Bonatti e lo Spit

I Tassi del Moregallo hanno da qualche anno un canale WhatsUp, il “Badger Segnale”, in cui ci si scambiano fotografie, informazioni o semplicemente si organizzano uscite, incontri o bevute.  Giorni fa giravano alcune immagini scattate sul Monte Bianco miste a fotografie di “CingniMannari” e gente varia sparaparanzata sulle spiagge del lago. In qualche modo quel “canale”, a cui se ne aggiungono altri due o tre specifici per le diverse attività del gruppo, ha sopperito all’esigenza di condivisione interna che in passato era soddisfatta dal qui presente Blog. Tuttavia alle volte, da queste nostre chiacchiere sconquassate e sconnesse, emerge qualcosa che è interessante estendere ad una condivisione esterna. Ieri, da un museo di Londra, sono apparse alcune pagine di un libro di Walter Bonatti, pagine che mi hanno particolarmente colpito non tanto per il contenuto quanto perchè fossero le nuove generazioni a riflettere su quelle parole. Eccovi quindi il passaggio in questione: 

Con gli Spit non c’è dubbio che avrei potuto salire dritto per lisce placche compatte, senza problemi nè rischi particolari. Ero invece condizionato, ed era giusto che lo fossi, dalle regole del mio gioco che in questo caso si presentava particolarmente chiuso e spietato. Dovevo dunque ripiegare fino alla base dei tratti insuperabilei che mi avevano bloccato, e lì cercare una soluzione alternativa. Come feci per l’estrema manovra improvvisata dei pendoli nel vuoto divenuti poi famosi, stando con le sole mani aggrappato a una corda precariamente incastrata fra alcune scaglie sporgenti sullo strapiombo, e senza sapere quel che avrei trovato poco sopra.

E a proposito di super mezzi di scalata che già ai miei tempi alcuni arrampicatori utilizzavano per affrontare pareti da loro definite impossibili, vorrei dire alcune cose che da sempre sono in me ben chiare e radicate. Mi riporto dunque a quegli anni Cinquanta quando apparve sulla scena della montagna il chiodo a espanzione o spit e si cominciò a farne uso sempre più frequente. E’ precisamente in quegli anni, a mio avviso, che iniziò il grande scadimento tecnico dell’alpinismo

Fare uso di quel tipo di chiodo, il cui impiego richiede la preliminare perforazione della roccia – il che è molto indicativo! – vuol dire avvalersi di uno strumento tecnico che, a differenza del chiodo normale, annulla l’impossibile. Quindi annulla l’avventura. Vuol dire passare con certezza ovunque, anche dove non si sarebbe capaci. Vuol dire barare al gioco che spontaneamente ci si è scelti. Così facendo non si vincerà più l’impossibile ma lo si eliminerà. Si distruggeranno le motivazioni ad affrontarlo e con esso a misurarsi. Non serviranno più l’introspezione, nè la capacità di giudizio.

L’uso dello Spit in effetti devasta l’impegno e l’emotività di un’impresa alpinistica (e sia chiaro, per non creare equivoci, che sto parlando di alpinismo tradizionale e non di altre attività oggi tanto in voga). Con il chiodo a espansione dunque l’ignoto svanisce, l’avventura svanisce, l’intelligente ricerca di una via logica viene scavalcata, si perde il senso critico delle difficoltà.

Infine non valide diventano i termini di paragone e di riferimento. Ne risulta una arrampicata degenerata e sterile, poco più che un gesto atletico. Come tale è magari notevole e senz’atro conveninente quale facile mezzo per arrivare al successo. Un successo però – sempre giudicato nell’ottica della tradizione – ottenuto mediante la mistificazione, quindi con l’inganno di se stessi e della buona fede di chi ci segue, ci valuta e non sa.

Penso che ognuno debba affrontare la montagna, in special modo quella estrema, obbedendo ad un naturale impulso, e giungrvi animato da precise e personali motivazioni. Per me le motivazioni sono state fin qui dall’inizio di natura prevalentemente conoscitiva, introspettiva, finalizzare dunque all’effermazione di me stesso e su me stesso. Ma perchè quest’affermazione potesse avveninire e valere al mio fine, dovetti assumere precisi riferimenti in cui riconoscermi e con cui misurarmi. Per questo non scelsi a modello l’invenzione tecnico-avveniristica dei super mezzi per poter vincere a tutti i costi l'”impossibile”. Ma optai per quella concezione classica dell’alpinismo, maturata negli anni Trenta, adottandone anche i tradizionali e assai limitati mezzi tecnici. Scelsi dunque qui limitati mezzi tecnici proprio perchè da me così voluti. E’ perciò all’anima, invariata nel tempo, dell’alpinismo classico degli anni Trenta con cui mi sono sempre ispirato.

Walter Bonatti – Montagne di una vita

Prendere atto che le vie degli anni Trenta (ma anche Quaranta, Cinquanta o Sessanta) da cui traeva ispirazione Bonatti, anche qui sulle montagne del Lario, siano state oggi “riconvertite” in chiave turistica e sportiva fa riflettere. Riflettere su ciò che, forse con una certa avventatezza, è stato cancellato e precluso tanto alle nuove generazioni quanto a tutti noi.  Io francamente mi sento un privilegiato, prima in Pakistan e poi ai Corni e sull’Isola Senza Nome, ho avuto le mie epopee alpinisitiche: grandi o piccole che siano state, nelle loro autencità, mi hanno insegnato molto ed ogni legnata presa, con il senno di poi, appare oggi come una piccola benedizione. Il mio ormai, forse, l’ho fatto, e non ho di che lamentarmi. Ma il futuro? Il convegno dei TTT, ma anche le semplici riflessioni che emergono tra i Badger, mi fanno ben sperare nel futuro, sperare nell’implicita capacità dell’individuo di spingersi oltre quell’impossibile preconfezionato e stereotipato che viene commercializzato e asservito al consumo della massa. 

Arrampicare era e resta un gesto ribelle, ma forse  è proprio questo il problema:  ogni atto rivoluzionario deve essere sedato, messo in sicurezza e commercializzato. Questa è la regola, la prima che deve essere infranta.

Davide “Birillo” Valsecchi 

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