Normale Torre Manzoni

Attraversando il ponte Kennedy appare evidente nel profilo all’orizzonte del Moregallo orientale una torre che svetta in una cresta che declina verso il lago. La torre è nella zona della prima cava, a ridosso del primo tratto di gallerie abbandonate. Tutta quella zona, da “Passo400” al “Crinale della Teleferica” sono da lungo tempo la mia personale frontiera. Prima di scoprire che Bruna fosse incinta, due estati fa, mi ero avventurato in quella zona risalendo da solo il primo canale da sud, quello in cui precipitano i vasi di plastica che il vento spinge nell’abisso dalla Chiesetta di San Isidoro al Sasso Preguda. La mia salita, per quanto mi è dato sapere, è una delle pochissime – forse addirittura l’unica – esplorazioni alpinistiche di quella parte del Moregallo. Avrei voluto spingermi oltre, raggiungendo i canali più a nord sopra la cava, ma oggi non ho più la preparazione nè la determinazione per affrontare da solo quel labirinto. Tuttavia quella torre, giorno dopo giorno, continuava ad osservarmi attraverso le finestre dell’ufficio, mentre io ne ammiravo il cambiare delle ombre nelle ore del mattino, prima che il sole scomparisse dopo mezzogiorno lasciando in ombra tutto il versante. La mattina, prima del lavoro, mi ero spinto spesso verso l’Orsa-Maggiore armato di teleobiettivo per studiare il mio rebus: come raggiungere la base della torre? Valutando le varie prospettive avevo stilato un “piano d’azione”, tuttavia i tempi per le mie solitarie sembrano finiti ed avevo bisogno di formare una squadra di “incursori” per un sopralluogo. Per raggiungere la torre è necessario infatti superare uno zoccolo fatto di canali, placche e paglione decisamente insidioso: in quegli spazi entrare non è così scontato, così come non lo è riuscire ad uscire. “Per la torre serviranno delle ballerine, ma in basso ci servono dei picchiatori”. Mentre osservavo le foto il mio pensiero era ormai chiaro: “Abbiamo bisogno di Mattia”. Già, Mattia è una specie di “tasso leggendario”, quello che nella “serie televisiva” non si vede spesso nella formazione ufficiale, ma che appare quando la “puntata” si fa davvero impegnativa e risolve la situazione. Mattia è come il Kraken, la mitologica creatura degli abissi, «Molto, molto al disotto nel mare abissale il suo antico, indisturbato, sonno senza sogni dormiva il Kraken […]». Svegliare il Kraken significa affrontare la sua incontenibile e travolgente furia: “Mattia non si ferma nè torna indietro (ahimè!!)”. Così gli ho mandato due foto, insieme allo schizzo delle linee di accesso alla torre ed il mio piano per un prudente sopralluogo. La sua risposta è stata come sempre entusiasta e spaventosa: “Andiamo! Ma non alla base: in cima!!”. I tassi più giovani, coinvolti nella questione “Torre Manzoni”, erano piuttosto stupiti: ”Come in cima? Non sappiamo ancora nulla e lui vuole salirla in giornata?”. Arrampicare con Mattia significa trovarsi tra l’incudine ed il martello, la sua grande capacità è un arma a doppio taglio. “Suvvia, vedrò di provare a contenerlo.” Avevo risposto loro divertito. “Ma mettetevi in testa che non sarà una passeggiata”. Forse devo averli spaventati perchè, la mattina dell’appello, si è poi presentato solo Ruggero che, per la cronaca, nonostante abbia già aperto un paio di vie con Josef parteciperà alla sua prima lezione di un corso AR1 del CAI solo il prossimo week end (questa cosa mi diverte un sacco).

Equipaggiamento NDA, cinque chiodi a testa, fittoni da terra e chiodi lunghi ad U. Set completo di Dadi e Nat. Cordini, fettuce, canapo d’abbandono e due mezze corde da 60 (quelle belle, per le grandi occasioni). “Leggeri e veloci, ma equipaggiati pesante per ogni evenienza”. Mattia, Ruggero, io ed il Jet Lag per il cambio dell’ora. “Okay, proviamo di qui!” Ci imbraghiamo ed iniziamo a salire slegati. Risaliamo per canali e placche invase dal paglione e, nella nostra risalita, troviamo tracce di vecchi muretti a secco: testimonianza di come queste terre dimenticate un tempo fossero assiduamente frequentate per il pascolo e la legna. Il paglione ci permette di salire ma per la discesa, con il blu del lago prepotentemente oltre l’abisso, servirà ben più che passo fermo e presa buona. Tuttavia buona parte delle difficoltà che temevo di incontrare trovano quasi autonomamente soluzione e, prima del previsto, ci troviamo alla base della torre. Lo scenario che ci circonda è straordinario, probabilmente uno dei più suggestivi di tutta l’Isola Senza Nome. La Torre Manzoni ricorda in modo curioso il terzo Magnaghi in Grignetta, ma sopra la placca che ne segna la base si innalza un diedro che rimonta fino alla sommità.

Io e Mattia iniziamo a discutere sul da farsi. Lui vorrebbe attaccare dritto per dritto, aggirare la placca strapiombante sulla destra e traversare fino al diedro e quindi verso la vetta. I miei piani per una sicura esplorazione erano andati a farsi benedire: dovevo trovare una valida alternativa ad uno scontro diretto con la torre. Io fisicamente sono ancora tutto fuorchè affidabile, c’è la possibilità che ceda all’improvviso oltre ad avere uno scarso margine operativo. Ruggero invece è alle sue primissime esperienze, è molto bravo ma dobbiamo essere prudenti con lui. Siamo alla frontiera: se in quell’ignoto qualcosa va storto, su questo lato della montagna, sono davvero grossi grossi guai. Così, cercando la mediazione, propongo di rimontare la spalla rocciosa a sinistra della torre. La roccia sembra buona, ricorda quella della Cresta del Cinquantenario ed offre lungo la linea grosse piante da cui ritirarsi facilmente. La placca iniziale è verticale ed impegnativa ma offre la possibilità si alzarsi e di studiare meglio la torre prima di decidere se affrontarne le difficoltà.

Piante e radici offrono punti di ancoraggio e di sosta mentre ci alziamo sul fianco della torre, sul lato opposto del canale traverso che ne segna la base. Ci alziamo abbastanza da tentare un lungo traverso verso destra che ci permette di abbassarci nel canale approcciando la torre nella sua parte alta. Mattia, corda lasca ed infinita, parte all’attacco della torre. Ruggero, che gli fa sicura, lo guarda stupefatto: “E’ una macchina! Va su con il sorriso sulle labbra!”. Dall’altro lato del canale ci giungono le risate divertite e compiaciute di Mattia: la roccia è infatti magnifica, lavorata e densa di appigli, spaccata in grossi blocchi ma adeguatamente solida. La speleologia, salvo casi eccellenti, ha regalato all’alpinismo figure di straordinaria capacità e determinazione: Mattia è per certo uno di queste. Una volta sotto la sommità della torre attrezza la sosta ed inizia a recuperarci ad una sosta realizzata con un carpino ed un grosso masso.

“Dobbiamo tornarci, dobbiamo tornarci! Hai visto il diedro? Dobbiamo tornarci!” Mattia già immaginava divertito la prossima salita mentre io mi accontento di risolvere la questione dell’imminente discesa. Facciamo un primo tentativo sul lato opposto della torre. Mattia disarrampica calato dall’alto fino ad un terrazzino, si allongia ad una pianta e si sporge oltre il bordo per capire come raggiungere il canale sottostante. La “teoria” prevede che se raggiungiamo il canale a nord della torre e riusciamo ad uscirne sull’altro lato possiamo sfruttare il non-semplice “sentiero” della teleferica per raggiungere nuovamente le rive del lago. Il canale, tuttavia, è già in ombra e tutt’altro che invitante. Ad occhio e croce servono due doppie per scendere e dobbiamo ancora scoprire come uscire dal canale. Inoltre l’unico a conoscere il trucco della “scala di sasso” ero io: avevo percorso quella zona diverse volte in salita, ma mai in discesa e, da quella prospettiva, anche il mio orientamento rischiava di essere ingannato. “Dall’altro lato almeno c’è il sole e conosciamo la strada: torniamo da dove siamo venuti?”. La proposta, dopo un breve consiglio a tre, è stata approvata ed usando un solido carpanello ci siamo calati fin dentro il canale sud della Torre. Qui abbiamo attrezzato un traverso che ci ha portato al di sopra della prima sosta, a sbalzo sui grandi prati. Da qui con altre due calate da 30 siamo arrivati all’attacco del crinale roccioso da cui eravamo partiti al mattino. Con prudenza ci siamo abbassati sul paglione fin dove eravamo protetti dalle piante poi, con due ulteriori doppie da 30 abbiamo raggiunto la base del canale sud e l’accesso alla vecchia provinciale abbandonata. Fine missione: tempo di birra al Rapanui! Solo con le gambe sotto al tavolo, come raccontano ricordasse Nardella, una salita si può finalmente considerare conclusa.

Credo che non ci siano state salite precedenti alla torre, per questo mi permetto di suggerirne alla comunità alpinistica dell’Isola senza Nome il toponimo “Torre Manzoni”. Un omaggio allo scrittore ma anche alla città di Lecco. Lo scorso anno volevo appendere alla statua del Manzoni una collana di spit, dedicargli ora una torre senza trapano è il mio modo di fare ammenda. Ho pensato di chiamare la via “Normale alla Torre Manzoni” perchè ha un certo fascino, nel 2019, tracciare una normale su una struttura inesplorata (dietro casa). Inoltre, tra le diverse possibilità, è sicuramente la via più logica dal versante sud alla cima della torre.

C’è un mondo antico ed inesplorato lassù. Ho delle fotografie che non pubblico per egoismo, ma anche per precauzione. L’accesso dal basso è relativamente rapido ma significativamente pericoloso: il rischio di ritrovarsi spiaccicati sugli scogli o sull’asfalto della provinciale abbandonata è assolutamente concreto. L’ambiente è straordinario ma selvaggio, nella sua accezione più magnifica e terribile. La roccia invita, esalta persino, ma richiede occhio, mestiere e rispetto (non ci si avventuri alla leggera). Da ultimo, avendo conquistato – e non uso a sproposito questo termine – la cima della torre “by fair means” rivendico tutta la zona come “Moregallo Natural Climbing Area”: l’uso del trapano è quindi interdetto per l’arrampicata. Si tratta di una zona incontaminata, probabilmente una delle ultime in tutto il Lario: non roviniamo questo gioiello prezioso, non ne esistono quasi più, impariamo a conservali!

Normale alla Torre Manzoni, Moregallo Orientale. Mattia Ricci, Ruggero Riva, Davide Birillo Valsecchi – Tassi del Moregallo.

I bene-intenzionati possono contattarmi e sarò benfelice di condividere con loro appunti ed archivio fotografico.

Davide “Birillo” Valsecchi
Nostromo dei Tassi del Moregallo

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