L’Isola dei Bambini Due

Chuck Yeager è stato il primo uomo a raggiungere la velocità del suono, nell’ottobre del 1947. La sua storia è parte del film “The Right Stuff” del 1983. In quella pellicola Yeager, che non era entrato a far parte dei sette piloti del Progetto Mercury (le prime missioni spaziali americane con equipaggio), quasi per rappresaglia sale a bordo di un Lockheed NF-104A, un aereo supersonico, decolla e punta dritto verso il cielo, tentando di superare ogni record di altitudine. Il suo aeroplano è una scheggia argentea impennata verso l’alto, il suo motore, un missile con le ali, ruggisce mentre in verticale punta verso i 36.000 metri di altitudine. In una scena di una bellezza incredibile, Yeager riesce ad intravvedere le stelle oltre il cielo, riesce per un istante a sfiorare lo spazio. Prima di lui solo Yuri Gagarin, ma a bordo del gigantesco vettore spaziale Vostok1, si era spinto oltre. Per un commovente istante vede lo spazio, quasi lo sfiora, poi il suo aereo perde completamente la spinta, stalla, precipita verso il basso avvitandosi ormai senza controllo. Era così vicino al suo sogno, ora precipita verso il basso dai confini del cielo. Riesce finalmente a lanciarsi ed il suo corpo attraversa le nuvole in una caduta che sembra interminabile mentre la sua tuta ha preso fuoco. Nella pellicola una ballerina, in controluce con due ali di piume, balla sinuosamente, quasi ad introdurre la drammatica conclusione del film. Ma l’immagine stacca all’improvviso, mostrando Yeager in piedi, nel deserto, che nonostante le ustioni raccoglie il proprio paracadute a poca distanza dai rottami del suo aereo in fiamme.

Vidi questo film molti anni fa, per caso, un pomeriggio da adolescente, e ne rimasi enormemente colpito. Tutta la storia è incredibile, ma la scena dello spazio e dello stallo è per me indimenticabile e terribilmente simbolica. Bellissima.

Lo scorso anno, lo scorso settembre, tutta la mia famiglia era seriamente preoccupata per me. Una situazione tanto grave che fu mio padre, caso eccezionale, ad affrontarmi e dirmi: ”E’ ora che vai a farti vedere da un dottore”. Io avevo il fiato corto anche solo a salire una rampa di scala e mi sentivo debole come mai lo ero stato prima. Se non si fosse impegnata Bruna, obbligandomi ed accompagnandomi, non avrei avuto la capacità di reagire e sottopormi a tutte le analisi. Anche i dottori, sulle prime, erano tutt’altro che sereni e tutti i test, fatti d’urgenza, miravano a scoprire se il problema fosse un “male brutto”. Mia madre, dieci anni prima, era morta di cancro al Pancreas ed ora sembrava fosse il mio fegato a non voler più funzionare. Ero piuttosto depresso: avevano spittato i Corni e stavo per morire di malattia. Che brutto finale. Bruna, quando negli anni precedenti facevo qualcosa di pericoloso, mi rimbrottava sempre: “Vedi di non morire prima di avermi messo incinta! Poi fai pure quello che vuoi!”. Lo diceva per scaramanzia, ma di fatto avevamo una bambina sei mesi ed io ero a terra.

In realtà dalle analisi emerse che non avevo nulla, o perlomeno nulla di rotto. Il mio corpo aveva avuto una specie di black-out, i motori erano andati in stallo, tutti i sistemi avevano semplicemente smesso di funzionare correttamente. Non si sapeva il motivo. I miei valori erano tutti sballati, di due o tre volte la norma, ma nulla che non potesse essere aggiustato. Tuttavia, ve lo garantisco, il viaggio è stato tutt’altro che semplice. La prima vera difficoltà è ammettere un problema, accettare nuovi limiti. Serve pazienza, costanza ed indulgenza verso se stessi.

Mattia mi aveva portato ad arrampicare sulla Bramani-Fasana ai Piani di Bobbio. Terzo/Quarto grado da secondo. Tremavo, avevo le vertigini e la nausea, arrancavo pieno di paura. Fummo costretti a deviare sulla Ferrata per uscire dalla salita e ricordo me stesso, aggrappato alle catene, che mi trascino disperato verso l’alto. Ma la vera angoscia erano le scale del parcheggio che, ogni mattina, affrontavo per andare in ufficio. I dolori alle gambe, alle caviglie, erano uno sconforto senza fine ed orizzonte. Zoppicavo, zoppicavo sempre. Era desolante, non avevo nulla di rotto, ma non ero più in grado di fare nulla, nulla di ciò che mi rendeva ciò che ero stato fino ad allora. Corpo, forza, coraggio, volontà, non c’era più nulla …ero sconfitto. Sconfitto e spaventato. In un circolo vizioso mi trascinavo sempre più in basso.

La bergamasca si è però messa di impegno: mi ha tolto zucchero, birra e caffè, dandomi il tormento, con verdura, strani semini e quintali di pesce cucinato al forno. Si è presa cura di me, quel tanto che bastava per ridarmi la forza di fare altrettanto. Così la mattina, prima di andare in ufficio, ero nuovamente in grado di fare qualche imbarazzante esercizio per sciogliere i muscoli. “La mente è il motore, tutto il resto è un optional”. Ma è facile dirlo quando sei al volante di una “Birillo Full Optional del ’76” pienamente efficiente, molto meno quando sei in un biroccio scassato che non vuole saperne di funzionare. Un tempo, dopo il lavoro, andavo in cima al Moregallo prima di cena. Ora, con due bastoncini, stringevo i denti cercando di arrivare almeno a Sambrosera. Ma è proprio in quei momenti che ti rendi conto che realmente la mente è il vero motore, che tutto il resto puoi aggiustarlo a martellate.

Ed oggi, ad un anno di distanza, mi sento come Chuck Yeager che, un po’ ustionato, raccoglie il proprio paracadute stando in piedi nel deserto. Ciò che possedevo prima mi era stato in dato in dono, ciò che posseggo ora me lo sono conquistato e mi appartiene. I miei occhi sono di nuovo aperti, ora vedono lo spazio anche attraverso le nuvole.

Così guardo la nana mentre gioca sui prati della Forcellina, sdraiata su una colorata stoffa comprata in un viaggio in Africa anni fa. C’è un bel sole di settembre, i Corni brillano, potremmo salire più alto, anche se continua a crescere non la sento più cosi pesante, ma la piccola si stancherebbe stando troppo a lungo dentro il suo zainetto. Quindi ci siamo fermati qui. Tanto nel pomeriggio si va ad arrampicare con i neofiti del gruppo e domani si va a macinare passi da qualche parte con Niky, che mi fa da allenatore. L’inverno è alle porte ed è necessario allenarsi per tornare finalmente al Moregallo, al proprio posto con gli altri Tassi.

E Bruna? Bruna verrebbe volentieri a spasso con me e la nana, ma al momento ha decisamente un buon motivo per stare tranquilla ad aspettarci a casa.

Davide “Birillo” Valsecchi




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