Restauri alla Torre Desio

«Ancora una volta è sorprendente vedere cosa fossero in grado di compiere i “grandi” nei “tempi eroici”. In un libro ho trovato una rara foto di Eugenio Fasana a torso nudo mentre si allena: sembra Bruce Lee con i baffi e la barbetta tanto era in forma! Faceva paura! Ma non solo erano atleti prima ancora che l’arrampicata fosse una disciplina, non era solo una questione fisica: in quel camino ho scorto non solo il coraggio ma anche il talento che contraddistingue quegli uomini. Con scarpette di stoffa e corde ragguardevoli hanno fatto cose che ancora oggi, con tecnologia spaziale, fatichiamo a ripetere e comprendere. Non possiamo che rendere loro omaggio e ringraziali per la “via” che hanno tracciato per noi.»

Queste le parole con cui avevo chiuso il mio racconto della mia “prima volta” sulla Fasana alla Torre Desio. In quell’epoca, che ora mi sembra remota, io e Mattia arrampicavamo tutti i venerdì pomeriggio: lui faceva il turno del mattino in Croce Rossa ed io avevo la giornata libera dall’ufficio. I Corni erano deserti, non si sentiva una voce, eravamo completamente soli in un persistente e surreale silenzio quasi opprimente. Eravamo soli ed autodidatti nell’ignoto, non sapevamo davvero nulla di quelle pareti, nel modo più difficile e rischioso non facevamo altro che imparare dai nostri errori. Tutto quello che avevamo erano le vecchie guide e le critiche di chi ci additava come sciocchi incrodati su vecchie vie dimenticate e pericolose. Quanta fatica, e quanta paura, ma con il senno di poi credo che la nostra sia stata una straordinaria avventura, la fortuna di un’esperienza unica per la vita.

Sdraiato al sole, nell’anfiteatro della Torre Desio, mi godo il tepore del mattino. Con me ci sono Ruggero, Gabriele, Miky e Lorenzo: quasi tutti ventenni. Sono sparsi sulle vie, sullo spigolo Palferi e sulla Corvara. Io sono sdraiato sull’erba mentre loro hanno capi-cordata d’eccezione: da un lato Josef e dall’altro Gianni, colui che scrisse le guide su cui io e Mattia abbiamo studiato tutte le salite classiche. E’ un sabato di sole, si sentono le voci dei gitanti sul sentiero sottostante mentre gli escursionisti si accalcano sulla cima del Corno Occidentale. Ascolto le loro voci, così vicine e così distanti: incredibile essere tanto rilassato sotto queste pareti. Sono sdraiato al sole e mi godo il momento con un sorriso compiaciuto. Forse i “Tassi del Moregallo” sono nati per compensare quelle infinite ore di solitudine trascorse sospesi, e spesso appesi, tra queste pareti di calcare grigio. Forse sono nati perchè quelle schegge di conoscenza, così difficoltosamente conquistate, non andassero perdute e fossero tramandate. Forse sono nati perchè sono un asociale socievole o perchè, come raccontano facesse mio nonno materno Luigi Paredi, è di famiglia incitare nei giovani la voglia di scoprire queste piccole grandi montagne.

Non so, sono ormai molte le nuove vie aperte con i Tassi sui versanti del Moregallo, spesso anche molto impegnative ed estetiche. Tuttavia nessuno di loro aveva mai affrontato le “Grandi Classiche” dei Corni. Almeno fino ad oggi. Sdraiato al sole mi godo il tepore del mattino, sorrido sornione dietro gli occhiali, compiaciuto del lungo e complicato viaggio che ci ha portato fin qui.

Poi le due cordate si ritrovano insieme alla base del Camino Fasana alla Torre Desio. Il giovane Lorenzo raggiunge da primo la sosta del primo tiro: “Birillo vieni?”. Avevo indossato imbrago ed equipaggiamento ma non avevo intenzione di arrampicare. La caviglia mi fa ancora male, la schiena è rigida e sono praticamente un rottame, ma per un istante guardo verso l’alto e l’istante dopo ho un otto infilato all’imbrago: che bello inseguire nuovamente Eugenio Fasana!

Il diedro camino iniziale ha un passaggio atletico che richiede determinazione e coraggio. Impressionante pensare che Fasana, in apertura nell’ignoto, lo superò probabilmente senza protezioni, semplicemente con una straordinaria tecnica di progressione in camino. Anche il secondo tiro, dove il diedro si chiude in due strette pareti parallele, non si può che provare ammirazione per i pionieri che per primi, nel 1931, si avventurarono fin sulla vetta percorrendo tutta la torre: Eugenio Fasana ed Antonio Omio.

“Un’altra via di Fasana ed un altro capolavoro di tecnica, estetica e coraggio. Il camino della Torre Desio è una di quelle arrampicate che lascia impressionati i ripetitori, le difficoltà sono nettamente superiori a quelle che Fasana aveva espresso a suo tempo (IV+). Ultimamente, dopo aver piazzato un paio di fix del camino, si è arrivati a valutare i passaggi fino al VI+. Più realisticamente si possono valutare i passaggi più difficili un grado in più, certo non deve mancare la predisposizione all’arrampicata in camino e non dovrebbe mancare un briciolo di coraggio ai ripetitori.“ Questa era la descrizione della via nell’edizione del 2005 de “L’isola senza Nome”.

Su una Fasana ai Corni di Canzo c’erano due Fix piantati con il trapano: c’erano, perchè ora non ci sono più. Furono piazzati certamente con buona intenzione, dall’alto, per proteggere i ripetitori nei due passaggi più complicati ed esposti tra due chiodi tradizionali. L’attitudine sportiva di quelle piastrine era evidente perchè “proiettava” un eventuale caduta nel vuoto fuori dal camino. Tuttavia in questo modo quella protezione influiva negativamente sulla progressione classica da camino, certamente faticosa e delicata, che in quell’ancoraggio esterno trovava solo false e pericolose illusioni fuori linea. Inoltre, il secondo di cordata, rischiava di essere “strattonato fuori” dal camino in un pendolo più che aiutato dalla corda dall’alto. I due Fix, nell’ottica di rimuovere il superfluo e conservare lo spirito e la storia di una via classica, sono stati quindi rimossi con cura: al loro posto sono stati piantati due chiodi tradizionali che, oltre a sfruttare quanto offerto dalla roccia, hanno posizioni più adatte e logiche alla progressione in camino. Il fix, con anello di calata arancione, in supporto alla clessidra della prima sosta è stato lasciato, così come la sosta sommitale su cui effettuare le doppie lungo la torre. (La doppia originale di Fasana, per chi fosse interessato, era molto breve, realizzata su uno spuntone e scendeva sul ripido terrazzo erboso a sinistra della torre).

“Mio padre diceva di usare i chiodi con grande parsimonia perchè feriscono la roccia”. Queste è la frase che mi disse l’adorabile ed anziana figlia di Eugenio Fasana. Sostituire i Fix con chiodi tradizionali è stato il nostro modo per conservare un equilibrio, forse inevitabilmente imperfetto ma coerente, tra passato, presente e futuro. Un tributo doveroso ad un talento ed un insegnamento che, banalizzati ed oscurati dal trapano, rischierebbero di non essere compresi ed apprezzati.

Gian Maria Mandelli, membro del CAAI e storica figura di rilievo dell’arrampicata Valmadrerese, ha avallato, supervisionato e personalmente condotto l’iniziativa di “bonifica”. Ai Corni di Canzo sono molte le vie “restaurate” recentemente, una di queste ad esempio è la Palferi sul Pilastro Gianmaria. Un lavoro certosino e paziente che mira a conservare, in modo razionale e ponderato, lo stato delle “classiche”, minimizzando le alterazione ma permettendone la fruizione alpinistica. In alcuni casi i chiodi più malridotti sono stati attentamente sostituiti o integrati, la Fasana è probabilmente la prima in cui sono stati rimossi infissi permanenti. Una scelta importante, in controtendenza a ciò che avviene altrove, e che per questo ha richiesto l’intervento di uno tra i più autorevoli dell’Isola. Io credo che questi “restauri”, queste bonifiche, non solo conservino la storia umana quanto la natura delle pareti, ma possano soprattutto insegnare con l’esempio un uso più consapevole e corretto degli spazi verticali per le grandi classiche che ancora devono essere realizzate.

Rimuovere ciò che è superfluo per proteggere ed educare. “Tuttavia, se esiste un equilibrio, la sua ricerca sarà un compromesso non privo di rischi, tanto nell’etica quanto nel diritto. Speriamo non violento.” Se qualcuno ritiene di avere ragioni valide per contestare la rimozione dei due fix sulla Fasana alla Torre Desio allora si faccia avanti, si assuma il peso ed il rischio delle proprie parole, parli con coraggio e sarà ascoltato.

Davide “Birillo” Valsecchi

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