L’occhio del Ciclope

Se potessi scegliere un personaggio omerico vorrei essere Ettore. Principe della potente città di Troia, eroe e protettore del proprio popolo, Marito, Padre, un valoroso guerriero che protegge ciò che gli è caro sfidando con coraggio un avversario invincibile. Una battaglia epica ed impossibile su cui quasi riesce ad avere la meglio e che solo l’ingerenza degli dei lo condanna alla sconfitta. Il suo corpo, trascinato per sette giri attorno alle mura, è a pezzi ma quella che doveva essere un umiliazione diviene il trionfo per una gloria, anche nella sconfitta, ineguagliabile.

Già Ettore, ma il destino ha voluto che io fossi Ulisse. Il re pezzente di un isola di capre, mal vestito, mal armato, un bugiardo che vive di espedienti, un vizioso, un egoista, un approfittatore, un irresponsabile che si abbondana all’avventura rotolando tra inganni e baruffe. Spezzerò il cuore a Penelope, spezzerò il cuore a Calipso, finirò in solitudine all’inferno e quella mezza sega di Dante Alighieri verrà a battermi la stecca prendendomi per il culo. Ecco, questo purtroppo sono io.

Forse è stata per questa mia deriva omerica che l’idea di andare a vedere l’Occhio del Ciclope sulla parete del San Martino si era fatta particolarmente intrigante. In questo periodo ho tante idee per la testa, sogni e progetti. Affollano i miei pensieri ed io cerco di tenerli ben stretti perchè si realizzino e non fuggano via. Per questo arrampico poco, non posso creare il “vuoto”, non posso liberare la mente ed affrontare le difficoltà delle esplorazioni con Ivan. Il vecchiaccio smania perchè ci sono “millemila vie” da aprire, ma finchè non risolvo un paio di questioni non posso rischiare la vita di entrambi andandogli dietro senza la giusta concentrazione.

Il San Martino però sembrava una buona opzione: “Prometto!! Solo una variante del sentiero dei Pizzetti, niente di più!”. Ovviamente già sapevo che non avrei mantenuto fede al mio proposito.

In Via Stelvio c’è una specie di gattile all’aperto. Faccio un paio di tornanti del sentiero dei Pizzetti ma mi annoio, così lascio il sentiero e mi infilo nel bosco. Punto a tagliare fino alla frana, per poi salire fino all’attacco della via Savini: avevo letto la relazione e quelle poche informazioni mi sembravano un buon punto di partenza con cui esplorare la base della parete.

Mentre risalgo tra le piante mi rendo conto che sono nella boscaglia alla periferia di una grande città come Lecco. Ogni dolina ed anfratto naturale pare “abitato”: ombrelli, materassi, vestiti, stracci e coperte. Sembra di essere in parco Sempione negli anni ‘80: sapevo della “tenda azzurra” ma fuori sentiero la faccenda si fa decisamente antropizzata.

Punto alla grande torre. Dal basso pensavo fosse un rudere di una fornace ma mi sbagliavo clamorosamente. Aggiro le reti paramassi e comincio a studiarla: una struttura tonda alta oltre venti metri, priva di qualsiasi porta, botola o scala d’accesso. Per costruirla è stato alzato alle sue spalle un’alto muro e tutto il piazzale circostante è ora invaso dai rovi. Ho curiosato da vicino ed appare evidente che l’edera è stata piantata (c’è ancora il nastro azzurro con cui era fissata) perchè, senza successo, ricoprisse e nascondesse tutta la struttura. Alta, in cemento e probabilmente cava: a che diavolo serve? Chi ha la risposta?

Abbandono la torre e mi dedico alla grande parete salendo dritto per dritto attraverso il bosco. La parete è imponente, ci sono tetti enormi ed infiniti tratti strapiombanti. Da lontano sembra un muro verticale e compatto, invece più ci si avvicina più ci si rende conto di come la parete si “muova” in cenge, canali, speroni e placche appoggiate. Ci si rende conto di come oltre agli strapiombi ed ai tetti impossibili ci sia un mondo di “possibilità”, durissime, ma possibilità!

Sono arrivato alla base emergendo dal bosco e non conosco abbastanza bene la parete per sapermi orientare adeguatamente senza punti di riferimento. Però quello che vedo mi intriga: c’è una specie di canale quasi verticale (ma non completamente verticale) che taglia in obliquo verso sinistra. Una salita decisamente rognosa ma fattibile. Mi sposto lungo la base cercando l’attacco del canale. Quando lo raggiungo vi trovo anche una vecchia corda fissa. La corda è in pessime condizioni, come cicca americana si allunga in modo poco rassicurante. Tuttavia, come pensavo, il canale sembra fattibile, una specie di tunnel che si innalza tra le piante come una “scorciatoia” verde tra due mari verticali di roccia gialla.

Un po’ incerto (il piano originale non era filarsi in mezzo alla parete inseguendo discutibili fisse!) ma comincio a risalire. Devo darmi da fare perchè il terreno è ripido, decisamente franoso e non posso fare alcun affidamento a quella corda. Devo ravanare e mastrufolare duro per salire ma ciò che mi preoccupa è la discesa: il canale non è verticale, ma è un misto di roccia e terra che frana, disarrampicarlo tutto può non essere uno scherzo. Se avessi un pezzo di corda buona, il mio fidato lasco da 30 metri, potrei sfruttare facilmente le piante o gli ancoraggi per calarmi, ma così, “nudo e crudo”, devo ponderare bene le mie scelte. Ovviamente non sono capace di tirarmi indietro quando sarebbe saggio farlo…

A metà del canale le fisse diventano due e biforcano. Una prosegue sulla sinistra, seguendo il canale e rimontando poi uno zoccolo, alla base di un crinale dove probabilmente qualche via risale poi tutta la restante parte della parete. L’altra corda, quella che poi ho seguito io, taglia verso destra raggiungendo un terrazzo erboso ai piedi di una bella placca che sembra puntare il grande tetto giallo sovrastante. Arrivo fino all’attacco della via e mi impongo di fermarmi: “Dove diavolo vuoi andare Birillo? Pensi di uscire verso l’alto? Organizzati piuttosto per scendere da qui!”

Faccio qualche foto e mi rimetto in moto. La discesa è in effetti una bella rogna. La corda è una potenziale trappola e nemmeno la tocco, il centro del canale è troppo franoso e così mi sposto sulla sinistra: a tratti è decisamente esposto ma la roccia, nonostante la terra che la ricopre, offre qualche buona presa tra una pianta e l’altra. “Dannazione, anche una stringa verrebbe a mano ora! Come fai ad uscire senza niente!” Una parte di me si lamenta, l’altra risponde rassegnata “Ti ricordi che dovevamo solo fare due passi prima di pranzo…”

Mentre discendo il canale trovo un’altra fissa, questa volta meno vecchia. Taglia verso sinistra abbassandosi verso la base di un’alta e compatta placca gialla. Vedo un bidone azzurro, forse qualcuno ci sta trafficando. “Bella forza! Con il trapano e chilometri di corda qui è uno spasso. Ma invece Birillo, che è un mona, ha deciso di venirci alla cieca e senza niente: così, giusto per mettersi nei guai da solo… Bravo Birillo! Continua così!  Campione del mondo…”

Nuovamente alla base del canale sono quasi tentato di tornarmene a casa. Tuttavia non ho ancora scoperto abbastanza della parete e all’occhio del Ciclope non mi ci sono neppure avvicinato. Così mi sposto ancora verso destra cercando di capire in quale punto della parete sono, aggiro uno sperone e mi trovo a sbalzo sopra una scogliera che precipita in una valle franosa. Finalmente comprendo a grandi linee la mia posizione: l’occhio, la grande grotta visibile da lecco, si trova verticale sopra la valle, un quaranta o cinquanta metri sopra di me. Il dilemma però è semplice: come arrivarci?

Davanti a me, sul lato sinistro della valle,  ci sono quaranta metri di rocce rotte che si innalzano ripide. Un carnaio di grossi sassi incastrati e piante. Una tribolazione impegnativa ma fattibile, una rogna che racchiude la possibilità di piombare abbasso abbracciato ad un frigorifero. L’incognita maggiore resta però la discesa: senza un pezzo di corda c’è il rischio di infilarsi in un drammatico vicolo cieco.

L’alternativa è strisciare tra i rovi e la roccia e forzare l’attraversata della valletta fino al fianco destro. Mi infilo in quella specie di buco fino a quando i rovi mi bloccano la strada. Forzandoli potrei passare ed infilarmi in un traverso su roccia e terra fino ad arrivare su un’ampio terrazzo erboso sullo sperone sull’altro lato della valle. “Sì ma poi?” Già, da quel terrazzo non ho idea di come si possa continuare  …ed in quale direzione. Forse mi sto incasinando solo la vita, magari all’Occhio si sale da qualche altra parte, qualcosa che non richieda numeri da circo tra il vuoto ed i rovi.

Ritorno sui miei passi e studio nuovamente tutta la zona. Non cerco una soluzione per passare, mi limito ad osservare cercando di imparare qualcosa su quel posto tanto complicato. Sull’altro lato della valle vedo una fessura a lama che sale una placca piuttosto liscia e raggiunge una grossa pianta. Quella fessura mi cattura perchè sembra fattibile. Poi guardo meglio e vedo una catena e dei pioli metallici. “Ecco il trucco! Eccolo lì dove si passa!” C’ero andato vicino, la tentazione di attraversare di nuovo è forte ma la mia fiducia in quella catena è piuttosto scarsa. “Sono una decina di metri verticali e lisci. Okay la catena, okay i vecchi pioli: forse è facile , forse riesci a salire, ma scendere? Se la catena è un rottame che fai? Ti appendi? Ora conosci la strada, portati un socio ed un pezzo di corda, non prendere altri rischi per nulla”. La voce della coscienza sembra avere la meglio. “Okay, hai vinto: andiamo a pranzo!”

Do un ultimo sguardo alla parete e, quasi all’uscita, vedo una serie di corde fisse appese: “Accidenti, questa non è una parete: è un cantiere a cielo aperto! Tutti mollano qualcosa a marcire appeso!!” Ritorno nel bosco accolto da uno strano fischio. Lo sento ma ancora non lo vedo. Sono sorpreso e lui continua a fischiare. Poi scatta e dandosela a gambe finalmente si mostra: un camoscio, non mi aspettavo di trovarne uno così in basso! Sull’Isola Senza Nome non ce ne sono e qui, alle porte di Lecco, si trovano già così bassi sotto la parete del San Martino. Incredibile!

Mi abbasso ancora seguendo vaghe tracce finchè non trovo una catena. Un sentiero attrezzato con tanto di scritta a vernice “Si consiglia il casco: caduta sassi!”. Incuriosito inizio a risalire seguendolo: credo sia l’originale sentiero dei pizzetti, o comunque una sua variante più impegnativa. Un bel canale roccioso molto divertente che, a metà, offre un’intrigante gita all’interno di una bella grotta rosa. Un grosso masso sbarra l’accesso ma, arrampicando un po’, sono andato a curiosare fino al fondo. Non era l’occhio del ciclope ma avevo comunque trovato una grotta in cui infilarmi!

L’uscita del sentiero è al bivio tra il sentiero Pietro Pensa e il Pizzetti classico. Da lì, ammirando il Moregallo, ho saltellato allegro fino alla macchina immergendomi nuovamente nei miei pensieri. Già, non credo sarò mai come Ettore, non sono il tipo che si fa spianare da un semidio davanti alla porta di casa. No, questo è per certo.

Quindi forse conviene arrendermi ed essere un buon Ulisse: a modo suo, quel re pezzente di un’isola di capre, ha vissuto, combattuto ed amato guidato dal desiderio di scoperta, prigioniero dell’ignoto e dei suoi sentimenti. Tutti conoscono la morte di Ettore, ma solo il Pascoli ci racconta la triste e sincera fine di Ulisse, il re vagabondo di un’isola di capre e mufloni:

Era Odisseo: lo riportava il mare alla sua dea: lo riportava morto alla Nasconditrice solitaria, all’isola deserta che frondeggia nell’ombelico dell’eterno mare. Nudo tornava chi rigò di pianto le vesti eterne che la dea gli dava; bianco e tremante nella morte ancora, chi l’immortale gioventù non volle. Ed ella avvolse l’uomo nella nube dei suoi capelli; ed ululò sul flutto sterile, dove non l’udia nessuno:— Non esser mai! non esser mai! più nulla, ma meno morte, che non esser più! —

Davide “Birillo” Valsecchi

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