Arrampicare fa male

Sì, arrampicare fa male, soprattutto alla scrittura. Ho ripreso in mano alcuni miei scritti di cinque o sei anni fa… e sono rimasto a bocca aperta! Una volta scrivevo decisamente meglio! Non solo il modo con cui scrivevo era migliore, ma in quelle storie si respira una libertà che oggi mi sembra inarrivabile. Storie “aperte”, spesso solo abbozzate, solo contornate, in cui ognuno era libero di smarrirsi e ritrovarsi come meglio credeva. Il lettore era parte integrante, trascinato in un viaggio ci cui non era spettatore ma a proprio modo protagonista. Scrivevo con il chiaro intento di “sequestrare” il lettore, di rapirlo, di “rubargli del tempo” per portarlo “altrove”. Oggi, troppo spesso, mi preoccupo di cosa penserà chi legge, delle sue critiche, delle sue osservazioni, di quale sarà il prossimo stronzo tanto stupido da mettere in mezzo gli azzeccagarbugli per tutelare -senza successo- le proprie marchette. La poesia sembra spazzata via: tutto va giustificato, catalogato, etichettato. L’arrampicata dovrebbe essere il reame della libertà, l’emancipazione dalla gravità, ed invece si trasforma in un meschino e costante confronto, in un mercimonio funzionale, in una competizione con il righello in una mano, il trapano nell’altra ed il sacro picio al vento.

Nella mia mente, in cerca di risposte, ho elaborato un esempio: una gara di freccette in un pub inglese. Per descrivere questa scena inizierei dall’atmosfera, dalle ombre del locale nei riflessi delle luci del bancone. Gli odori, un misto di fumo, alcol ed umanità. I suoni, il vociare, le parole della canzone di sottofondo. Racconterei del barista, delle cameriere, degli avventori ai tavoli, soprattutto di quelli nascosti negli anfratti bui. Il loro sguardo, le loro vite, si fonderebbero con la storia principale raccontandola dal suo interno. Il suono delle freccette sul bersaglio diverrebbe il suono del tamburo, martellante e profondo, con cui ritmare la realtà. Se invece fosse un racconto di arrampicata si dovrebbe descrivere l’inclinazione del gomito, la torsione del polso, se il bersaglio era regolamentare e la distanza valida, marca/modello/produttore delle freccette, quanto era ghisato, se era la prima volta in quel pub, che tipo di allenamento era stato fatto, chi certifica il punteggio finale e quali sono gli sponsor da elencare. Il primo racconto sarebbe degno di Jack London o Tarantino, il secondo andrebbe bene per un documentario a sottotitoli, in tarda serata, su un’emittente privata, per ritardati in attesa di masturbarsi con le pubblicità per chat erotiche.

Badate bene, il problema non è il tecnicismo ma quanto l’aridità! L’arrampicata ha una propria specificità che, inevitabilmente, influisce sul lessico e sull’impostazione. Il problema però è l’assoluta povertà di contenuti, che paradossalmente diventa anche più evidente laddove ci si prefigge un universalità di fruitori. Grotteschi “genialoidi” che spacciano melense ed oleose banalità da cioccolatino, ammorbandole di una grandiosità fuori luogo, presa prestito o saccheggiata al passato, infarcendo tutto con concetti “a cancelletto” stile #pace #amore #armonia #siamotantobravieonesti #sponsorA #sponsorB #sponsorizzaMi. “Thugs” che come in un film di MadMax si dipingono di bianco la faccia e, spruzzandosi i denti d’argento spray, urlano orgogliosi “Ammirami!” …ben consapevoli che sui fittoni e circondato dai fotografi praticamente non corrono alcun rischio. Bene: se questo è il “meglio del meglio” io non voglio più fare parte di questo circo di polli e capponi!

Scrivere richiede fatica. Faticare per uno scopo significa lavoro, faticare senza scopo significa ricerca. Scrivere senza secondi fini significa inseguire un’idea per il solo piacere di catturarla e condividerla. Significa catturare una farfalla con le mani, trattenerla incolume per un secondo, lasciarla libera di volare via tra lo stupore dei presenti. Questo è scrivere, questo probabilmente è anche arrampicare. Ho lasciato che impoverissero la mia scrittura, non accadrà più.

Quindi sì, tutto questo antefatto solo per un messaggio di servizio: “Andatevene affanculo!”. Rosiconi e rompipalle imbastiti di magnesite sono pregati di impegnare le porte d’uscita e, senza salutare, abbandonare la nave. Adios! A mai più rivederci! Finalmente “Cima” lascia il porto e riprende una rotta che sembrava smarrita. Chi eventualmente decidesse di restare, pochi o tanti che siano non importa, indossi il giubbotto di salvataggio e si regga forte a qualcosa: “Aye aye Signore! Alla via così! Destinazione Ignota!”

Davide “Birillo” Valsecchi

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