L’alpinismo non è in casa

Bruna stava mettendo a dormire la piccola Andrea: quello che fino a poco tempo fa era il mio studio, dove custodivo tutto il mio equipaggiamento, è ora la sua cameretta. Zaini, corde e cianfrusaglie varie sono ammassate in rigidi contenitori di plastica in un’altra stanza più piccola. Così, oltre a non trovare mai quello che mi serve, i gatti si rifanno le unghie su tutto ciò che riescono ad artigliare e riempiono di pelo tutto il resto. “L’attrezzo fa l’artista” e probabilmente l’attuale trascuratezza del mio equipaggiamento determina la mie già scarse potenzialità alpinistiche. Tuttavia la grande libreria è rimasta nella stanza originale ed in essa una vastità di libri e di riviste alpinistiche raccolte con Ivan Guerini per la “Biblioteca Canova”. Il guaio è che quando la nana dorme tutta quella mole di volumi diviene per me praticamente inaccessibile. Così, allestendo una specie di sotto-libreria temporanea, sposto a rotazione una ventina di volumi su una scaffalatura più piccola in bagno dove, contrariamente alla celebre canzone di Guccini, riesco ancora ad avere un mio momento. Il mio obiettivo è cercare un vecchio articolo di Messner sulle montagne africane (che Ivan mi chiede di trovare ormai da anni) o qualche interessante articolo da convertire in digitale.

Così, nella mia ricerca, mi sono imbattuto in un racconto decisamente interessante: uno spaccatto storico e culturale sull’arrampicata che spazia dagli anni ‘70 agli anni ‘90. Il racconto era pubblicato nell’Agosto del 1993 sul numero 100 dei ALP, una rivista specializzata attiva dal 1985 e per tutti gli anni 90. Il titolo era già tutto un programma ed il suo autore – ho scoperto poi – è un noto scrittore alpinista dell’epoca (di poco più giovane di mio padre e professore universitario).

L’alpinismo non è morto, è uscito un attimo
di Rudi Vittori (1993)

Il giorno che tolsi le Super Gratton dallo zaino e me le infilai ai piedi, i presenti non capivano precisamente quello che stavo facendo. ll sole scaldava con i suoi tiepidi raggi autunnali le rocce che dall’alto guardano le acque limacciose del lago di Doberdò e, più in la le acque azzurre del mare adriatico del golfo di Trieste. Me le aveva vendute Roberto Zannini, un compagno di naja, e diceva che erano appartenute a un suo amico, Heinz Mariacher che e aveva comperate in Francia. Eravamo nel 1979 e Mariacher allora NON era nessuno, e anche se avessi detto ai presenti che le scarpe erano state sue, cosa che mai ho potuto verificare, non avrei certo migliorato il loro giudizio sull’acquisto che avevo fatto. Facendo finta di nulla infilai quella specie di morse ai piedi e iniziai a salire una di quelle paretine che meglio conoscevo e la cui scalata mi era più congeniale.

Certo a vedermi salire come una papera, incerto sugli appoggi e in equilibrio assolutamente precario, non devo aver fatto fare una gran bella impressione alla scarpetta che, di lì a poco, sarebbe divenuta la capostipite di una generazione di calzature, attrezzo indispensabile e irrinunciabile di arrampicatori e alpinisti degli anni a venire. La gomma non era un gran che, la scarpetta era piuttosto rigida, ma era soprattutto il mio modo di salire, abituato a sfruttare gli appoggi in punta e alle mie Colorado color rosso fuoco, già allora mezzo numero più strette, che non mi permetteva di sfruttare le potenzialità di quell’attrezzo. I ricordi sfumano, ma credo che le scarpette siano tornate nel sacco per quella domenica pomeriggio, e non siano riapparse che alcuni mesi dopo, quando nelle domeniche invernali ebbi modo di provarle e riprovarle, nella tranquillità assoluta senza gente attorno. Le mie seconde scarpette furono un prototipo personale ricavato da una scarpa alta da pallacanestro con incollata sotto una suola di Airlite. La gomma magica mi era stata suggerita non so da chi, ma sembrava che fosse stata scoperta in Val di Mello, un posto abitato da strani tipi, forse drogati, sicuramente drogati, che salivano su placche di granito impensabili grazie proprio alla magica mescola.

Io e il mio amico Mario bigiammo un giorno intero le lezioni universitarie per cercare quella magica Airlite da tutti i fornitori dei calzolai di Trieste, prima di scoprire che si trattava di una comunissima gomma usata per le suole degli zoccoli da spiaggia. La gomma cocida venne dopo, tanto tempo dopo.I ricordi di quegli anni passano sfumando sulla parete della cantina, dove talvolta mi rintano a rivedere le diapositive, scattate a migliaia, nel corso del lungo viaggio che per vent’anni mi ha portato in lungo e in largo a scoprire le rughe più nascoste delle montagne alpine.

Un viaggio iniziato per gioco, tra i banchi di un liceo occupato, dove tra discorsi di libertà e di rinnovamento, tra l’invenzione di uno slogan e l’altro da cantare durante i cortei, spuntavano le copie degli schizzi delle vie, copiate al giovedì dalle guide consunte della biblioteca del Cai, e si decideva dove andare ad arrampicare la domenica successiva.

Un viaggio continuato durante tutti gli anni di Università quando, invece che seguire le lezioni di chimica o di fisiologia, percorrevamo i sentieri sassosi che portano all’attacco delle vie dolomitiche e rientravamo in città al momento giusto per riuscire a cenare alla mensa, dove conquistavamo le ragazzine con il fascino degli… occhi che hanno guardato l’infinito.

Una di quelle ragazzine me la sono portata anche ad arrampicare, e tra le quinte discrete della palestra di Rocca Pendice è sbocciato quel fiore che molti poeti han chiamato amore, e che a otto anni di distanza, ha generato due marmocchi che arrampicano come dei draghi sulle scale di casa nostra.

Ero ancora sui libri delle medie quando i primi brividi rivoluzionari del sessantotto percorrevano la schiena degli studenti di mezza Europa, ed ero matricola universitaria quando Lorusso cadeva in piazza a Bologna e il movimento sfociava nella lotta armata. Gian Piero Motti in quegli anni aveva pubblicato sulla Rivista del Cai ”1 Falliti”, e a tutti noi piaceva riconoscersi un po’ nel modello di alpinista rivoluzionario che sale le montagne per se stesso e per dare un senso ad un’esistenza altrimenti inutile.

Eravamo affascinati e nello stesso tempo sconvolti dalle affermazioni di Reinhold Messner e dalla puntuale messa in pratica delle sue teorie. Colti da raptus di emulazione mangiavamo spinaci anche a colazione, digiunavamo al venerdì e non cuccavamo mai a causa dell’alito che puzzava costantemente di aglio. Appena cinque anni dopo Reinhold ebbe la felice idea di farsi sponsorizzare dalla Also Enervit e allora, cambiata la dieta, riuscii anch’io a conquistare il cuore e tutto il resto, di qualche ragazzina che si chiedeva se per caso avessi cambiato dentifricio.

Verso la fine degli anni settanta, i venti oceanici portavano nelle nostre palestre le idee di quella popolazione un po’ pellerossa e un po’ hippy che si grattava le nocche sul ruvido granito della Yosemite Valley, e noi eravamo in bilico tra un recente passato culturalmente tradizionalista e le nuove idee che affascinavano non poco il nostro spirito rivoluzionario. Erano anni di grandi discussioni, sull’uso dei chiodi, sul clean climbing e, poi, ma solo più tardi, sul free climbing. Era il 1980 quando iniziai ad usare i nut, ma tenevo sempre i chiodi pronti nello zaino, avevo il sacchetto della magnesite, ma ci tenevo dentro i succhi di frutta e la cioccolata. Arrampicavo quasi sempre con Enrico Ursella.

Lo avevo conosciuto nel’76 quando aveva partecipato a un corso di roccia sezionale, ma a metà del primo giorno di lezione saliva già meglio di tutti. Io e Mario Tavagnutti, due veterani del corso del ‘74, ce lo facemmo subito amico. Non credo di aver mai litigato tanto con qualcuno come con Enrico. Se andava da primo non lo assicuravo abbastanza o gli tiravo troppo la corda, se da primo andavo io correvo troppo o andavo troppo piano a seconda di come lui svolgeva la corda. Assieme salimmo un sacco di vie, ma soprattutto prendemmo un sacco di pioggia, perché noi amavamo ancora la “lotta coll’Alpe, nobile come… eccetera eccetera” e partivamo con ogni tempo. Ma perché sto parlando di Enrico?

Un po’ perché non c’è più e a volte le litigate con lui mi mancano, ma soprattutto perché lui è stato per me il simbolo dell’arrampicata moderna. Non c’è stata tappa evolutiva in questo periodo che va dalla fine degli anni settanta al 1988 quando se n’è andato, che lui non l’abbia perseguita e non me l’abbia fatta notare.

A parte l’episodio isolato delle scarpette, che per primo importai nello zoo arrampicatorio goriziano, io sono sempre stato l’ultimo a venire a conoscenza e a utilizzare i ritrovati dell’industria che a mano a mano si creava attorno al grande circo verticale degli anni ottanta. Il primo friend l’ho usato nel 1982 sulla Ovest della Noire di Peutrey, e se Mountain Wilderness vedesse come ho ridotto la fessura per recuperarlo penso che mi brucerebbe la macchina. Al corso per Istruttore Nazionale mi è stato chiesto se con le mie piccozze ci zappavo l’orto, e penso sia stata la mia risposta un po’ affrettata a farmi ripetere la parte ghiaccio l’anno successivo. Ma d’altra parte ho sempre sostenuto e sempre sosterrò che il ghiaccio va bene solo nel whisky, e neanche troppo. Enrico invece era sempre primo in tutto. Per primo con la fascetta in testa, per primo con i pantaloni lunghi in tela, modello marinaio, per primo con l’imbrago basso. Quando finalmente anch’io optai per i pantaloni lunghi e larghi in cotone bianco, e la maglietta Pensa in Rosa, lui iniziò a mettersi i fuseaux.

Quando avevamo iniziato ad arrampicare tiravamo tutti i chiodi che incontravamo sul percorso, un po’ per provarli, ma anche perché non ci ponevamo assolutamente problemi etici. Poi ci fu la crisi mistica. Capimmo l’importanza dell’arrampicata pulita, naturale.

Ma mentre io comunque non mi facevo tanti scrupoli, e non ci pensavo due volte a tirarmi sui chiodi se ne sentivo il bisogno, lui era una specie di integralista islamico, non accettava deroghe. E giù a litigare sul terrazzino, sul perché avevo usato quel chiodo, che se passavo più a sinistra, come mi aveva detto lui, uscivo pulito. Per lui il passaggio alla falesia fu un passo molto breve.

Enrico, come molti altri sentì il richiamo dell’arrampicata libera. Iniziammo a visitare le falesie di mezza Italia, ma mentre io facevo volentieri dei resting sulle placche di 6c (sembrava tanto allora) a Finale Ligure, lui scopriva il Verdon e diventava sempre più estremista.

Iniziò a scoprire falesie nuove dalle nostre parti e cominciò a piantare i primi spit. Su questo non mi trovò mai d’accordo, ancora oggi sono triste quando vedo tante placchette luccicare su qualche bella parete, per me lo spit è sempre stato un ritorno all’artificiale, un mezzo senza il quale è impossibile progredire. Enrico invece era sempre più affascinato dalle salite in arrampicata libera, e nel suo entusiasmo coinvolgeva sempre più giovani che in quegli anni ‘84-’85 iniziarono a frequentare le palestre di Sistiana e della Costiera triestina.

Comunque si andava sempre in montagna, e si continuava a litigare. E venne il giorno che salendo verso l’attacco di una via sulla parete est del Monte Cavallo, una montagna che nei miei ricordi occupa un posto di particolare importanza, Enrico iniziò a parlarmi di una gara, di una gara che si sarebbe svolta l’anno successivo, una gara a cui forse avrebbe partecipato.

Avevamo iniziato molti anni prima ad arrampicare in scarponi, con gli zaini pesanti, ora eravamo in fuseaux, scarpette appese all’imbrago che salivamo quasi di corsa verso una parete dalla quale ero stato respinto soltanto una settimana prima da un passaggio di quinto grado.

Era stata la prima volta che sperimentavo sulla mia pelle la svalutazione del grado, così in voga tanto allora quanto di più adesso. Ero volato per dieci metri su un passaggio che era stato valutato di quinto, forse non ero molto in forma quella domenica, ma ancora oggi ho un ricordo allucinante di quel passaggio e non ho la più pallida idea di che difficoltà fosse realmente. Mi ricordo soltanto che giunsi in men che non si dica nuovamente alla sosta, proprio di faccia al Mario che con i due capi del mezzo barcaiolo in mano mi apostrofò con un simpatico “Sei già qui?”.

La domenica successiva non solo ripetemmo la via senza voli, ma aprimmo anche una variante che è ancoroggi valutata di settimo grado. La falesia era servita, Enrico in quel momento era su di un altro pianeta. L’anno seguente, nel 1985, partecipò alle prime gare a Bardonecchia. Voleva che ci andassi anch’io. A guardare naturalmente.

Era entusiasta, entusiasta dell’ambiente, del folklore, della gara. Io non riuscivo a capire, per me era assurdo, piazzarsi su di un muro liscio e vedere chi riesce a salirlo, in mezzo a una folla scalmanata che fa il tifo. No ragazzi non fa per me, avevo capito in quel momento che io e Enrico non avremmo più arrampicato assieme.

In quell’anno capii che l’arrampicata, che qualcuno ciecamente continuava a i chiamare libera, era diventata sportiva. E con l’alpinismo non c‘erano più legami.

Trovai compagni di cordata fuori dal mio ambiente, e in particolare nel 1986 feci una caterva di vie in Dolomiti con Riccardo Crepaldi, un vigile urbano di Adria che era sempre disponibile.

Ormai in falesia non ci andavo più, le poche volte che mi capitava di salire a Rocca Pendice per allenarmi, cercavo di evitare gli arrampicatori sportivi, per me era inconcepibile rimanere ore e ore a ripetere lo stesso passaggio, volare e ritentare, tornare a volare e tornare a ritentare.

In particolare fui colpito da un ragazzino, che adesso sembra sia diventato famo so, che vidi un giorno salire una via a Lumignano. Nelle tre o quattro ore che io rimasi lì lui era salito e sceso sempre sullo stesso passaggio a non più di un metro da terra. Tre mesi dope ritornai in quella palestra e lui era sempre su quella via, due metri più in su. Andammo assieme a bere una birra, lui prese del succo d’arancia per “… non accumulare Tossine”.

Oggi non arrampico quasi più, a parte qualche salto nella “mia” palestra di Doberdò, ma vado ancora molto in montagna, mi dedico alle vie normali assieme a mia figlia, ogni tanto faccio arrampicare anche lei. Ho chiuso salendo la Messner al Pilastro di Mezzo al Sass Dla Crusc, una via mitica negli anni in cui ho iniziato ad arrampicare. Il passaggio chiave non è mai stato ripetuto, e la via è completamente in libera e anche parecchio schiodata. È una via rischiosa, soprattutto nello zoccolo della parte inferiore.

Enrico non c’è più, Mario lavora e lo vedo poco, Riccardo continua a fare il vigile urbano a Adria, si è sposato pure lui e sono andato a nozze, due mesi fa si è rotto un piede perché gli è caduta sopra una statua di legno che stava scolpendo. Cesen nel frattempo ha salito la Sud del Lhotse e qualcuno ha detto che l’alpinismo è morto. L’alpinismo non è morto, è uscito un attimo, ma torna presto.

Rudi Vittori

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