Onda Immobile

«La Cassin non sbuca in vetta, ma esce sulla destra seguendo una cengetta, prima della quale ci si slega. Parto io, mi segue Diego, chiude il Beppe. Subito sento un rumore sordo, una botta attutita. Mi giro: siamo in due, il Beppe non c’é. Scendiamo a rompicollo. Dico a Diego di andare da Zaccheo per dare l’allarme mentre io perlustro il ghiaione al piede della Medale. Lo trovo quasi subito. Giuseppe Verderio, classe 1944, da allora riposa nel cimitero di Vimercate.» Dicono che l’alpinismo sia “la conquista dell’inutile”, io con il tempo avevo iniziato a credere fosse un modo garbato di dire “inutile conquista”. Per quasi un decennio ho ritenuto che l’arrampicata fosse qualcosa di futile e pretestuoso: “Perchè passare dove la roccia è verticale quando puoi andare in cima passando dai prati dell’altra parte?”. L’uomo aveva raggiunto la Luna, conquistato tutti gli ottomila: c’era stato un “compressore”, poi le bombole d’ossigeno, poi elicotteri ed i trapani a batteria. L’alpinismo e l’arrampicata erano morti e sepolti, trasformati in una caricatura buona giusto per le “reclam” degli orologi senza limiti o dell’acqua gasata in bottiglia di plastica. Non era qualcosa che meritasse più la mia attenzione. Poi mia madre morì ed ogni mia certezza vacillò di colpo: dopo due furiosi anni spesi in giro per il modo, mi ritrovai ancora inquieto e senza scopo sotto le grandi pareti dei Corni, davanti alla grande Onda del Corno Orientale. Tra i tre (a volte quattro) è quello più basso, quello la cui cima si raggiunge “in piano”, quello che nasconde la propria grandezza tra le ombre. Là, su quella roccia verticale, mi raccontavano ci fosse una via dedicata a mio nonno, che morì tra la braccia di mia madre adolescente, in un giorno d’inverno, mentre camminavano insieme tra la neve in montagna. Non arrampicavo più da oltre dieci anni, da quando ero tornato dal Pakistan: la mia era un’idea senza senso, ma avrei provato a riempire il vuoto e placare la rabbia salendo quelle pareti dimenticate da tutti. Fu così che scoprii la storia di Giuseppe e Giancarlo. “Le leggi che governano le formiche governano anche le stelle”. La gravità è una di queste leggi: una forza capace di muovere i pianeti, catturare la luce, distorcere il tempo. Nella buia solitudine del Corno Orientale la gravità si allea con la parte più buia del proprio spirito, quell’infinita tristezza che senza sosta cerca di trascinarci verso il basso. Lassù, tra quella roccia che sembra un mare agitato, la gravità ci spinge al limite, stravolge le percezioni, tanto dello spazio quanto del tempo. All’improvviso, sotto la Grande Onda, il mondo verticale appare orizzontale, guardare in alto significa semplicemente guardare in avanti. Sotto la Grande Onda ogni certezza si affievolisce fino a scomparire: “In fisica con il termine onda si indica una perturbazione che nasce da una sorgente e si propaga nel tempo e nello spazio, trasportando energia o quantità di moto senza comportare un associato spostamento della materia”. La sorgente di quell’onda immobile si trova dentro di noi? Lassù la gravità ti trascina da dietro verso il basso mentre davanti a te la Grande Onda sembra precipitarti addosso: quando finalmente raggiungi la vetta, dopo interminabili ed incerte ore appeso, hai il “mal di terra”, ti sdrai sul prato cercando di riallineare le tue percezioni ed il tuo equilibrio prima di ricominciare finalmente a camminare come un essere umano. Disteso finalmente ti abbandoni esausto alla gravità lasciando che ora sia l’intera grande parete a sostenerti, a darti equilibrio. Per un istante sei finalmente senza peso: la gravità e la grande onda ti hanno travolto, colpito e saggiato. Con la loro forza hanno trascinato verso il basso tutto ciò che non era più parte di te. Dolore, rimpianti e tristezza sono precipitati nel vuoto, per un istante sei nuovamente libero ed accanto a te, in quel mondo nuovo, ti sono di ancora vicine le persone che hai portato con te, oltre la gravità, oltre la grande Onda. «Scarpe? Roccia? Finché si ha bisogno di scarpe e di roccia per salire, non si conosce nulla di quest’arte. Il vero arrampicatore non ha bisogno di artifici, nemmeno di roccia». Se Giancarlo non avesse raccontato la sua storia, sua e di Giuseppe, forse oggi, come molti altri, sarei ingenuamente convinto che l’arrampicata abbia solo lo scopo di salire sulla roccia. Sotto la grande Onda si compiono grandi “viaggi”, tra questi la Verderio resterà probabilmente uno dei viaggi più leggendari, probabilmente irripetuto ed irripetibile, nella tradizione dell’Isola Senza Nome. Grazie.

«Ha ripreso a nevischiare. Foto ricordo. Siamo soli. La via dedicata alla memoria di Giuseppe Verderio adesso è davvero finita. E’ il nostro ultimo legame terrestre. Il nostro piccolo monumento.»

Davide “Birillo” Valsecchi

50° Via G.Verderio –  ARRAMPICARE AI CORNI: TUTTE LE PUNTATE

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