Cima della Madonna Spigolo del Velo

Dopo la fantastica avventura della Sudgrat al Salbitschijen (vedi articolo), la mente ed anche il fisico sono provati: 3 giorni di relax al mare, tra Portofino e Camogli, sono il giusto riposo. Ma si sa, l’appetito vien mangiando, e tra pescioni marini e acque cristalline, la mia mente è proiettata alla ricerca di un’altra grande via classica per chiudere alla grande l’estate.

La voglia di scoprire posti nuovi ed il desiderio di mettermi alla prova, fanno ricadere la scelta su quella considerata una delle vie più belle delle Dolomiti: lo Spigolo del Velo alla Cima della Madonna, nel gruppo delle Pale di San Martino. La fama precede tale via, che insieme a poche altre non rientra nelle vie delle cosiddette “Crollomiti”: la roccia è ottima e salda, e per niente unta nonostante le innumerevoli ripetizioni.

Con un’accurata pianificazione per valutare il meteo, la trasferta dolomitica è organizzata e così io e la Ire saliamo all’accogliente Rifugio Velo della Madonna nel pomeriggio del lunedì. Un fantastico tramonto ci permette di assistere all’Enrosadira, il fenomeno per cui i raggi del sole illuminano le bianche rocce calcaree dolomitiche e le tingono di rosa. Meraviglioso. Al rifugio siamo con altri pochi ospiti, ed incredibilmente per una classica come la nostra, saremo soli ad arrampicare sullo Spigolo quindi ce la prendiamo comoda: alle 8.30 attacchiamo la via che in 15 tiri ci consegnerà in cima a questo colosso dolomitico.

Per quanto sulla carta la via possa sembrare più abbordabile della Sudgrat al Salbitschijen, in realtà sia io che la Ire siamo entrambi più tesi e preoccupati (anche se io non posso darlo a vedere): la fama dei IV e V gradi dolomitici è nota, così come la chiodatura parca e le soste in via, sempre da verificare e rinforzare.

I primi tiri di III sono un po’ da cercare, non avendo un percorso obbligato, e si dipanano tra la via originale e le varianti tracciate negli anni. Dopo aver raggiunto e doppiato il primo torrone, la via si impenna ed acquisisce la verticalità e l’esposizione degne della sua fama di spigolo. A picco sotto di noi le cenge dolomitiche e San Martino di Castrozza, mentre al nostro fianco ci sorvegliano il gruppo della Cima di Baal, la Pala di San Martino e Cima Vezzana. Il tiro chiave, un V+, è aereo ma ben chiodato e permette di accedere alla parte finale della via con i tiri leggermente più facili, ma sempre a fil di spigolo. Gli ultimi tiri verso l’uscita presentano diverse varianti ma la cima, dopo 6 ore di via e diversi passi ingaggiosi, è in vista; anche oggi ce l’abbiamo quasi fatta: un bravi a noi!

All’ultima sosta, dopo aver tirato da primo tutta la via, quando manca un tiro di III grado su crestina per arrivare alla vetta vera e propria, un flashback: la mia mente torna a 10 anni fa quando durante una vacanza con i miei alle Tre Cime di Lavaredo, al termine della ferrata del Monte Paterno, Max, membro del CNSAS veneto casualmente conosciuto e diventato nostra guida per la vacanza, mi aveva concesso silenziosamente l’onore di salire davanti a lui gli ultimi metri e toccare così per primo la cima della montagna. Ecco così che, messa da parte la voglia e l’orgoglio di arrivare per primo in cima, passo le mezze corde nel Reverso e guardo la Ire: “vai, questo è tuo, è una crestina bella esposta, proteggiti e vai” e così la morosa chiude la salita e mi recupera velocemente in cima. Un piccolo gesto magari, ma per me importante e significativo. Ed arrivato a segno, tant’è che in cima, un abbraccio e sguardi profondi spiegano tutto.

Giusto una nota tecnica: anni fa erano state attrezzate a spit dal rifugista le soste della via per renderle più sicure e comode vista la grande frequentazione della via; tali spit sono stati ora totalmente smantellati e le soste sono le originali a chiodi e cordoni; non solo, anche lungo i tiri diversi chiodi risultano smartellati e quindi inutilizzabili. Regolarsi di conseguenza, specie in presenza di più cordate!

Tempo di rifocillarsi un attimo e poi giù, la discesa è lunga ed inizia con un bel brivido: un passaggio di IV in spaccata in un camino in discesa per raggiungere il primo degli anelloni di calata, che conduce nel canalone da cui poi parte la normale al vicino Sass Maor. Da qui, attraverso la discesa nel canalone detritico ed altre micro calate di 15 metri circa, si torna in 2.30 ore al Rifugio, dove arriviamo giusto in tempo per un riposino e recuperare gli zaini, poi giù ancora alla luce del tramonto, sovrastati dalla verticale mole della Cima della Madonna, per arrivare all’auto poco dopo il crepuscolo. Lo zaino è pesante, ma lieve è il cammino con questa nuova bellissima via portata a casa, in cordata nientemeno che con la propria morosa.

L’albergo a Transacqua con le sue comodità ci attende, ma questa è un’altra storia…

Giacomo Perucchini

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