Author: Davide "Birillo" Valsecchi
Contattami con Google+ o con Facebook

CIMA-ASSO.it > Articles by: Davide "Birillo" Valsecchi
Luigi Micheluzzi

Luigi Micheluzzi

“Il primo sesto grado italiano sulle Dolomiti” di Enrico Camanni (La rivista della Montagna 1982).  A lungo, e inutilmente, si è cercato di datare il primo sesto grado della storia dell’alpinismo, di quello italiano in particolare. A conti fatti penso che si tratti di un’operazione impossibile, perché sono troppi i fattori e le variabili storiche, psicologiche, soggettive e oggettive che condizionano una scalata nel momento in cui viene realizzata. Per esempio è vero che Solleder, superando nel 1925 il suo incredibile itinerario sulla parete nord ovest della Civetta, è andato probabilmente oltre ai limiti in arrampicata di quegli anni, ma molto probabilmente lo stesso Solleder e altri suoi compagni della prestigiosa Scuola di Monaco avevano già superato simili difficoltà sulle proprie pareti di casa.

L’evoluzione è troppo rapida e complessa per poter fissare delle date e delle tappe imprescindibili. Molto più produttivo e interessante si presenta, sulla base dei singoli exploit e delle singole evoluzioni, il confronto delle diverse scuole e dei diversi gruppi di arrampicatori che, nella stessa epoca storica, hanno operato in un determinato gruppo montuoso. In quest’ottica particolare si può veramente parlare di superamento dei limiti, delle inibizioni, insomma di raggiungimento del sesto grado inteso come barriera limite raggiunta in arrampicata.

Il sesto grado degli Anni Venti e Trenta coincide con la massima difficoltà ipotizzata, proprio in quel periodo storico, dall’alpinista della Scuola di Monaco Willy Welzenbach. Nello stesso periodo, in Italia, l’unico alpinista ad avere le idee veramente chiare su ciò che hanno fatto i tedeschi in roccia, e su quali livelli si stia sviluppando l’arrampicata in Dolomiti, è Domenico Rudatis, di educazione e tradizione colta cittadina. Lo stesso Emilio Comici di Trieste, che pure si era misurato con la Solleder alla Civetta (senza riuscire a passare), maturerà solo più tardi la sua chiara concezione dell’arrampicata. Siamo alla fine degli Anni Venti, quando si realizzano in brevissimo tempo le tre imprese italiane — allora poste sullo stesso livello da giornalisti specializzati come Vittorio Varale — che segneranno un passo avanti fondamentale, soprattutto a livello psicologico, perché per prime reggeranno il confronto con le pre stazioni della Scuola di Monaco. Infrangeranno insomma quella che era diventata in quegli anni la grande barriera proibita.

L’anno è il 1929, i protagonisti sono gli stessi Rudatis e Comici, oltre alla sconosciuta guida fassana Luigi Micheluzzi. Rudatis cercava apertamente di eguagliare la via di Solleder in Civetta (erano ormai quattro anni che quest’itinerario reggeva e superava il confronto con qualsiasi altra realizzazione italiana) e riuscì nel suo intento a poca distanza dalla grande parete nord ovest, salendo con Renzo Videsott e con il tedesco Leo Rittler l’altissimo spigolo ovest della Busazza; Rittler, che aveva già ripetuto la Solleder, stimò le due vie pressoché equivalenti come difficoltà.

Rudatis scrisse a Varale poco tempo dopo la salita, commentandola in questi termini: «…abbiamo posto cinque chiodi su ben 1000 metri durante la scalata, e ciò dimostra perfettamente il grado di purezza di stile. Siamo pervenuti anche noi, guide e non guide, all’estremo delle difficoltà. A constatarlo, in cordata con noi, un arrampicatore di Monaco di Baviera il quale detiene il record delle salite estremamente difficili». E ben presente, nella filosofia tedesca così come in quella di Rudatis, la rigorosa concezione di purezza di stile introdotta e testimoniata anni prima da Paul Preuss.

Durante la stessa estate Emilio Comici e Giordano Bruno Fabian salgono la parete nord ovest della Sorella di Mezzo (Tre Sorelle-Sorapis). Anche questa via eguaglia la Solleder, senza superarla. L’impresa fu reclamizzata più di ogni altra dell’epoca, anche se lo stesso Comici — a differenza di Rudatis — non osa esprimere nella relazione la definizione di sesto grado, limitandosi al termine di «estremamente difficile» con chiaro riferimento all’oggettivazione della Scala di Monaco. Il concetto è lo stesso, ma la definizione resta più generica e meno impegnativa.

L’anno successivo tutti gli alpinisti italiani saranno informati della portata delle due imprese attraverso il Bollettino del CAI. La terza realizzazione del 1929 è di gran lunga la più importante delle tre, ma passeranno anni prima che venga resa pubblica e inquadrata nel suo reale valore. Si tratta della prima salita del Pilastro sud della Marmolada di Penia, superato il 6/7 settembre dalla guida di Canazei Luigi Micheluzzi con Roberto Perathoner e Demetrio Christomannos: 550 metri di dislivello con difficoltà indubitabilmente superiori alla Solleder, passaggi di VI superiore, meno dr dieci chiodi usati su tutta la via (oggi in parete ce ne sono una cinquantina e oltre). Secondo alcuni ripetitori moderni, la Micheluzzi sarebbe dello stesso livello di difficoltà della via Soldà e della via Vinatzer aperte molti anni dopo sulla stessa parete e classificate giustamente di VI sup. Secondo altri ripetitori moderni i passaggi in arrampicata libera sarebbero ancora superiori a quelli della stessa Soldà, equivalenti a quelli della via di Vinatzer. La direttiva dell’ascensione è una linea ideale, che si svolge tutto a sinistra della grande gola che solca verticalmene la parete della Punta di Penia, con una serie quasi continua di camini e fessure, sulla stretta faccia destra del pilastro.

Dunque un exploit eccezionale, del tutto sottovalutato, che infrange una grande barriera psicologica e getta le premesse, sul finire degli Anni Venti, di quello che sarà nel decennio successivo il periodo d’oro dell’alpinismo dolomitico italiano. Micheluzzi, senza rendersene conto, aveva superato il limite degli arrampicatori tedeschi in arrampicata pura e aveva anche superato in arditezza e in purezza dell’itinerario la concezione più ardita della Scuola di Monaco; il tutto con solo sette chiodi, secondo l’etica più esemplare di Preuss.

La confusa relazione che Micheluzzi invia all’Annuario della SAT nel 1930 non rende per nulla ragione del valore della salita, per il semplice fatto che la giovane guida di Canazei era di umile cultura valligiana e non era assolutamente al corrente di tutta la complessa problematica sviluppatasi intorno ai limiti delle difficoltà in arrampicata. Nella chiusura della relazione si legge semplicemente: «La salita è difficilissima, presenta ostacoli che non possono essere superati che dalla cooperazione di al meno due esperti alpinisti».

Ma partiamo dalla situazione culturale in cui si muoveva l’alpinismo dolomitico di allora, in particolare valligiano. Sul finire degli Anni Venti, le due guide che a giudizio internazionale esprimevano le maggiori capacità erano Piaz e Dibona. Due personalità nettamente differenti: schivo, modesto e silenzioso Dibona, «un vero principe della montagna — come lo definisce argutamente l’alpinista triestino Piero Slocovich — dotato di una signorilità innata, pieno di dignità professionale e nello stesso tempo pieno di rispetto per il proprio cliente, di cui capiva immediatamente pregi e difetti»; Piaz, al contrario, estroso e stravagante, maestro non solo nell’arte di arrampicare ma anche in quella della pubblicità: ricordiamo la sua “sacrilega” traversata a corda della Guglia De Amicis, tanto per fare un esempio. Si trattava comunque «di guide venerande, che ispiravano immenso rispetto e soggezione ed esercitavano un fascino incomparabile… Ambiente fascinoso: a Cortina (dove passavano ancora giardiniere a cavalli, qualche rara macchina aperta, bianca di polvere e i torpedoni rossi, pure aperti delle SAD, che facevano in sei ore il percorso Cortina-Bolzano) di fronte all’albergo Croce di Malta, dove oggi ci sono le vetrine della CIT, c’era un grande bancone di legno dove, alla sera, sedevano le grandi guide di quelle Dolomiti: il vecchissimo Verzi (quello della Tofana e dei Cadini) con i lunghi baffoni spioventi, gialli di tabacco, l’agile e scattante Barbaria (quello del Becco di Mezzodì) e, sommo fra tutti, Angelo Dibona… Altro punto d’incontro era il Vaiolét, dominio esclusivo di Piaz, il quale dettava legge sull’uso o non uso di chiodi di assicurazione, difendeva o accusava senza pietà gli arrampicatori le cui prime erano oggetto di discussione… Questo era il mondo idilliaco in cui feci le mie prime esperienze. La folgore che lo sconvolse fu la notizia delle incredibili imprese di Solleder in Civetta e di Simon e Rossi al Pelmo. Per suscitare oggi uno choc paragonabile alla notizia della caduta della Civetta, bisognerebbe sentire che qualcuno ha fatto l’Eiger d’inverno, con una gamba sola, in solitaria!» (P. Slocovich, Cinquant’anni di Quarto grado. Riv. Mensile del CAI n. 9/1973).

È in quest’ambiente dolomitico dal sapore antico e tradizionale, dove le guide più forti sono strabiliate e annichilite di fronte alle imprese dei tedeschi, che Luigi Micheluzzi — guida lui stesso e valligiano come loro — realizza la prima salita diretta della parete sud della Marmolada. Illustre spettatore all’impresa è lo stesso Tita Piaz, che sta salendo con la contessa Scheiler di Milano lungo la via classica della sud. All’alba del 6 settembre, su proposta dell’amico alpinista Roberto Perathoner che trovandosi al rifugio Contrin ai primi di settembre aveva assistito a un ennesimo fallimento di una cordata tedesca sulla diretta della sud, Micheluzzi è già alla forcella d’Ombretta, ormai deciso a tentare la grande prima, sicuramente spinto anche lui dall’acceso spirito nazionalista del tempo. Della cordata fa parte anche Demetrio Christomannos, aggiuntosi all’ultimo momento. La determinazione psicologica di Micheluzzi è tale che la salita gli riesce di slancio, in trenta ore di arrampicata, attrezzato soltanto di martello, sette chiodi e una corda di canapa. La leggenda narra infine che egli avesse da mangiare solo una “luganega” infilata di traverso in una tasca dei pantaloni, e che questa gli sia sfuggita di tasca insieme alla pipa durante uno dei passaggi più duri. Si racconta anche che dopo il bivacco, reso molto penoso dal freddo e da un getto d’acqua gelata che scendeva dal colatoio superiore, la volontà di Perathoner si fosse incrinata al punto da far prendere in considerazione la rinuncia. Fu Micheluzzi a ristabilire il morale del gruppo, affrontando con decisione il passaggio chiave superiore, che lui stesso in seguito continuò poi a definire come «straordinariamente difficile».

Alla salita, festeggiata solo tra le guide della valle di Fassa, fece seguito un’inadeguata considerazione da parte degli alpinisti italiani e addirittura l’incredulità dei tedeschi; fino alla prima ripetizione della cordata Stòsser-Kast (già avevano più volte tentato senza successo l’impresa) che fu decisamente considerata come una prima salita dall’ambiente germanico. Qui scoppiò la decisa polemica, nella quale Tita Piaz ebbe un ruolo determinante in difesa di Micheluzzi, con memorabili arringhe che dimostrarono con gli anni l’autenticità delle dichiarazioni della guida fassana. Solo nel 1933 si giunse ad una chiara smentita da parte di una rivista specializzata tedesca che, tra l’altro, muoveva i giusti elogi agli alpinisti italiani protagonisti dell’impresa.

Micheluzzi, nato il 16 luglio del 1900 a Canazei, aveva cominciato ad arrampicare verso i 18 anni; in brevissimo tempo conobbe tutti i massicci dolomitici, ripetendo numerosi tra gli itinerari più difficili dell’epoca. Scrive Tommaso Magalotti (Una guida del sesto grado, coraggio e semplicità di Luigi Micheluzzi. Riv. Mensile del CAI nov.-dic. 1976).

«Divenne guida valentissima e molto apprezzata. La sua passione alpina, il suo mestiere, si realizzarono soprattutto sulle montagne di Fassa (nel 1935 egli aprì con Ettore Castiglioni il bellissimo itinerario sulla parete sud del Piz Ciavazes — oggi classicissimo — caratterizzata da una spettacolare traversata di 90 metri tra due fasce di strapiombi, n.d.a.), sulle Pale di San Martino, sulle Dolomiti Cortinesi, nel Gruppo del Brenta ove compì la prima ripetizione della via Preuss al Campanile Basso (impresa importantissima specie da un punto di vista psicologico, perché poco prima vi avevano perso la vita Bianchi e Prati, n.d.a.). Era una guida disponibile,

pronto ad assecondare le più disparate esigenze della sua numerosa clientela di cui — al di fuori del rango di appartenenza ed in termini di estrema chiarezza — non esitava ad enunciare qualità e difetti. Il fatto che fossero molti coloro che si rivolgevano a Micheluzzi per essere accompagnati in ascensioni o in arrampicate un po’ su tutto l’arco dolomitico, alimentò, in quella prima metà del secolo, non poche polemiche nei suoi riguardi, soprattutto da parte delle guide delle altre vallate, che lamentavano la frequente comparsa sulle montagne di casa loro, di un ‘foresto” alla cui corda erano spesso legate alte personalità sia italiane che straniere»

E ancora Slocovich ricorda: …«Negli anni 1928, 1929, 1930 arrampicai dietro al grande Micheluzzi, arrampicatore non elegante, ma estremamente dotato ed ardito, usammo questi (leggi pochissi- mi, n.d.a.) chiodi di assicurazione: uno alla fine della prima lunghezza di corda alla Preuss del Basso (stavamo facendo la prima ripetizione italiana, seconda assoluta, ed eravamo sotto l’incubo della catastrofe di Bianchi e Prati, precipitati proprio sui primi venti metri due anni prima) che non aveva naturalmente chiodi di sorta; due nella prima salita della parete del Piz Ciavazes (a destra del caminone), due nella prima salita della Nord della Roda del Mulon… Ma Micheluzzi non chiodava se non in caso estremo e aveva quel «coraggio da leone» di cui così autorevolmente parla Rudatis» (c.f.r. articolo citato).

Dunque una personalità estremamente libera e moderna, ispirata e creativa nel senso più ricco del termine. Un personaggio che non divenne mai tale, e che seppe inserirsi in modo magistrale nella storia alpinistica di quegli anni anche senza l’influenza determinante dello spirito intellettuale di un Rudatis, o di una scuola tecnica e dinamica come quella che si era formata negli anni trenta tra Belluno e Vicenza. Un montanaro legato alla sua vallata che si è trasformato in arrampicatore moderno senza aver mai avuto piena coscienza di ciò. Micheluzzi è morto, stroncato da infarto, il 18 febbraio 1976 a Canazei.


Dolomiti Anni Trenta

  • Sotto un sole che fu
    “Cose e fatti di Dolomiti Anni Trenta” di Roberto Mantovani
    (Rivista della Montagna 1983).
  • Gino Soldà
    “Un vicentino sulla Marmolada” intervista di Stefano Ardito
    (Rivista della Montagna 1983).

  • Bruno Detassis
    “Il signore del Brenta” intervista di Nanni Villani
    (Rivista della Montagna 1983)

  • Luigi Micheluzzi
    “Il primo sesto grado italiano sulle Dolomiti” di Enrico Camanni
    (La rivista della Montagna 1983).

Sotto un sole che fu

Sotto un sole che fu

“Cose e fatti di Dolomiti Anni Trenta” di Roberto Mantovani (Rivista della Montagna 1983). Esiste nella storia dell’alpinismo italiano, un momento mitico e affascinante che si può comprendere solo se ci si avvicina a fatti e vicende di quel periodo in maniera umile, lasciando cadere i luoghi comuni della storiografia tradizionale. E’ il periodo che va dal 1929 al 1939, l’epoca d’oro del grado nelle Dolomiti, denso di avvenimenti grandissimi e a torto un po’ dimenticati. Un’epoca che a distanza di cinquant’anni esercita ancora una profonda emozione, quasi che certi vissuti odierni potessero trovare là le loro radici, il loro alimento primario.

Le avvisaglie di un grosso sommovimento nel mondo alpinistico si erano già avute nel breve periodo che precedette la Prima Guerra Mondiale. Poi gli arrampicatori della scuola di Monaco avevano dato colpi decisivi ai limiti raggiunti in precedenza, che parevano invalicabili. E furono mirabilissime imprese, prima realizzate sul calcare del Kaisergebirge e in seguito nelle Dolomiti delle Alpi occidentali.

Ma l’esplosione del fenomeno, che divenne poi movimento corale, quasi che l’lo collettivo di un universo locale, quello delle Alpi orientali, fosse stato attirato nel vortice di un’energia potentissima, si ebbe solo tra la fine degli Anni Venti e il decennio successivo, per opera di alpinisti veneti, trentini, giuliani.

E non a caso, in un periodo storico particolare, quello compreso tra le due guerre, venendo a sollevare la situazione di ristagno successivo all’esplosione delle forze distruttive, volute o subite, nel primo conflitto mondiale.

Sono i nomi grandi dell’epoca, nomi in qualche caso adoperati in maniera meschina dalla propaganda di regime, e che occorrerebbe riportare nella giusta luce, quella che permette di rendere giustizia sulla base dei fatti e delle intuizioni: Gino Soldà, Attilio Tissi, Luigi Micheluzzi, Giovanni Andrich e più tardi il fratello Alvise, Bruno Detassis, Gian Battista Vinatzer, Celso Gilberti, Emilio Comici e infine Umberto Conforto e Franco Bertoldi, la cui salita sulla parete della Marmolada d’Ombretta alla vigilia della guerra del ’40 sembra richiudere una porta per quanto riguarda l’arrampicata dolomitica.

L’ultimo itinerario del periodo, quello appena citato, è una via di montagna nel senso più severo del termine, qualcosa che simbolicamente sembra voglia far volgere lo sguardo verso ovest, verso le Alpi occidentali dove Gervasutti è ancora lontano dalla conclusione del suo discorso.

Analizzando i racconti dei protagonisti, i commenti dei ripetitori, e visualizzando gli itinerari di allora, tracciati quasi tutti su pareti aperte, scaturisce in maniera più che netta l’impressione dell’esistenza di un rapporto con la montagna che dà a pensare, soprattutto oggi, che siamo spettatori della superlibera e del free più spinto.

Insomma, al di là degli anni, si ha l’impressione di riconoscere — e non solo con l’intelletto — gli attimi di una profonda comunicazione tra gli strati più nascosti e oscuri dell’umano e l’anima della montagna. Si pensi ai lunghi tiri di corda su terreno verticale, difficile, strapiombante, qualche volta friabile, senza un chiodo, senza un rinvio. E sempre c’era la sicurezza di passare, una sicurezza interiore che quasi quasi ti fa toccare con mano l’energia di cui prima si parlava.

Il fatto curioso, al di là di quanto ci si potrebbe attendere, è che in mezzo a tutto il fiorire di imprese stupefacenti, i racconti dei protagonisti e le pagine più genuine della letteratura alpinistica dell’epoca sono molto distanti dai toni drammatici, sanguigni e di partecipazione quasi viscerale del Romanticismo tedesco. Qui c’è invece la consapevolezza di trovarsi a fare dell’alpinismo a livello altissimo con una semplicità ed umiltà che hanno dell’incredibile, se pensiamo alle strombazzate che la cultura di regime rendeva allora più che legittime.

Accanto a tutti i grandi nomi citati, ma in posizione diversa, proprio per il ruolo che si trovò a svolgere, si erge la figura di Domenico Rudatis, personaggio un po’ misterioso, spesso discusso e anche temuto. Profondo conoscitore delle filosofie orientali e del pensiero di Nietzscke, valentissimo arrampicatore, critico e studioso della storia dell’alpinismo, in una serie di appassionati articoli e di scritti esercitò un influsso decisivo nell’impulso verso la “grande arrampicata”.

Facendo convergere la dottrina taoista e il sapere nietszchiano, Rudatis arrivò a concepire l’alpinismo come un raffinato strumento per avvicinarsi, nella pura potenza dell’atto in sé, libero da scopi materiali immediati e scaturito dalla pura volontà, al centro integrale dell’Essere, all’essenza dell’lo. Nelle forze scatenate nel momento magico dell’arrampicata, nell’agire libero da ambizioni e da meschinità, liberando le forze primordiali della natura, si realizzerebbe la rottura della spirale della casualità, della crosta del mondo fenomenico, aprendo la strada alla conoscenza reale.

Nietzsche e il Karma Yoga. La potenza che spezza il velo delle apparenze e la coscienza che esperimenta la vacuità delle cose. Ma è proprio nell’arrampicata, intesa come sforzo, come pura potenza che trascende il contingente, come «dover essere», che può annidarsi la tentazione di poter giocare con il potere. E la tentazione ci fu, vuoi per l’incomprensione dei termini più genuini del messaggio o, peggio, per il tradimento del medesimo. Sta di fatto che, ad un certo punto, qualche debolezza per il potere spicciolo si inserì là dove non avrebbe dovuto penetrare. Ma questo è un discorso che ci porterebbe troppo in là.

È comunque vero che le idee di Rudatis portarono all’alpinismo molti giovani e, trovando l’humus adatto a germogliare, misero profonde radici. Ed è il caso dei trentini Giorgio Graffer e Renzo Videsott, ma soprattutto di Attilio Tissi, Agordino, e Giovanni Andrich, fortissimi arrampicatori attorno ai quali prese ben presto corpo un nutrito gruppo di bellunesi, tra cui figurano Checo Zanetti, Ernani Faè, Attilio Zancristoforo, Furio Bianchet, e più tardi Alvise Andrich, alpinisti che sempre si distinsero per precise scelte etiche che rifiutavano assolutamente l’artificialismo.

La tradizione del gruppo sarà poi continuata anche dal trentino Bruno Detassis, il Signore del Brenia e dal fortissimo valgardenese Giovan Battista Vinazer il quale ha legato il proprio nome a vie come quelle che percorrono la parete nord della Furchetta e la sud della Marmolada di Rocca. A lato dei bellunesi, proveniente dal cupo e misterioso mondo delle doline calcaree dell’estremero d’Italia e dalle guglie delle Alpi Giulie, bisogna riordare dare Emilio Comici, il primo vero iniziatore di quell’arrampicata artificiale che spezzò sul nascere la proibizione, il divieto maniacale e assoluto di forare la roccia che si stava imponendo. Un’arrampicata che, proprio per il tipo di rapporto a cui costringe l’alpinista che ne fa uso per tracciare una nuova via su terreno sconosciuto, può anche divenire estremamente creativa.

La sua sarà la strada che verrà poi seguita dal gruppo dei vicentini Raffaele Carlesso, Gino Soldà, Bortolo Sandri e Mario Menti, autori di magnifiche vie sullePiccole Dolomiti e sulle Dolomiti propriamente dette. In coda a tutti questi personaggi, intanto, già appare l’ombra un po’ angosciante di una perfetta macchina da arrampicare, decisa e potente, Riccardo Cassin, che getta i suoi semi tra le guglie dolomitiche, aprendo nuove vie in parallelo ai grandi itinerari di pochi anni prima, ma che correrà presto verso occidente, nel regno delle altezze e delle glaciali pareti nord dove si sarebbero giocate di lì a poco le carte decisive di quella storia che abbiamo ancora sotto agli occhi.

Nelle pagine che seguono, presentiamo due dei massimi esponenti dell’arrampicata dolomitica degli anni trenta, Bruno Detassis e Gino Soldà, già fautori delle diverse tendenze poc’anzi accennate e cerchiamo di far luce su uno degli eroi sconosciuti di quel periodo, un arrampicatore sempre rimasto nell’ombra, ingiustamente: Luigi Micheluzzi.

Emani Faè, esponente del gruppo dei bellunesi, arrampicò dapprima con i «vecchi» del gruppo e, in seguito, col più giovane Alvise Andrich, con cui aprì una via sulla parete nord ovest della P.ta Civetta in due giorni di durissima salita.

Gian Battista Vinatzer, valgardenese, è uno dei personaggi chiave della storia dell’alpinismo dolomitico degli Anni Trenta, e solo in tempi recenti è stato inquadrato nella giusta luce. Il suo nome è legato alla parete nord della Furchetta e all’itinerario aperto con Castiglioni, nel 1936, sulla parete sud della Marmolada di Rocca.

Raffaele Carlesso, vicentino, fu caposcuola nelle Piccole Dolomiti, ma realizzò anche grandissime imprese in Civetta, come la parete sud della Torre Trieste, il suo capolavoro indiscusso. Un’impresa che innalzò di gradino il livello dell’arrampicata nel gruppo. Pur essendo molto versatile in arrampicata libera, Carlesso fu tra i primi esponenti dell’artiticialismo.

Alvise Andrich, uno dei personaggi più rappresentativi degli arrampicatori bellunesi, è di 13 anni più giovane del fratello Giovanni. Fortissimo arrampicatore in libera, audace fin quasi ai limiti dell’incoscienza, portò a termine un gran numero di vie. Tra tutte, la sua impresa più famosa e bella è senz’altro la parete Ovest del la P.ta Civetta, raggiunta per la fessura di sinistra, dritta, elegante,che incide tutta la parete nella sua lunghezza.

L’agordino Giovanni Andrich, grande amico di Attilio Tissi, del quale fu spesso secondo di cordata, divenne l’artefice di una nutrita serie di successi alpinistici che risollevarono l’arrampicata italiana dallo stato di appannamento in cui era caduta dopo i grandi successi di austriaci e tedeschi. Nel 1930 portò a compimento con Tissi la prima salita italiana della via Solleder-Lettenbauer sulla parete nord ovest della P.ta Civetta.

Domenico Rudatis è il personaggio chiave per capire gli sviluppi dell’alpinismo dolomitico degli Anni. Trenta. Intellettuale, profondo conoscitore delle filosofie orientali, fu anche un valente alpinista. Arrampicò prima col trentino Renzo Videsott e poi col gruppo dei bellunesi, partecipando ad imprese di grido, come la salita al Pan di Zucchero nel 1928, lo spigolo della Busazza, e la nord ovest della Sorella di Mezzo nel 1929.

Emilio Comici è il vero iniziatore: dell’artificialismo nelle Dolomiti. Ciò che contava, per lui, oltre alla salita in sé, era il modo in cui veniva condotta, l’ascensione, lo stile, l’eleganza, dell’arrampicata, la perfezione estetica del gesto.

Riccardo Cassin, un personaggio fin troppo noto per essere presentato. Apprese le tecniche della corda e del chiodo in Grigna, in occasione di una dimostrazione di Comici; si dedicherà in seguito alle Dolomiti e alle Alpi . occidentali. Tra le sue ascensioni dolomitiche, ricordiamo la parete sud est della Piccolissima di Lavaredo, lo spigolo sud est della Torre Trieste e la parete nord della Cima Ovest di Lavaredo. Più che uno scopritore di vie, Cassin fu comunque un grande risolutore dei problemi alpinistici del momento, pareti e spigoli sui quali si erano già infranti i tentativi di altri scalatori.


Dolomiti Anni Trenta

  • Sotto un sole che fu
    “Cose e fatti di Dolomiti Anni Trenta” di Roberto Mantovani
    (Rivista della Montagna 1983).
  • Gino Soldà
    “Un vicentino sulla Marmolada” intervista di Stefano Ardito
    (Rivista della Montagna 1983).

  • Bruno Detassis
    “Il signore del Brenta” intervista di Nanni Villani
    (Rivista della Montagna 1983)

  • Luigi Micheluzzi
    “Il primo sesto grado italiano sulle Dolomiti” di Enrico Camanni
    (La rivista della Montagna 1983).

Gino Soldà

Gino Soldà

“Un vicentino sulla Marmolada” intervista di Stefano Ardito (Rivista della montagna 1983). Rifugio Contrin, agosto 1936. La grande parete della Marmolada allinea il suo arsenale di pilastri e di placche, incisi in alto da canali repulsivi. E una parete impressionante, per decenni è stata il simbolo dell’impossibile in Dolomiti: ma questo è il momento della conquista. Sette anni prima l’impresa di Micheluzzi e compagni sul Pilastro sud della Marmolada di Penia: ora i riflettori sono puntati sulla parete sud ovest, un problema all’attenzione delle più forti cordate d’Europa. Un problema che Gino Soldà e Umberto Conforto risolvono al primo tentativo e in bello stile, dal 28 al 31 agosto. Il 28 attaccano, raggiungono la grande cengia, ridiscendono a dormire al rifugio. Tornano all’attacco l’indomani, e stavolta vanno a fondo: escono in vetta il 31, alle 6 di sera, dopo aver superato lunghi tratti di estrema difficoltà ed un’ultima, estenuante lotta nel canale sommitale intasato di ghiaccio. Con questa salita, scriverà Reinhold Messner, Soldà «supera di mezzo grado quello che Solleder ha fatto portando la scuola del Kaisergebirge nelle Dolomiti». E la salita della Marmolada a imporre il nome di Soldà all’attenzione del mondo alpinistico europeo. Oltre alla notorietà, gli porta la medaglia al valore sportivo, con stretta di mano del Duce. Eppure non è, probabilmente la sua salita più dura. Secondo Messner, la gigantesca parete nord del Sassolungo (salita da Soldà con Bertoldi, tre giorni prima della Marmolada) è più difficile. Se non per i passaggi, per l’ambiente repulsivo, per le difficoltà di ritirata, per i problemi di orientamento. A sentire Soldà, due delle sue vie sono più difficili ancora. La prima è il grande diedro ovest del Gran Campanile del Sassolungo, cioè della Punta Wessely. La seconda è una via di palestra, o poco più: il Dito di Dio, nelle Piccole Dolomiti vicentine, le montagne di casa di Soldà. Sesto superiore o settimo meno? L’importanza della questione, in questi casi, è di dettaglio. Recoaro, dicembre 1982. L’incontro con Gino Soldà è una raffica di sorprese. La cordialità, innanzitutto. Poi la vitalità stupefacente di quest’uomo, nato qui a Recoaro nel 1907, alpinista dal 1923 e guida dal 1928, tuttora in attività sulla roccia e sugli sci. Per presentare un alpinista però, ci vuole una lista di salite. Quella di Soldà è presto fatta. Della Marmolada, del Sassolungo, del Campanile Wessely abbiamo detto. Aggiungiamo ora la parete sud ovest dell’Ortles (è l’unica prima di stile occidentale di Soldà), la parete nord est del Dente del Sassolungo, la grande fessura della frequentatissima (oggi) parete sud del Ciavazes, lo spigolo sud della Torre di Babele in Civetta. A queste vanno aggiunte decine di vie nuove, alcune di estrema difficoltà, sulle Piccole Dolomiti, e centinaia di ripetizioni di vie classiche ed estreme in tutte le Dolomiti. Tra le altre la seconda ripetizione della Cassin alla Ovest di Lavaredo: due anni prima, per un infortunio, Soldà aveva dovuto rinunciare a tentare la via insieme a Raffaele Carlesso. Nel gruppo di punta degli alpinisti italiani degli Anni ’30, ancora secondo Messner, Soldà è il primo «per le forze fisiche, l’equilibrio, l’esperienza, l’istinto». Sono giudizi che, sul conto di Soldà, hanno anticipato o ripetuto tipini come Georges Livanos, Lothar Brandler, Hermann Buhl, Cesare Maestri. Raccontando di una salita, scrive Gaston Rébuffat a proposito di Soldà: «non si aggrappa alla roccia ma la sfiora, la tocca appena con la punta delle dita, con la punta dei piedi. Senza esitazioni ma senza scatti, sembra che egli non salga; tanto i suoi movimenti non mostrano sforzo alcuno. Superiorità del suo stile!». Chi volesse documentarsi di più potrà  leggere gli scritti di una dozzina di alpinisti, raccolti nel volume Arrampicate con Gino Soldà, curato dal suo amico Franco Bertoldi, edito nel 1980 da Tamari. Nel 1954, Gino Soldà è con la spedizione italiana al K2: è il più anziano, a quarantasette anni compiuti. Nel 1960, a cinquantatre anni, è protagonista del film Direttissima di Lothar Brandler, che vincerà il Gran Premio del Festival di Trento. Insieme a Brandler e a Scheffler, Soldà supera nel film, con stile perfetto, i grandi strapiombi della Cima Ovest. E ad arrampicare continua, come ad insegnare lo sci. Fino ad oggi.

>Recoaro cioè le Piccole Dolomiti. È arrivato prima l’alpinismo o Gino Soldà?
L’alpinismo, l’alpinismo. Però le vie erano poche, aperte da gente di fuori, in paese se ne sapeva poco o nulla. La più difficile comunque era lo spigolo del Baffelàn, salito da Berti nel 1908. Poi c’era qualche guglia minore, interessante. Ma sono cose che ho saputo più tardi.

>Dopo aver iniziato, cioè?
Proprio così. All’inizio avevo soltanto entusiasmo, un entusiasmo enorme. Era il 1923, avevo 16 anni. Lavoravo per un amico, capitano degli alpini, che gestiva l’albergo di Pian delle Fugazze. Ero lì, e le montagne pure: e allora ho provato. Quasi subito mi sono messo in un guaio, su un pendio verticale più di erba che di roccia, non sapevo che fare. Però sono riuscito a calmarmi, a scendere, mi sono reso conto che ero capace di controllarmi. E stato molto importante.

>Poi, dall’erba sei passato alla roccia.
Già, la stessa estate. Con l’amico capitano sono andato a fare il Frate, una bella guglia. Andava lui da primo, ma non avevamo relazione. E finito fuori via, sotto uno strapiombo, non riusciva a passare. Allora ho provato io, un po’ più a destra, e sono passato: da quella volta ho arrampicato da primo. Qualche giorno dopo abbiamo fatto il Baffelàn: in due, con quattro metri di corda.

>E poi sei andato sulle vere Dolomiti.
No, no: quelle sono venute più tardi. Nelle Piccole Dolomiti ho fatto in tempo a fare la mia salita più pericolosa, e il mio passaggio più duro. La prima proprio all’inizio. Era una solitaria invernale: è così che si dice oggi, no?

>Certo, ma racconta.
Era il 17 gennaio del 1924, la festa del patrono. lo volevo fare a tutti i costi lo spigolo del Baffelàn, ci tenevo proprio. Non sono riuscito a convincere nessuno, così sono andato da solo. Prima mille metri di dislivello nella neve, a batter pista: e bada che avevo i calzoni corti. Poi la salita vera e propria. Il canale di attacco era tutto di ghiaccio, da far paura: e io lì, a far gradini con un martello da falegname. Più in alto le condizioni erano un po’ migliori. Per farla breve: sono arrivato in cima, sono riuscito a scendere, e sono diventato famoso in tutta Recoaro. Ma quella è rimasta la salita più pericolosa della mia vita.

>Però da solo andavi spesso, mi pare.
Non molto. In quei primissimi anni ero costretto: o andavo da solo o non andavo per niente. Come per il Soglio della Favella: una parete rossa, strapiombante o verticale, solcata da due fessure, che ho salito nel ’25.

>Sempre nelle Piccole Dolomiti?
Proprio lì, di fronte a Pian delle Fugazze. Insomma: c’era questa parete, bellissima, il capitano l’ha vista da lontano e ha detto subito di no. Ma io la volevo fare: così ci sono andato da solo, qualche giorno dopo.

>Da solo e senza materiale?
Solo, certamente. Materiale, mah: avevo due chiodi, che erano poi due sostegni della grondaia dell’albergo, staccati di nascosto. Sono uscito dalla finestra alle quattro del mattino, non volevo che si sapesse. Poi sono andato all’attacco, ho fatto la salita. Sotto il passaggio più duro sono perfino riuscito a piantare uno dei due chiodi: alle nove e mezza ero di nuovo al lavoro. Ho cercato di tenere la cosa nascosta, ma poi si è saputa. Anche oggi è una via di quinto.

>Resta da dire del passaggio più duro.
Quello è sul Dito di Dio, una piccola guglia strapiombante da tutti i lati. Ma era passato qualche anno: era l’estate del ’30, oppure del ’31. Una dozzina di metri sotto la vetta c’era uno strapiombo durissimo. La prima volta sono volato: avevo una corda sola, si sono rotti due trefoli su tre. AI secondo tentativo avevo una corda di manilla e una di canapa: sono volato di nuovo, e la corda di manilla si è spezzata. La terza volta sono passato. Ma un passaggio così duro…

>Più duro della Marmolada?
Più duro della Marmolada, ho buona memoria per queste cose. E poi erano gli stessi anni. Prima, avevo dovuto smettere, quasi.

>Ti era passata la voglia?
Sei matto. Sono dovuto andare a lavorare in fabbrica a Vercelli, e montagne nemmeno a parlarne. Avevo un bisogno di muovermi pazzesco, andavo la sera a correre ai giardini, e la gente mi dava del matto. Due volte mi hanno fermato i carabinieri. Erano altri tempi.

>Però qualche anno dopo sei diventato guida.
Nel ’28, quella è stata l’estate importante. Intanto ho fatto altre due vie difficili sulle montagne di qui: il pilastro nordest del Baffelàn, e la prima via sulla Sisilla.

>Ancora da solo?
No, con Franco Bertoldi, e sul Baffelàn c’era anche mio fratello Aldo. Ma ti dicevo dell’estate del ’28. Preso il brevetto da guida, ho iniziato a girare con i clienti: è così che ho conosciuto le Dolomiti. Nel ’29 sono stato quasi un mese in Brenta, poi sono andato in Lavaredo.

>E gli altri che arrampicavano forte, li hai conosciuti così?
Qualcuno sì. Però Raffaele Carlesso, Bortolo Sandri e Mario Menti li ho cono sciuti qui: lavoravano alla Marzotigggi Valdagno, e venivano qui a ripetere le mie vie. Mi è sempre piaciuto portare gli alpinisti di fuori, quelli forti, ad arrampicare qui. Sai, è una cosa un po’ speciale…

>Perché ridi?
Ci sono state scene divertenti per colpa della roccia. Non è che sia pessima, però qualcosa ti resta in mano dovunque. Poi c’è l’erba, e se non sei abituato ti metti paura, c’è poco da fare. Un alpinista di città può passare su qualsiasi strapiombo, ma certe cose tocca averle fatte da bambino: se uno è bravo però, col tempo si abitua. Con Carlesso ho anche fatto una via nuova alle Sibelle, nel ’33. Più tardi, con lui, ho fatto la seconda ripetizione della Cassin alla Ovest di Lavaredo.

>E gli altri, li conoscevi?
Cassin lo avevo incontrato in Civetta, con Ratti ho fatto amicizia…

>Amicizia o competizione?
Ma no, era amicizia. L’unico a cui ho soffiato una salita sotto il naso è stato Comici. È stato alla Marmolada. Sono arrivato al rifugio il giorno dopo aver fatto la Nord del Sassolungo: volevo riposarmi, studiare la parete, attaccare dopo un giorno di riposo. Ma poi ho visto Comici entrare in rifugio: sai com’è, la mattina siamo filati all’attacco. D’altronde ero proprio in forma, a fare quella salita ci tenevo.

>Insomma, chi era il più forte?
È difficile da dire, tutti abbiamo fatto salite importanti. Rispetto a Comici e Cassin, io andavo di più in libera. Ce ne voleva, per farmi piantare un chiodo: lo mettevo solo quando pensavo «qui rischio davvero». Se vedevo uno forte passare in artificiale dove si poteva salire in libera mi dispiaceva per lui, quasi da piangere. E quando ero poco allenato, e toccava a me chiodare troppo, mi prendeva una rabbia…

>Un po’ d’agonismo c’era, allora…
Macché agonismo, era voglia di far bene. L’agonismo con la montagna non c’entra proprio, è un’altra cosa.

>Ma tu non ti allenavi?
Certo che mi allenavo, ma non era una cosa scientifica. Di mani e di braccia ad esempio, non sono mai stato allenato come prima di sposarmi. Andavo a trovare la fidanzata, e poi arrampicavo su un vecchio muro lì vicino. Tra lo sci e l’arrampicata stavo sempre in movimento.

>E i tedeschi degli anni ’30 li conoscevi? Erano pazzi nazisti, o alpinisti come gli Altri?
Sai, loro avevano Hitler, ma noi avevamo Mussolini. La medaglia al valore sportivo l’hanno data anche a me, a Roma, con stretta di mano del Duce: ma contava quel che contava. Piuttosto i tedeschi sono sempre tedeschi, sai come sono fatti. Uno mi ha anche spiegato che «arrampicare è come andare in guerra, vai all’assalto e poi o la va o la spacca»: ma era già nel dopoguerra. Con alcuni ho fatto amicizia, come con Erich Waschak, ad esempio. L’ho incontrato in Lavaredo, lui aveva appena fatto la quarta salita della Nord dell’Eiger, la prima senza bivacco. Ci hanno presentato, e siamo andati a fare lo Spigolo Giallo: avevo un cliente che aspettava, insomma, ci abbiamo messo un’ora e un quarto. Oppure con Brandler e Scheffler, nel ’60. Abbiamo arrampicato insieme in Lavaredo: poi il film di Lothar, Direttissima, ha vinto il primo premio a Trento.

>C’è una salita che non sei riuscito a fare, in quegli anni?
Una sola, ma importante: l’Eiger. Nel ‘35 volevo andare a tutti i costi: mi allenavo, e sono caduto da una paretina di tre metri, vicino a Recoaro. Mi sono rotto un polso, e mi è andata pure bene. Allora Carlesso — dovevo andare con lui — ha deciso di andare con Sandri. Ma anche Carlesso è volato, e si è rotto un braccio: quando il destino dice no, non c’è niente da fare. Volevamo provare di nuovo nel ’37, il CAI di Vicenza ci doveva pagare il viaggio, c’era stata anche una cena per festeggiare. Poi sono andato in Civetta a recuperare del materiale, e al ritorno ho trovato che non se ne faceva più niente. Hanno avuto paura di lasciarci andare, dopo tutti i morti del ’36.

>Menti e Sandri, però, sono andati lo stesso.
Gli ha pagato il viaggio Marzotto, loro lavoravano in fabbrica da lui. Sono andati, e hanno provato la via più dura, la diretta: è finita male.

>Ma tecnicamente erano all’altezza?
Sì, diamine. Dove sono passati, sono andati su come razzi. Ma avevano poco materiale, non sapevano il tedesco, non hanno capito le previsioni del tempo, e c’era una perturbazione in arrivo. Però andavano bene; se traversavano invece di andar dritti, la parete era loro. Invece sono morti lì. E mi è toccato andare a recuperare le salme: sai, le guide svizzere non volevano.

>Ma tu su ghiaccio sapevi andare?
Si, è un po’ come sull’erba: è tutta questione d’istinto. Però non ho fatto molto, e le salite più belle le ho fatte con clienti: come sull’Ortles.

>Non eravate tu e Pirovano?
Sì, ma lasciami raccontare com’è andata. Eravamo lì allo Stelvio, ad allenarci per le Olimpiadi invernali, ed è arrivato il bel tempo all’improvviso. Volevamo fare una salita, e c’era la Sud ovest dell’Ortles lì, a portata di mano. Poi Pirovano salta su che qualche lira non fa mai male, e che lui ha giusto due clienti che vanno forte, marito e moglie. La signora di là non ce la volevo portare, ma lui mi ha convinto: insomma, siamo scesi a Merano a comprare un po’ di materiale, e poi abbiamo attaccato. Ah, dimenticavo: abbiamo comprato un po’ di chiodi, il mangiare pure, ma gli scarponi no, costavano troppo. Sono andato con le scarpe da fondo, con i ramponi sopra.

>Ma era difficile?
All’inizio no, un lungo canale pieno di neve fresca. Poi c’erano passaggi più duri, tra cui un salto di roccia difficile: salgo a vedere, riscendo in doppia, e un attimo dopo ti viene giù una scarica grossa come un vagone.

>Non era troppo, per i clienti?
Mah, non so. Comunque la salita l’abbiamo finita, evitando il tratto che scaricava. Una gran bella salita.

>Ma a te piaceva far la guida?
Certo che sì: tra l’altro potevo scegliere, tutti volevano venire con me, e agli scocciatori dicevo di no. Piuttosto, a volte mi sentivo un po’ un forzato.

>Un forzato come?
Come certe volte in Lavaredo. Facevo tre salite al giorno, con tre clienti diversi: tra l’una e l’altra veniva su qualcuno del rifugio, all’attacco, a portarmi qualcosa da mangiare. Però potevo dire di
no, se lo facevo vuol dire che mi piaceva. Ho fatto amicizia con molti, mi scrivono ancora.

>E poi il forzato di Lavaredo è andato al K2.
Sai che all’inizio non mi volevano? Avevo 47 anni, dicevano che erano troppi, che bisognava averne tra i 28 e i 38. Poi però hanno fatto entrare Bonatti, che ne aveva 23, e anche me. Quando ci allenavamo al Rosa ero quello che correva di più: una volta sulla cresta Rey della Dufour, ero con Gallotti, abbiamo sorpassato tutti. L’altro «vecchio» era Compagnoni, anche lui andava mica male. Peccato che abbiamo litigato subito con Desio.

>Già, Desio. Ma era intrattabile come lo hanno descritto alcuni?
Intendiamoci: il fatto suo lo sapeva. Però si arrabbiava troppo per le piccolecose, e non si scordava nulla. Un giorno sono andato con Compagnoni a Genova, per imbarcare il materiale. Finito il lavoro, abbiamo fatto una gita a Rapallo senza chiedergli il permesso: si è inferocito, e da allora ce l’ha avuta con noi.

>E vi ha punito?
Appena ha potuto. Serviva qualcuno per accompagnare in treno il materiale da Karachi a Rawalpindi? Desio ha mandato noi. Serviva qualcuno per chiudere la carovana, raccogliere i carichi abbandonati, litigare con i portatori? E toccato a noi: sono arrivato al campo-base quando era già stato installato il campo III. Poi però, una mano l’ho data pure io.

>Era dura quella montagna?
Durissima, no. Però i passaggi di terzo, di terzo superiore facevano presto ad incrostarsi di ghiaccio, e c’era poco da stare allegri. Poi abbiamo scelto di evi- tare dei canaloni pericolosi, dove erano passati gli americani. Siamo rimasti sempre sul filo dello sperone: è il posto più ventoso del mondo.

>E tu sei arrivato…
Fino alla Piramide Nera, poco sotto la Spalla, a 7100 metri. Dopo una giornata durissima, e due viaggi dal quinto al sesto campo, ho dovuto passare la notte da solo in una tenda superleggera. La mattina del 26 luglio non sono più riuscito a salire.

>C’è una cosa che ti dispiace, di quella spedizione?
Che vuoi, la vetta è la vetta…

>E una cosa che ti fa piacere?
Una senz’altro: siamo ancora tutti amici.

>Gino Soldà alpinista, Gino Soldà guida. Manca Gino Soldà sciatore, e nemmeno quello è da poco.
Sarebbe una storia lunga anche que- sta. Perché ho iniziato giovanissimo, con l’entusiasmo più che con la tecnica. Ai primi campionati italiani che ho fatto nel ’26, in cima alla salita ero terzo, nonostante una caduta spaventosa. Ma non sapevo scendere, e sono arrivato dodicesimo. Mi dispiaceva, e con gli stessi sci (da fondo! ndr) mi sono iscritto alla gara di salto. Non so come ho salvato la pelle…

>Poi ci sono state le Olimpiadi.
Sì, ma ho avuto sfortuna. Già in America, nella gara pre-olimpica, ero arrivato quinto, dopo quattro norvegesi. Invece a Lake Placid ho sbagliato sciolina, ho sofferto da pazzi, sono arrivato ventiseiesimo. Però è stata una bella esperienza, per due motivi.

>Quali?
Intanto, mi sono divertito. Pensa che, tanto per scherzare, al ritorno, ho salta-
to a piè pari il parapetto del terrazzo dell’Empire State Building, arrivando su un cornicione di mezzo metro. Non ti dico la gente e i poliziotti. Poi però, tornando a casa, la voglia di divertirmi mi ha fatto restare in coperta sulla nave nonostante una tempesta furiosa. Un’onda ha spazzato il ponte, ho sbattuto, mi sono rovinato un ginocchio per quasi un anno.

>E il secondo motivo?
La sciolina, naturalmente. Ho imparato dai norvegesi, e tornato a casa ho iniziato a fabbricarne.

Poi sparisce, scende al pianterreno, dove la ditta «Scioline Soldà» ha uffici e magazzino. Vuole cercare delle vecchie foto, farmi avere un campione di sciolina. Soprattutto deve preparare i suoi sci, per l’indomani: più in là nell’inverno, ci saranno gare anche per lui. «E la sua vita» mi sorride sua moglie, come si volesse scusare. Ma si vede che è contenta.


Dolomiti Anni Trenta

  • Sotto un sole che fu
    “Cose e fatti di Dolomiti Anni Trenta” di Roberto Mantovani
    (Rivista della Montagna 1983).
  • Gino Soldà
    “Un vicentino sulla Marmolada” intervista di Stefano Ardito
    (Rivista della Montagna 1983).

  • Bruno Detassis
    “Il signore del Brenta” intervista di Nanni Villani
    (Rivista della Montagna 1983)

  • Luigi Micheluzzi
    “Il primo sesto grado italiano sulle Dolomiti” di Enrico Camanni
    (La rivista della Montagna 1983).

Aspettando Hans Gruber

Aspettando Hans Gruber

“Le giornate migliori sono quelle peggiori!”. Alle volte, però, le giornate buone sono semplicemente buone. Così quando il Guero mi ha chiamato per andare a piedi al Palanzone con Paolo ho accettato ben volentieri: una volta tanto avremmo avuto la possibilità di chiacchierare senza per forza dover rischiare la pelle. Il “ragazzo edera” resta comunque un soggetto irrequieto ed esuberante. Gli amici che preferisco hanno l’innata capacità di dare vita a situazioni imbarazzanti: in questo il Guero è indubbiamente uno straordinario esemplare. Vista la quantità di anziani che percorreva il ciotolato di San Salvatore il “Nostro” ha iniziato a chiedere a tutti l’età: le risposte però rasentavano i confini della realtà! Non solo si aggiravano attorno ai 74-77 anni ma alla domanda, senza nessun motivo apparente, iniziavano spontaneamente a sciorinare curriculum alpinistici ragguardevoli quanto inaspettati! “Ne ho 77, ma tu quanti ne hai?” Ed il Nostro imitando se stesso nell’imitazione dei Vasco Taldo. “Io ne ho 65” e l’altro di nuovo “65? Io a 65 anni ho fatto lo Spigolo del Velo, in giornata! Ma bada bene: non dal canale che è pieno di chiodi, ma dalla variante Steger!” Io non sapevo nemmeno di quale “regione” stessero parlassero ma il Guero, conoscendo la zona, ha iniziato ad elencare “nomi” in un curioso ping-pong con lo sconosciuto vecchiardo classe ‘42. Per un istante mi sono sentito come uno di quei concorrenti che vengono scartati ai provini per i reality-show: “Ciao a tutti, mi chiamo Birillo, ho 43 anni e questa è la prima volta che vado alla capanna Mara da San Salvatore. Da grande vorrei fare l’alpinista… forse”.

Dopo una doverosa puntata alla cima del Pizzo dell’Asino abbiamo puntato alla piramide del Palanzone. Poi, di corsa, giù nuovamente ad Erba e diretti al DoppioMalto, l’unico locale erbese che garantisce birra a qualsiasi ora. Dopo un paio di pinte eravamo tutti intenti a discutere di come Ruchin, per sfida, svitasse a mano i bulloni delle locomotive. Oppure come Cassin riuscisse, usando indice e medio, a rompere un bicchiere di plastica semplicemente allargando le dita: che a pensarci bene è una cosa piuttosto mostruosa!!

Domenica mattina il sole era ancora caldo e così ho preso la moglie, incinta al settimo mese, e la nanerottola, 18 mesi, e siamo andati a camminare lungo le sponde del lago di Oggiono. Le montagne dell’Isola, riflesse nell’acqua immobile e sospese nel cielo invernale, erano… erano la vita vera, la realtà nelle tinte pastello dell’autunno. Niente di più, niente di meno. La nana si è rotolata nel fango e nelle foglie ma ha compiuto il suo primo chilometro a piedi tutto di fila. Poi, verso le tre del pomeriggio, siamo tornati al “Lago Grande”, al Rapanui, da Beppe e Carla, per pranzare al caldo del camino tra i sub infreddoliti. Uscendo uno sguardo complice alle pendici del Moregallo, un sorriso carico di ricordi e fantasie proibite.

Siamo qui, aspettando Hans Gruber, aspettando che le luci sulla Nakatomi diano inizio al Natale. Yippee Ki Yay…

Davide “Birillo” Valsecchi


When we finally kiss goodnight
How I’ll hate going out in the storm
But if you really grab me tight
All the way home I’ll be warm

And the fire is slowing dying
And my dear we’re still good-byeing
But as long as you’d love me so
Let it snow let it snow let it snow

Dean Martin

 

Groenlandia82

Groenlandia82

Le Sezioni Asso e Canzo del Club Alpino Italiano organizzano ogni anno la Scuola di Alpinismo. Così hanno avuto l’occasione di entrare in contatto con il responsabile della Commissione Regionale di queste scuole, che è Fabio Masciadri di Albavilla. Si sa che da cosa nasce cosa, e l’avvocato Masciadri suggerisce un giorno alle nostre due sezioni locali di associarsi per organizzare una spedizione in paesi dove esistano ancora cime inviolate, che serva a dare un po’ di lustro a questi due paeselli sperduti su per le montagne.

Dapprima si comincia a spargere la voce, si annuncia la probabile località prescelta, (Groenlandia, perchè i costi sono inferiori), si cominciano a raccogliere voci di disapprovazione: «loro vanno in ferie coi soldi degli altri», «se succede qualcosa, chi paga l’eventuale soccorso», «allora ci facciamo sovvenzionare anche noi per le nostre ferie», e così di seguito. Intanto si delineava il quadro dei probabili componenti: il capo spedizione era già stato identificato in Graziano Bianchi, esperta guida alpina, affiancato da Gino Mora, altrettanto pratico ed esperto di montagne di tutto il mondo.

Tra quelli dei due CAI poi cominciano ad essere fatti alcuni nomi e alla presentazione ufficiale di sabato 6 febbraio si sa che andrà anche Ambrogio Fogar, il quale partecipa alla conferenza stampa presso la Sala Congressi di Canzo. Gli altri quattro (per vari motivi i componenti dovevano essere sette) erano Vinicio Duroni, che si allenava andando ai Corni a dorso nudo, Giuseppe Colombo, Giuseppe Erra e Giancarlo Abbà, medico della spedizione. Erano giusto due per ciascuna delle sezioni CAI e così si era tutti contenti.

Serate, vendita di cartoline, batter cassa presso i vari Enti locali e le ditte: tutto questo per raccogliere un po’ di fondi. E Fiorenzo lavorava di telefono e viaggi per organizzare, e io mi limitano a tradurre le lettere in inglese e dall’inglese, per la polizia di Umanak. Eccoci a pochi giorni dalla partenza e l’Erra e l’Abbà non partono più: al loro posto sì avventureranno sui ghiacciai vergini della penisola di Akuliaruseq, oltre il 70° parallelo, Lorenzo Spallino e Marco Cipriani.

Si parte finalmente, dopo varie vicissitudini per i documenti e le polizze relative all’assicurazione. (altrimenti non li lasciavano scalare), dall’aeroporto della Malpensa, domenica 25 luglio alle 11:30. Si arriva a Copenaghen; poì altro volo fino a Sondre-Stromfiord e da lì in elicottero (e l’abbiamo visto nelle diapositive: era un elicottero corriera) fino ad Umanak, città sull’isoletta omonima. Da qui su una barca (non meglio identificate dalla polizia locale, vengono trasportati attraverso il fiordo, i ghiacci galleggianti e le sonde spumeggianti (e quasi tutti fanno le spese del mare agitato) fino alla penisola di Akuliaruseq, la penisola della loro avventura. Gli accordi sono che la polizia ritorni a raccoglierli (non si sa in quali condizioni) circa dopo venti giorni. Poi la barca se ne va e loro rimangono abbandonati a se stessi.

Ma i nostri brianzoli (con qualche apporto fuori zona) non si perdono certo d’animo e riescono a costruirsi anche una casetta in pietra sotto la direzione tecnica del Ginetto Mora. Meraviglia delle meraviglie! Le loro ascese sono fantasticamente pittoresche. Riescono a salire ben cinque cime, senza però la compagnia di Fogar, il quale si è allontanato sulla calotta polare per esperimenti ed allenamenti che gli serviranno nel febbraio ‘83, per il quale è previsto un suo viaggio in solitaria al Polo Nord.

Bene! Visto il successo dell’Italia al Mundial, era giusto che i nostri eroi dedicassero la prima cima alla squadra nazionale di calcio e infatti l’hanno chiamata «Cima Azzurra ’82», anche perchè, come ci ha riferito Graziano, essa si specchiava in un laghetto stupendamente azzurro. Certo dev’essere un’esperienza entusiasmante giocare a carte in piena notte, alla luce del sole che gira, gira, (anche se sappiamo che è la terra a girare) e non cala mai oltre l’orizzonte. Va bene che si sentivano abbaiare i cani! A proposito, Fogar ha anche cercato un cane da acquistare per il suo prossimo viaggio, ma pare che quelli là non si lasciano tanto avvicinare.

Le altre cime: Cima Canzo, Cima Asso, Cima di Mezzanotte, scalata in notturna, Cima Cleofe, dedicata alla socia che ha lasciato una forte donazione al CAI Canzo.

Quando stanno per terminare, ecco che il tempo cambia. E allora ridiscendono al campo base e stanno ad aspettare la barca. Ma arriva? Non arriva? I più romantici si erano messi a sfogliare … non so quale fiore, perchè non mi pare che là ci siano le tradizionali margherite. Comunque la barca è arrivata, appena in tempo: i ghiacci si stavano chiudendo. Ed eccoli arrivare sani e salvi, vittoriosi e soddisfatti.

Nel loro resoconto dell’impresa, gli alpinisti hanno fatto notare che le cime, che Bianchi ha paragonato per difficoltà alla ascesa al Monte Bianco, presentano però notevoli rischi dovuti ai crepacci, ai seracchi nascosti da sottili strati di neve che li rendono invisibili ed alla conseguente possibilità di caderci dentro. (Qualcuno sta già pensando di portarmi là).

Comunque la provata saggezza dei nostri alpinisti ha fatto sì che non incorressero in pericoli dalle conseguenze irreparabili. «L’alpinista deve essere come lo spillo, al quale la testa non permette di andare oltre».

Il giorno del rientro alla Malpensa, un gruppo di familiari degli eroi e di loro amici (tra i quali la sottoscritta scalmanata), vanno ad incontrarli e, appena li vedono, Don Lodovico, parroco di Longone, toglie la bandierina dalla diplomatica e si mette a sventolarla con l’entusiasmo dei bambini, quali del resto in quel momento ci sentiamo tutti! Le donne presenti erano tutte mogli di qualcuno dei componenti la spedizione e così Fogar mi è venuto a chiedere di chi io fossi moglie! Sorte malaugurata!

Nella serata del 23 settembre,presso la solita Sala Congressi di Canzo, e ringraziamo l’Azienda Autonoma di Soggiorno e Turismo, gli alpinisti hanno consegnato ai due sindaci di Canzo e Asso, ai presidenti delle due sezioni CAI e al presidente della Comunità Montana del Triangolo Lariano, i gagliardetti che erano stati trasportati da loro fin lassù… «su le alte cime di nevi eterne, immacolate al sol».

Una relazione molto efficace di tutta la vicenda ci è stata offerta da Graziano Bianchi, con la proiezione delle sue bellissime diapositive.

Maria Orsola Castenuovo
Pubblicato nel 1982 sull’annuario del Cai Canzo per il 35° anniversario di fondazione. 

Vertigo2019

Vertigo2019

Hai schiodato? Certo: tutto! Quando me lo dice è ancora incerto, forse dubita della mia reazione, ma è solo un sorriso compiaciuto quello che spunta sul mio viso: “2 words, 1 finger”. Sono abbastanza lieto di annunciare che tutte le vie aperte dai Badger negli ultimi anni sul Moregallo sono state schiodate …da noi! Ce la cantiamo e ce la suoniamo tra noi, mentre fuori il mondo si fa disperatamente i cazzi suoi. L’arrampicata è ormai svenduta “prêt-à-porter”, quindi da noi abbiamo tolto dalle nostre vie persino i pochi “stacchetti” che erano stati lasciati. Qualcuno, comprendendone il senso, apprezzerà la cosa. Gli altri avranno solo un ulteriore motivo per tenersi adeguatamente alla larga.

Detto questo non resta che fare l’annuale resoconto delle attività svolte nella “Moregallo Natural Climbing Area”, riserva indiana di un’ analogica tribù cannibale. Quest’anno non sono stato particolarmente in forma ed ahimè ho dovuto passare spesso la mano ad alcune salite del gruppo. Tuttavia, nonostante tutto, nonostante sia apparentemente un anno alpinisticamente magro – ma fortunatamente solo per me – si è fatto comunque significativamente molto, sia nella Valle due Pile che nei settori Orientali del Moregallo. 

Pilastro Charlie Patton

Siebenundfünfzig

La Fessura dell’Albero

Canale Nord

Normale Torre Manzoni

Onda Immobile

Onda Immobile

«La Cassin non sbuca in vetta, ma esce sulla destra seguendo una cengetta, prima della quale ci si slega. Parto io, mi segue Diego, chiude il Beppe. Subito sento un rumore sordo, una botta attutita. Mi giro: siamo in due, il Beppe non c’é. Scendiamo a rompicollo. Dico a Diego di andare da Zaccheo per dare l’allarme mentre io perlustro il ghiaione al piede della Medale. Lo trovo quasi subito. Giuseppe Verderio, classe 1944, da allora riposa nel cimitero di Vimercate.» Dicono che l’alpinismo sia “la conquista dell’inutile”, io con il tempo avevo iniziato a credere fosse un modo garbato di dire “inutile conquista”. Per quasi un decennio ho ritenuto che l’arrampicata fosse qualcosa di futile e pretestuoso: “Perchè passare dove la roccia è verticale quando puoi andare in cima passando dai prati dell’altra parte?”. L’uomo aveva raggiunto la Luna, conquistato tutti gli ottomila: c’era stato un “compressore”, poi le bombole d’ossigeno, poi elicotteri ed i trapani a batteria. L’alpinismo e l’arrampicata erano morti e sepolti, trasformati in una caricatura buona giusto per le “reclam” degli orologi senza limiti o dell’acqua gasata in bottiglia di plastica. Non era qualcosa che meritasse più la mia attenzione. Poi mia madre morì ed ogni mia certezza vacillò di colpo: dopo due furiosi anni spesi in giro per il modo, mi ritrovai ancora inquieto e senza scopo sotto le grandi pareti dei Corni, davanti alla grande Onda del Corno Orientale. Tra i tre (a volte quattro) è quello più basso, quello la cui cima si raggiunge “in piano”, quello che nasconde la propria grandezza tra le ombre. Là, su quella roccia verticale, mi raccontavano ci fosse una via dedicata a mio nonno, che morì tra la braccia di mia madre adolescente, in un giorno d’inverno, mentre camminavano insieme tra la neve in montagna. Non arrampicavo più da oltre dieci anni, da quando ero tornato dal Pakistan: la mia era un’idea senza senso, ma avrei provato a riempire il vuoto e placare la rabbia salendo quelle pareti dimenticate da tutti. Fu così che scoprii la storia di Giuseppe e Giancarlo. “Le leggi che governano le formiche governano anche le stelle”. La gravità è una di queste leggi: una forza capace di muovere i pianeti, catturare la luce, distorcere il tempo. Nella buia solitudine del Corno Orientale la gravità si allea con la parte più buia del proprio spirito, quell’infinita tristezza che senza sosta cerca di trascinarci verso il basso. Lassù, tra quella roccia che sembra un mare agitato, la gravità ci spinge al limite, stravolge le percezioni, tanto dello spazio quanto del tempo. All’improvviso, sotto la Grande Onda, il mondo verticale appare orizzontale, guardare in alto significa semplicemente guardare in avanti. Sotto la Grande Onda ogni certezza si affievolisce fino a scomparire: “In fisica con il termine onda si indica una perturbazione che nasce da una sorgente e si propaga nel tempo e nello spazio, trasportando energia o quantità di moto senza comportare un associato spostamento della materia”. La sorgente di quell’onda immobile si trova dentro di noi? Lassù la gravità ti trascina da dietro verso il basso mentre davanti a te la Grande Onda sembra precipitarti addosso: quando finalmente raggiungi la vetta, dopo interminabili ed incerte ore appeso, hai il “mal di terra”, ti sdrai sul prato cercando di riallineare le tue percezioni ed il tuo equilibrio prima di ricominciare finalmente a camminare come un essere umano. Disteso finalmente ti abbandoni esausto alla gravità lasciando che ora sia l’intera grande parete a sostenerti, a darti equilibrio. Per un istante sei finalmente senza peso: la gravità e la grande onda ti hanno travolto, colpito e saggiato. Con la loro forza hanno trascinato verso il basso tutto ciò che non era più parte di te. Dolore, rimpianti e tristezza sono precipitati nel vuoto, per un istante sei nuovamente libero ed accanto a te, in quel mondo nuovo, ti sono di ancora vicine le persone che hai portato con te, oltre la gravità, oltre la grande Onda. «Scarpe? Roccia? Finché si ha bisogno di scarpe e di roccia per salire, non si conosce nulla di quest’arte. Il vero arrampicatore non ha bisogno di artifici, nemmeno di roccia». Se Giancarlo non avesse raccontato la sua storia, sua e di Giuseppe, forse oggi, come molti altri, sarei ingenuamente convinto che l’arrampicata abbia solo lo scopo di salire sulla roccia. Sotto la grande Onda si compiono grandi “viaggi”, tra questi la Verderio resterà probabilmente uno dei viaggi più leggendari, probabilmente irripetuto ed irripetibile, nella tradizione dell’Isola Senza Nome. Grazie.

«Ha ripreso a nevischiare. Foto ricordo. Siamo soli. La via dedicata alla memoria di Giuseppe Verderio adesso è davvero finita. E’ il nostro ultimo legame terrestre. Il nostro piccolo monumento.»

Davide “Birillo” Valsecchi

50° Via G.Verderio –  ARRAMPICARE AI CORNI: TUTTE LE PUNTATE

Beppe e Giancarlo

Beppe e Giancarlo

La prima guida all’arrampicata dei Corni, di cui ho notizia, fu scritta da Giorgio Tessari e Gian Maria Mandelli nel 1979. Un volume piccolo, quasi tascabile, denso di relazioni, foto in bianco e nero, schizzi delle vie disegnati a mano: “Valmadrera: montagne ed itinerari alpinistici”. La prima ristampa, con aggiornamento, fu pubblicata nel 1996. Due volumi preziosi ed ancora oggi molto validi. Tuttavia ciò che per me ha davvero spalancato un mondo è stata la terza guida, “L’isola Senza Nome: storie di uomini e montagne, dal Moregallo ai Corni di Canzo fino al Cornizzolo” pubblicata nel 2005. Probabilmente quel libro ha influito sulla mia vita come pochissimi altri. Tornato dall’Africa ne trovai una copia mentre curiosavo in biblioteca e, da allora, l’ho sfogliato migliaia di volte. Sebbene sia ormai un libro introvabile ne ho posseduto ben due copie. Anche se, purtroppo, ora solo una. La prima infatti la diedi anni fa, in una sera d’inverno, ad un celebre e giovane alpinista erbese: da allora non ci siamo più rivolti parola. Certo, nella vita non si può mai sapere, ma temo che non rivedrò mai quella mia vecchia copia. Tuttavia Ivan Guerini mi ha fatto dono della sua copia, ricevuta con tanto di dedica da Gianni Mandelli, ed in qualche modo l’equilibrio ha ritrovato la sua strada. La grande differenza di questo libro rispetto alle due guide che l’hanno preceduto è chiara fin dal titolo: “L’isola Senza Nome”, un luogo ben preciso – “dal Moregallo ai Corni di Canzo fino al Cornizzolo” – che in realtà non esiste, non ha nome, e che in qualche modo è isolato, distante, unico e disgiunto da tutto il resto. Un libro che non è una semplice guida all’arrampicata ma la raccolta di “storie di uomini e montagne”. Fino ad allora tutti mi avevano sconsigliato di arrampicare lassù, raccontandomi che erano vie brutte, pericolose, con vetuste soste tenute insieme con il filo di ferro:”Rischi solo di farti male o lasciarci la pelle!!”. Grazie a questo libro quelle vie restavano “terribili” – e tuttoggi io credo lo siano – ma acquisivano una storia, una profondità umana che mai avrei immaginato. In quel libro si poteva ripercorrere un secolo di arrampicata scoprendo, con incredibile sorpresa, momenti di straordinario coraggio ed intensa passione. Per me, che ero ventenne a cavallo degli anni 90, l’arrampicata si era trasformata nello “sport” con cui far pubblicità agli orologi “che spaccano il secondo”, mentre all’alpinismo era toccata la pubblicità dell’acqua gasata “purissima” in bottiglie di plastica. Niente che avesse in qualche modo a che fare con il mio viaggio in Pakistan o con la montagna che mi aveva insegnato mio padre, niente che potesse attrarre lo slancio della mia gioventù. Ma in quel libro, in quell’isola ribelle, vi era un mondo nuovo ed allo stesso tempo antico, un mondo intenso, brutale, spaventoso ma capade di scintillare su quella roccia lucida circondata dal verde, un mondo intriso di un’umanità travolgente, capace di brillare nel buio dell’incertezza, capace di accomunare ed unire le generazioni attraverso un secolo di tradizione: “storie di uomini e montagne”. Non potevo che restarne attratto, non potevo che desiderare farne parte.

Una di queste storie è stata scritta da Giancarlo Mauri e ripercorre le vicende che lo portarono all’apertura della via “Giuseppe Verderio” al Corno Orientale. Aperta il 2-3 e 9 Novembre del 1969 da Giancarlo Mauri e Diego Pellacini in ricordo dell’amico “Beppe” caduto il 2 marzo di quello stesso anno dalla vetta del Medale. Quest’anno ricorre il 50° anniversario dei fatti narrati in quella storia: “Arrampicare ai Corni”. Confesso che sono state tante le cose “strane” che mi sono capitate lassù ed oggi, anche più della prima volta, trovo speciale il racconto di Giancarlo. C’è qualcosa di trascendentale su queste montagne, qualcosa che spinge a guardare in faccia i propri sogni e le proprie paure. Nel silenzio di quelle pareti aleggiano fantasmi e spiriti che sussurrano le verità che non vogliamo ascoltare, i ricordi che non vogliamo lasciarci sfuggire.

Giancarlo Mauri ha pubblicato alcuni dei suoi scritti sul web e quindi, nelle ricorrenze di questo cinquantesimo, vorrei riportarne qualcuno anche qui:

50° Via G.Verderio –  ARRAMPICARE AI CORNI: TUTTE LE PUNTATE

Theme: Overlay by Kaira