Alpinisti del Futuro

Bruna stava trafficando con il cane mentre io, con in braccio la narettola, ero seduto nel prato ad aspettarla. Appoggiato alla staccionata di legno osservavo sospirando il versante Est del Monte Sierra: ho avuto quella montagna davanti al naso per anni ma non ho ancora trovato l’occasione di salirvi fino alla cima. Cercando di acquietare il dolore alle gambe fantasticavo sulle possibili linee di salita seguendo con lo sguardo creste e cengie. Poi vibra il cellulare: mi ero ripromesso di non dare spazio alle diavolerie informatiche, di darmi pace per qualche giorno, ma la curiosità mi vince e, per una volta, mi premia. E’ un messaggio di Leonardo, un ragazzo del vicentino, che mi gira un suo articolo su una nuova via realizzata:

Alpinisti dal Futuro è un nome un po’ bizzarro e forse presuntuoso da dare ad una via. Eppure per noi questa è la concretizzazione di tutte le chiacchiere sul cosa è giusto e meno giusto fare per salire. E’ quello che speriamo sia lo stile utilizzato da chi cercherà nuove linee in futuro.

Abbiamo pensato di aprire una via assieme, abbiamo visto la parete e prima ancora di decidere la linea ci siamo imposti poche e chiare regole che tanto nuove non sono: salire rigorosamente in arrampicata libera, cliff solo per piantare i chiodi, protezioni veloci lungo i tiri e soste sicure, eventualmente a spit. O passiamo a queste condizioni, o si scende e si torna a casa con la coda tra le gambe.

Questi, secondo noi, sono alcuni degli ingredienti fondamentali per garantire qualcosa da fare anche alle future generazioni di rocciatori. Oltre ovviamente al buonsenso di non farsi prendere la mano dalla voglia di aprire linee nuove saturando intere pareti che sono già piene di vie.

Con questa breve linea abbiamo voluto buttare lì qualcosa, sperando venga colto il nostro messaggio. Ci piace immaginare che un giorno, che può essere dopodomani come tra 30 anni, un giovane che vuole creare qualcosa riesca a trovare lo spazio per mettersi in gioco.

Sicuramente ringrazierà chi prima di lui ha saputo abbandonare, piuttosto di ricorrere a stratagemmi tecnici pur di salire come un carpentiere. Infatti, l’unica direzione da prendere per garantire delle possibilità anche al prossimo è quella di rifiutare l’artificiale per aprire nuove linee, altrimenti chiunque può salire ovunque e magari, nella peggiore delle ipotesi, con un trapano a batteria vincere qualsiasi tipo di difficoltà bucando a lunghezza braccio.

Aprire in libera richiede più impegno in generale e secondo noi è questo lo stile che deve essere “regola” sia per vie a chiodi normali sia per vie sportive. Tuttavia non vogliamo essere troppo categorici , ovviamente se si trova roccia blindata, bagnata o marcia (…o per evitare voli catastrofici), ben venga la chiodatura ravvicinata. L’importante è non partire da casa certi di vincere!

Le parole di Raffaele Carlesso pronunciate a fine degli anni ’70 sono da prendere in considerazione: “La mia passione per la montagna era sostenuta dallo spirito che mi permetteva superare degli itinerari e raggiungere delle cime con il principio di non profanare la natura. Intendo per profanare, adoperare mezzi artificiali, staffe, chiodi ad espansione, pertiche, compressori, ecc. Ammettevo solo la disciplina atletica che mi permetteva affrontare nelle migliori condizioni fisiche, la montagna, con l’uso di un limitatissimo numero di chiodi per sicurezza. Da quanto sopra si comprenderà il mio pensiero, nel considerare l’alpinismo e per salvarlo“.

L’articolo completo è pubblicato su PlanetMountain ed è corredato dalla relazione tecnica della salita. Il mio pensiero, leggendolo, è andato a due amici. Il primo è un agguerrito alpinista sentantenne della bergamasca. Tempo fa, con il suo trascinante ghigno alla Clint Eastwood, mi disse “Non c’è speranza contro il trapano. Birillo, ormai è troppo tardi, non li puoi più fermare”. Ma mentre lo diceva era chiaro che nè io nè lui, per quanto arduo il compito, avremmo desistito. Il secondo amico, un altro eccezionale alpinista, è invece perito in montagna lo scorso inverno. “Birillo, non ci sono più gli alpinisti di una volta purtroppo…” Mi aveva scritto. “Non preoccuparti: ne costruiremo di nuovi!” Gli avevo risposto, inconsapevole che, sebbene scherzando, quella era la mia curiosa ultima promessa ad un amico.

Pensando a questi ragazzi, agli Alpinisti del Futuro, ho però capito che ci sbagliavamo entrambi: non c’è bisogno di costruirli, di formarli. Forse sono una minoranza – gli alpinisti in fondo lo sono sempre stati – ma agguerrita e determinata. Sono più che in grado di trovare la via da soli, nonostante le difficoltà, nonostante i pericoli. Non solo, non hanno bisogno di noi vecchi brontoloni ed ammaccati nemmeno per azzittire i vari “Tromboni Genialoidi”, per evitare che questi, per ego e convenienza, asfaltino a cotimo la foresta in cui hanno bisogno di crescere prima di puntare alle grandi vette. Bene così! 

Davide “Birillo” Valsecchi

“Questo atto, questa decisione di strapparmi dell’automatismo imperante non è stato imposto, ma è frutto di ben precisa scelta e posso con esso ritrovare il bene più prezioso che è nato in me e di cui l’esistenza quotidiana mi sta lentamente, inesorabilmente privando: la libertà. In questo senso la montagna, la parete rappresentano per me l’ultimo spazio di questa nostra terra in cui l’uomo può ritrovare se stesso” Spiro Dalla Porta Xidias – tratto da “Alpinismo Perchè” di Marino Stenico (traduzioni Giovanni Rossi)  Pubblicato nel1981

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