A Mani Vuote

[Armando Biancardi – “Rassegna Alpina” 1970] Paul Preuss è stato il più grande alpinista esistito agli inizi del millenovecento. Tre ci sembrano i fatti che maggiormente hanno dato carattere alla sua azione. Il purissimo concetto dell’alpinismo. Il compimento da solo, senza alcun mezzo artificiale e in prima ascensione, delle scalate alla Est del Campanile Basso (percorsa anche in discesa) e alla Est della Piccolissima di Lavaredo (entrambe: 1911). La stupefacente quantità delle salite compiute in brevissimo tempo. Con il nascere del chiodo, Preuss aveva intuito dove si sarebbe andati a finire. La sicurezza è una cosa, l’abuso nella progressione un‘altra. Per la sicurezza, Preuss era disposto a concederne qualcuna (a se stesso, in tutte le sue salite, mai, a costo di accanite discussioni con taluni compagni e a costo di tornare indietro). Assoluta intransigenza, circa l’avanzamento, anche nei confronti dei terzi.

Era lampante, per lui, che con l’abuso di corde e chiodi, si sarebbe precipitati nel decadimento. Decadimento della libera arrampicata, la forma più naturale e più distintiva di tutto un procedere in montagna. Decadimento morale dell’alpinista che, per misurarsi e superarsi, le difficoltà deve cercarle e non mistificarle. Decadimento, svilimento della montagna stessa presto condannata dalla ferraglia alla sorte delle palestre. L’alpinismo è il solo sport, a tutt’oggi, che non abbia regole scritte. Con l’esposizione delle sue teorie, Preuss si trovò al centro di accuse polemiche, di discussioni a non finire, addirittura di scherzosi duelli e di ponderatissimi convegni. Piaz e Dullfer furono le due personalità alpinistiche più in vista ad avversarlo. Anche se Preuss stava dietro le sue teorie come una conferma dell’effettiva possibilità di applicazione, tuttavia, più che eccezionale, l’accusa prima che gli si muoveva era che per salvare uno sport andava cercando di reclutare dei «candidati al suicidio» o di vietarlo ai più.

Il movente di Preuss era in sostanza una ricerca di maggior coscienza, di maggiore «rettitudine» così come, in sostanza, alcuni anni dopo, quella di Welzenbach con la scala delle difficoltà. Per fare piazza pulita delle frodi, bisognava per prima cosa codificare. Ma, fra Preuss e l’alpinismo moderno, c’è ormai tutta una barriera. L’alpinismo moderno non poteva accontentarsi di ricalcare le orme dei predecessori. Ha cercato l’inedito, come dire, ha bussato alle soglie dell’impossibile. Per vincere questo impossibile, che spesso si identificava con l‘assurdo, al di là del quinto e del sesto in libera, non ci si poteva buttare sopra se non con mezzi artificiali. I campioni odierni hanno vinto le pareti impossibili e gli ottomila. Ma non da soli. Con l’aiuto dei ferri, dello scalettame e del cordame, da una parte. Così come dell’ossigeno dall’altra, tanto per farla breve. Preuss ha invece raggiunto il limite massimo del possibile, nel suo tempo, ma a mani pulite. Senza chiodi, senza corda in salita, senza corda doppia in discesa, da solo e senza auto-assicurazioni, in prima ascensione, al primissimo tentativo. Anche se si togliessero fino all’ultimo quella quindicina di chiodi, destinati ad aumentare, che si trovano oggi sulle vie Preuss alla Piccolissima di Lavaredo e al Campanile Basso, si sa ormai che si può procedere… Preuss non lo sapeva. Non avesse potuto farcela avrebbe dovuto tornare indietro. E quanti oggi saprebbero, in quello stile, esserne integralmente all’altezza?

Ma, per le mutate esigenze e le mutate specializzazioni, per i sostanzialmente diversi terreni di gioco, mettere a confronto Paul Preuss con i campioni d’adesso, sarebbe un errore grossolano. Quasi come, ci si perdoni il paradosso, voler mettere a confronto una ballerina classica per la quale lo stile è tutto, con dei rulli compressori dai quali il «risultato tecnico» e l’unica cosa che ci si aspetti. Quando anche il campo delle nuove possibilità in artificiale sarà esaurito, e l’alpinista si troverà solo più di fronte all‘alternativa di una scelta per «inevitabili ripetizioni», allora, finirà per emergere la possibilità di un ritorno all’arrampicata libera. In quell’epoca, Preuss tornerà a essere il paladino di un genere di superamento, il più puro, il più bello, il più logico. Anche se non verrà tolta una preziosa spontaneità regolamentando il gioco, l’alpinista saprà allora benissimo dove indirizzare le sue preferenze.

Se nella pesantezza, manualità, aridità delle vie ferrate, sia pure a strapiombo sul vuoto, o se nell’esaltante naturalezza delle vertiginose arrampicate in libera. Solo che, dalle prime, saprà fin troppo bene che i voletti a ripetizione saranno quasi sempre senza serie conseguenze, mentre, volare dalle seconde vorrà dire purtroppo, spesso, pagare irrimediabilmente con la vita. Ma è solo allorquando si sa cosa si rischia, e in proporzione al rischio stesso, che l’alpinismo può essere utile e ineguagliabile nella formazione del carattere e della personalità. Non certamente, comunque, con gli inganni e i compromessi.

Ma la grandezza di Preuss non sta solo nell’aver toccato nel suo tempo, e in modo inequivocabile, il massimo dell’arrampicata in libera. C’è poco da fare, in tutta la già lunga storia alpinistica nessuno compì, in pochissimi anni come lui, un uguale «numero di salite. Sia d’inverno, sia d’estate, con prime ascensioni e con prime scialpinistiche (specialmente nello Zillertal, nello Stubaital, sulle catene del Grossglockner e del Gross Venediger), portò sui monti una febbrile ansia d’azione. Nel giro dei suoi ultimi quattro anni di vita effettuò più di mille difficili salite. E spaziò sull’intera catena delle Alpi: dalle Dolomiti al gruppo del Dachstein, dai gruppi del Bernina e dell’Ortles a quelli del Bianco, del Rosa e del Gran Paradiso,dal gruppo del Kaiser a quello del Gesause. Il suo diario parla chiaro, infilava una salitella al mattino e un’altra al pomeriggio (specie in Dolomiti). Raramente la pioggia lo respingeva: soltanto la neve e le bufere…

Nel 1911 raggiunse qualcosa come centosettantanove vette. Più che innata, la grandezza di Paul Preuss è stata il frutto della volontà, della costante ricerca nel perfezionarsi, dell’intensità dell’allenamento. Nato nel 1886 ad Altaussee in Stiria (Austria), da madre francese e padre ungherese, senti fin da ragazzo (dall’età di undici anni)l’attrazione irresistibile delle montagne che gli stavano tutt’attorno. Era pressoché di bassa statura e quasi «mal messo», ma ciò nonostante, versato per gli sport (all’incirca, un campione nel pattinaggio e nel tennis). Si era laureato, e con lode, nel 1912, in fisiologia delle piante. Ma della cultura d’eccezione e della geniale versatilità, Preuss lasciò sprazzi in più d’un centinaio d’articolo di montagna e più d’una cinquantina di conferenze (in francese e in tedesco).

Paul Preuss cadde per le solite «cause ignote», a soli ventisette anni, sul finire del 1913, vittima delle sue stesse teorie. Sempre da solo, aveva posto mani all’inviolato spigolo Nord del Manndlkogel (Dachstein) che aveva superato fino alla traversata d’uscita. Una corda e un chiodo di sicurezza, con un secondo vigile ed efficiente, l’avrebbero probabilmente risparmiato. Cadeva con lui un fiero proposito di onestà e di purezza. Uno di quei propositi che non possono non nobilitare la piccolezza dell’uomo. Anche nelle infuocate polemiche (così come nella vita e nell’azione, tutte improntate ad eccezionale fermezza di carattere), non si dimentichi almeno che egli non smise mai di essere un combattente cavalleresco. E, soprattutto, un combattente cui la modestia, la dignità e la coerenza non fecero mai difetto.
ARMANDO BIANCARDI

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