “liberava” ciò che la precedente generazione aveva conquistato con le staffe: curioso quello che le nostre staffe stavano facendo ora. Il nostro era davvero solo un “gioco speleo” in un giorno di pioggia? Chissà, il colpo d’occhio era rapito dalla meraviglia del Buco del Piombo: Mattia, un puntino lassù in quella volta sconfinata, sembrava avanzare in una fotografia da rivista. “Quello non è Mattia, quello è Tom Ballard che fa la sua magia!!”

Dopo un’ora e tre quarti Mattia è finalmente in sosta. Io, a furia di stare con il naso all’insù, ho gli svarioni e finisco con i piedi nell’acqua del fiume agitandomi e salutandolo dal basso. Pensavo sarebbe stato impossibile, fuori dalla nostra portata, ed invece eccoci là, sebbene nel modo più becero e sconclusionato immaginabile.

“L’arrampicatore di oggi non vuole precludersi la via di ritirata, e si porta appresso il coraggio nel sacco. Le pareti non vengono più vinte in arrampicata, bensì umiliate con un lavoro manuale e metodico, una lunghezza di corda dopo l’altra, e quel che non si fa oggi si farà domani. Le vie di arrampicata libera sono pericolose, per ciò ci si tutela piantando chiodi. La volontà non fa più assegnamento sulle capacità, ma sugli attrezzi e sul lungo tempo disponibile. Non è più il coraggio ma la tecnica il fattore decisivo; l’ascensione può durare giorni e giorni, i chiodi si contano a centinaia. Il ripiegare diventa disonorevole perché ormai tutti sanno che con i chiodi ad espansione si viene a capo di tutto.” Le parole di Messner, scritte nel 1963, risuonano chiare nella mia mente: …bene, basta giocare, si è fatta l’ora di tornare a casa.

Mattia si cala, lavoriamo ancora insieme per recuperare i primi rinvii ed accendiamo l’acqua per il the. Seduti nuovamente sulla panchina, con il JetBoiler in mano, guardiamo un ultima volta verso l’alto. “Certo, hanno usato il trapano, ma sono davvero forti. Molto forti! I fix sono davvero molto distanti. Sarebbe stato bello guardali mentre salivano la prima volta, imparare come affrontavano le difficoltà proteggendo la prima salita. Quello sì mi che sarebbe piaciuto: in libera è fuori dalla nostra portata, ma in fondo non è neppure il mestiere nostro”.

Insacchiamo le nostre cose e ci immergiamo nuovamente sotto la pioggia. I Tassi in qualche modo trovano sempre il modo di arrangiarsi, sono una razza strana: ”Calza gli scarponi e parti. Se hai un compagno porta con te la corda ed un paio di chiodi per i punti di sosta. Ma nulla di più. Io sono già in cammino, preparato a tutto…”

Davide “Birillo” Valsecchi

Photographie dans l’obscurité

Photographie dans l’obscurité

“John Lennon diceva che tutti si ricordano di te quando sei tre metri sotto terra. Beh, di noi che invece siamo già 200 metri sotto terra?” L’origine dei Badgers è storicamente legata alla speleologia; molti dei suoi membri fondatori sono speleo ed è da quel bacino di “duri ed infangati” che spesso provengono le nuove leve.

Ad essere onesto è da tanto che non mi infilo in profondità sotto terra, forse al momento mi manca il tempo o forse manca la determinazione di spingermi anche verso quella “frontiera”. Tuttavia il nostro gruppetto di ravanatori sotterranei al momento è piuttosto numeroso e decisamente attivo. TeoBrex, Mattia, Maurizio, Veronica, Giusy, Blanko: stanno facendo un sacco di attività ed in buona parte esplorativa. Davvero bravi.

In particolare Matteo “Blanko” Bianchi ha fatto un notevole progresso nella fotografia speleo. Anche io all’inizio, affascinato da quegli ambienti alieni, avevo provato a realizzare qualche buono scatto. Le difficoltà tecniche e logistiche che si devono affrontare però sono tutt’altro che banali ed il fango si era “mangiato” un paio di macchine fotografiche senza regalarmi scatti particolarmente buoni. Una mezza debacle!

Matteo invece si è impegnato con dedizione e costanza ed i risultati non si sono fatti attendere. Per questo, congratulandomi con lui, volevo mostrarvi alcuni dei suoi scatti.  
Sempre Avanti!! Sempre Scomodi!!

Davide “Birillo” Valsecchi

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