GeoTecnica Non Inclusa

Per me, che sono del Versante Nord, il Corno Orientale è sempre stato il corno piccolo: questo perchè, arrivando da Pianezzo, appare più basso degli altri due. In realtà, sul versante che scende verso Valmadrera, il Corno Orientale custodisce, quasi nascosta, la parete di roccia più imponente di tutto il gruppo, persino della maestosa Parete Fasana. Trovarsi ai piedi del Corno Orientale all’alba di una mattina d’estate è un emozione trascinante. Il sole, che sorge lento affacciandosi tra il Due Mani ed il Resegone, illumina la “grande onda” di una luce ambrata, viva, che risplendere su quella roccia grigia. Poi il sole inizia la sua corsa inseguendo il giorno ed in un istante, quel trionfo di luce, sprofonda nell’ombra fino al mattino successivo. Ritrovarsi sulla parete nord del Corno Orientale è come cadere in acqua in mezzo ad un oceano grigio. Le prospettive, in quelle onde di roccia, si confondono ed il mondo verticale diventa misteriosamente orizzontale: smetti di arrampicare ed inizi a nuotare, ti aggrappi ai fluttui mentre la gravità diventa semplicemente una corrente che ti respinge giù,  verso la riva, che ti allontana da quella immensa onda che sovrasta tutto e che nasconde alle sue spalle un ignoto ancora più grande. Mi ero spinto lassù per ripetere la via dedicata a mio Nonno, per un omaggio a mia madre scomparsa, ma mi ero ritrovato in un mondo sconosciuto: ricordo la paura, a tratti il terrore, il freddo, ma anche il curioso canto di un uccellino e quell’incredibile gioco di riflessi che nella luce del tramonto, senza alcuna logica per una parete ad est, creava una macchia di luce ad indicare l’uscita dell’ultimo tiro. Il Corno Orientale è un luogo strano, uno di quei luoghi in cui ti addentri pronto ad abbandonare tutto e torni al mondo come una persona diversa. Per me, ma non solo per me, è stato così.

Mi hanno chiesto cosa penso della nuova via al Corno Orientale. Onestamente la domanda è semplice, ma la risposta è complicata. Il nome non mi piace, ma questo è soggettivo, è una via “prevalentemente tradizionale” ma “moderna”, nel senso che si spazzolano le prese appesi con le fisse, nel senso che il trapano è stato usato solo per piantare otto fix, di cui quattro per due soste. Ora non saprei dirvi se su duecento metri di via sia tanto o poco: qui non siamo in Wenden ed io capisco poco la modernità, resto aggrappato – spesso anche appeso – alla “moda vecchia”. Curiosamente sotto il naso mi è capitato uno strano passo dal Vangelo di Luca: “Chi è fedele nel poco, è fedele anche nel molto; e chi è disonesto nel poco, è disonesto anche nel molto (Lc 16,9-13)”. Ma se comprendere “tanto o poco” è un guaio, tentare la sorte con “fedele o disonesto” è quasi dissennato. Una cosa però la so per certo: “La legge che guida le stelle è la stessa che guida le formiche, impara dalle formiche e conoscerai le stelle”. Il problema è che alla fine del viaggio, quando conosci le stelle, scopri con stupore che spesso sono molto meno interessanti e meno divertenti delle formiche.

Quindi non vi dirò la mia su GeoTecnica, ma vi racconterò quello che in cinque lunghi anni ho imparato su tutte le altre vie del Corno Orientale. Magari riflettendo soprattutto sulla Don Arturo Pozzi con cui GeoTecnica sembra purtroppo intersecarsi spesso:

Sulla Parete Nord Est del Corno Orientale esistono solo cinque vie immortali ed indipendenti nelle loro linee: il “Diedro Dell’Oro” (1939), la “Pino Dell’Oro” (1976), la “Don Arturo Pozzi” (1964), la “Luigi Paredi” (1969), “Stella Alpina” (1963). Una menzione particolare va alla “Giuseppe Verderio” (1969). Il Diedro Dell’Oro è la più antica, aperta da Darvini e Pierino dell’Oro, capostipiti della tradizione del ValleMadre. La Don Arturo Pozzi è la prima ad affrontare la grande parete per tutta la sua lunghezza, nella sua parte centrale. Ma la storia della Don Arturo ha probabilmente inizio sul Corno Centrale, sulla Torre Desio. Qui Eugenio Fasana, nel 1931, ha risalito il difficile camino, ma è stato un ragazzo di 16 anni, la leggenda vuole scalzo, che nel 1946 traccia un’incredibile linea sullo spigolo del torrione: Carlo Rusconi e lo Spigolo Palferi. Il talento del giovane continua a crescere. Nel 1954, con Alfredo Villa, apre una nuova via sul Pilastro Maggiore, una via che è considerata un esempio di “itinerario sportivo” dei Corni: ovviamente a vecchi chiodi e clessidre. Solo successivamente alcuni ripetitori hanno messo dei chiodi a pressione nel passaggio di VII+ sul secondo tiro, passaggio che prima di allora era superato probabilmente con una piramide umana. Sempre nel 1954 Carlo Rusconi riuscì nella prima ripetizione della temutissima via di Ercole “Ruchin” Esposito allo Spedone. Una via del 1942 ripetuta per la prima volta nel 54 e che, nel 2018, conta solo altre 6 ripetizioni. Una piccola impresa che ancora oggi lega in un vincolo di amicizia e rispetto la tradizione di Calolzicorte a quella di Valmadrera e dell’Isola. Purtroppo nel 1955 il talento di Carlo Rusconi si spense sulla Grignetta: “Claudio Corti arrampica con Carlo Mauri e Carlo Rusconi sulla via Ruchin ai Torrioni Magnaghi, e Carlo Rusconi è capocordata, seguito da Carlo Mauri. Claudio Corti è in basso, fermo, in attesa che i compagni vadano in sosta. Carlo Rusconi manca un appiglio e precipita.” Carlo era il più anziano di otto fratelli. Pochi anni dopo, nel 1958, un’altro campione dell’Isola, Elvezio dell’Oro, perde la vita sulla lontana Torre Trieste: “L’epilogo delle avventure di Elvezio è tristemente noto: la sua morte, a poca distanza da quella di Carlo Rusconi, segnò gli ultimi anni cinquanta. La scomparsa di due figure diventate carismatiche nell’universo alpinistico locale lasciò un segno così profondo da provocare un periodo di stasi e di ripensamento.” Tutto si ferma, l’Isola trattiene il respiro e forse le lacrime, poi riparte. Nel 1963 Giuseppe Crippa e Giuseppe Arosio tracciano Stella Alpina, ma gli indigeni sono ancora immobili. Il primo successo della emergente generazione avviene nel 1964: Giorgio Tessari e Antonio Rusconi, non ancora ventenne e fratello di Carlo, tracciarono sulla parete Nord Est del Corno Orientale la via Don Arturo Pozzi, allora Parroco di Valmadrera. Ora dovrebbe essere più facile comprendere il valore tecnico, ma anche simbolico, di questa via. L’anno successivo, nel 1965, è la volta della “Via O.S.A.”, sulla selvaggia parete Nord del Moregallo, aperta in due giorni di arrampicata e con un bivacco in parete, sempre da Antonio insieme a Giorgio Tessari, Castino Canali e Pietro Paredi. L’Isola è di nuovo in movimento ed i suoi alpinisti si spingeranno ben oltre i suoi confini. Nel 1969 Pietro Paredi traccia la sua via in ricordo di mio nonno Luigi Paredi. Nello stesso anno Giancarlo Mauri traccia una nuova via, un’artificiale estrema che si conclude in solitaria, per ricordare l’amico Giuseppe Verderio, caduto dal Medale all’uscita della Cassin. Nel 1976 Romano Corti e Gian Maria Mandelli tracciano la Pino Dell’Oro: una delle espressioni migliori e più complete dell’arrampicata libera sull’Isola. 190 metri di via, solo 25 chiodi tradizionali, niente incastri, nessuna perforazione: una via che ha la mia età e che nel 2018 vanta ancora meno di 10 ripetizioni. Poi, nel 1997, compare il trapano tentando di dire la sua tra le onde del Corno Orientale: Nido di comete, Aresen Lupen. Oggi quelle piastrine tra le onde sembrano sirene che, cariche di lussuriose lusinghe, cercano di trarre in inganno i marinai nel periglio delle antiche rotte degli uomini. L’esperienza mostra che sull’Isola le vie a spit,  quando sormontano o competono da vicino con le classiche, sono destinate all’oblio ed al rimorso: non c’è grado che superi il rispetto per la tradizione. Nel 2012 Fabio Valseschini ripete tutte le classiche del Corno Orientale, in solitaria, in inverno. Francamente credo che Fabio sia un talentuoso stramboide: è impossibile non sia piaciuto agli spiriti dei Corni, che i fantasmi tra le onde del Corno Orientale non si siano rallegrati della sua compagnia nelle brevi giornate d’inverno. Nel 2015 Mattia ed io abbiamo aperto “Stellina”, una via di 30 metri, dicono di VI+, sul piccolo monolite alla base della parete. Eravamo due quarantenni infreddoliti, prostrati alla grandezza della parete e grati a coloro che ci avevano preceduto. Niente di eccezionale probabilmente, ma l’abbiamo aperta con mezzi leali: otto chiodi che abbiamo rimosso con attenzione, perchè del nostro passaggio restasse il ricordo ma non il segno. Il 2018 è l’anno di “Geotecnica”: credo per il Corno Orientale sia la prima volta in cui un fotografo precede da vicino il primo di cordata…

Ora io non so bene cosa dire su questa GeoTecnica: troppi numeri e troppa poca storia per i miei gusti. Non so nemmeno se è chiaro ciò che ho cercato di spiegare in questo mio lungo raccontare. Quello che mi pare chiaro – a prescindere dallo specifico di questa nuova via – è  che i ragazzi di oggi, con il trapano all’imbrago, ci fanno davvero una magra figura rispetto ai coscritti di 60 anni fa, ragazzi come loro ma che davvero non avevano nulla salvo ragguardevoli “attributi” (ed un intuito incredibile). Nel 2018, sopratutto a certi livelli ed in certi ambienti, si dovrebbe almeno avere il buon senso di non bucare la roccia per passare a tutti i costi, per inseguire una “libera assistita”. Non fosse altro che per dare il buon esempio.

“…tuttavia, se vi troverete su quelle pareti appesi nel vuoto, a tenervi conforto ci sarà quella strana sensazione di essere parte di “qualcosa”, vi sentirete vicino quei pochi che prima di voi si sono avventurati nella vostra stessa ardimentosa ricerca attraverso quelle onde di roccia.” Io spero – ed in questo sono brutalmente onesto – che gli apritori di GeoTecnica comprendano questo “qualcosa” e che, ovviamente a modo loro, trovino la giusta via per farne parte. Detto questo credo di non aver altro da aggiungere sulla faccenda. Forse solo una frase di Carlo Mauri, compagno di cordata di Carlo “Palferi” Rusconi nel suo momento più terribile, ascoltata qualche giorno fa: “Noi di Lecco apriamo le vie che possiamo, non quelle che vogliamo”. Altri tempi, altri uomini, altra epoca. Forse anche io come il Bigio smetterò di arrampicare e me ne andrò in Africa, a trovare il vecchio Santos, a rivedere con lui il Tanganika in cerca di nuove e strambe avventure. O forse no… forse c’è ancora da fare qui, anche e sopratutto senza trapano.

Davide Birillo Valsecchi

Corno Orientale – La scelta è in effetti difficile – Africa

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