Carrambate col trapano

“Vigliacchi, fanatici, seguaci di Genserico“. Niente, fa già ridere così. Ma fa ancora più ridere pensare che le vie “moderne” esistano solo fintanto non le si ammassa come ferraglia nel sacco della rumenta: tolti fittoni e piastrine, semplicemente scompaiono. “Il a disparu!”. Una classica, invece, resta una classica anche quando schiodata di tutto, anche quando nessuno la ripete. Perchè oltre ad una linea ed ad una logica possiede una storia, forse persino un anima. In effetti è materia su cui riflettere.

Lo Spedone non appartiene all’Isola, ma la comunità alpinistica di Calolziocorte, fin dai tempi di Ruchin e Palferi, ha con noi un legame speciale ed una tradizione comune. Mi ero ripromesso di non commentare gli accadimenti alla “Fracia”, ma la quantità di ipocrisia ed irritante vittimismo che sta dilagando esige un riequilibrio nelle campane.

Cosa è successo? Una volta i pensionati si dedicavano all’orto o alla cura del bosco. Oggi, complice il viagra ed il trapano a batteria, gli si è alzato il grado: se un tempo si accontentavano di ritrovarsi tutti insieme ad osservare gli scavi del gas bevendo bianchini e campari, ora la “carrambata tra coscritti” la organizzano allestendo in verticale veri e propri cantieri edili. Questo, a grandi linee, è quello che è successo in Fracia. Poi qualcuno, forse stufo di quella scempiaggine pro-expo e delle altre vie ancora incomplete e penzolanti sulla parete, ha perso la pazienza ed ha “sbragato” giù tutto. «I ghè dès chè ghè la libertà». A furia di starnazzare sull’inviolabilità della propria “libertà di fare” era inevitabile che qualcuno iniziasse a ribadire la propria “libertà di disfare”: la legge dell’equilibrio, presto o tardi, domina ogni cosa.

Densità, prepotenza e mancanza di regole per la convivenza non portano certo all’idilliaca Anarchia di Thoreau: “Bisogna essere in due perché la verità nasca: uno per dirla e l’altro per ascoltarla.” (Disobbedienza civile –  di Henry David Thoreau). Io non sono il tipo che se la prende con quattro pezzi inanimati di metallo: io non demolisco le cose, io demolisco le persone. Schiodare non è il mio modo di agire ed i Corni ne sono diretta ed esplicita testimonianza. Tuttavia comprendo l’insofferenza che ha portato all’opera di pulizia sulla parete: i veri vandali, per molti, non sono coloro che hanno tolto gli spit, quanto piuttosto coloro che, nonostante tutti gli avvertimenti, hanno continuato – e continuano – a piantarli.

Ora che ignoranza e arroganza tintinnano insieme sul fondo di un sacco, ci si straccia le vesti e, come sempre solo “dopo”, si fa appello al dialogo. Tuttavia la “schiodata”, per quanto sia ignota nella mano, non è un fulmine a ciel sereno, ma la diretta – e per certi versi forse inevitabile – conseguenza di un malcontento troppo a lungo presuntuosamente inascoltato (…e che si sta diffondendo su tutto l’arco alpino in modo sempre più rilevante).

In tal senso i giornali hanno riferimento ad una lettera di Ivan Guerini inviata al CAI di Calolzio. Non ero a conoscenza di questo suo scritto e così ho contattato il “vecchiaccio” per poterlo leggere: ritengo che, in modo inaspettatamente succinto per un autore spesso spaventosamente prolisso, racconti chiaramente l’altra medaglia della faccenda. Credo che questo scritto offra significativi spunti di riflessione sull’accaduto.

Davide “Birillo” Valsecchi


LE PARETI DEL COMPRENSORIO VERCURAGO-CARENNO: ZONE-NO SPIT. Documento Etico – Ivan Guerini – La Pala dello Spedone è la parete trapezoidale che sovrasta l’abitato di Calolziocorte, visibilissima da differenti punti della pianura lombarda e caratterizzata al centro da un’impressionante fiamma gialla di calcare ammonitico ossidato. Si tratta di una sagoma geologica rilevante per gli abitanti della zona, sia come riferimento visivo onnipresente, che da sempre “fa parte” della loro vita vegliando sulla vita e la morte delle generazioni d’individui che attorno ad essa si sono succeduti, sia per l’attività delle generazioni di scalatori che su quella parete si sono espressi al meglio delle loro capacità – eticamente corrette – nella loro epoca. Il termine arcaico tramandato che la denomina “Fracia”, tradotto, verosimilmente significa “fragile” a indicare una natura rocciosa internamente morbida ma rimasta indenne per il fatto di non essere soggetta a frane clamorose, quelle che forse l’hanno riguardata in epoche remote e pertanto a memoria d’uomo non sono a oggi ricordate.

L’eredità culturale dei Calolziesi. Nel 2008 conobbi lo scalatore calolziese Alfredo Papini, memoria storica di tutte le salite compiute sulle montagne della zona, che mi fornì numerose informazioni incoraggiandomi a riprenderne l’esplorazione, invitandomi a scrivere il libro che sto facendo. Quel suo entusiasmo mi incuriosì al punto da considerare la possibilità di salire su quelle pareti che viste da lontano non hanno proprio un bell’aspetto per la particolare tipologia di roccia calcarea che le costituisce. Preso atto del tipo di roccia con cui si aveva a che fare, mi riservai di descrivere pubblicamente gli itinerari a tempo debito per ben spiegare “in che modo” è opportuno recarsi su quelle pareti. Alfredo Papini riteneva che “su tutte” quelle pareti gli infissi non avrebbero MAI dovuto essere piazzati, non solo sugli itinerari Storici ma dovunque, proprio per lasciare intatte le capacità psicofisiche e le possibilità esplorative delle generazioni future degli arrampicatori.

Il caso dello Spedone (Fracia) increscioso accaduto. Purtroppo proprio su questa Storica parete, che rappresenta un vero e proprio emblema della “memoria Storica” delle gesta arrampicatorie dei Lecchesi e soprattutto Calolziesi, sono successi fatti particolarmente incresciosi. Nel 2015 sono comparsi gli spit, proprio su questa parete storica delle prealpi che ne era ancora priva, addirittura coloro che li hanno posizionati hanno creduto bene di togliere parte dei chiodi inseriti dagli scalatori che avevano aperto decenni prima vie Storiche! Questi primi attrezzatori pare abbiano giustificato il loro operato col fatto di essere saliti nell’unico punto saldo e quindi sicuro della parete, ridicolizzandone pubblicamente la “fama di instabilità” da sempre ad essa attribuita. Recentemente sono stati costruiti con trapano e spit altri due tracciati di arrampicata vincolata da infissi permanenti che costeggiano e addirittura intersecano varianti di un itinerario pre esistente, realizzato nei primi anni ’70 con un numero esiguo di chiodi. Questi antefatti portano a chiedersi come sia possibile considerare tali interventi “valorizzativi” dal momento che comportano ripercussioni negative nella Storia e nella natura delle pareti. Chi non concorda potrebbe dire: “Che danno potrebbe mai fare un banale tracciato a infissi permanenti su una parete che ha milioni di anni?”. Già, tutti sappiamo che un’era geologica ha un “tempo di esistenza” sconfinato rispetto alla vita dell’uomo, ma il punto cruciale della questione riguarda il punto di vista dell’ecosistema verticale da parte di chi lo trasforma sistematicamente da intatto a sistematicamente attrezzato, convinto che sia valorizzazione e non distruzione. Si tratta di un modo di agire indiscutibilmente negativo. Perché non chiedersi come questo modo di intervenire impedisca al “punto di vista” delle generazioni presenti e future di considerare obbiettivamente come sia meglio agire in modo eticamente corretto? Evidentemente sono in molti a non capire che un utilizzo invasivo deturpa: l’ambiente naturale, la memoria Storica degli itinerari preesistenti e le possibilità future in essi possibili.

Le insidie della Fracia. Chi ha arrampicato sulla Pala dello Spedone e dintorni sa che a parte le lastre sospese e i macigni in bilico presenti nei settori gialli e rossi ammonitici, anche arrampicando nei settori di roccia grigia si sale su selci affioranti grandi e piccole che si possono spezzare all’improvviso, a riprova della fama della Fracia! In relazione alla costituzione di questo tipo di roccia, c’è anche da considerare se le vibrazioni provocate da un attrezzare sistematico non possano comportare sollecitazioni alle formazioni franose che esteriormente “non si vedono” e non necessariamente si staccano al momento, ma possono staccarsi all’improvviso in un secondo tempo, in qualsiasi momento. Tutto questo, può mettere a repentaglio l’incolumità di tutti quelli che vi si recheranno dopo nonostante la sicurezza che gli infissi di qualsiasi tipo paiono rappresentare.

Le reazioni a quella procedura distruttiva. Sospettando che si tratti dell’avvisaglia di un “progetto invasivo sistematico” di vaste proporzioni, la comunità degli scalatori Calolziesi è rimasta inorridita. Ci sono state immediatamente reazioni di dissenso, sostanzialmente concordi che atti di quel tipo non possono in nessun modo essere ignorati o giustificati e i loro punti di vista differiscono solo sul rimedio da porvi. Taluni sostengono che i tracciati a infissi vadano immediatamente rimossi mentre altri che debbano essere resi inagibili ma lasciati, come monito della testimonianza di coloro che si arrogano il diritto di compiere realizzazioni eticamente discutibili e ambientalmente deplorevoli, magari anche per un proprio tornaconto, ignorando (volutamente o meno) la storia precedente del sito. Non soltanto si dissociano dall’antefatto, ma si oppongono fermamente a ogni tipologia di procedura atta ad approvare (con o senza finanziamenti) ogni intervento invasivo che in futuro potrebbe riguardare non solo la Fracia ma TUTTE le pareti del comprensorio calolziese.

LE PARETI DEL COMPRENSORIO VERCURAGO-CARENNO: ZONE-NO SPIT. Da quel lontano 2008 furono in tanti gli scalatori Calolziesi che contribuirono personalmente e di tasca loro a realizzare la ripresa esplorativa di queste zone fornendomi chiodi vecchissimi e nuovi da lasciare con parsimonia, solo dove strettamente necessario e come testimonianza Storica su quelle pareti. Sempre ringrazierò Mario Burini, Alfredo Papini, Carlo Longhi, Sergio Butti, Alberto Montanelli, Giancarlo Bolis, il varesino Giovanni Rossi e i milanesi Felice Boselli e Paolo Consoli. Al partire dal 2010, principalmente assieme al cisanese Giancarlo Bolis e altri amici ho iniziato a esplorare sistematicamente le pareti facenti parte della zona compresa tra: Vercurago – San Girolamo – Mudarga – Valle di Gallaveso – Saina – Erve – Pala dello Spedone – Oneta – Erola fino all’abitato di Carenno, percorrendo in arrampicata libera esplorativa 80 itinerari a friends e con pochissimi chiodi. Così quei chiodi difficilmente visibili scomparvero nella quantità dei numerosi itinerari compiuti su quelle pareti.


Aggiungo, per completare qui su Cima tutte le informazioni, anche i link agli articoli pubblicati su LeccoNotizie e LaProvincia:


Aggiornamento 7 Febbraio 2019: Paolo Consoli, fidato compagno di cordata di Ivan Guerini, dopo la pubblicazione di questo articolo mi ha inviato una sua testimonianza dell’attività svolta sulle pareti di CalolzioCorte. La riporto qui, estendendo l’invito anche a tutti coloro che vogliono raccontare le proprie esperienze “senza trapano” su queste pareti.

IL SOGNO A OCCHI APERTI DELLA SCALATA ESPLORATIVA – Paolo Consoli – 3 febbraio 2019 A Natale, complice un periodo prolungato di bel tempo e di temperature accettabili, abbiamo passato diversi giorni – Ivan Guerini ed io – ad arrampicare sulle rocce poste giusto sotto la Cappelletta del Corno, in vista della vicinissima Pala dello Spedone, la storica parete di Calolziocorte. Sono piccole, affascinanti pareti protette da una vegetazione tenace e da partenze strapiombanti, dove abbiamo tracciato – Ivan da primo di cordata – poco più di una quindicina di vie, lunghe da 10 a 60 mt. e di difficoltà molto varie, dal III all’VIII. Tutte, al solito e rigorosamente, con protezioni tradizionali – da cordini a chiodi – seguendo fessure strapiombanti, vincendo difficili muri grazie a selci a volte amichevoli, altre volte traditrici, e raggiungendo infine gli alberi di calata e, in un caso, la staccionata della Cappelletta. Tutto questo in cinque giorni, quasi consecutivi, durante i quali la stretta strada che sale da Calolziocorte a Erve mi era diventata tanto familiare, da farmi riconoscere – visto che l’ora era quasi sempre la stessa – il punto in cui sarebbe arrivato il sole che avrebbe illuminato il paesaggio all’improvviso, mentre Ivan mi spiegava con dovizia di particolari le tantissime vie aperte in zona e i progetti che mi avrebbero immancabilmente coinvolto. Una promessa e, forse, una minaccia! Mi è capitato spesso, in trent’anni di salite con Ivan, di esplorare, in modo continuativo zone – nelle Alpi e nelle Prealpi – che finivano per rilevare segreti, come un dono a tanta perseveranza (che noi, scherzando, definivamo piuttosto come pura ottusità): e, insieme, rivelavano nuove prospettive, nuove visuali di paesaggi conosciutissimi, che variavano con la luce, con i profumi delle stagioni. Così come, le rare volte in cui siamo tornati dopo anni in quelle zone, era con emozione che riconoscevo luoghi, rammentavo particolari che credevo dimenticati, risvegliati con un brivido e, spesso, con un filo di malinconia. La stessa malinconia che accompagnava la conclusione dell’esplorazione di una zona, quando le vie logiche più naturali erano state salite, e si tornava per l’ultima volta con la convinzione che non saremmo più tornati e, che se ciò fosse accaduto, non sarebbe stata più la stessa cosa. Ne abbiamo parlato anche quando, uno degli ultimi giorni dell’anno, stavamo percorrendo per l’ultima (?) volta il sentierino che, dalla Cappelletta riporta ad Erve: ero rilassato, stanco, mentre davanti a me il sole illuminava il Resegone – con quella visuale nascosta a chi lo vede abitualmente dai Piani d’Erna, o dalla pianura. Contrastava, quell’immagine infuocata dell’ultimo sole, con il freddo umido che saliva dai boschi ripidissimi, sopra e sotto di noi, verso la strada che porta a Calolziocorte. Nella mia mente, ora, si confondevano gli itinerari di quei giorni, le vie che tentavo di mettere in ordine: dalle più brevi e difficili, boulder che portavano a pilastri verticali che si esaurivano in boschi non meno ripidi, a pochi passi dal sentiero, alle più lunghe: placche articolate, in parte sepolte da una vegetazione arrabbiata, muri bianchi solcati da selci, fessure e diedrini interrotti da alberelli fortissimi, oppure morti. Così, pian piano, prendeva forma la struttura di quelle pareti così piccole e complesse, illusorie nella lunghezza degli itinerari, come della loro reale pendenza. Rimanevano, indelebili, i flash dei passaggi più azzardati, delle partenze difficili, dei traversi delicati su vene di selci, tanto belle a vedersi quanto ingannevoli; e quel senso di incertezza che derivava dalla costante attenzione al singolo appiglio che caratterizza l’apertura di una via, anche per un secondo di cordata. Una particolare sensibilità che – avevo capito negli anni – si consolida nel tempo, si sviluppa e si affina al massimo grado nell’apertura di itinerari, alla ricerca delle linee di salita naturali. Così, mentre da solo risalivo il sentierino che porta alla Cappelletta, riflettevo, per l’ennesima volta, sull’”onestà” di quel modo di salire, verso la montagna e verso se stessi, perché rispettava i limiti di entrambi. E mentre risalivo il sentiero che portava alla Cappella, passavo accanto alle vie percorse, ai pochissimi cordini che rammentavano i passaggi più duri, o semplicemente più belli, finché il mio sguardo cadde sulla Pala dello Spedone, che in quel momento mi pareva mutare di colore, all’imbrunire.

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