Month: June 2019

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Dascio – Novate Mezzola

Dascio – Novate Mezzola

“L’Autorevole Birillo” mi definì tempo fa, con evidente intento denigratorio, un “vecchio con il trapano”, uno di quegli opachi altruisti che esplora, scopre, attrezza, pubblicizza e reclamizza all’uso ed al consumo delle masse le segrete meraviglie dell’arrampicata. Meraviglie che, in verità, erano già note da tempo e nella loro integrità risalite senza ammenicoli a batteria o patacche di sorta. Che poi, in vero, l’arrampicata si dimostrerebbe gran poca cosa se necessitasse di essere valorizzata – termine inquietante – da cotanta mediocrità. Io stesso, se così fosse, dovrei accettare di aver a lungo sprecato tempo e coraggio attribuendo erroneamente ad un inutile passatempo, oggi tanto in voga ed addomesticato, un senso più profondo che non gli apparterrebbe. Ma io, ahimè, sono più spesso autoritario che autorevole e quindi il mio pensiero, “Huginn”, è di poca utilità. Ciò che più conta è “Muninn”, la memoria. In questo senso io sono solo un viandante, uno sciocco che raccoglie testimonianze di ciò che fu e ciò che ancora può essere. Lo scritto che segue è di Giorgio Gobbi, storico compagno di arrampicata di Ivan Guerini sia sulle sponde del lago di Mezzola che nella valle degli specchi. Cercando nel mio archivio una foto di Giorgio è apparsa l’immagine qui sopra: un disegno di Guerini tratto dal suo ultimo, e ancora poco noto, libro sulla val di Mello. Il disegno mostra infatti una via che hanno tracciato insieme: “L’uomo deltoide del XXI° secolo” – I.Guerini, G.Gobbi – settembre 1981- 45 m – VIII°. La Valle qui centra poco, forse niente, forse è solo un’altra “svista climatica”, ma il disegno di Ivan, nella sua tipica semplicità, mi è subito piaciuto. Lo scritto, inviatomi per posta come molti altri prima di questo, parla invece delle pareti che scendono sul lago e che ora, i soliti noti, stanno “rivalorizzando” con la consueta ottusa ciecità di chi non capisce e non vuol capire.

Curiose contorsioni viste oggi, quelle che facemmo una mattina di ottobre per raggiungere in barca da palude la struttura a picco sull’acqua del lago di Novate Mezzola. Già remare si deve fare alla veneziana in avanti, il fondo piatto del sandolino non taglia l’acqua ma sembra voler spostare tutta quella che gli si para innanzi, insomma uno sforzo notevole unito ad una nostra tecnica remiera approssimativa porta ad un risultato accettabile solo perché ci permette di avvicinarci alla parete dopo oltre un’ora dalla partenza da Dascio. Ma che parete è? Una mezza volta di cattedrale gotica, con un doppio fondale percorso da una fessura segnata da massi incastrati su cui avevano in passato nidificato i gabbiani, come testimoniato dalle strisce biancastre che verticali rigano il granito. Il termine 40 metri più in alto, 8 a destra e 6 fuori dalla verticale della sosta su barca, al più grande dei blocchi incastrati: se la campata del mezzo arco acuto avesse una sua parte opposta discendente a completarla, sarebbe iniziata in quel preciso punto.

Ivan salì da primo, assicurandosi dove la natura minerale aveva lasciato rade discontinuità nella omogeneità cristallina, abbracciando con robuste fettucce le pietre incagliatesi nell’intaglio della gola rocciosa, ricorrendo a camme espandibili che in opposizione fra loro colmano lo spazio vuoto fra due rupi eroso nel fluire delle ere geologiche, su fino alla termine delle linee di volta: non rammento se poi seguii oppure Piera, ma la sosta instabile ed angusta e poi la discesa a corde doppie fino a risalire sulla barca, e di ritorno a Dascio questa volta con un po’ di brezza a increspare l’acqua del tardo pomeriggio.

Il primo incontro fra essere umano e natura, in un puntuale irripetibile istante della loro esistenza, avvenne grazie all’interpretazione dei segni della linguaggio della roccia che l’uomo aveva appreso fin lì nell’intenso volgere del suo tempo. Questo è un appiglio, potrà aiutarmi nel traslare verso un futuro il mio corpo, quest’altro è troppo liscio per affidargli il desiderio di movimento, ma carezzarlo potrà darmi comunque una gradevole sensazione tattile che seppur inanimato non risulterà sgradita neppure al ricevente, poco oltre la fessura opportunamente sfruttata darà sollievo al desiderio di sicurezza. Arrampicare è tutto ciò, stupore e curiosità del mondo, capacità di ascolto e di risposta, ammirazione e interpretazione dell’esistente. E forza morale interiore, l’unica nostra risorsa che possiamo paragonare alla meraviglia insondabile di un cielo stellato.

Il presente che passa genera nostalgia di se stesso, non solo per metafora ma come atto deliberato di reazione spaventata all’invecchiamento che ne è sottinteso, il debole altera lo stato originale del circostante convinto di plasmarlo al suo desiderio di eternità: se decide di salire su roccia fora, scalpella, talvolta aggiunge: modifica l’esistente per ancorarsi ad un presente già obsoleto, ansioso di obbedire a regole di convenienza e miope profitto. Qualunque sarà il futuro di queste strutture discontinue, magma o sabbia o lapide edile, cesseranno memoria e significato dell’oltraggio adattativo subito, e sul loro autore l’oblio pietosamente stenderà il proprio velo, opaco ed eterno.

Giorgio Gobbi

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Monkey la Scimmia!

Monkey la Scimmia!

Nell’Oriente misterioso c’è un brigante generoso: Monkey! Con le fide sue scimmiette dei potenti si fa beffe: Monkey! Trema il mandarino per il suo destino. Coccodrilli e scimitarre non riescono a fermare Monkey. Ha una banda scatenata che non batte in ritirata: Monkey! Ruba al mandarino tutto il suo bottino. Vince tutte le magie, le soffiate delle spie: Monkey! Più mortale di un serpente, della tigre più potente: Monkey! Piange il mandarino peggio di un bambino. Dal suo covo come un lampo piomba allora non c’è scampo: Monkey! Ripulisce carovane e dà ai poveri del pane: Monkey! Finchè il mandarino non ha più un quattrino…

Oriente ed Occidente

Oriente ed Occidente

Giunsi tardi al rifugio; anche colà si ragionava delle Torri di Vajolet fra i bicchieri colmi attorno ad una buona cena; v’erano Ugo e Tita ed altre guide che facevano corte d’onore al maestro e l’ascoltavano deferenti e andavano a gara a rendergli tutti i piccoli servizi della tavola. Piaz volle conoscere il mio pensiero: cercai di spiegargli lo stupore che m’era rimasto da questa prima salita, più forte di ogni altro senso e del tutto nuovo ne’ miei ricordi di vita alpina: cinque, sei ore di ginnastica disperata, tre vette in un sol giorno, e se ne esce fresco, non sazio, con addosso la voluttà di un sano piacere fisico, un’allegria irragionevole come di chi abbia bevuto del vino inebriante; piccole salite che raccolgono la somma di sforzi e di accorgimenti richiesti da un’impresa dieci volte maggiore; sintesi breve di un’altissima scalata dalla quale siano eliminate, elementi superflui e dannosi, le insidie del tempo, le lunghe camminate d’approccio e le interminabili discese nelle valli profonde. Si giunge freschi ai piedi delle difficoltà, s’affrontano i pericoli a mente serena ed appena se n’è usciti si trova il riposo; così che da una salita nasce il desiderio di un’altra. Io non provavo quella sera il senso di scampo che m’aveva colto dopo talune giornate dell’Alpi altissime; lo dicevo al Piaz che non conosce le mie montagne. Egli mi ascoltava incredulo; per lui non esistono altri monti all’infuori di questi suoi, ai quali egli ha dato tutto il suo cuore di figlio e la forza superba del suo corpo di atleta e che a lui hanno dato la fama; e non sapeva perdonare che io avessi lasciato trascorrere l’età migliore senza conoscerli. Ma che avete fatto della vita fino ad oggi? — sembrava dicesse dagli occhi sdegnosi.

Ma Ugo ed io parlammo de’ nostri monti, ne vantammo l’altezza ed i rischi, ignoti alle vette dolomitiche, il tradimento dei crepacci e delle cornici di ghiaccio, il crollare dei seracchi, il grandinar dei sassi, i geli e le tormente, e, sopratutto, la distanza immensa che lassù separa l’uomo dalla salvezza, le ansie della lunga fuga nelle nubi, la gioia indicibile di ritrovare una piccola capanna sperduta o la rassegnazione tragica di un bivacco senza cibo nè tetto, le membra e lo spirito costretti in un languore quasi mortale, in attese che ritorni il sole.

E gli narrammo le nostre storie più belle, i nostri errori, quelli che solo si confidano nell’ora dei segreti agli amici sicuri.

Guido Rey – Alpinismo Acrobatico (1914)

Nota: La foto in bianco e nero è di Vittorio Sella, nipote di Quintino Sella. Il padre di Guido Rey era figlio della sorella di Quintino Sella. I due, oltre ad essere parenti sono anche contemporanei. Vittorio Sella è anche uno tra i più importanti fotografi di montagna di tutti i tempi. Cercando immagini di Guido Rey, anch’egli valente fotografo, mi sono imbattuto nella Fondazione Sella e nel suo strepitoso archivio fotografico.

Davide “Birillo” Valsecchi

Bonatti e lo Spit

Bonatti e lo Spit

I Tassi del Moregallo hanno da qualche anno un canale WhatsUp, il “Badger Segnale”, in cui ci si scambiano fotografie, informazioni o semplicemente si organizzano uscite, incontri o bevute.  Giorni fa giravano alcune immagini scattate sul Monte Bianco miste a fotografie di “CingniMannari” e gente varia sparaparanzata sulle spiagge del lago. In qualche modo quel “canale”, a cui se ne aggiungono altri due o tre specifici per le diverse attività del gruppo, ha sopperito all’esigenza di condivisione interna che in passato era soddisfatta dal qui presente Blog. Tuttavia alle volte, da queste nostre chiacchiere sconquassate e sconnesse, emerge qualcosa che è interessante estendere ad una condivisione esterna. Ieri, da un museo di Londra, sono apparse alcune pagine di un libro di Walter Bonatti, pagine che mi hanno particolarmente colpito non tanto per il contenuto quanto perchè fossero le nuove generazioni a riflettere su quelle parole. Eccovi quindi il passaggio in questione: 

Con gli Spit non c’è dubbio che avrei potuto salire dritto per lisce placche compatte, senza problemi nè rischi particolari. Ero invece condizionato, ed era giusto che lo fossi, dalle regole del mio gioco che in questo caso si presentava particolarmente chiuso e spietato. Dovevo dunque ripiegare fino alla base dei tratti insuperabilei che mi avevano bloccato, e lì cercare una soluzione alternativa. Come feci per l’estrema manovra improvvisata dei pendoli nel vuoto divenuti poi famosi, stando con le sole mani aggrappato a una corda precariamente incastrata fra alcune scaglie sporgenti sullo strapiombo, e senza sapere quel che avrei trovato poco sopra.

E a proposito di super mezzi di scalata che già ai miei tempi alcuni arrampicatori utilizzavano per affrontare pareti da loro definite impossibili, vorrei dire alcune cose che da sempre sono in me ben chiare e radicate. Mi riporto dunque a quegli anni Cinquanta quando apparve sulla scena della montagna il chiodo a espanzione o spit e si cominciò a farne uso sempre più frequente. E’ precisamente in quegli anni, a mio avviso, che iniziò il grande scadimento tecnico dell’alpinismo

Fare uso di quel tipo di chiodo, il cui impiego richiede la preliminare perforazione della roccia – il che è molto indicativo! – vuol dire avvalersi di uno strumento tecnico che, a differenza del chiodo normale, annulla l’impossibile. Quindi annulla l’avventura. Vuol dire passare con certezza ovunque, anche dove non si sarebbe capaci. Vuol dire barare al gioco che spontaneamente ci si è scelti. Così facendo non si vincerà più l’impossibile ma lo si eliminerà. Si distruggeranno le motivazioni ad affrontarlo e con esso a misurarsi. Non serviranno più l’introspezione, nè la capacità di giudizio.

L’uso dello Spit in effetti devasta l’impegno e l’emotività di un’impresa alpinistica (e sia chiaro, per non creare equivoci, che sto parlando di alpinismo tradizionale e non di altre attività oggi tanto in voga). Con il chiodo a espansione dunque l’ignoto svanisce, l’avventura svanisce, l’intelligente ricerca di una via logica viene scavalcata, si perde il senso critico delle difficoltà.

Infine non valide diventano i termini di paragone e di riferimento. Ne risulta una arrampicata degenerata e sterile, poco più che un gesto atletico. Come tale è magari notevole e senz’atro conveninente quale facile mezzo per arrivare al successo. Un successo però – sempre giudicato nell’ottica della tradizione – ottenuto mediante la mistificazione, quindi con l’inganno di se stessi e della buona fede di chi ci segue, ci valuta e non sa.

Penso che ognuno debba affrontare la montagna, in special modo quella estrema, obbedendo ad un naturale impulso, e giungrvi animato da precise e personali motivazioni. Per me le motivazioni sono state fin qui dall’inizio di natura prevalentemente conoscitiva, introspettiva, finalizzare dunque all’effermazione di me stesso e su me stesso. Ma perchè quest’affermazione potesse avveninire e valere al mio fine, dovetti assumere precisi riferimenti in cui riconoscermi e con cui misurarmi. Per questo non scelsi a modello l’invenzione tecnico-avveniristica dei super mezzi per poter vincere a tutti i costi l'”impossibile”. Ma optai per quella concezione classica dell’alpinismo, maturata negli anni Trenta, adottandone anche i tradizionali e assai limitati mezzi tecnici. Scelsi dunque qui limitati mezzi tecnici proprio perchè da me così voluti. E’ perciò all’anima, invariata nel tempo, dell’alpinismo classico degli anni Trenta con cui mi sono sempre ispirato.

Walter Bonatti – Montagne di una vita

Prendere atto che le vie degli anni Trenta (ma anche Quaranta, Cinquanta o Sessanta) da cui traeva ispirazione Bonatti, anche qui sulle montagne del Lario, siano state oggi “riconvertite” in chiave turistica e sportiva fa riflettere. Riflettere su ciò che, forse con una certa avventatezza, è stato cancellato e precluso tanto alle nuove generazioni quanto a tutti noi.  Io francamente mi sento un privilegiato, prima in Pakistan e poi ai Corni e sull’Isola Senza Nome, ho avuto le mie epopee alpinisitiche: grandi o piccole che siano state, nelle loro autencità, mi hanno insegnato molto ed ogni legnata presa, con il senno di poi, appare oggi come una piccola benedizione. Il mio ormai, forse, l’ho fatto, e non ho di che lamentarmi. Ma il futuro? Il convegno dei TTT, ma anche le semplici riflessioni che emergono tra i Badger, mi fanno ben sperare nel futuro, sperare nell’implicita capacità dell’individuo di spingersi oltre quell’impossibile preconfezionato e stereotipato che viene commercializzato e asservito al consumo della massa. 

Arrampicare era e resta un gesto ribelle, ma forse  è proprio questo il problema:  ogni atto rivoluzionario deve essere sedato, messo in sicurezza e commercializzato. Questa è la regola, la prima che deve essere infranta.

Davide “Birillo” Valsecchi 

HindoKush

HindoKush

Una spedizione alpinistica italiana è stata recentemente travolta da una slavina in Pakistan. I quattro componenti italiani, feriti ma vivi, sono stati recuperati oggi dall’esercito pakistano con un elicottero mentre, purtroppo, una guida locale ha perso la vita. Ciò che mi ha particolarmente colpito di questo incidente è dove sia avvenuto. Già, curiosamente la “valle remota ed inaccessibile” di cui parlano ora i giornali è niente meno che la stessa valle in cui si trova Cima-Asso, una montagna di 5100 metri che ho avuto il privilegio, con i miei compagni, di scalare e battezzare il giorno del mio compleanno ormai una ventina di anni fa: il 5 Agosto 1999.

Quanto tempo è passato! Qualche anno fa, verso la fine del 2017, scrissi a Frantz Rota Nodari per congraturarmi con lui per la sua prima salita al Jinnah Peak, una montagna inviolata 6.177 metri proprio in quella valle. Nelle sue fotografie avevo riconosciuto alcuni luoghi passaggi della nostra spedizione e così gli scrissi soprattutto speravo perchè mi potesse fare la cortesia di inviarmi qualche foto più recente della montagna a picco sul lago, Cima-Asso appunto. Frantz mi rispose in modo molto gentile, estremamente sorpreso del fatto che conoscessi quei luoghi. Così gli raccontai del nostro viaggio e della nostra salita, di come all’epoca avessimo solo una cartina, acquistata ad Islamabad, in cui tutta quella zona appariva come una macchia bianca. Mi chiese le coordinate GPS e gli risposi ridendo perchè, all’epoca, non avevamo nulla di simile. Gli girai la piccola relazione che fu pubblicata sull’American Alpine Club Journal (link) e lui mi confermò, nonostante alcune correzioni linguistiche sui nomi, che quella era la stessa valle. Io non conoscevo Frantz ma quella “chiacchierata” in una chat di facebook fu molto divertente per entrambi. Lui era colpito da quei piccoli ma significativi dettagli del nostro viaggio “analogico” ed io non potevo che essere felice nel sapere che un alpinista esperto come lui (Franz ha salito tutti i 4000 delle Alpi) apprezzasse quei luoghi che io, da assoluto inesperto, avevo visto in gioventù.

Ci ripromettemmo di incontrarci ma il destino era in agguato: purtroppo prima della fine dell’inverno successivo Franz fu tradito da un chiodo durante una discesa in doppia e non ci siamo più incontrati. L’ultima ma volta che si eravamo sentiti aveva risalito una cascata a Sappada, il paese a monte di Forni Alvotri: una coincidenza nella coincidenza. Non ci conoscevamo, ma fui davvero rattristato dalla sua scomparsa.  

Quando ho letto dell’incidente di Tarcisio Bellò, che fu compagno di Franz e che dedicava questa salita a Narni e Ballard, sono rimasto davvero colpito. Gli alpinisti Vicentini sono assolutamente forti (ho conosciuto qualcuno di quelle zone al Congresso TTT) e non mi stupisce che siano stati attratti dalle montagne attorno a Cima-Asso, sono davvero giganti alla fine del mondo. Noi nel ‘99 eravamo laggiù alla fine di Luglio, la stagione invernale era finita da un pezzo ma eravamo incalzati dalle piogge monsoniche. Angelo Rusconi, che guidava la spedizione, scelse quindi tra quelle cime inviolate l’unica non coperta dalla neve tentando una salita su roccia di due giorni. Con il senno di poi non posso che essere felice di questa scelta per due motivi: il primo che oggi come allora la mia esperienza sulla neve è pari a ZERO, il secondo è che ancora oggi quelle montagne innevate mi appaiono come ”calci in culo fuori scala”.

Ciò che è difficile spiegare è quanto fuori dal mondo fosse quel posto. Oggi, nel 2019, l’elicottero dell’esercito è intervenuto a meno di 24/48 ore dall’incidente. Nel ‘99 ci sarebbero voluti quattro giorni a piedi solo per dare l’allarme. Probabilmente questa è la lezione d’alpinismo più importante imparata in quel viaggio: “In Montagna è proibito sbagliare”. Sarebbe bastata una gamba o un braccio rotto per trasformare quel viaggio in un vero incubo. Ricordo che i monsoni distrussero tutti i ponti sulla via del ritorno e quella marcia, forzata e sfrontata tra la polvere ed il sole battente, è tra le cose più terrificanti ed epiche abbia mai fatto. Tuttavia se qualcuno di noi fosse fosse stato anche solo minimamente ferito non ce l’avremmo mai fatta. Oggi, con un po’ più maturità, ripenso alle scelte compiute da Angelo, il capo spedizione a cui spettava la responsabilità per tutti noi, con grande rispetto e profonda stima.

Ma sto divagando tra i ricordi e forse nella nostalgia. Spero che Bellò e tutti i membri della sua spedizione possano rimettersi presto e che possano mostrarci qualche immagine di quei luoghi che sono indelebili nella mia memoria ma che iniziano ormai a sbiadire nelle pellicole delle vecchie diapositive.

Davide “Birillo” Valecchi

THE AMERICAN ALPINE CLUB JOURNAL
Asia, Pakistan, Hindu Kush, “Cima Asso,” First Ascent
Climbs And Expeditions
Climb Year: 1999
Publication Year: 2000

“Cima Asso,” First Ascent. For the third year in a row, the Club Alpino Italiano—Asso supported an expedition to Pakistan. The leader was Angelo Rusconi. The aim of the expedition was to reach an unknown valley in the mountain chain of the Hindu Kush. The people selected to the team were Luciano Giampi, Simone Rossetti, Cristian Cattivelli and Davide Valsecchi. We started on July 28 from Gilgit driving two 4 × 4 cars to Gakuch along the Gilgit River, then passing through Iskoman towards Gugulti with the Iskoman River on the right-hand side. After choosing the porters, we started our journey on the morning of the 29th. We passed through the Handis Valley, following the Iskoman River to where it joins the Mathan Ther River. Always keeping the Mathan Ther River on the right-hand side, we walked through the valley, noticing impressive granite walls more than 1000 meters high, all easily reachable. Crossing a bridge, we arrived at Mathan Ther village, located on a green plateau at the junction of two rivers, one from the Suncighi Valley, the other from a western region called Bhari. From the locals, we learned we were the first foreigners to have reached their village. On July 30, we walked through the west valley to Bhari, a medium-sized village in a field close to a big green lake overlooked by two big mountains. We placed our Base Camp near the lake, at 3850 meters. Our BC was in a good position to observe the numerous peaks around us. At the lowest level of these mountains we could see widespread gravel fields beneath vertical granite walls. Many of these mountain had crests and edges covered by ice and snow. Among these was the 5100-meter peak straight above the right-hand side of the lake. We named it “Cima Asso,” the name of our home town in Italy. All the members of the expedition made it to the top on August 5. The locals showed us Kampur and Gharmush peaks, the only known peaks over 6000meters. All the members who took part in the expedition agree that the valley is ideal for expeditions and trekking. It is possible to easily reach a comfortable base camp surrounded by granite stone walls and untouched peaks.

Club Alpino Italiano—Asso

Trail

Trail

Milarepa aveva cercato ovunque l’illuminazione, ma non aveva trovato nessuna risposta. Un giorno vide un vecchio che scendeva lentamente da un sentiero di montagna con un pesante sacco sulle spalle. All’istante, Milarepa seppe che quel vecchio conosceva il segreto che cercava disperatamente da tanti anni: “Vecchio, ti prego, dimmi: che cos’è l’illuminazione?”. Il vecchio sorrise, si tolse il pesante fardello dalle spalle e rimase immobile. “Adesso capisco!”, esclamò Milarepa. “Hai la mia eterna: gratitudine. Ma ancora un’altra domanda: e dopo l’illuminazione?”. Sempre sorridendo, il vecchio raccolse il sacco, se lo mise sulle spalle, lo bilanciò e continuò per la sua strada.

Tronc Feuillu

Tronc Feuillu

«Sette anni in Tibet» è un film del 1997 diretto da Jean-Jacques Annaud, ispirato ad un libro autobiografico scritto da Heinrich Harrer e pubblicato nel 1953. Il film dura circa due ore e tre quarti, ma più o meno dopo un’ora e venti c’è quello che mi è sempre parso il passaggio principale di tutta la faccenda. In quella sequenza Brad Pit, nei panni di Harrer, fornisce una dimostrazione pratica di come si scende in corda doppia e mostra, giggioneggiando compiaciuto con la compagna tibetana del suo amico, i ritagli di giornale in cui compare per la sua salita alla Nord Dell’Eiger e per la medaglia olimpica. La ragazza, contrariamente alle aspettative, guarda Brad Pit più come un’idiota da aiutare anzichè come un incontrastato sex-symbol hollywoodiano. Il nostro beneamato Tyler Durden in versione alpinistica riceve quindi un romboante “due di picche” accompagnato da una “fatality” senza scampo: “Questa è un’altra grande differenza tra la nostra civiltà e la tua. Ammiri l’uomo che si fa strada verso l’alto in ogni ambito della vita. Mentre noi ammiriamo l’uomo che abbandona il suo ego. Un tibetano non penserebbe di mettersi in mostra in questo modo”.

Non so se questo passaggio compaia nel libro di Harrer, per cui provo una trasversale antipatia, o se rispecchi davvero il pensiero tibetano. Non credo neppure che i tibetani abbiano una superiorità culturale o spirituale, sebbene il loro mondo, fatto in passato di grandi privazioni e ristrettezze, sia stato certamente un indiscutibile grande maestro. Detto questo, quel passaggio del film, quella frase, ha vibrato nella mia mente fin da quando l’ho sentita la prima volta ed è andato in risonanza con le parole di Funakoshi tramandate attraverso Matsumura: “La vanità è solo ostacolo alla vita. La materia è vuota”. Una vibrazione che ha il suo apice in quell’enigmatico passaggio di Bernard Amy pubblicato poi da Gianni Mandelli sull’Isola Senza Nome: «Scarpe? Roccia? Finché si ha bisogno di scarpe e di roccia per salire, non si conosce nulla di quest’arte. Il vero arrampicatore non ha bisogno di artifici, nemmeno di roccia.»

Dall’alto delle montagne questo “vuoto” si fa ancora più evidente: chissà, forse finalmente inzio ad intravvedere davvero il senso delle cose. Sarebbe anche ora, forse…

Davide Birillo Valsecchi

A spasso con la Nana

A spasso con la Nana

«Oggi sono un uomo più saggio di quanto fossi ieri. Sono un essere umano, ed un essere umano è una creatura vulnerabile, che non può assolutamente essere perfetta. Dopo la morte, ritorna agli elementi, alla terra, all’acqua, al fuoco, al vento, all’aria. La materia è vuota. Tutto è vanità. Noi siamo come fili d’erba o alberi della foresta, creature dell’universo, dello spirito dell’universo, e lo spirito dell’universo non ha né vita né morte. La vanità è solo ostacolo alla vita»
Sōkon “Bushi” Matsumura

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