Author: Davide Valsecchi

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Il Triangolo Lariano e le sue montagne

Il Triangolo Lariano e le sue montagne

Il Triangolo Lariano, o penisola Lariana, è dove sono nato e cresciuto: un territorio di montagna circondato dal Lago di Como e dai laghi minori. Uno spazio unico che, racchiuso nell’immaginario triangolo tra Como, Lecco e Ballagio, sale dalle ghiaiose sponde del lago fino alla verdeggiante vetta del San Primo.

Nel cuore di questo triangolo scorre il solco della Vallassina e nasce il Lambro che da qui fluisce verso sud e la pianura fino a raggiungere il Po dopo oltre 130 chilometri.

La morfologia del territorio e le sue montagne sono tali da rendere spesso i Comuni che compongo questa regione difficilmente legati tra loro: ad esempio i paesi della costa ovest, come Nesso e Lezzeno, o alcuni  paesi di montagna, come Zelbio e Veleso, sono più facilmente raggiungibili percorrendo la strada costiera, la provinciale Lariana SS583, che attraverso la Vallassina e la SP41. Oltre a questo il territorio del Triangolo Lariano è stato suddiviso dal 1992 tra la Provincia di Como e la Provincia di Lecco.

Attraverso le  montagne è possibile raggiungere questi paesi percorrendo dorsali e vallate spaziando su un’ampissima gamma di itinerari: spesso il modo migliore di godere di questo territorio è proprio partire dal lago, usufruendo del servizio traghetti, per inalzarsi sulle sue vette raggiungnedo gli alpeggi ed i numerosi rifugi presenti.

Il gruppo montuoso della Catena del Triangolo Lariano, sotto gruppo delle prealpi Comasche, si trova tra le Alpi Orobie ad oriente e le prealpi Luganesi e le Alpi Lepontine ad occidente.

Sul nostro territorio si distinguono cime che sono di riferimento per i sotto gruppi che formano la Catena. Eccole, in ordine di altitudine, le principali cime oltre i 1000 metri di quota: il San Primo (1.682 m), il Palanzone (1.436 m), i Corni di Canzo (1.373 m), il Bollettone (1.317 m), il Rongaglia (1297 m), il Moregallo (1.276 m), il Monte Rai (1.261 m), il Cornizzolo (1.241 m), il Boletto (1.181 m), il Nuvolone (1.079 m), l’Oriolo (1.076 m), il Barzaghino (1.068 m) e Megna (1050 m). Tra le più piccole merita menzione, per la sua posizione isolata, il Monte Scioscia (950 m).

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Panoramica della Catena del Triangolo Lariano dal Monte Croce (foto Stefano Caldera):
Davide “Birillo” Valsecchi

Buongiorno Birillo

Buongiorno Birillo

Sono nato a Castelmarte
Sono nato a Castelmarte

Stamattina mi sono svegliato durante un sogno: ero in un videoclip color seppia dove correvo attraverso la giungla con al mio fianco Elio de Le Storie Tese che, con un microfono a forma di banana, cantava “Sono nato a Castelmarte” mentre ci inseguiva un Tirannosauro.

Ora io non so bene cosa pensare:  Elio non ha in repertorio una canzone come “Sono nato a Castelmarte” ed inoltre l’ultima volta in cui sono stato inseguito da un tirannosauro vivendo una tale disperazione nella fuga indossavo i succinti vestiti  e le formose curve di Lara Croft nella sua seconda romboante avventura  del ’95, più o meno tra l’esame di Algoritmi e quello di Programmazione.

Cosa avrà voluto dirmi il mio subconscio? Forse è tempo che mi rassegni ad accettare il fatto che “Utopia” è molto più dura da realizzare di quanto credessi e che in fondo, in questo mondo, ognuno alla fine deve pensare anche a se stesso.

Probabilmente a Settembre, dopo la prossima Missione Flaghéé, proverò a cambiare aria per un po’, ad esplorare qualche posto nuovo, a respirare più leggero.

Avrei voglia di andare in un posto interessante dove fare qualche lavoretto semplice e mal pagato ma a contatto con la gente, magari straniera: vitto ed alloggio per poter staccare la spina e raccontare storie nuove di posti lontani dimenticandosi per un po’ il peso di un futuro costantemente incerto.

Un avventura dove battersi per la propia vita e non per l’affitto. Suggerimenti?

Davide “Birillo” Valsecchi

ps. Andrebbe benissimo anche un posto come cameriere alla locanda del Puledro Impennato a Brea, lì non ci si annoia mai. In alternativa posso spostarmi sull’Alto Lago o cambiare radicalmente continente.

La capanna del Diavolo

La capanna del Diavolo

Stranezze nel Bosco
Stranezze nel Bosco

Ogni tanto mi vengono le fisse: in questi giorni volevo andare dall’oculista a Como, il guiao è che mi ero fissato con l’andarci a piedi partendo da Asso. Enzo, che praticamente va a Como ogni giorno, me ne diceva di tutti i colori ma, si sà, quando mi fisso è difficile smuovermi.

Così stamattina mi sono svegliato, ho infilato gli scarponi e sono uscito di casa. Il piano era risalire i costoni sopra Asso ed agganciarsi alla dorsale Brunate-Bellagio. In cinque o sei ore a piedi avrei dovuto essere a destinazione. Volevo andare a Caslino passando sotto la frana di Scarenna ma mi sono lasciato attrarre del sentiero che da San Giovannino e Paolo sale verso Dosso Mattone. Ci è voluta un oretta per salire fino al crinale e da lassù la foschia offuscava purtroppo il paesaggio.

Ho seguito la costa della montagna lasciando il sentiero ed addentrandomi tra i prati ed i boschi. Stavo cercando la via più breve per raggiungere il Palanzone e da lì la capanna Mara, il Bolettone, il Boletto e San Maurizio sopra Como. Nel bosco, poco prima della cima del Barzaghino, mi è schizzato davanti un piccolo capriolo nel suo manto estivo rosso intenso mentre, superato qualche gruppo di pecore, continuavo ad orientarmi tenendo d’occhio la valle di Caslino.

Anche camminando nel bosco sono stato  costretto a scendere nella gola per poi risalire sull’altro versante: alla fine avevo fatto un sacco di strada inutile, se avessi tagliato direttamente per Caslino ed il Pizzo dell’Asino avrei decisamente accorciato.

Sul crinale in mezzo al bosco ho intravisto una specie di straccio teso tra i rami dall’aria curiosamente tribale, così mi sono avvicinato per vedere meglio. All’inizio pensavo fosse qualcosa fatto dai boy scout o qualche improvvisato riparo per le pecore ma, da vicino, non appariva affatto qualcosa di simile. Era infatti una specie di intelaiatura per una capanna indiana fatta con sottili rami che, all’estremità verso il cielo, erano stati dipinti di rosso. Il piccolo spazio che sembrava fungere da porta era stato colorato a strisce bianche. Ma ciò che realmente colpiva era il drappo di iuta che ornava tutta la parte alta della struttura, in particolare i suoi disegni.

Erano infatti volti dai grandi occhi, figure dall’aspetto umano ma dotate di due gambe in più con chiaramente visibile il sesso ed un paio di corna sulla testa. Sopra l’ingresso un animale dagli occhi rossi con corna o orecchie a punta.  Intrigante come incontro, dai disegni sembrava la Capanna del Diavolo.

In valle un sacco di gente vocifera di riti o superstizioni e Gagliardi Senior, nostrano luminare dell’anti-occultismo , ha riempito libri interi sull’argomento. Persino il povero Enzo, quando per il suo locale aveva usato come simbolo il profilo vagamante antropomorfo di un innocuo “cava-rape” agricolo, era stato oggetto di voci e accuse dal sapore inquisitorio.(Beltramina docet… )

L’ignoranza e la faciloneria creano supestizione e per questo mi sono guardato in giro cercando di capire meglio cosa “diamine” fosse quell’affare. I disegni erano abbastanza inequivocabili ma tutto intorno non c’erano nè rifiuti nè segni di un fuoco o un falò. Il posto era isolato ma mi sono reso conto che eravamo appena sopra Enco sebbene lontano dai sentieri battuti.

Sono entrato nella piccola capanna ma all’interno non vi erano altri simboli o oggetti. Lo spazio ristetto era sufficiente per una persona sola ma troppo basso per stare in piedi. Sembrava una di quelle piramidi in cui ci si infilano a meditare quelli che praticano il culto egizio di Ra o qualcosa di molto simile.

Era tutto troppo semplice, pulito, attento ed allo stesso tempo esplicito sebbene approssimativo. Questo escludeva la bravata ed il gioco dei bambini complicando al contempo la faccenda. Ho continuato ad investigare e nelle vicinanze, ad una ventina di metri dalla strana capanna, ho trovato una confezione vuota di medicinali: Tegretol in compresse da 400 milligrammi.

Li per lì non mi diceva nulla ma Internet mi ha poi illuminato: Tegretol a  base di carbamazepina, un farmaco di prima scelta nella terapia delle nevralgie del trigemino e delle epilessie del lobo temporale, si è rivelato un ottimo composto da impiegare sia nella terapia che nella prevenzione delle crisi maniacali,  nella prevenzione delle ricadute depressive in corso di depressioni ricorrente,  nella terapia di sindromi psichiatriche e psicoorganiche caratterizzate da deficit del controllo degli impulsi.

La questione si è fatta interessante aprendo scenari piuttosto variegati. Lassù non ho percepito nulla di “sovrannaturale”  ma quelle medicine possono indicare forse qualcuno in difficoltà e per questo, To Whom It May Concern, ecco le coordinate della capanna: [45.857156,9.230522]

Parlando di cose dal sapore esoterico mi piace ricordare, perchè fondalmente mi diverte parecchio, che tempo fà Giovanni Conti, riferendosi al mio racconto Into the House of Vodoo, dichiarò ai giornali: “Non credo si dovrebbe scherzare quando si parla comunque di religione. Quando scrive Valsecchi è a mio parere offensivo e privo di senso“. Recentemente però qualcuno ben più concreto della mia immaginaria strega ha ribadito quella che ora mi appare come una profezia: “…ora farebbero meglio a lasciar stare le tue piante, nzungo”. Accidenti, quando dai un buon consiglio non ti ascoltano mai…

Non so perchè alla fine sia finito lassù, ormai ci ho fatto l’abitudine a finire nei posti più strani. Tuttavia ero fuori strada ed in ritardo sulla tabella di marcia e così, quando Enzo mi ha chiamato per andare a mangiare in trattoria, sono sceso a perdi collo verso il paese pronto per il pranzo.

La fissa mi era passata, forse quello che dovevo vedere “andando a piedi a Como”  l’avevo ormai visto. Sul perchè dovessi vederlo non ho risposta da darvi.

Davide “Birillo” Valsecchi

“Quanti angeli possono ballare sulla punta di uno spillo? Dipende dalla musica”

Io sono colui

Io sono colui

King till the end
King till the end

Io colui che ha amato, colui che ha regnato là dove le bestie più feroci straziavano le loro vittime, dove la giungla più tenebrosa era illuminata solo dalle magie pagane.

Io sono colui che ha amato ciò che non poteva possedere, colui che ha combattuto ciò che non poteva capire. Piccoli uomini meschini,  guardate il cielo e ricordate come cade un gigante che non avreste mai potuto render schiavo.

Il mio nome è Kong, King Kong!!

Davide “Birillo” Valsecchi – per la serie “impariamo dalle scimmie”…

Fabrizio Musa: Sogno e Cinema

Fabrizio Musa: Sogno e Cinema

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Fabrizio Musa è un artista comasco. Potrei raccontarvi che ha esposto alla Sede del Parlamento Europeo a Bruxelles, alla Biennale di  Milano e al Wooster Projects Gallery di New York. Potrei anche parlarvi dei due giganteschi wallpainting realizzati a Como e dei suoi pezzi battuti all’asta di Sotheby’s. Potrei parlarvi di architettura e di omaggi al grande Terragni ma, in fondo,  non ho voglia di snocciolarvi la sua biografia.

Per me Fabrizio è un grande amico di Enzo e spesso passa a trovarci al Café des Artistes della Vallassina, da “Le Zie“. Nonostante i successi che raccoglie a livello internazionale è molto alla mano e per questo, sebbene avessi  una certa soggezione iniziale, è sempre stimolante e divertente chiacchierare con lui.

Le sue opere,  dedicate all’architettura con il suo inconfondibile stile bianco e nero, mi sono sempre piaciute. La sua tecnica permette di assaporare gli spazi creando al contempo un mondo impalpabile fatto di dettagli in contrasto. E’ la mente, l’occhio ed il cuore dell’osservatore che decodificano i tratti con cui  Fabrizio delimita le forme. Un’illusione fumosa in cui immergersi alla ricerca della luce e delle ombre  e da cui far emergere ciò che lui non ha mostrato ma che, a suo modo, ognuno di noi riesce a vedere.

Grande appassionato di cinema ha dedicato una serie di opere proprio al grande schermo e ai suoi mostri sacri. In questo caso il salto che compie la mente è ancora più evidente: nei volti dei grandi attori è già contenuto un messaggio che, grazie al carisma e alla fama dei grandi film di cui sono parte, permette loro di impersonificare un ideale, una rappresentazione metafisica di un sentimento.

Lo sguardo pesto di Rocky, il Cacciatore e la Roulette Russa, Al Pacino, Le iene, Marlon Brando, Shining  o Kubrick: icone che cristallizzate in un fotogramma, private della distrazione del colore e sovracaricate con quella dimensione emotiva data dall’ultra-contrasto portano l’osservatore a perdere di vista l’immagine sulla tela contraendosi invece sull’idea che si forma nella  testa. Non osservate un opera ma bensì vi addentrate nello spazio che Fabrizio ha creato per voi, ognuno di voi: questo è quello che mi piace nel suo stile.

Questo Sabato, il 10 Luglio 2010, si terrà una mostra a Sarzana proprio sulle opere dedicate al Cinema [Evento Facebook]. Lo so perchè Enzo ci è andato e non mi ha portato! A me toccano le missioni in cui ci si sporca, ci si ammazza di fatica rischiando di ammazzarsi per davvero (che poi sono le mie preferite!!).

Così, per consolarmi, stavo giocando con le immagini della mostra realizzandone un piccolo video e, nello scegliere la musica, non ho potuto che omaggiare un’artista che ha saputo estremizzare il tratto ed il disegno fino a sviscerare dalla forma l’espressione di un idea: Frank Miller.

Miller, insieme ai disegnatori Todd McFarlane e Jim Lee, è uno dei più rivoluzionari autori di fumetti stutunitensi a cui il cinema in questi anni ha tributato alcune trasposizioni riuscendo però a  conservarne le carica visionaria. Anche Fabrizio, nei suoi pezzi dedicati a 300 e a Leonida, raccoglie e rimarca il potenziale comunicativo di un immagine che sappia spingersi oltre la forma.

La musica è infatti tratta da Sin City: un visionario viaggio tra contrasti in chiaro scuro dove il colore non rappresenta una rifrazione della luce ma un riflesso dell’anima.

Davide “Birillo” Valsecchi

Come Miller ebbe ocasione di far pronunciare al Jocker: “Io credo semplicemente che quello che non ti uccide ti renda… più strano.

Percepire il Tempo, superare la Storia

Percepire il Tempo, superare la Storia

Padre Tempo sconfitto da Bellezza, Amore e Speranza - Simon Vouet
Padre Tempo sconfitto da Bellezza, Amore e Speranza - Simon Vouet

Ogni tanto sono afflitto dalle domande più strane:“Quando è morto Napoleone Bonaparte?

I rapidi di Voi diranno “Il 5 Maggio” mentre molti risponderanno “Pensare a lavorare e meno domande stupide?” In entrambi i casi il mio ragionamento prosegue in un solo modo: “Sì, il 5 maggio, ma di che anno?”

Ecco, nemmeno io ricordavo l’anno e sono dovuto andare a cercarlo: era il 1821. Dopo quasi 52 anni moriva un uomo ambizioso nato in uno dei periodi storici tra i più importanti e  le cui gesta divennero la naturale estensione di quella che fu una delle più famose rivoluzioni: la Rivoluzione Francese.

Ma quando fu la Rivoluzione Francese? Coraggio, «Liberté, Égalité, Fraternité» sono alla base della civiltà come la concepiamo oggi e delle più alte punte di pensiero contemporaneo, forza che anno era?

Era tra il 1789 ed il 1799. Curiosamente ho scoperto che l’altra grande rivoluzione, quella Americana, è antecedente e fu una delle spinte per quella francese, cominciò infatti nel 1775 terminò nel 1789 grazie ad un trattato firmato proprio a Parigi. Ma prima cosa c’era, cosa era successo?

Beh, fare la lista di ciò che è avvenuto tra Carlo Magno, morto nel 814, e la caduta della testa di Maria Antonietta, 16 Ottobre 1793,  è piuttosto complesso. Un misto di “Medio Evo”, dal 476 alla riforma di Lutero del 1517, con una spruzzata di “Epoca Moderna“, che inizia ovviamente dal 1517 ed ha propio il suo periodo più interessante con le due rivoluzioni e termina appunto con il Trattato di Vienna e la sconfitta di Napolene nel 1815.

In pratica non è successo nulla che a noi possa apparire realmente interessante  se non una serie imprecisata di “scannamenti” tra signorotti più o meno locali.

Ed è a questo punto che il 5 Maggio 1821 diventa importante. Calcolatrice alla mano: 2010 meno 1821 fa 189 anni. Cento ottantanove anni sono realmente nulla!! Io di anni ne ho trentatre che, sempre calcolatrice alla mano, sono poco più di un quinto di 189. Ciò che ci separa da Napoleone, dalle battaglie nel fango con Wellington a Waterloo, dalla monarchia assoluta e dalla democrazia moderna sono poco più di “Cinque Birilli“.

Ed è a questo punto che il gioco si fa assurdo: Seconda Guerra Mondiale? 1945, poco meno di 2 Birilli (65 anni); Prima Guerra Mondiale? 1918, poco meno di 3 Birilli (92 anni); Guerra in Vietnam? 1975, 1 anno ed 1 Birillo( 35 anni); La prima auto prodotta in serie? 1908, 3 birilli ed un po’ (102 anni);  La radio,  il primo strumento di comunicazione di massa dopo la stampa? 1895, poco meno di 3 Birilli e mezzo (115 anni); Il primo motore elettrico? 1888, 3 birilli e mezzo più  uno (122 anni).

Tutto quello che conosciamo e consideriamo “conteporaneo” appare ridicolamente giovane se paragonato alla nostra breve vita. Mia nonna era nata nel 1918, visto che io sono nato nel 1976  possiamo suppore, andando “brutalmente” a spanne, che sua nonna fosse nata più o meno nel 1866 e addirittura che la nonna della nonna di mia nonna fosse del 1814, nata l’anno prima che avesse inizio l’Epoca Contemporanea e che Napoleone fosse sconfitto. Nove, dieci generazioni dividono due mondi così diversi.

Ma oltre a dare i numeri che diavolo vuoi dire Birillo? Bhe, semplicemente che siamo giovani, che da meno di duecento anni stiamo studiando il concetto “libertà, ugualianza, fraternità”. Quelli che comunemente disperezzano la cultura occidentale dovrebbero capire quando in fondo sia ancora acerba, forse immatura ma di sicuro unica e rivoluzionaria. Il tanto bistrattato “medio evo”, il periodo buio, è durato oltre 1000 anni (in Europa!!) ed  in meno di 200 anni abbiamo realizzato realmente l’impensabile!

Dopo 200 anni vogliono spegnere quell’entusiasmo e ripristinare assolutismi rivestiti di perbenismo mentre minacce esterne e barbariche distraggono e spaventano il nostro viaggio verso il progresso. E’ tempo di mettere da parte la calcolatrice e cominciare a fare i conti con se stessi:“Qual’è la mia parte nella storia? Grande o piccolo quall’è il mio ruolo?”. Numeri, storia e follia, siamo anche un po’ di questo alle volte…

Davide “Birillo” Valsecchi

Premio Nobel alla Letteratura

Premio Nobel alla Letteratura

Alfred Bernhard Nobel
Alfred Bernhard Nobel

Spesso mi capita di inserire citazioni nei mie articoli: non lo faccio per “darmi un tono” ma perchè ci sono concetti che richiedono un’autorevolezza che “il Giovane Birillo” non possiede. Per far questo spesso mi affido ai vincitori di premi importanti come il {it:Nobel} o il {it:Pulitzer} che godono del riconoscimento universale.

Quando devo mandare a quel paese qualcuno non ho nessun problema a piantare solitario i piedi in prima linea ma, al contrario, se devo proporre un’insegnamento ritengo giusto esibire il massimo dell’umiltà affidandoci alle parole dei Maestri del passato.

Oggi ho voluto rendere omaggio ai vincitori Italiani del Premio Nobel per la letteratura: ho riportato una loro foto, una loro citazione (scelta de me)  e la motivazione del premio. Spesso trascuriamo il patrimonio del nostro paese e la complessità della nostra lingua. Ancora più curioso è osservare che “abbiamo” vinto più premi Nobel che Campionati del Mondo di calcio (7 a 4). Forse è il momento di fare il tifo anche per la cultura!!

Anno 1906: Giosuè Carducci
“È pure un vil facchinaggio quello di dovere o volere andar d’accordo co’ molti!” (da Confessioni e battaglie)

Ricevette il premio “non solo in riconoscimento dei suoi profondi insegnamenti e ricerche critiche, ma su tutto un tributo all’energia creativa, alla purezza dello stile ed alla forza lirica che caratterizza il suo capolavoro di poetica”

Anno 1926: Grazia Deledda
“L’amore è quello che lega l’uomo alla donna, e il denaro quello che lega la donna all’uomo.” (da Canne al vento, cap. VI)

Ricevette il premio “per la sua ispirazione idealistica, scritta con raffigurazioni di plastica chiarezza della vita della sua isola nativa, con profonda comprensione degli umani problemi”

Anno 1934: Luigi Pirandello
“Perché civile, esser civile, vuol dire proprio questo: dentro, neri come corvi; fuori, bianchi come colombi; in corpo fiele; in bocca miele.” (da L’uomo, la bestia e la virtù, Mondadori)

Ricevette il premio “per il suo coraggio e l’ingegnosa ripresentazione dell’arte drammatica e teatrale”

Anno 1959: Salvatore Quasimodo
“Ancora un anno è bruciato, senza un lamento, senza un grido levato a vincere d’improvviso un giorno.” (Poesie)

Ricevette il premio “per la sua poetica lirica, che con ardente classicità esprime le tragiche esperienze della vita dei nostri tempi”

Anno 1975: Eugenio Montale
“Occorrono troppe vite per farne una.” (da L’estate, ne Le occasioni, Einaudi)

Ricevette il premio “per la sua poetica distinta che, con grande sensibilità artistica, ha interpretato i valori umani sotto il simbolo di una visione della vita priva di illusioni”

Anno 1997: Dario Fo
“La vita è una meravigliosa occasione fugace da acciuffare al volo tuffandosi dentro in allegra libertà.” (da Il mondo secondo Fo)

Ricevette il premio “perchè seguendo la tradizione dei giullari medioevali, dileggia il potere restituendo la dignità agli oppressi”

Hacker at Large

Hacker at Large

HAL2001
HAL2001

“Ma tu che facevi prima? Non sei sempre stato ad Asso?” Questo è quello che mi ha chiesto qualche giorno fa il responsabile di un agenzia pubblicitaria. La cosa mi ha incuriosito tanto che ho pensato di dovergli mandare il mio  CV (Curriculum Vitae) che, per intenderci, non aggiorno ormai da anni: che potrei scriverci ora? Nell’ultimo viaggio su 12 mesi ne ho consumati 8 solo per andare a zonzo con Enzo!!

Ma lo stesso giorno ho trovato una maglietta, una T-shirt, che comprai nel 2001 e che rappresenta una storia interessante sul mio passato. All’epoca infatti la piccola softwarehouse per cui  lavoravo fu acquisita da una multinazionale italiana il cui amministratore delegato era nientemeno che Pierluigi Crudele, una specie di “dottor male” dell’economia bresciana.

Grazie all’inglese e alla mia capacità di problem solving ero stato assegnato ad una piccola squadra di esperti in sicurezza informatica. Un lavoro piuttosto divertente visto che, con le dovute autorizzazioni,  passavamo il tempo ad “attaccare” i sistemi informatici di Istituti di credito e assicurazioni.

Quell’estate, visto che avevamo fatto abbastanza disastri,  ci mandarono in giro per il mondo in una specie di “tour” premio. Fummo mandati a Washington, a due passi dal Palazzo del Congresso USA, per assistere allo Usenix Symposium e successivamente a New York per un’altra conferenza. Ero sotto le torri una settimana prima dell’11 Settembre…

Ma il nostro super tour ci portò anche in Olanda ad HAL2001, uno dei congressi più curiosi a cui abbia partecipato e di cui conservo ancora la maglietta di cui paralvao prima. Il nome deriva da un gioco di parole tra Hal, il computer di 2001 Odissea nello spazio, e Hacker At Large, traducibile come: hacker allo stato brado,  in libertà alla grande.

Il congresso era organizzato dall’Università di Twente e, per un’intera settimana, tutto il campus fu trasformato in una specie di tendopoli dedicata alla tecnologia e alla filosofia Hacker. Già perchè hacker in italiano è sinonimo di “pirata informatico” mentre per il resto del mondo signifca “uno che ci sa fare”. Per intenderci: “quel gran genio del mio amico” nella canzone di Battisti potrebbe essere considerato un hacker della motocicletta.

Sotto una pioggia battente chilometri di cavi elettrici e di rete serpeggiavano tra le centinaia di tende dove “smanettoni”, ingegnieri e professori universitari provenuti da tutto il mondo animavano quella strana Woodstock tecnologica: informatica, telecomunicazione ma anche le peggio stranezze con i più improbabili e divertenti prototipi (avete presente Data dei {it:Goonies} ? )

Essendo in Olanda va tenuto presente che tutto era inondato di Birra scura, di THC e dosi massicce di caffeina in una Babele di linguaggi che mischiavano quelli naturali, (inglese, tedesco, ecc…) a quelli macchina ( C, php, Mysql, java,ecc…) oltre ai dialetti e gli idiomi più improbabili: c’era una tenda dove si parlava solo Klingon!!

C’erano tende tematiche per ogni cosa: sui Sistemi operativi, sul Networking, sul Programmazione, sulle citazioni di film, sui gadget più improbabili. Insomma il meglio della conoscenza tecnologia e della cultura Geek e Nerd: uno spasso!!

In un altra tenda invece di praticava il LockPicking, ossia si aprivano lucchetti e serrature senza usare le chiavi ma bensì utilizzando grimandelli e punteruoli in metallo. Ricordo la strana atmosfera da monastero zen che aleggiava in quella grande tenda: tutti scalzi a meditare e “sentire” come aprire un lucchetto o una cassaforte.

Cosa facevo prima? Non lo so di preciso, il mondo è un posto strano: ogni tanto ho la sensazione di sapere esattamente cosa stia facendo anche se consapevolmente non lo so affatto. Questo è buffo perchè avere la capacità di sorpendere se stessi significa ballare al buio sull’orlo di un precipizio: in parte trascinati dalla musica, in parte terrorizzati dall’idea di cadere.

Davide “Birillo” Valsecchi

“Buongiorno, signori. Io sono un elaboratore HAL 9000. Entrai in funzione alle Officine HAL di Verbana, nell’Illinois, il 12 gennaio 1992. A me piace lavorare con la gente. Ho rapporti diretti ed interessanti con il dottor Poole e con il dottor Bowman. Le mie responsabilità coprono tutte le operazioni dell’astronave, quindi sono perennemente occupato. Utilizzo le mie capacità nel modo più completo; il che, io credo, è il massimo che qualsiasi entità cosciente possa mai sperare di fare.” (HAL 9000)

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