Due Camosci ai Pizzetti

Era da parecchio che non tornavo da quelle parti e sono rimasto molto colpito dalle quantità di piante abbattute dal vento, probabilmente nella funesta tempestata che colpì il nord Italia lo scorso anno. Tra le possibilità per alzarsi da Lecco sulle pendici del Coltignone, il Sentiero dei Pizzetti è quella che preferisco e per questo ero molto dispiaciuto nel vedere come la natura, alle volte, sappia essere anche crudele con se stessa. Il tracciato è dedicato a Piero Pensa e confesso che sulle prime questo nome mi aveva spaesato: la mia fantasia era intrigata dall’idea che, in quella parte del Coltignone, vi fosse una via dell’Ingegner Pietro Pensa, a me noto per l’ardita via “battaglione Morbegno” al Pizzo d’Eghen. In realtà la dedica è per Piero Pensa, nativo di Parlasco, classe 1946, volontario della parrocchia di San Francesco e fondatore del Gruppo Sportivo Sci-Montagna Aurora, di cui per anni è stato presidente. La vicinanza della Chiesa di San Francesco ai Pizzetti spiega l’attaccamento della comunità a questo tracciato ed ai due grandi torioni. Sul primo torione è possibile salire sulla sommità per un comodo sentiero, sul secondo invece, sebbene vi sia una madonnina sulla cima, è necessario arrampicare. Il secondo torione mi ha sempre incuriosito perchè, anche solo dalla selletta, è sconsigliabile tentare la salita se una corda ed un compagno. Francamente non conosco (nè ho trovato informazioni) sull’etimologia dei pizzetti o sulla presenza di vie d’arrampicata (ma di certo qualcosa c’è su entrambi i torrioni).

Domenica mattina il tempo non era affatto buono ed il mio proposito di puntare con Nicola ai Resinelli passando dai Pizzetti e dal GER sembrava minacciato dall’acqua. Anzi, una fitta pioviggine sembrava incalzare mentre dalla Grignetta nubi scure si abbassavano sul Forcellino. Ormai però eravamo “in giro” ed abbiamo deciso di risalire almeno fino al Rifugio Piazza. Io sono il figlio di un cacciatore e sono stato educato ad andare in montagna rispettando la magia del silenzio. Questo, molto spesso, mi permette di fare “incontri ravvicinati” piuttosto interessanti. Per via della pioggia il bosco era deserto, ma è stata con una certa sorpresa che ci siamo trovati davanti, a pochi metri del tracciato, due camosci intenti a risalire una “ravanata” di terzo/quarto grado su roccia e fango. I due animali erano sorpresi quanto noi, tanto da bloccarsi nella loro scalata indecisi sul da farsi. Tuttavia quello che realmente mi stupiva era quanto fossero a bassa quota e vicini al centro abitato di Lecco (erano sotto il primo belvedere!). Ho condiviso con Niky qualche trucco su come muoversi quando, in due, si incontra il selvatico. Trucchi che a mia volta mi erano stati insegnati da mio padre: “Loro individuano e si focalizzano sul primo che vedono, se questo resta immobile anche loro faranno altrettanto fissandolo, in attesa, pronti a reagire alla sua mossa. Se non ti muovi per un po’ non lo fanno neanche loro. Il secondo, sfruttando la copertura del primo, può quindi spostarsi lentamente e prendere posizione senza che loro scappino”. Click, Click! Ci siamo osservati per un po’, almeno fino a quando uno dei due si è piegato sulle gambe “caricando” un salto da fermo con cui ha rimontato di slancio un passaggio aggettante probabilmente di quarto grado. Impressionante l’eleganza e l’equilibrio con cui affrontavano quella parete coperta di muschio e terra.

Lasciate le due “rupicapre” alle spalle abbiamo continuato a salire. Niky se la cava bene e, nonostante il sentiero sia a tratti decisamente esposto verso il basso, non mi preoccupo molto dei suoi movimenti sulla roccia. Più avanti incontriamo la “panchina”. Lungo il sentiero, in un punto molto panoramico sul bacino di Parè, c’è una panchina in legno con una targa in metallo. Incuriosito chiedo a Niky di fare una foto per ricordarmi poi il nome a cui è dedicata. Niky mi guarda dubbioso “Ma con questo tempo e questa angolazione non verrà una bella foto!”. “Bhe, forse non sarà bella, ma probabilmente farà comunque piacere a quelli che hanno messo la targa…”. Così, grazie alla foto, tornato a casa ho potuto investigare meglio su tutta la faccenda. La “panchina” è infatti dedicata a Lorenzo Mazzoleni, lecchese classe 1966. Spulciando tra gli archivi on-line, sopratutto quotidini e ritagli di giornale, è emersa la sua storia: a 18 anni diventa un membro dei Ragni della Grignetta di Lecco, a 22 il primo ottomila, il Cho Oyu, a 26 è sull’Everest, a 27 sull’Aconcagua, a 28 sul McKinley. A 29, in occasione del 50° dei Ragni di Lecco, è in cima al K2 ma perde la vita nella discesa e da allora le sue spoglie riposano sulle pendici della montagna. La storia di questo ragazzo, così giovane e così talentuoso mi colpisce. Per questo, un po’ a malavoglia, vado sul sito dei Ragni in cerca di maggiori informazioni. “OlioDiPalma™” deve essere stato troppo occupato a trapanare marchette ai Corni anzichè completare le schede dei membri dello storico sodalizio: l’archivio è terribilmente incompleto, per Mazzoleni c’è solo una pagina vuota con l’anno di nascita e di morte (1966 – 1996). Nonostante il disappunto mi accorgo che nell’elenco c’è anche una bella foto di Paolo ”Cipo” Crippa, anche lui Ragno di Lecco (anche lui con una scarna scheda vuota 1965 – 1990). Tanto basta però per rendersi conto che Paolo e Lorenzo erano praticamente coscritti e che indubbiamente – entrambi giovanissimi Ragni – si conoscevano (e chissà quali storie e quali ricordi stanno andando perduti!). Io nel 1990 avevo 14 anni e per la prima volta in vita mia ero andato in una discoteca (La pizzeria Eden alla stazione di Asso) per vedere con i compagni di scuola una partita di Italia90. Nel 1996 ne avevo 19 e cercavo di sopravvivere a Milano armato di un TuttoCittà e biglietti ATM. Questi due invece, Paolo e Lorenzo, avevano già compiuto l’incredibile: forti di un’esperienza anagraficamente limitata ma probabilmente di un enorme talento. Ve lo immaginate un ventenne di oggi mentre attraversa il Nepal – come era 20 anni fa!! – per tentare un 8000!? Sorprendente ed affascinante: non guarderò più quella panchina con la stessa superficialità.

Davide “Birillo” Valsecchi

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