Ago di Sciora invernale

AGO DI SCIORA – 3201 m – Spigolo ovest-nord ovest, 1a ascensione invernale: Elio Scarabelli (Sez. di Como), Rino Zocchi (Sez. di Como), Daniele Chiappa (Sez. di Belledo), 7-8-9 marzo 1971. Ore di arrampicata effettiva: 28 ad una temperatura fra i -15° e i -28°. 

“D’inverno sullo sperone O-NO dell’Ago di Sciora” di Rino Zocchi – Rivista Mensile del Club Alpino Italiano. Anno 92, N°12 Dicembre 1971.

Sotto la nostra piccola tendina rossa e marrone, assicurati a quattro chiodi e col fornello acceso, cerchiamo di vincere le morse del freddo intenso che sopportiamo ormai da tre giorni. Ancora due o tre lunghezze di corda, borbottiamo fra noi, e poi ce l’abbiamo fatta e con grande emozione lanciamo due razzi verdi per segnalare a Dino, laggiù a Bondo, che tutto procede regolarmente; e la risposta convenuta ci dà fiducia, ci fa sentire meno soli.

È il secondo bivacco che effettuiamo sul filo di questo sperone ed è il terzo giorno che fatichiamo; non ci nascondiamo di essere provati, ma l’equipaggiamento valido ed omogeneo, la studiata attrezzatura, la perfetta intesa ed il tempo eccezionalmente bello, anche se caratterizzato da una temperatura rigidissima, sono elementi più che sufficienti per renderci sicuri ormai di riuscire.

Le luci di Soglio intanto, una cinquantina in tutto, brillano tremolanti nella valle buia e ci tengono compagnia assieme alla luna che illumina tutto lo splendido anfiteatro della Bondasca.

Quassù regnano una pace assoluta ed un silenzio esaltante, rotti di tanto in tanto da un fastidioso vento che giostra nel ballatoio su cui siamo appollaiati e che scuote con discrezione la parete gelata della nostra angusta dimora e la ferraglia appesa a qualche metro da noi.

Stretti uno vicino all’altro, impacciati nei movimenti da tanto siamo imbottiti, ci scambiamo i viveri preferiti tenendo a turno fra le ginocchia l’utilissimo fornello e fra le mani il pentolino colmo di neve.

La cengia è stretta, troppo piccola per noi tre che, stanchi, vorremmo sdraiarci, e oltretutto la sua inclinazione verso l’esterno ci obbliga ad assumere una posizione scomodissima: tutti con le gambe penzoloni e appoggiati con la schiena alla parete, leggermente strapiombante. Non riusciamo a chiudere occhio per tutta la notte, una delle tante notti lunghissime che caratterizzano l’inverno, e fra uno spintone, un’imprecazione, una parola d’incoraggiamento, giungono (puntuali come sempre) le immancabili fantasticherie dei nostri pensieri, che ben presto si accavallano, si moltiplicano, corrono con una rapidità eccezionale portandoci (non a caso) sulle cime delle altre famosissime montagne che ci circondano: Trubinasche, S. Anna, Badile, Céngalo, Gemelli, Sciore, Innominata.

Ripercorriamo ad una ad una tutte le vie tracciate su di esse e ricordiamo soprattutto quelle da noi percorse; poi inevitabilmente gli accenni cadono sull’attività invernale svolta in questo versante, caratterizzata quasi sempre da diversi tentativi, ed ai risultati conseguiti (tutti di prestigio) sia nei canaloni che su pareti o creste.

Passiamo in rassegna con precisione nomi e date, che per oltre quindici anni hanno richiamato l’attenzione del mondo alpinistico su questo selvaggio e meraviglioso angolo delle Retiche. Scopriamo così che l’alpinismo invernale in Bondasca ha inizio proprio con tre comaschi, che nel 1957 percorrono il Canalone del Céngalo, seguiti dopo quattro anni da altri comaschi lungo il Canalone dei Gemelli; ad Elio, che era fra questi ultimi, non sembra vero che siano già passati dieci anni da quel giorno e guarda con insistenza e nostalgia quello scivolo ghiacciato che sta proprio di fronte a noi, rischiarato per metà dalla luna. Nel 1965 tre «ragni di Lecco» risolvono il primo grande problema su roccia della valle: il fantastico Spigolo Nord del Badile, richiamando ancor più l’attenzione, già viva del resto, per l’altra ciclopica via su questa splendida montagna: la Cassin alla parete nord est. I tentativi per superare questa caratteristica ed enorme pala di granito sono molti, da parte di fortissime cordate sia italiane che straniere, ma solo nel ’68, con circa dieci giorni di scalata, una perfetta intesa italo-elvetica riesce a far raggiungere a sei alpinisti la cima del Badile. Nel frattempo comaschi e lecchesi percorrono d’inverno altri due itinerari in ghiaccio tracciati dal fortissimo Klucker: i canaloni nord ovest alla Forcola di Sciora e al Colle della Scioretta.

Terminata questa meravigliosa rassegna, piombiamo tutti e tre con un gran tonfo nella realtà del nostro bivacco; le ore passano con una lentezza esasperante, sembra quasi che si divertano a farci accendere in continuazione le nostre pile.

Per far trascorrere il tempo spostiamo i pensieri sulla nostra salita ripetendo lunghezza dopo lunghezza tutta l’ascensione: dalla crepaccia terminale, superata senza difficoltà, al primo tratto nel canalone su neve ottima e al lungo traverso, che ci impegna prima di raggiungere la grande cengia, finalmente riscaldati dal pur debole sole invernale.

Con enorme stupore constatiamo che la cengia si nasconde completamente sotto uno scivolo ripidissimo di neve fresca che, per essere superato, richiede molta attenzione senza poter avere

in pratica un minimo di sicurezza. Poi uno stretto camino-canale che immette su un altro pendìo dalla penderiza eccezionale ci porta a circa due lunghezze di corda dalla cresta vera e propria. È qui che effettuiamo il primo bivacco, su una piccola balza di rocce ottime, che ripulite accuratamente ci offrono una discreta sistemazione, poco sotto ad un chiodo di via che al vederlo ci tranquillizza non poco poiché ci conferma che siamo sull’itinerario giusto.

Impieghiamo alcune ore a prepararci per bene e lanciamo poi un razzo verde, prima di ritirarci nella nostra tendina, sporgendo il capo di tanto in tanto e a turno per controllare il tempo.

Iniziamo qui le lagnanze di Daniele, che comincia a rendersi conto di non poter essere a casa per lunedì a prendere le redini della sua azienda di acque gasate, visto che anche il fratello Roberto se ne è andato in Civetta con altri quattro o cinque compagni per salire la Philipp-Flamm, e preoccupatissimo per il lavoro supplementare che si dovrà sobbarcare il padre. Non ci sarà frase, d’ora in poi, in cui in un modo o nell’altro egli non faccia riferimento alle sue care ed amate gassose; Elio ed io sappiamo tutto, ormai, sulle sue bibite: ingredienti usati, costo vivo per ogni tipo, modalità di preparazione e di trasporto e non manchiamo ogni tanto di stuzzicarlo bonariamente e di rassicurarlo che, dato il freddo intenso, saranno pochi i clienti ad effettuare vistose ordinazioni.

Al mattino seguente decidiamo di iniziare l’arrampicata in quattro… chiedo scusa, in tre più il sacco, il quale però per peso, posizione in cordata e importanza, potrebbe essere considerato degnamente il quarto componente; Elio prende deciso il comando, superando con eleganza un colatoio vetrato molto delicato, la cui uscita richiede una spaccata alquanto esposta, e successivamente una serie di placche cosparse di neve, che portano in prossimità dello spigolo. Con un’altra lunghezza siamo finalmente sullo sperone vero e proprio. Mentre dal basso, osservato anche col cannocchiale, sembrava avere le rocce pulite, qui ci offre appigli e appoggi completamente intasati di neve, per fortuna abbastanza polverosa. Entra in funzione a questo punto lo «scopino» (utilissimo anzi indispensabile) che pur scandalizzando i «puri», contribuisce a rendere più sicura e veloce l’arrampicata.

La biforcuta vetta dell’Ago, col passar delle ore, si avvicina sempre di più e ormai la nostra attenzione è concentrata al massimo sul modo di superare la sua parte finale; ci rammentiamo del giudizio di Bonacossa scritto sulla guida Màsino-Bregaglia-Disgrazia «arditissimo pinnacolo di granito, una delle vette più caratteristiche della regione» e guardandolo con insistenza confermiamo senza dubbio questa felice ed esatta descrizione.

Non ci resta ora che valutare le due possibilità che ci si presentano: seguire la via originale di Risch, che aggira il pinnacolo con un gran traverso per poi raggiungere la vetta della cresta ovest, od affrontare la via diretta, senz’altro più impegnativa, ma di maggior valore, il cui problema è dato (in inverno) dai diedri verticali, dalle rispettive uscite e dalle placche che li congiungono.

Sono già le 17 ed incomincia a far buio; siamo molto stanchi, ma con risolutezza attacchiamo i diedri, decisi ad arrivare almeno alla cengia per passare la notte tutti e tre riuniti sotto la tendina in maniera almeno sopportabile.

Elio, con la sua calma eccezionale e la sua indiscussa bravura, risolve questo problema arrampicando ormai al buio e intuendo i passaggi e le difficoltà come solo un alpinista di gran classe può fare; mi rendo conto ancora una volta, in questa circostanza, come abbia potuto percorrere da solo la Cassin al Badile in tre ore e mezza. Lo assicuriamo in due e lo sentiamo procedere con lentezza, ma inesorabilmente, senza vederlo; la sua posizione la intuiamo dal rumore dei chiodi che pianta e dai moschettoni che sbattono sordamente contro l’ottimo granito.

Non impreca, non brontola, anzi sembra allegro dalle poche parole che ci comunica e alla fine, dopo due lunghezze durissime, lo raggiungiamo definitivamente anche noi due.

E così siamo riuniti tutti e tre per passare la seconda notte, dopo aver arrampicato ininterrottamente per tredici ore senza aver bevuto un solo sorso di tè, senza aver mangiato un sol dattero, ma sempre di corsa, nella speranza di poter risolvere la salita in giornata. Non riusciamo ed è forse meglio, perché la cima affilatissima ed aerea, non ci consentirebbe di predisporre la tendina.

E quando alle 9 di martedì le nostre mani, che risentono di qualche leggero sìntomo di congelamento, per aver arrampicato senza guanti nei tratti più impegnativi, si stringono con forza dopo aver concluso l’ascensione, non possiamo nasconderci l’un l’altro la gioia e la commozione che ci assalgono; vediamo ora le montagne circostanti con altri occhi, con altro animo: oltre alla Bondasca, dalla quale siamo ormai usciti, ci appaiono nel loro candido manto invernale anche le altre valli vicine: dell’Albigna, del Ferrey, di Zocca, di Porcellizzo.individuando ad una ad una tutte le loro cime, molte delle quali già salite.

Felici come poche altre volte, rimaniamo senza parlare per parecchio tempo a cavalcioni di una colossale lastra di granito, guardando lontano e fissando ora questa, ora quella parete, ora l’una, ora l’altra delle innumerevoli catene montagnose che ci circondano; passano attraverso la nostra mente altri nomi, altre date, altri ricordi; sono momenti d’èstasi che ci fanno dimenticare la lunga fatica portata a termine da poco, momenti descritti da molti alpinisti con fiumi di parole e che noi viviamo ora in silenziosa, ma intensa contemplazione.

Il tempo sta per cambiare, il sole è reso opaco da un alone di foschìa che non prelude certamente al bello ed è quindi nostra intenzione essere fuori dalle difficoltà al più presto possibile; preparando accuratamente le doppie ci accorgiamo con grande sorpresa di aver due delle tre corde tranciate, per fortuna in punti che non pregiudicano interamente il loro impiego. I nodi che siamo costretti a predisporre per scendere con una maggior sicurezza fanno smuovere un masso di notevoli proporzioni proprio mentre Elio sta scendendo.

Daniele ed io, dopo aver udito un boato assordante, notiamo le corde delle doppie allentarsi e quella di sicurezza senza peso; restiamo paralizzati; temiamo il peggio e chiamiamo il nostro compagno con la voce rotta dall’ansia e dal terrore sperando non ne sia rimasto investito: nessuna risposta, nessun segno di vita; solo i continui tonfi e il disperdersi nel vuoto del masso frantumatosi sulle rocce sottostanti.

Finalmente un suo richiamo ci tranquillizza e con fredda decisione lo raggiungiamo ansiosi di sapere cosa sia successo: Niente di particolare — ci spiega con tutta tranquillità — quando ho sentito arrivare il masso, mi sono spostato rapidamente e mi sono aggrappato ad uno spuntone solido, temendo appunto che le corde subissero qualche rottura e poi, constatata la loro piena efficienza, ho ripreso a scendere.

Dopo altre doppie, non ci resta che raggiungere per una cresta di neve la Forcola di Sciora e scendere il ripido, ma corto canale che ci porta nell’alto circo dell’Albigna.

Ora, finalmente, possiamo sdraiarci sulla neve in posizione orizzontale, completamente rilassati, e lanciare dalla gioia razzi bianchi, verdi ed anche rossi… sì rossi, tanto Dino nell’altro versante ormai non li può più vedere e non può quindi pensar male.

Rino Zocchi
(Sezione CAI Como)


CRONISTORIA DELLE PRIME INVERNALI DELLA VAL BONDASCA

  • 18 marzo 1957 – Colle del Céngalo – Canalone Klucker: Bernasconi – Masciadri – Meroni.
  • 12 marzo 1961 – Colle dei Gemelli – Canalone Klucker: Noseda Pedraglio  – Compagnoni – Meroni – Scarabelli.
  • 21-23 marzo 1965 – Pizzo Badile – Spigolo Nord – Via Risch: Anghileri – Ferrari – Negri.
  • 8 gennaio 1967 – Forcola di Sciora – Canalone Klucker: Longhi – Balestrini – Colonna – Jàkel.
  • 22 dicembre 1967, 2 gennaio 1968 – Pizzo Badile – Parete Nord Est – Via Cassin: Armando – Calcagno – Gogna; Bornissen – Darbellay – Troillet.
  • 9 marzo 1969 – Colle della Scioretta – Canalone Klucker: Maresi – Trovati.
  • 10-11 marzo 1969 – Sciora di Fuori – Spigolo Nord Ovest – Via Simon: Neeracher – Nigg.
  • 14-20 marzo 1970 – Pizzo Badile – Sperone Est Nord- Est – Via del Fratello: A. e G. Rusconi.
  • 5-15 febbraio 1971 – Pizzo Cengalo – Parete Nord – Via Piacco: A. e G. Rusconi – Fabbrica – Steinkotter – Tessari.
  • 7-9 marzo 1971 – Ago di Sciora – Spigolo Ovest Nord-Ovest – Via Risch: Scarbelli – Zocchi – Chiappa.

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