Author: Davide "Birillo" Valsecchi
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La collina dei ciliegi

La collina dei ciliegi

E se davvero tu vuoi vivere una vita luminosa e più fragrante, cancella col coraggio quella supplica dagli occhi: troppo spesso la saggezza è solamente la prudenza più stagnante, e quasi sempre dietro la collina è il sole. Ma perché tu non ti vuoi azzurra e lucente? Ma perché tu non vuoi spaziare con me, volando intorno la tradizione come un colombo intorno a un pallone? E con un colpo di becco, bene aggiustato, forarlo e lui giù, giù, giù… e noi ancora, ancor più su! Planando sopra boschi di braccia tese. Un sorriso che non ha né più un volto, né più un’età.

E respirando brezze che dilagano su terre senza limiti e confini, ci allontaniamo e poi ci ritroviamo più vicini. E più in alto e più in là, se chiudi gli occhi un istante: ora figli dell’immensità.

Se segui la mia mente, se segui la mia mente, abbandoni facilmente le antiche gelosie. Ma non ti accorgi che è solo la paura che inquina e uccide i sentimenti? Le anime non hanno sesso, né sono mie. No, non temere, tu non sarai preda dei venti. Ma perché non mi dai la tua mano, perché? Potremmo correre sulla collina e fra i ciliegi veder la mattina (e il giorno). E dando un calcio ad un sasso, residuo d’inferno, farlo rotolar giù, giù, giù… e noi ancora, ancor più su! Planando sopra boschi di braccia tese. Un sorriso che non ha né più un volto, né più un’età.

E respirando brezze che dilagano su terre senza limiti e confini, ci allontaniamo e poi ci ritroviamo più vicini. E più in alto e più in là, se chiudi gli occhi un istante: ora figli dell’immensità.

[2020] Le Olive di Caprante

[2020] Le Olive di Caprante

Moreno è al volante del “Bukhanka”, il leggendario furgone fuoristrada sovietico: immersi nel traffico di un abnorme assalto domenicale al Triangolo Lariano, ci dirigiamo “controflusso” verso Bellano. La nostra destinazione, dopo due giorni trascorsi a “pettinare” alberi di ulivo, è il Frantoio di Bosio. Qui dobbiamo consegnare le casse di olive raccolte a Caprante. Enrico, il giovane figlio di Moreno, ha da poco dato vita ad un azienda agricola nel vecchio borgo di Caprante: piccola frazione verde tra Valbrona ed Onno.

Caprante, che è per lo più raggiungibile solo a piedi, è un susseguirsi di frutteti e di campi, oggi d’erba, che una volta ospitavano coltivazioni di frumento, granoturco, segale e patate. Lo stretto ed antico ponte romano, che attraversa l’omonimo fiume, è uno dei punti d’accesso al piccolo gruppo di case isolate in un’oasi verde che si affaccia sul Lario Orientale, panoramicamente dirimpetto alle muraglie argentate di Grignetta e Grignone. Caprante è il punto più settentrionale dei Corni di Canzo e l’unica propaggine che raggiunge le acque del lago: sono prati verdi abbarbicati sopra una fascia di scogliere verticali che, da quota 350, precipitano verso le rive del lago, a quota 200. Grazie a questa posizione sopraelevata, diversamente da Onno e da tutta la costiera del Moregallo, gode degli influssi del lago ma rimane soleggiata tutto il giorno, anche d’inverno.

L’abbondanza di acqua, l’esposizione al sole hanno reso questa località una delle più floride della zona: “…il borgo di Caprante, ovvia è l’allusione ad un luogo di capre e ci pare sensato che abitanti, signori e fattori che vivevano in questa felice località dirigessero i propri greggi dal limitare dei prati nel fitto della la scarpata che scende verso il lago; un luogo ideale per la capra che tenuta distante da prati e coltivi contribuiva a tenere bassa la vegetazione spontanea dei boschi. Questi animali a Caprante concorrevano al sostentamento familiare: latte, formaggi e carne il tutto ritmato da un equilibrio ormai scomparso, ma la zona non riponeva solo nell’allevamento ovi-caprino la propria ricchezza; coltivi, orti e frutteti qui godendo dell’influenza di un clima eccezionalmente favorevole grazie alla posizione soliva e alla vicinanza del lago erano una benedizione. L’estate di Caprante iniziava prima e finiva più tardi consentendo un maggiore sfruttamento del terreno. Negli orti si concentravano mono-culture a rotazione a beneficio di varietà e quantità. Il terreno era talmente fertile che semenze occasionalmente cadute in aree non preparate arrivavano comunque a raccolto. Dobbiamo immaginare orti in pieno campo attivi tutto l’anno: in primavera, estate, autunno e inverno davano abbondantemente i loro prodotti.”

In questi mesi ho trascorso molto tempo da quelle parti. Io e Moreno abbiamo militato a lungo nello stesso equipaggio 118 della Croce Rossa di Asso, siamo amici di lunga data. Suo figlio Enrico è un ragazzo tremendamente volenteroso: nonostante le difficoltà di questo terribile 2020 sta duramente lavorando per riportare il Borgo di Caprante al suo antico splendore. Il risultato è ormai sempre più evidente e sorprendente! Quando posso salgo ad aiutarlo, ben felice di occuparmi delle mille piccole faccende che contraddistinguono un’azienda agricola (come le capre sono un campione contro i rovi che risalgono dalle scogleire!!). Lascio che le nanerottole corrano libere e felici sui prati mentre ricucio un rapporto con la terra forse smarrito… La raccolta delle olive è stata forse faticosa, ma soprattutto è stata una grande festa trascorsa in spensieratezza all’aria aperta.

L’Olio prodotto a Caprante è quindi D.O.P. del Lario: «L’Olio Extravergine di oliva a Denominazione d’Origine Protetta “Laghi Lombardi” è un olio ottenuto dalla molitura di olive selezionate raccolte a mano o con agevolatori meccanici e molito entro tre giorni in frantoi tradizionali o a ciclo continuo». Non male come inizio!!

Entro la fine dell’anno saranno conclusi i lavori di restauro più importanti agli edifici ed anche la produzione e coltivazione di prodotti tipici prenderà il giusto ritmo. Probabilmente già ad inizio anno – se tutto andrà per il verso giusto – l’azienda agricola potrà iniziare a vendere al dettaglio i frutti delle coltivazioni e le prime conserve. Come agriturismo diventerà un punto di ristoro per i numerosi tracciati escursionistici che contraddistinguono quel versante dell’Isola.

Se non conoscete la zona, ma volete farvi visita con una comoda passeggiata, potete seguire le ottime indicazioni proposte dalla ProLoco di Valbrona: «Alla scoperta del piccolo borgo di Caprante – Una dolce gita fuoriporta per famiglie alla scoperta di piccoli “paradisi” e dei sentieri per il lago.» (Scarica pdf itinerario).

Presto sarà attivo anche il sito ufficiale dove, tra le molte informazioni, saranno disponibili tutti i percorsi che sto tracciando per raggiungere l’agriturismo: http://www.caprante.it 

Davide “Birillo” Valsecchi



No Spit No Party

No Spit No Party

In realtà non è colpa mia: io non volevo mettermi nei guai, anzi! Probabilmente è il Karma che stuzzica la mia vera natura sopita. Settimana scorsa avevo fatto una piacevolissima passeggiata dal Sasso Preguda fino a San Pietro al Monte lungo il sentiero “Luisin”: un tracciato logico ed elegante che, a mezza costa, attraversa Moregallo, Corni di Canzo, Monte Rai, Prasanto raggiungendo poi il Cornizzolo. Mi ero quindi messo in testa di continuare in “orizzontale”,  cercando un modo di raggiungere Campora, sopra Eupilio, mantenendomi tra i 600 ed i 700 metri di quota: il piacere di camminare tra i monti ma “in piano” e all’infinito! La zona del Cornizzolo tra Civate, Suello ed Eupilio – sebbene sia parte dell’Isola Senza Nome – mi è però poco familiare. Inoltre è in gran parte “incasinata” dalle Cave e per questo anche le relative carte sentieristiche sono per lo più scarse ed incomplete. Toccava andare a vedere di persona! San Pietro al Monte è molto bello, ma l’idea di tornarci solo per continuare la ricerca non mi allettava e così, passando per la Val dell’Oro, ho puntato al Crotto del Capraio. Il piano, da qui, era risalire lungo la Cresta Raton fino al Ceppo della Guardia, poi cercare di traversare in piano. Fin dall’inizio sentivo la voglia andare a zonzo e così sono passato prima dalla Baita Linate per poi farmi un giretto alla Falesia dei Laghetti (mi piace quel posto!). L’idea di puntare verso il “Priel” era buona ma al bivio successivo avrei dovuto tenermi alto seguendo il Sentiero Curnen per poi provare a “tagliare” ancora a quota 600. Invece, purtroppo, sono sceso fino al Priel e a quota 470: quindi mestamente basso! Per continuare la mia ricerca non mi restava che imboccare la “direttissima” e tornare in alto per vedere dove si poteva passare. Alzandosi fino a 900 metri è più facile concatenare i vari sentieri, ma io cercavo una “soluzione” che fosse prevalentemente in piano, su un sentiero più o meno ben battuto e all’incirca tra i 600  ed i 700 metri: una specie di “prolungamento” del Sentiero Luisin. Mentre risalivo la Direttissima – tallonato da un ragazzone con un enorme zaino/parapendio sulle spalle – un inaspettato cartello mi si para davanti: “Palestra di Roccia”. «Cos’è questa stramberia sul Cornizzolo?!» Così decido di andare a vedere, spinto anche da una teoria abbastanza strampalata: «Birillo, chi se la fa tutta sta strada – la direttissima per di più – per una falesia sportiva? Secondo me, visto che il sentiero traversa in piano, dall’altra parte c’è una via d’accesso più comoda che fa al caso nostro!». Non saprei dirvi del perchè mi vengano idee simili… ma ero intenzionato a verificare la mia teoria! Il sentiero che porta alla falesia è abbastanza buono: non è evidentissimo ma degli ometti aiutano a non sbagliare. Tuttavia nel tratto finale, quando si raggiunge la grande placconata su cui si arrampica, si abbassa di una trentina di metri sfruttando catene e grossi pioli metallici arancioni. Una tipologia di tracciato “fuori target” per il mio piano! Tuttavia, visto che ero lì, sono sceso comunque a curiosare. In verità ricerche fatte successivamente (mentre vi scrivo ora) riportano che quella è la falesia “Val Cepelline”, attrezzata più o meno nel 2009 da un ragazzo di nome M.Suriano per il Gruppo Difesa Natura Suello. Cinque o sei tracciati tra il 5b ed il 6a (credo). 

Più o meno sapete come la penso, “fittonare” una montagna che ha già subito tanto come il Cornizzolo non mi sembra una gran pensata. Al giorno d’oggi  usare il trapano per arrampicare lo considero piuttosto anacronistico, di sicuro denota una mancanza di “creatività” nell’approcciare e risolvere il problema, oltre ad una spiccata indole al consumismo. «Lo faccio per gli altri! Dovreste dirmi persino grazie!» e’ la giustificazione più gettonata. Un’altruismo “peloso” che spesso serve solo a gratificare se stessi. Di questo però ne abbiamo già parlato fino allo sfinimento, non ho intenzione di mettermi a bisticciare con le solite “represse prime donne inespresse” che montano su per difendere il diritto al proprio “giocattolo a batteria” (…parlo del trapano). Quindi possiamo sancire “pace plenaria” dichiarando la Val Cepelline come una delle “falesie storiche dell’Isola” e che come tale vada tutelata e compresa inquadrandola nel suo periodo storico. Inoltre, visto che all’epoca in cui è stata realizzata la Cava era ancora in espansione, credo avesse persino il nobile scopo di arginarne l’avanzata sostenendo la difesa del Cornizzolo. Quindi nessuna obiezione… salvo forse per i nomi! Tutto lo sbattimento di realizzare una piastrina inox incisa e fissata con quattro bulloni per un nome come “Banana Spit”? Certo, non è una pattonata come i “sassetti pitturati” alla hippie-freak, ma “No spit no Party” non è che brilli per poesia o inventiva…  Probabilmente solo i vecchietti si ricordano del giovane George Clooney e del tormentone pubblicitario a cui fa riferimento… Seriamente: mi fa specie perchè sembra portare il “mezzo”, lo spit, ad avere più rilevanza del “fine”, la via o quanto meno il suo nome o la sua identità.  Rimarca la pretestuosità di come forse, senza spit, la via – o la distinzione tra le varie vie ad un metro l’una dall’altra – non avrebbe neppure ragione d’essere. Invece “Cava la Cava” mi piace già di più, ha un tocco ribelle….

Orbene, tornando a noi: sul fondo della falesia viè, ormai inghiottita dalla vegetazione, una catena che scende ulteriormente verso il basso accompagnata da un paio di pioli. In qualche modo mi sembrava che avessero tentato di ampliare ulteriormente la falesia o che avessero davvero provato a tracciare un sentiero d’uscita sull’altro lato o quanto meno verso il basso. Così mi sono calato sulla catena e sono andato a vedere. Le piante mi impedivano di vedere eventuali salti e così, attraversando sul bordo di una placca, ho tagliato di lato. Quando ormai era evidente che la mia teoria era sballata e che mi ero infilato in una “ravanata”, ho iniziato a ridere: ”Party vuol dire festa, ma anche gruppo – No spit No Party – Io spit non ne ho, ecco perchè mi metto nei casini da solo!!”. Traversando sempre verso sinistra ho raggiunto il bordo di un canalone decisamente agghiacciante ma a suo modo incredibilmente affascinante: il lato sinistro del canale era una compatta placca che risaliva tutta la sua lunghezza, il lato destro invece una serie di stratificazioni, come pagini di un libro, che sono collassate utilizzando la placca dell’altro lato probabilmente come scivolo verso il basso! Come dice sempre il vecchio Guero: “Nel dubbio vai verso l’alto!”. Così, divertendomi un sacco, ho cominciato salire cercando i punti deboli di quella “parete” (tale per via della pendenza) fatta di radici, terra e rocce che affiorano verticali al terreno: un susseguirsi di lame verticali, a volte anche alte, che si alternano con terrazzi o ballatoi erbosi. In pratica gli strati calcarei si sono ribaltati inpennando verso l’alto: quelli che hanno resistito si stagliano verticali come lame o placche, quelli collassati formano invece ripiani o balaustre percorribili comodamente in orizzontale. Salire era quindi come rimontare enormi gradini fuori scala con “alzate” e “pedate” delle dimensioni più svariate. Ovviamente non è un posto da prendere alla leggera: se fiondi giù arrivi infondo, ti fai tra i 30 e 50 metri di piomba. Tuttavia quel tipo di ambiente e progressione è probabilmente ciò che mi diverte di più: non arrampichi, non cammini, “nuoti” fluido – ed in costante equilibrio – attraverso le difficoltà. Bisogna – con grande serenità – ponderare ogni passo, evitare di “tirare” ma limitarsi a “spingere”, lasciare che il proprio peso si “innalzi” verso l’alto rimanendo distribuito su tutti i punti d’appoggio. Per ironia della sorte, o forse per telepatia, è proprio il Guero a scrivermi in quel momento! Per fare prima a rispondergli gli mando un selfie e lui, divertito, comincia a prendermi in giro per i baffi: “Baffo Kid, che fai? Cornizzoleggi?!”.

La salita piano piano si abbatte formando un dosso erboso sempre più appoggiato. Con grande sorpresa trovo un sentiero, ben marcato, falciato di fresco ed orizzontale. Forse fa al caso mio! Così lo percorro prima verso destra raggiungendo una casotta – dove sono riposti pale e picconi in buono stato – e successivamente il sentiero della Direttissima. Quindi potrebbe davvero fare al caso mio! Lo ripercorro nuovamente verso sinistra ma, giunto nella valletta, torna ad essere assediato dalla vegetazione: chiunque lo stia sistemando probabilmente si è per ora fermato prima. Tra i rovi ed i rami intravedo una specie di parapetto formato da pali e da tre linee di catene: più che un sentiero escursionistico sembra un sentiero di servizio della vecchia cava,  oggi abbandonato. Le protezioni sono datate, ma decisamente abbondanti e relativamente in buono stato. Nonostante la vegetazione e le spine continuo a seguirlo sebbene si abbassi di quota rapidamente. E’ una situazione strana: tornare indietro sarebbe un vero sbattimento, ma proseguire alla cieca – e magari finire dentro la cava o in qualche vicolo cieco – può diventare un problema, specie con la quantità di canali che si incontrano. Lungo la traccia incontro una specie di collettore dell’acqua dove tubi, proveniente da ogni dove, confluiscono in un unico grosso tubo che, semisepolto, scende verso il basso. Questo è incoraggiante perchè, quantomeno, garantisce la presenza di un qualche sentiero – probabilmente semi abbandonato – che ne permetteva la manutenzione. La quantità di catene e parapetti infatti aumenta e mi imbatto persino in una grossa scala metallica a gradini. Guardandola ero sorpreso: portare fin lì un affare del genere non è uno scherzo! A lato di questa scala a gradini, su una placca rocciosa, era posizionata una vecchia scala a pioli a modi ferrata. Credo che nessun associazione escursionistica possa approntare un lavoro simile e di sicuro quello doveva essere un sentiero di servizio realizzato dalla Cava.



Tuttavia più in basso il tracciato corre all’esterno delle recinzioni che delimitano la cava. Recinzioni ormai inglobate dalla vegetazione e sui sono ancora visibili i cartelli “divieto d’accesso zona mineraria” e “pericolo mine”. Ancora più in basso il sentiero, così come la recinzione, un po’ si perde ed un’ultima serie di catene mi porta – piacevolmente – a degli orti ed al ponte di legno da cui parte la via Crucis per il Priel. L’idea di scendere sull’asfalto non mi alletta, taglio quindi per un sentierino, una puntata veloce al “Sasso Bicicola”, alla Cava Vecchia e quindi nuovamente al Crotto del Capraio chiudendo l’anello verso casa.


Conclusioni: Birillo devi imparare a restare sul sentiero! Non hai più l’età per bighellonare fuori traccia! Il mio piano, la ricerca del “passaggio orizzontale”, è per il momento fallito. Tuttavia, visto che non vado spesso fin da quelle parti, è stato comunque piuttosto interessante come giretto. Le carte disponibili sono davvero scarse ma le informazioni oggi raccolte sono molto utili per meglio interpretare i tracciati su OpenStreetmap MTB. Molto probabilmente esiste un tentativo per raggiungere la falesia dal basso senza passare dal Priel, ma la valletta in questione pare davvero ostica. Quello che è certo è che posso finalmente confrontarmi con i Kahuna della zona che e – a quanto pare – ad itinerari del genere hanno già pensato da tempo! Quindi la possibilità di trovare una buona linea che colleghi il “Senterun” da Canzo con San Pietro al Monte e Sasso Preguda c’è davvero: tocca cercare!

Nota Bene: Le informazioni qui raccolte hanno valore prettamente storico/documentaristico. Sono luoghi – quelli NON inseriti nella sentieristica ufficiale o NON ben tracciati e segnalati – decisamente pericolosi. Non andate a curiosare da quelle parti se non avete ben chiaro quello che state facendo: in passato si sono verificati molti incidenti seri – anche mortali – in quei canaloni verticali.  

L’Isola dei Bambini Quattro

L’Isola dei Bambini Quattro

Con grande tempesta, tuoni e lampi la nostra avventura incominciò. Il mare in burrasca e i forti venti, il grande veliero affondò. Tutta la notte cercammo gli assenti ma più nessuno si salvò.  E trascinati da forti correnti finalmente terra si toccò. Ora siamo su quest’isola, poche le comodità ma come in una grande favola noi viviamo in libertà. Sembra un paradiso l’isola qui non c’è malvagità mai la vita si fa gelida regna la serenità. Ma quando buio si fa, verso sera scende la paura, il grande fuoco s’accenderà, la capanna resterà sicura, tutti in coro si canterà, ninna nanna nella luna chiara ed il piccino s’addormenterà. Vita libera sull’isola, piccola comunità, la natura ci fa regola con la sua maternità Il sole già alto su nel cielo, i pappagali parlano di già, le trappole pronte attendono al suolo, oggi buona caccia si farà. La piroga è scesa in alto mare, quanto pesce porterà. Al campo muore l’ultimo fiore, nel vecchio mondo più si tornerà.

Nessun Chiodo al Pozzo

Nessun Chiodo al Pozzo

In realtà stavo cercando senza successo dei toponimi dei Corni di Canzo e così, nella mia ricerca, ho tentato la fortuna nella vecchia pubblicazione “Valmadrera: montagne e itinerari alpinistici” realizzata da Giorgio Tessari e Gianni Mandelli nel lontano 1979 (ormai più di 40 anni fa!). Come era prevedibile, attratto dai mille dettagli che racchiude quel libro, ho dimenticato la mia ricerca originale e mi sono perso tra quelle pagine iniziando a vagare nel tempo passato attraverso i territori dell’Isola Senza Nome. Curiosamente mi sono ritrovato a Civate, alla Falesia del Pozzo.

Pagina 166: PALESTRA IN LOCALITÀ POZZO (Civate)
Questa palestra, scoperta di recente, si trova poco lontano dalla frazione Pozzo di Civate ed è raggiungibile percorrendo la strada che conduce allo stabilimento STAR Black & Decker di Civate. Si sale per strada a stretto transito verso la frazione Pozzo; superatala si devia verso sinistra in direzione di un evidente promontorio roccioso. Per frequentare questa palestra non occorrono relazioni, poiché all’attacco di ogni via è stato scritto sulla roccia il nome di ognuna di esse e le rispettive difficoltà. L’altezza della parete rocciosa va dai 20 ai 40 metri; le vie sono descritte partendo da destra a sinistra e sono tutte in arrampicata libera.

  1. Itinerario N. 85
    Via del Fulcin – Difficoltà AD sup. – Primi salitori: Vassena Felice, Dell’Oro Augusto (nessun chiodo usato).
  2. Itinerario N. 86
    Via Normale – Difficoltà D sup. – Primi salitori: Soci della S.E.C., fin sotto lo strapiombo; Mandelli Gianni e Rusconi Carlo hanno terminato la via (trovati infissi 3 ch.).
  3. Itinerario N. 87
    Via Moma – Difficoltà TD inf. – Primi salitori: Butti Mosè, Mandelli Gianni (2 ch.).
  4. Itinerario N. 88
    Via Conchodon – Difficoltà D sup. – Primi salitori: Corti Romano. Dell’Oro Augusto (3 ch.).
  5. Itinerario N. 89
    Via Ouverture – Difficoltà D sup. – Primi salitori: Vassena Felice, Crepaldi Claudio (1 ch.).
  6. Itinerario N. 90
    Via dei Satanici – Difficoltà AD sup. – Primi salitori: Vassena Felice, Dell’Oro Augusto (nessun ch.).
  7. Itinerario N. 91
    Via 3 Aprile – Difficoltà TD – Primi salitori: Vassena Felice. Dell’Oro Augusto (nessun ch.).
  8. Itinerario N. 92
    Via des Clochardes – Difficoltà AD – Primi salitori: Tessari Franco,Mandelli Gianni (nessun ch.).

Francamente in questo breve testo ci sono un sacco di cose che mi hanno colpito. Innanzitutto “scoperta di recente”: fa abbastanza impressione pensare a quella falesia, ormai storica e frequentatissima, nei suoi albori. Stupisce anche il riferimento all’ex stabilimento Black & Decker, oggi raso al suolo ed abbandonato nel centro di Civate. Poi c’è “all’attacco di ogni via è stato scritto sulla roccia il nome”: ci sono infatti dei “segni” rosso/arancione, in buona parte sbiaditi, che ho sempre cercato di leggere con scarsissimo successo. Inoltre stupisce, visto che è oggi abbastanza inconsueto nelle falesie sportive, leggere i nomi degli apritori: oggi è infatti più comune leggere solo il nome di colui che le ha attrezzate. In alcuni punti traspare persino la storia della via che, giustamente, è definita “Itinerario”. Infine quelle dicitura sibillina ed ammiccante “(nessun ch.)”: nessun chiodo! Presumo che la descrizione si riferisca unicamente alla parete che oggi è chiamata “PALESTRA VECCHIA” ed è incredibile pensare che, all’epoca, ci fossero solo 9 chiodi.

Così, incuriosito, ho cercato la falesia anche nella seconda edizione della guida, pubblicata però nell’ottobre del 1996. Quindi 17 anni dopo la prima ma ormai 25 anni fa! Nella prima edizione, quella del 1979, le “Palestre” erano elencate alla fine del volume ma erano presentate con lo stesso stile alpinistico con cui erano riportati tutti gli altri itinerari classici censiti: c’era la palestra della Val dell’Oro, Della Corna Rossa e Del Pozzo. Nell’edizione del 1996 qualcosa cambia già nella forma e nel linguaggio: le “palestre” ora hanno una sezione dedicata “Falesie: arrampicata sportiva”. Anche gli autori sembrano essere differenti da quelli del resto della pubblicazione: “testi e disegni di Pietro Corti in collaborazione con Delfino Fomenti”.

Non si parla più di una palestra in località Pozzo, bensì di “AE. FALESIE IN VALLE DEGLI ORTI”. Non ho idea di cosa sia quell’ “AE”, ipotizzo che stia per “Appendice E” così come “AA” per il Corno Rat , “AB” per Corna Rossa, “AC” per la Valle dell’Oro, “AD” per la Falesia del Fiume.

Nella descrizione dell’avvicinamento si fa ancora riferimento allo stabilimento della Black & Decker ed infatti ho poi scoperto, in una pubblicazione del 2016, che l’azienda – nata nel 1945 – era rimasta attiva fino al 1998: solo nel 2014 è stato poi demolito così come è oggi.

Dal 79 al 96 sono passati “solo” 17 anni ma è subito chiaro che le cose in quella palestra “scoperta di recente” sono decisamente cambiate: “Questa falesia è oggi molto apprezzata per il buon numero di tiri divertenti su difficoltà abbastanza contenute. Le prime vie vengono aperte sulla falesia di destra da Gianni Mandelli, Augusto Dell’Oro, Felice Vassena e Claudio Crepaldi negli anni ‘70. Nel 1988/89 Alessandro Ronchi, con la collaborazione del C.A.I. Vimercate, attrezza a spit diversi itinerari di arrampicata sportiva sulla parete principale e quindi, quando la falesia diventa molto frequentata, lo stesso Ronchi la riattrezza ad anelli resinati nel 1993.”

Non abbiamo più 8 itinerari ma 26 vie di cui buona parte realizzate su una nuova parete. Si legge poi: “Roccia ottima e molto articolata a lame, spaccature, gocce e reglettes; arrampicata elegante con movimenti tecnici e scarsa continuità. A causa dell’assidua frequentazione, molti appigli sono diventati unti. In occasione della riattrezzatura, Ronchi ha quindi spatolato di resina le prese e gli appigli più scivolosi. Un gran lavoro da certosino del bravo Alessandro…”

Interessante è osservare come, anche con quel “Un gran lavoro da certosino del bravo Alessandro…” (che ancora oggi si occupa  con grande passione della manutenzione della Falesia!), sia cambiato il “tono” ed il linguaggio delle descrizioni: meno formale e più “friendly”. L’autore lascia spazio alle proprie impressioni e a giudizi soggettivi.

Scoprire che nel ‘96 era già considerata “unta” fa in qualche modo rabbrividire, specie perchè allora erano passati solo 17 anni mentre oggi dobbiamo aggiungerne altri 25 ed una frequentazione probabilmente anche più massiccia. Incredibile l’impatto umano sulla roccia, anche solo con il semplice tocco!

Nel 96 si descriveva l’attrezzatura del ‘93 come “ottima ad anelli resinati (sika) ragionevolmente ravvicinati; catene alle soste.” Cercando poi su Internet ho scoperto che il “Settore Nuovo”, quello più piccolo tra la Falesia Vecchia e la Nuova, è stato “attrezzato da Enzo Nogara a fine anni ’90” (quindi di certo dopo il 96). Sempre attraverso Internet scopro parte della storia recente: “Attrezzatura ottima a fix. Nel 2017 è stata effettuata la manutenzione straordinaria dalla Comunità Montana Lario Orientale Valle San Martino – Progetto di Regione Lombardia per il Sistema Falesie Lecchesi.”

Con un po’ di tristezza, soprattutto dal punto di vista storico, tocca prendere nota di come, scorrendo tutti gli elenchi delle vie che ho recuperato, sia rimasto “in listino” solo uno degli 8 Itinerari originali: Moma. Toccherà andare a cercarlo!

Nota finale del Birillo: confesso che è stata quella dicitura, “(nessun ch.)”, a stimolare la mia ricerca e che, come spesso accade, ho scelto il titolo del pezzo – in questo caso “Nessun Chiodo al Pozzo” – prima ancora di cominciare a scrivere. Alla fine, dopo aver fatto le mie ricerche e trascritto tutti i dati, mi serviva una foto per accompagnare l’articolo. Nel mio archivio però, nonostante le molte e piacevoli ore trascorse da quelle parti, non ce ne era nessuna: eppure dovevano esserci perchè, dopo Scarenna, tutti i Tassi del Moregallo hanno iniziato ad arrampicare al Pozzo.

Tuttavia non ho trovato nulla… ad eccezione di quella che vedete pubblicata qui sopra: una foto davvero curiosa, che avevo dimenticato di aver fatto e che non poteva che rubarmi un sorriso divertito! In qualche modo il destino ha voluto ricordarmi come al Pozzo, quantomeno nel 2019, ci siano ancora “itinerari senza nome e nessun chiodo”.

Davide “Birillo” Valsecchi

Per completezza storica, ma anche per la curiosità di confrontare gradi e descrizioni con le guide contemporanee, ecco l’elenco delle vie del ‘96:

FALESIA PRINCIPALE
1. NUOVA SUELLO . 25 mt. 5 (5+ UIAA)
Arrampicata divertente su buoni appigli e strapiombino a metà.
2. FRUTTI DI BOSCO . 25 mt. 5+ (6 UIAA)
Ripido muretto in entrata con ristabilimento; in seguito movimenti tecnici ed eleganti su buchi e lamette.
3. MAGICO LIPTON . 20 mt. 6a
Placchetta iniziale di dita (evitabile sullo spigolino di sx), poi strapiombino appigliato e belle spaccature oblique a dx. Discontinua.
4. UNA GITA SUL PO . 20 mt. 6a
Sezione iniziale con diffili allunghi, seguiti da uno strapiombino atletico. Uscita più semplice su lame.
5. CHI RONFA TONFA.. 18 mt . 6b
Sale un lamone ed una placchetta verticale con movimenti strani, che richiedono decisione. Uscita più semplice.
6. PUNIRE IL CORPO . 22 mt. 6
Breve rampa verso dx, poi spostamento a sx su tacchette e strapiombino. In seguito bei movimenti su ottimi appigli ed uscita su placca compatta.
7.JAMES BOND . 25 mt. 6b+
Dopo un facile risalto, la via sale una stretta placca leggermente strapiombante su tacche e lamette. Tiro abbastanza continuo.
8. DONNE IN ATTESA . 25 mt. 62+
Dal risalto si supera una bella placca aggettante con allunghi su tacche. Uscita in dulfer, poi elegante diedro ben appigliato.
9. VIA NOMENTANA . 25 mt. 6b
Duro boulder iniziale di difficile lettura, poi placchetta tecnica a piccole tacche e pilastrino finale su splendide concrezioni.
10. METALKALINE . 25 mt. 6c
Placca nera slavata e strapiombo atletico con difficile allungo da appiglio rovescio.
11. ALTA TENSIONE. 22 mt . 6b+
Parallela e simile alla precedente; chiave sullo strapiombo.
12. CREDOLIN . 8 mt. 6a
Placchetta su piccole tacche e buchetti.
13. SPIT QUIZZER . 8 mt. 6c
Boulder di dita su appigli scavati.
14. RAMBO BAMBO . 12 mt. 6a
Plachetta verticale a tacche.
15. FROLLO ROLLO e SCHWARZENEGGER. 12 mt. 6a+
Simile alla precedente; più continua.
16. CRIC & CROC.. 25 mt. 5+ (6 UIAA)
Iniziano insieme su lama e muretto verticale. Dalla cengetta soprastante CRIC va diritta in placca con arrampicata divertente; CROC sale parallela pochi mt a dx con difficoltà analoghe.
17. SENTIERO VERTICALE . 25 mt. 6a+
Inizio su muretto tecnico verticale fino ad una nicchia, da cui si esce con difficile allungo che richiede decisione. In seguito bella placca, leggermente appoggiata, con piccole concrezioni.
18. PLACCATEVI . 20 mt . 6a
Arrampicata divertente su lame e buchi con singolo centrale.
19. SENSO UNICO . 20 mt. 6a+
Entrata atletica su strapiombino, poi più facile fino ad una cengetta. Seconda parte su placca verticale con bei movimenti tecnici ed un difficile spostamento a dx.
20. DIVIETO DI SOSTA . 20 mt . 6b
Facile placca iniziale. Dalla cengetta si sale un bellissimo muro verticale di precisione su piccole tacche, con un movimento di aderenza-allungo.
21. SCIOLA ‘87. 18 mt. 6b
Dopo la placca iniziale molto appigliata, superare un tratto ripido di difficile lettura; uscita in leggero strapiombo.
22. DEMOTIVATO MISCREDENTE.. 18 mt. 6a
Simile alla precedente, ma più semplice.
23. CAVALCA IL CAMMELLO . 18 mt . 5 (5+ UIAA)
Divertente arrampicata su lame; discontinua.

FALESIA DI DESTRA
24. GIRO DI DAMA . 20 mt. 6a
Inizio su placca verticale con piccoli appigli; in seguito lame più facili.
25. VERTICAL DREAM. 20 mt. 62+
Superare un fessurina cieca con movimenti tecnici e poco intuibili, poi bella placca compatta.
26. MOMA.. 20 mt. 5 (5+ UIA A)
Inizio su lamette e strapiombino, poi diedro grigio con splendidi appigli.

The monster lived on

The monster lived on

MAXINE: Oggi a scuola uno dei miei studenti è venuto a consegnarmi il suo diario. Il suo nome è Jimmy. È un bravo ragazzo. Si sforza davvero. Ho notato che aveva un graffio sulla fronte, e così gli ho chiesto come se l’era fatto. Mi ha detto che lo aveva scritto nel suo diario e mi ha chiesto se volevo leggerlo. Così l’ho letto durante la mia pausa pranzo. Raccontava di come Jimmy ed i suoi amici stessero giocando alla guerra. Sai …la guerra.

CALVIN: Certo. Fucili giocattolo e tutto il resto.

MAXINE: Jimmy era dalla parte cattiva. Stava interpretando uno dei cattivi. Era salito su albero, ma mentre si nascondeva ha perso l’equilibrio ed è caduto atterrando proprio su uno dei suoi amici che stavano sotto. Tutti i bambini sono accorsi, volevano assicurarsi che entrambi stessero bene. Tutti tranne uno: questo ragazzo salta fuori e spara a tutti i cattivi …e poi si vanta di aver vinto, da solo! E immagino che tecnicamente l’abbia fatto: gli altri bambini non hanno dovuto aiutarlo. Così i cattivi hanno perso. Credo che Jimmy si senta davvero male per l’intera faccenda. Non saprei …non sono esattamente sicura di cosa volesse chiedendomi di leggere il suo diario. Tuttavia ha scritto tutto in modo così dettagliato: quello che è successo deve averlo davvero colpito!

CALVIN: Beh. Probabilmente Jimmy vuole sapere cosa ne pensi tu di un ragazzo del genere. La tua opinione è probabilmente importante per lui.

MAXINE: Tu cosa ne pensi? Del ragazzo che ha sparato ai cattivi?

CALVIN: Non lo so. Un bambino così cresce per essere una persona importante, credo. Come un …come il capo in una fabbrica o … forse il presidente. Non lo so. I bambini sono tosti.

MAXINE: Ma che tipo di ragazzo eri tu?

CALVIN: Io? Io sarei il ragazzo che Jimmy ha schiacciato quando è caduto dall’albero.

“I just killed a man. The monster lived on.
And in the end, the war was won by heroes.
Not me. Do you understand?”
(The Man Who Killed Hitler and Then The Bigfoot )

Il Mirtillo non lo sà

Il Mirtillo non lo sà

Questo week-end sono stato coinvolto, nonostante la pioggia battente, in un’intensa lezione di botanica alpina sul campo. Confesso che le mie conoscenze in ambito floreale sono pari al mio interesse per l’argomento, tuttavia la nostra insegnante, una giovane botanica, è riuscita laddove molti prima di lei – alcuni personaggi piuttosto pittoreschi – avevano clamorosamente fallito per oltre trent’anni: incuriosirmi.

Io credo che la maggior parte della gente si fissi sulla stupida “mania” di esibirsi nella conoscenza dei “nomi” dei fiori perchè il nozionismo superficiale con cui ci si adegua ad una convenzione è lo scudo migliore sotto cui nascondere un’ignoranza profonda. Tuttavia i nomi, nonostante siano arbitrari e spesso transitori, hanno un intrinseco potere nel linguaggio: “un nome definisce ciò che esiste” e questa definizione è spesso il punto di partenza di una storia.

Questo è il caso della Myosotis Alpestris. La giovane Botanica, incontrandone alcuni esemplari sulla morente morena del ghiacciaio Ventina, si è chinata per descrivere ai miei compagni le caratteristiche di quel piccolo fiore azzurro dal centro giallo. Una leggenda tedesca narra che il suo nome “volgare” derivi da una supplica del piccolo fiore a Dio, quando questi stava assegnando un nome a tutte le creature del creato: “non ti scordar di me”.

Io ero distratto in qualche altrove, come lo sono quasi sempre, ma quel piccolo fiore è riuscito a colpirmi, travolgendomi di nostalgia. Quel piccolo fiore azzurro era infatti il preferito di mia mamma e spesso appariva come decorazione dei suoi fazzoletti di stoffa. Così, incuriosito per motivi che nulla sembrano legati alla botanica, mi sono immerso nella spiegazione ascoltando una storia che non conoscevo.

“Il fiore diventa di colore blu dopo che gli insetti lo hanno impollinato, prima è di colore rosa. In questo modo la pianta comunica agli insetti su quali fiori posarsi e quali lasciare in pace”. All’improvviso la nostalgia ha lasciato spazio ad un pensiero più ampio e complesso: “…in che senso comunica?”.

Nella mia mente cercavo di immaginare gli algoritmi, sotto forma di procedure meccaniche e chimiche, che rendono possibile che il fiore, una volta avvenuta l’impollinazione, cambi colore. Tuttavia per la pianta, abusando dell’espressione, questo è un riflesso meccanico e non un atto di volontà. In realtà non esiste neppure una vera comunicazione, il fiore non ha nè coscienza del cambiamento nè alcuna possibilità di conoscere quali effetti ha sul mondo circostante.

L’evoluzione non è un atto volontario, “la pianta non si è volotariamente evoluta per cambiare colore”, semplicemente tutti i fiorellini rosa di quella primitiva famiglia che non hanno cambiato colore si sono estinti o sono diventati qualcos’altro. L’evoluzione è un processo brutale e violento in cui statistica e grandi numeri “selezionano”, in tempi che spesso coinvolgono centinaia se non migliaia di generazioni, ciò che è “vincente” – e perdura – da ciò che è “perdente” – e scompare. Tuttavia l’individuo, in tutto questo, è assolutamente vittima inconsapevole.

Così mi sono focalizzato sulle parole e sul modo con cui presentava le piante. “Il linguaggio forma il pensiero”. Il problema generale è infatti il linguaggio comune e le sue trappole. Così anche la dottoressa, che è straordinaria nel proprio campo di competenza, utilizzava il linguaggio dando spazio al fraintendimento diffuso sull’evoluzione. Un errore che invero è probabilmente giustificabile poichè cerca di ridurre e semplificare “a favola” un’idea tanto enorme da essere, francamente, difficile da abbracciare nella sua interezza.

“La pianta di mirtillo sfrutta gli animali che si cibano dei suoi frutti per diffondere i propri semi su un territorio più ampio”. Questa è la realtà così come comunemente siamo abituati a vederla, nella sua causa-effetto, ma di fatto questa NON è la realtà. Il mirtillo non lo sà, non ha la mimina idea di cosa accada ai suoi semi, non ha “progettato” il suo frutto perchè sia più appetitoso o i suoi semi perchè siano più adatti a resistere ai succhi gastrici degli animali durante il curioso viaggio dalla bocca al culo che li porterà verso “altrove”. No, il mirtillo non sa nulla di tutto questo, non sa nemmeno di esistere.

Eppure ogni anno, come tutte le creature viventi di questo pianeta, compie uno sforzo incredibile per obbedire ad un unico comandamento: “riprodursi”. Questo sforzo enorme anima lo scintillio poliedrico che è il mondo floreale ed ha un solo scopo: “mischiare le carte”. Perchè l’evoluzione è un’infinita e continua “permutazione” di elementi che crea individui “simili ma diversi” affinché, statisticamente, qualcuno di questi individui manifesti – inconsapevolmente – un piccolo ma efficace cambiamento che possa consolidarsi in modo vincente rispetto ai cambiamenti circostanti. “Survival of the fittest”

No, il mirtillo non lo sà, non lo sà che i suoi primitivi e diretti antenati hanno azzeccato, generazione dopo generazione, la “svolta” giusta ad ogni bivio evoluzionistico. Non lo sa che esistono miliardi di suoi parenti “quasi mirtillo” che, senza colpa o volontà, sono “nati inadatti” e si sono estinti. No, il mirtillo non lo sà, e questo mi inquieta perchè presuppone che neppure io, come individuo della mia specie, abbia davvero consapevolezza di quali siano le strategie vincenti – così come i madornali errori – che sto inconsapevolmente mettendo in atto o che sto passivamente subendo.

A complicare le cose un’altro incontro poco distante dal Ventina: il larice millenario della Valmalenco. Una pianta che, ai margini di un ghiacciaio, sopravvive per migliaia di anni è un individuo che hai miei occhi appare leggendario. Nel mio immaginario è il Christopher Lambert dei larici, un “highlander” con Freddy Mercury che gli fa da colonna sonora ogni volta che sorge il sole: “I am immortal, I have inside me blood of kings. I have no rival, no Larch can be my equal: take me to the future of you all!”. Così ho posto timidamente alla dottoressa una domanda: “Ma anche gli alberi millenari ogni anno attivano il processo riproduttivo o redirigono tutte questo energie in ciò che li aiuta a vivere più a lungo?”. Volevo sapere se un individuo aveva la capacità di sottrarsi al cerchio della vita trasformando se stesso, evolvendo volontariamente per estendere la propria esistenza (BioHacking). La risposta però è stata sconsolante: le piante millenarie sono piante come tutte le altre, che seguono lo stesso ciclo come le altre, solo particolari condizioni ambientali hanno permesso loro di vivere tanto a lungo.

Le piante millenarie, sebbene testimoni di un tempo oltre l’umana concezione, non sono speciali, hanno solo avuto fortuna. La loro millenaria individualità si perde nei milioni e miliardi di anni attraverso cui si muove l’evoluzione. Riprodursi attraverso poliedriche imperfezioni e cambiamenti rimane la violenta e vincente scelta della vita. L’esistenza di ognuno di noi è un tiro di dadi nello sconfinato casinò che è l’universo… fanculo ad Einstein ed ai Creazionisti.

Non ti scordar di me, una supplica di un fiore a Dio. Non ti scordar di me. Guardando un fiore dovremmo sentirci tristi, perchè sono la prova vivente che la nostra vita, in un gioco più grande, è davvero poca cosa. Ma prima di tornare a Chiareggio un’ultima strana rivelazione mi è apparsa, impetuosa e consolatrice: “Il mirtillo non lo sa, ma la mucca sì!”

Una rivelazione che trova nome in una pianta: Veratro! Già una pianta dall’apparenza decisamente brutta, fogliacce verdi in mezzo ad un prato, qualcosa che difficilmente interesserebbe gli invasati del “nomen florum”. Eppure, senza saperlo, era per me illuminante! L’evoluzione, attraverso una deriva di permutazioni nel tempo, ha infatti ha selezionato questa pianta rizomatosa valorizzando un suo particolare aspetto funzionale: essere velenosa!

Gli antenati della veratro che non erano velenosi, o anche solo vagamente velenosi, si sono estinti. Hanno smesso di esistere come “specie” perchè quando ti mangiano, e non hai altri jolly da giocare, difficilmente ti riproduci. Il verato invece erà lì, cazzuto ed incazzoso, pronto a vendicarsi: “Muoia Veratro con tutte le mucche che si azzarderanno a mangiarlo!”. Perché in fondo è una pianta sfigata: totalmente “perdente” se implicitamente non facesse affidamento sull’intelligenza della mucca.

Già, perchè la mucca lo sa che non deve mangiarlo il Veratro. Mentre il mirtillo non lo sa che il destino della sua prole è affidato al buco di culo di qualche ungulato (o di qualche bipede) la mucca è un mammifero, e questo cambia davvero tutto!

La mucca infatti NON mangia il Veratro, ma NON lo fa NON perchè una volta l’ha assaggiato ed è morta, non è un’esperienza diretta a condizionarla. Non è qualcosa di passivo, meccanico o involontario o istintivo come accade per il rosa ed il blu del “non ti scordar di me”. No, è un’azione volontaria, consapevole, che non essendo frutto di un’esperienza diretta dell’individuo è il risultato di un insegnamento ricevuto e maturato da un’esperienza indiretta. Una piccola straordinaria magia!

L’evoluzione, come una potentissima Intelligenza Artificiale (AI) che traffica senza sosta con la spietata legge dei BigData, nel suo violento percorso di selezione è giunta alla conclusione che un individuo, prendendosi cura ed educando la propria prole, può accelerare e diversificare i cambiamenti che permettano a tale specie di perdurare nonostante le trasformazioni dell’ambiente che li circonda. L’evoluzione non più come mutazione strutturale quanto invece comportamentale. Mica paglia!!

Il vitellino quindi batte a mani basse il larice millenario, soprattutto perchè la mucca è in grado di “educarlo” senza possedere un linguaggio evoluto o una consapevolezza simile alla nostra. Altro che Internet e protocolli di commutazione a pacchetti! L’uomo, con la sua straordinaria capacità di essere individuo, è di fatto il culmine della strategia evolutiva della vita. Il fatto che l’uomo abbia le potenzialità e la volontà di “esportare” la vita su altri pianeti ne è infatti una prova quasi evidente.

Tuttavia ogni strategia, per quanto evoluta, può rivelarsi tanto vincente quanto perdente nella sua attuazione. La nostra società ha aggregato gli “individui” fino alla “massa” rendendo possibili risultati insperati. Tuttavia questa massificazione, forse per la prima volta dall’alba dei tempi, sta trasformando l’ambiente – mortificando anche il libero arbitrio degli individui – con una rapidità ed un’incidenza tanto sproporzionata da mettere a rischio la scommessa di fondo dell’evoluzione: “la vita trova sempre una via”.

Il mirtillo non lo sa che, mentre lui affida con successo i suoi figli alle feci di qualche animale, suo cugino, il “falso mirtillo” (Vaccinium uliginosum), ha reso i propri frutti psicotropi se assunti in gran quantità. Loro non lo sanno, sono nati così, non hanno scelta: noi invece possiamo scegliere, e non è una differenza da poco.

Alla fine di questo viaggio credo dei nomi dei fiori mi interessi ancora meno di quando siamo partiti, ma sono convinto che la lezione offerta a noi dal regno delle piante, così come il suo rapporto con quello animale, sia inestimabile. Sto diventando decisamente vecchio, ma credo anche siano state le nanerottole, “Le Sorelle Tempesta”, e quel polpettone di “Interstellar”, ad aprirmi gli occhi su ciò che era sempre stato sotto il mio naso:

«Dopo che siete nati voi, tua mamma mi ha detto una cosa che non avevo mai capito. Mi ha detto “Ora siamo qui solo come ricordi per i nostri figli”. Credo di aver capito che cosa voleva dire. Quando diventi genitore sei il fantasma del futuro dei tuoi figli.»

Davide “Birillo” Valsecchi

I Rifugi dei Corni di Canzo

I Rifugi dei Corni di Canzo

Nel lontano Maggio 1960 i Volontari di Valmadrera diedero inizio alla costruzione dell’attuale Rifugio S.E.V. a Pianezzo. Costruirono una teleferica di circa 300 metri, i cui basamenti sono ancora visibili sotto la Parete Fasana, con cui si trasportavano i sassi di calcare perchè fossero frantumati producendo la sabbia, un montacarichi e un acquedotto per portare l’acqua al cantiere dalla sorgente del Ceppo della Bella Donna. Dopo quattro anni, la Domenica del 13 settembre 1964, il rifugio fu finalmente inaugurato. Maggiori informazioni sull’attuale – e beneamato – Rifugio sono disponibili sul sito della SEVhttps://rifugiosev.it/

Tuttavia prima di quella data altre due costruzioni avevano ricoperto il ruolo di “Rifugio” ai Corni di Canzo. In rete è apparsa qualche settimana fa – pubblicata da Davide Fadigatti‎ – una bella foto d’epoca di una di queste strutture: un’immagine davvero sorprendente! Nel riproporvela qui aggiungo anche un estratto della Guida alle Prealpi Lombarde realizzata da Silvio Saglio nel 1957 per il Touring Club Italiano e per il CAI Milano. In questa pubblicazione, infatti, vengono infatti menzionati i due antichi rifugi, oggi baite private.

RIFUGIO DEI CORNI o DI PIANEZZO e RIFUGIO POLALBA Il Rifugio dei Corni o di Pianezzo sorge a m. 1225 sul versante settentrionale dei Corni di Canzo, in bellissima posizione dalla quale si domina gran parte del L. di Lecco e dei monti che lo rinserrano,  È una baita trasformata in rifugio; di proprietà privata, con 8 letti e 3 cuccette, acqua di sorgente, aperto dai primi di maggio a fine settembre con spaccio di bevande e di alcuni generi alimentari. Il Rifugio Polalba è situato a m. 900 sul versante della Valbrona, in una conca circondata dai castani, dai faggi e dai larici; dispone di 8-10 posti letto, ed è aperto tutti i giorni nei mesi estivi e al sabato e domenica negli altri periodi dell’anno.

NDR: Nella guida del Saglio non vi erano molte fotografie, la maggior parte delle illustrazioni erano disegni a mano.

ACCESSI:

DA CANZO m 887 si attraversa l’abitato in direzione NE, quindi si scavalca il Torrente Ravella e ci si porta alle Fontane di Gaium m 481 (ore 0.15; osterie). Risalento il torrente, si lascia a destra la strada per San Miro al Monte e si prosegue a sinistra per la comoda carreggiata, che s’innalza selciata e con larghe curve (accorciatoie) nel rado bosco, verso una specie di sella, al di là della quale si raggiunge la prima Alpe Grasso m 725 (pittorescamente inquadrata dai Corni di Canzo) e  l’Alpe Bertalli m 779 (ore 0.45-1), raggruppamento di case, abitate tutto l’anno. Si abbandona allora la carreggiata e, prestando attenzione alle segnalazioni, ci si alza, per un costolone e per il fondo di un valloncello, verso l’estremità pianeggiante del crestone occidentale dei Corni, detto Piano di Candalino m 1067 (ore 0.45-1.45) e ci si affaccia all’azzurro bacino del Lago di Lecco e alla verdeggiante Valbrona. Si prosegue lungo la dorsale, lasciando a sinistra il sentiero che conduce all’ Alpe di Pianezzo e si marcia per sentiero pianeggiante in direzione del Rifugio dei Corni o di Pianezzo m 1225 (ore 0.15-2).

DA VALMADRERA m 237 si prende la strada che si stacca a NO dalla piazza principale e sale a Gianvacca. Di qui si prosegue in direzione di Mondònico; al primo bivio si svolta a destra e, per un viottolo sostenuto da un muro a secco, si contorna un poggio e si riesce sulla sassosa traccia che rimonta la Valle della Boa tra la boscaglia fino ad una spianata (1 ora). Dai ruderi di un cascinale si continua lungo il fondovalle, sì sorpassa una presa d’acqua e, giunti sotto alcuni roccioni, ci si sposta lungo il ripido fianco occidentale per un faticoso sentiero che s’inerpica verso un pianoro, in cui sfociano ampie colate di detriti. Si evitano questi sfasciumi per la traccia segnalata che volge a destra, si passa ai piedi del roccione strapiombante detto Tetto della Porta (che può offrire un buon riparo in caso d’intemperie) e, piegando ancora a destra tra blocchi calcarei, si risale la parte superiore di una valletta, dominata a sinistra (E) dalla parete del Corno di Canzo orientale, onde giungere, fra cespugli sempre più radi, alla Bocchetta di Sambrosera m 1125 c. (ore 1.30-2.30) che separa la massa del Moregallo dal Corno di Canzo orientale, mettendo in comunicazione diretta la Valle della Boa con la Valle delle Moréggie, che sbocca nel Lecco di Lecco di fronte alla Punta dell’Abbadia. Sul valico, non nominato dalla tav. 32 I SE (Lecco), ma indicato dalla pietra di confine dei comuni di Mandello (M) e Valmadrera (V), si trovano alcuni massi erratici di granito ghiandone, che dimostrano l’enorme sviluppo dello scomparso ghiacciaio abduano, il quale invadeva nell’era quaternaria tutto il bacino del Lago di Como, lasciando emergere nel mezzo solo la vetta del Monte San Primo e, come scogli, i Corni di Canzo.  Dal valico si pianeggia attorno alla testata cespugliosa della Valle delle Moréggie, quindi si sale a un’ampia sella erbosa e, scavalcata l’arrotondata propaggine del Corno di Canzo centrale, si arriva al Rifugio dei Corni o di Pianezzo m 1225 c. (ore 0,45-3.15).

DALL’IMBOCCO OCCIDENTALE DELLA GALLERIA DEL MELGON  (lungo la carrozzabile Malgrate-Onno, quasi a metà strada fra queste due località), si rintraccia, al disopra della scarpata, un piccolo sentiero che s’inerpica lungo quel costolone che fa da sponda orientale alla Valle delle Moréggie. Si segue questo sentiero nel bosco ceduo, trascurando le diramazioni di sinistra, poi si scavalca la testata di un valloncello secondario e ci si mette nel solco principale, allo scopo di innalzarsi a mezza costa, con ampio giro, assecondando gli anfratti del Moregallo, fino alla testata del vallone (ore 2.30), dove passa l’itinerario precedente che conduce al Rifugio dei Corni o di Pianezzo m 1225 c. (ore 0.45- 3.15).

DA CANDALINO m 545 (frazione di Valbrona) si risale per mulattiera la Valle Griarolo fino all’ Alpe Oneda m. 720, dove si prende quel sentiero che si svolge lungo la boscosa dorsale che il Corno di Canzo centrale spinge verso il Sasso della Cassina e il Lago di Lecco; oppure si prende la mulattattiera che attraversa la Valle del Gagetto e, passato il Rifugio Polalba, si continua in direzione dell’Alpe di Pianezzo m 1197, al disopra della quale s’incontra l’itinerario 193, che viene da Canzo e conduce al Rifugio dei Corni o di Pianezzo m 1225 c. (ore 2).

Rifugio SEV – 1964

Nota: le fotografie sono state pubblicate da ‎Davide Fadigatti‎ sulla pagina Facebook “Sei di Valmadrera se”.

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