Trendy Medale anni ’70

[Claudio Cima – “Rassegna Alpina” 1972] «Andiamo a fare un medale…» ormai si dice così. La parete che sta sopra Lecco e Malvedo è diventata familiare anche fuori dei confini lombardi: infatti sempre più sovente si incontrano alpinisti venuti «da fuori» per scalarla. È alta oltre 350 metri, ma si arriva ad una quota molto bassa, poco più di mille metri. Vi si può arrampicare sempre, specialmente d’inverno quando più in alto le vie sono intasate di neve. In genere si è confortati (o molestati) da un bel sole, con la lieta prospettiva di scendere all’osteria del «Zaccheo» e di farsi una bella mangiata (e bevuta) con gli amici.

Vi si contano ben dodici vie, di cui quattro aperte negli ultimi due anni, ma solo cinque sono quelle più percorse. La via Cassin è la normale, la più facile: le altre sono tutte di grado superiore. I primi salitori furono appunto Riccardo Cassin e Mario Dell’Oro, che stabilirono dopo una tenace lotta una delle vie più belle, comode e sicure della regione. La scalata, effettuata nel 1931, fece grande sensazione. Molto interessanti sono pure le vie Boga e Taveggia: la prima è stata aperta nel 1934 da Mario Dell‘Orto («Boga») con Tizzoni e Polvara, la seconda è stata ultimata alla fine del 1968 da Tiziano Nardella e Luigi Marini. Le altre vie qualche volta percorse sono la Bonatti (TD sup) e la Milano ”68, pure opera di Tiziano Nardella (TD sup).

lo ho salito la parete per tre vie, la Cassin, la Boga e la Taveggia: le prime due hanno rappresentato per me una tappa, percorrendole ho varcato un limite.

La Cassin la salii dietro il Domenico, al termine della stagione, in ottobre, tre anni fa. Mi ero accostato alla parete con molti patemi d’animo. Quinto grado o quarto «meno»? I romanzeschi resoconti di chi l’aveva salita mi avevano inquietato non poco: ritenevo che fare quella via costituisse un’impresa alpina veramente importante. Specialmente famigerato, tra una quantità di «passaggini» obliqui, il «traversino»: doveva trattarsi di un tratto espostissimo, in cui si dovevano fare complicati cambi di mano in piccoli buchi nella roccia, con niente per i piedi… Il traverso non mi impegnò: invece rischiai di incrodarmi poco dopo, quando salii dritto per una placca. Mi dissero che di lì non si saliva, che era «quinto». Dopo un anno, la rifeci per la seconda volta, da primo: ricavai una grande soddisfazione dal mio procedere sicuro, pur su difficoltà medie. A tutt’oggi l’avrò percorsa più di venti volte, ma mai come quel giorno. Qualche passaggio mi impegna sempre, forse anche perché io non mi ricordo dove stanno gli appigli strategici, e ogni volta mi ingegno a passare in maniera diversa.

La Boga: altra via che credevo di non essere capace di fare. Avevo ascoltato le sentenze di certi saccenti alla base del Nibbio, i quali affermavano che sull’artificiale occorre avere resistenza e soprattutto delle braccia cosi: dato il mio fisico, mi misi il cuore in pace, tanto più che la Boga passava per un «sesto». E poi il Domenico diceva che le «vie di ciod» non erano belle. E invece il Vaschino mi ci portò: feci i numeri sulle staffe, inseguito dal Giorgio Brianzi, ma per il resto andò bene. Tre giorni dopo, salimmo lungo la via Taveggia, fin sopra la nicchia: bisognava andare a prendere un chiodo lontano, tentativi e imprecazioni di Vasco, la ritirata.

Quest’anno sono ritornato su tutte e tre le vie, per « allenarmi ». Così anche la Boga e la Taveggia sembra stiano per scivolare fra le cose consuete. Invece io continuo ad accumulare sensazioni, sia quando vado all’attacco battagliando fra i rovi e i cespugli, sia quando sosta al termine di un « tiro » impegnativo, o quando scendo a rotta di collo lasciandomi scivolare lungo il canale sassoso là dietro. Spesso misuro la mia felicità in termini di lunghezze di corda. Come su tutte le pareti, a partire da un certo punto proverò sempre il desiderio di essere «fuori». E una volta arrivato in cresta, la scalata appena compiuta mi sembrerà una cosa tutta mia, indefinita ma valida.

Relazioni tecniche delle vie Cassin, Boga e Taveggia. Avvertenze di carattere generale. Da Lecco si vada a Laorca, sobborgo verso i Piani Resinelli e la Valsassina. Si può lasciare l’auto presso la strada, oppure portarla (parcheggio limitato!) presso la chiesa, salendo per una stradina molto stretta. in dieci minuti si raggiunge l’osteria-rifugio del Medale, m 520,fino all‘anno scorso condotto dal sig. Zaccheo Adamoli. Vi si può anche pernottare. Per un sentiero attraverso bosco ceduo si va all’attacco (15-30 minuti).

All’uscita della via Cassin c’è un sentiero attrezzato con corde fisse, onde permetterne il passaggio con sicurezza anche d’inverno, che porta nel vallone sassoso a NE: per questo (sentiero) in meno di mezz’ora al rifugetto.

Le tre vie descritte sono chiodate: separatamente indicheremo il materiale da portare. Ricordo che prossimamente dovrebbe apparire una mia guida alpinistica delle Grigne, comprendente anche la Corna di Medale.

VIA TAVEGGIA
Dislivello 240 m, TD sup., ore 4-6. Bella scalata divertente e sostenuta, su roccia molto buona, che presenta la possibilità di scappare in breve qualora non si riesca a superare il passaggio chiave. La via misura 10 lunghezza per circa 300 m di 244 m di sviluppo: è chiodata, ma raccomandiamo di portare 5-6 chiodi e due cunei, più due staffe a testa, e 25 moschettoni. L’itinerario inizia salendo per il grande diedro a d. della via Cassin, interrotto da un caratteristico tetto triangolare poco prima di una fascia di arbusti. Seguendo delle tracce si arriva alla base dello zoccolo: con due facili lunghezze in mezzo a dei fastidiosi rovi si arriva verso sin. alla base del diedro. Salire per 10 m, uscire a sin. e poi percorrere la faccia sin. del diedro fino ad una piantina con vecchio moschettone (tre lunghezze,IV e IV-.L con un passo di V, 6-7 chiodi). Superare una fessura/diedro di 25 m (chiodi, A1 e uscita di IV, lV+). Si sosta su un terrazzino a sin. del gran tetto triangolare, che si è evitato. Su diritti (lll+) ad una macchia d’alberi che interrompono la parete, formando una specie di cengione, dal quale si esce agevolmente (un tratto di Ill-IV). Puntare ora ad una fascia di strapiombi bianco-neri, che costituiscono il passaggio chiave della via. Con una bella lunghezza verso sin. (chiodi, lV-V) si raggiunge una nicchia sotto gli strapiombi. Superarli, seguendo i chiodi: alla fine c’è un passaggio delicato se manca un chiodo (VI): per il resto, A1-A2. Re- cuperare su una cengia. Percorrere a d. la cengia per 8m, poi salire ad un punto di sosta (A1 e IV). Si è alla base di una bellissima placca bianca di 70 m: raggiungere dei chiodi, poi traversare delicatamente a sin. in un diedro e seguirlo finché si può uscire a sin. su un terrazzino (30 m, V e un passo in A1,8 chiodi). Continuare ancora in A1, poi per- correre un diedro (V) ed uscire a d. su dei chiodi (A1). Per un caminetto si esce in cresta, da cui si traversa orizzontalmente verso il vallone sassoso NE.

VIA CASSIN
Dislivello 330 in. D. ore 1:1/2-3. Magnifica scalata su roccia ottima, con eccellenti sicurezze arboree, poco esposta; e con targhe possibilità di sosta e di riposo. Chi non la conoscesse porti due-tre chiodi; 8-10 moschettoni bastano. La via sale lungo l’incavo un po‘ a d. del centro della parete, e consta di 11 lunghezze: circa 370 m di sviluppo. Per un sentierino frammezzo i rovi ci si porta all’attacco; 15 min. all’osteria. Salire su delle placche poco inclinate verso destra, sotto un albero andare su a sin. e recuperare su un terrazzino, chiodo. Vincere una fessuretta e poi un diedrino (III) e giungere alla base del l° diedro, alto 20 rn. Esso porta due chiodi, uno all’inizio e l‘altro a metà; percorrerlo (IV e lV+) ed uscire a sin. verso degli alberetti. Scalare una paretina (un passo di lV+, chiodo), uscire su erba, poi andare a stabilirsi su un terrazzo con chiodo. Si è alla base del 2” diedro, alto 30 m, con 4 chiodi; raggiunto il primo, ad anello, sollevarsi di qualche metro (l\/+) e appena possibile entrare nel diedro. Seguirlo fino ad un terrazzo (lV}. Raggiungere un chiodo, elevarsi un po’ ed afferrare a destra uno spigoletto (I\/+, passaggio della « radice »). Ancora a destra, due chiodi, entrare in un diedrino (IV) ed uscire sul terrazzo alberato dove bivaccò Cassin nel corso di un tentativo. Salire verso sin. e traversare su una cengetta, superare un diedrino e un canaletto, recuperare presso dei grossi rami (chiodo). Su per una breve fessura e poi obliquamente verso destra ad una macchia d’alberi su una placca. Siamo così giunti al passaggio più caratteristico e noto della scalata: il «traversino». Tra-versare per 8 m la placca liscia a sin. (2 ch., all‘ultimo momento si scorgono dei comodi buchi nella roccia!), dall‘ultimo chiodo piazzarsi (IV+) in una spaccatura, poi riprendere a traversare (IV) sin. fino ad un diedrino, da cui si esce a d. su un terrazzino con due chiodi di fermata. Con due lunghezze ora si esce dalla parete (III e III+): puntare dapprima ad un alberello, poi seguire un diedro-rampa e continuare più o meno diritti fino alla selletta, 50 in più in basso e a SE della vetta. Qui inizia il sentiero di , discesa.

VIA BOGA
Dislivello 350 m, TD, ore 3:1/2 – 5:1/2. Scalata bella e interessante, abbastanza sostenuta, su roccia buona, con qualche pericolo di pietre se vi sono delle comitive che precedono. Consta di 15-16 lunghezze per oltre 400 m di sviluppo; circa 70 chiodi in parete (una ventina di fermata). Portare 25 moschettoni e qualche cordino, 8-9 chiodi e un cuneo, più due staffe a testa. La via attacca trenta metri a destra della rampa erbosa che sale verso lo spigolo Bonatti: evidenti tracce di passaggio e sosta (1/2 ora dell’osteria). Salire per due lunghezze lungo un canale-diedro (passaggi di Ill—IV, 5-6 chiodi che indicano la via). Vincere un muretto (IV) e salire un bel diedro-camino di 20 m (IV+ e V, 3-4 chiodi). Una lunghezza a sin. in diagonale verso un canaletto (lll+), percorrerlo e traversare per 12 m a (1. su scaglie rocciose (lV+), quindi recuperare. Vincere una fessura di 7 m (IV+) e sostare all’inizio di una serie di chiodi. Seguirli (20 m, A1 con due passi di IV+), poi traversare a d. percorrendo una lama staccata in Dùlfer (IV, lV+). Arrivare su un terrazzino con albero. Una lunghezza verso destra su dei gradoni (lll / IV). Raggiungere un piccolo tetto di settanta centri- metri, superarlo, seguire dei chiodi e traversare a sinistra su una cengia (25 m, lV+ e A1). Andare leggermente a destra ed entrare nel diedro formato da una evidente costola rocciosa (35 m, III+). Si tratta ora di traversare a corda per 8m sulla faccia destra del diedro (3 ch. 9 di solito un moschettone vecchio, passaggio delicato, V). Sostare sullo spigoletto, chiodo. A d. in un diedrino di 8m, sostare ad uno spiazzo poco sopra. Ora si punta verso sin. in direzione del grande tetto nero che chiude la parete. Con due belle lunghezze di corda su parete a placche si raggiunge un posto di fermata abbastanza comodo sotto il tetto (IV e IV+, poi III+). Costeggiare a sin.il tetto, entrare in una fessura-diedro ed uscire su un terrazzino (25 m, A1, un passo in A2, uscita di lV+). Ora si può girare a sin. uno spigoletto (V- e III+), oppure salire diritti (un passo in A1, poi lll). Si esce comunque in cresta a breve distanza dalla vetta, da cui si scende per un sentiero segnalato nel vallone sassoso a NE.

CLAUDIO CIMA

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