Year: 2020

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The monster lived on

The monster lived on

MAXINE: Oggi a scuola uno dei miei studenti è venuto a consegnarmi il suo diario. Il suo nome è Jimmy. È un bravo ragazzo. Si sforza davvero. Ho notato che aveva un graffio sulla fronte, e così gli ho chiesto come se l’era fatto. Mi ha detto che lo aveva scritto nel suo diario e mi ha chiesto se volevo leggerlo. Così l’ho letto durante la mia pausa pranzo. Raccontava di come Jimmy ed i suoi amici stessero giocando alla guerra. Sai …la guerra.

CALVIN: Certo. Fucili giocattolo e tutto il resto.

MAXINE: Jimmy era dalla parte cattiva. Stava interpretando uno dei cattivi. Era salito su albero, ma mentre si nascondeva ha perso l’equilibrio ed è caduto atterrando proprio su uno dei suoi amici che stavano sotto. Tutti i bambini sono accorsi, volevano assicurarsi che entrambi stessero bene. Tutti tranne uno: questo ragazzo salta fuori e spara a tutti i cattivi …e poi si vanta di aver vinto, da solo! E immagino che tecnicamente l’abbia fatto: gli altri bambini non hanno dovuto aiutarlo. Così i cattivi hanno perso. Credo che Jimmy si senta davvero male per l’intera faccenda. Non saprei …non sono esattamente sicura di cosa volesse chiedendomi di leggere il suo diario. Tuttavia ha scritto tutto in modo così dettagliato: quello che è successo deve averlo davvero colpito!

CALVIN: Beh. Probabilmente Jimmy vuole sapere cosa ne pensi tu di un ragazzo del genere. La tua opinione è probabilmente importante per lui.

MAXINE: Tu cosa ne pensi? Del ragazzo che ha sparato ai cattivi?

CALVIN: Non lo so. Un bambino così cresce per essere una persona importante, credo. Come un …come il capo in una fabbrica o … forse il presidente. Non lo so. I bambini sono tosti.

MAXINE: Ma che tipo di ragazzo eri tu?

CALVIN: Io? Io sarei il ragazzo che Jimmy ha schiacciato quando è caduto dall’albero.

“I just killed a man. The monster lived on.
And in the end, the war was won by heroes.
Not me. Do you understand?”
(The Man Who Killed Hitler and Then The Bigfoot )

Il Mirtillo non lo sà

Il Mirtillo non lo sà

Questo week-end sono stato coinvolto, nonostante la pioggia battente, in un’intensa lezione di botanica alpina sul campo. Confesso che le mie conoscenze in ambito floreale sono pari al mio interesse per l’argomento, tuttavia la nostra insegnante, una giovane botanica, è riuscita laddove molti prima di lei – alcuni personaggi piuttosto pittoreschi – avevano clamorosamente fallito per oltre trent’anni: incuriosirmi.

Io credo che la maggior parte della gente si fissi sulla stupida “mania” di esibirsi nella conoscenza dei “nomi” dei fiori perchè il nozionismo superficiale con cui ci si adegua ad una convenzione è lo scudo migliore sotto cui nascondere un’ignoranza profonda. Tuttavia i nomi, nonostante siano arbitrari e spesso transitori, hanno un intrinseco potere nel linguaggio: “un nome definisce ciò che esiste” e questa definizione è spesso il punto di partenza di una storia.

Questo è il caso della Myosotis Alpestris. La giovane Botanica, incontrandone alcuni esemplari sulla morente morena del ghiacciaio Ventina, si è chinata per descrivere ai miei compagni le caratteristiche di quel piccolo fiore azzurro dal centro giallo. Una leggenda tedesca narra che il suo nome “volgare” derivi da una supplica del piccolo fiore a Dio, quando questi stava assegnando un nome a tutte le creature del creato: “non ti scordar di me”.

Io ero distratto in qualche altrove, come lo sono quasi sempre, ma quel piccolo fiore è riuscito a colpirmi, travolgendomi di nostalgia. Quel piccolo fiore azzurro era infatti il preferito di mia mamma e spesso appariva come decorazione dei suoi fazzoletti di stoffa. Così, incuriosito per motivi che nulla sembrano legati alla botanica, mi sono immerso nella spiegazione ascoltando una storia che non conoscevo.

“Il fiore diventa di colore blu dopo che gli insetti lo hanno impollinato, prima è di colore rosa. In questo modo la pianta comunica agli insetti su quali fiori posarsi e quali lasciare in pace”. All’improvviso la nostalgia ha lasciato spazio ad un pensiero più ampio e complesso: “…in che senso comunica?”.

Nella mia mente cercavo di immaginare gli algoritmi, sotto forma di procedure meccaniche e chimiche, che rendono possibile che il fiore, una volta avvenuta l’impollinazione, cambi colore. Tuttavia per la pianta, abusando dell’espressione, questo è un riflesso meccanico e non un atto di volontà. In realtà non esiste neppure una vera comunicazione, il fiore non ha nè coscienza del cambiamento nè alcuna possibilità di conoscere quali effetti ha sul mondo circostante.

L’evoluzione non è un atto volontario, “la pianta non si è volotariamente evoluta per cambiare colore”, semplicemente tutti i fiorellini rosa di quella primitiva famiglia che non hanno cambiato colore si sono estinti o sono diventati qualcos’altro. L’evoluzione è un processo brutale e violento in cui statistica e grandi numeri “selezionano”, in tempi che spesso coinvolgono centinaia se non migliaia di generazioni, ciò che è “vincente” – e perdura – da ciò che è “perdente” – e scompare. Tuttavia l’individuo, in tutto questo, è assolutamente vittima inconsapevole.

Così mi sono focalizzato sulle parole e sul modo con cui presentava le piante. “Il linguaggio forma il pensiero”. Il problema generale è infatti il linguaggio comune e le sue trappole. Così anche la dottoressa, che è straordinaria nel proprio campo di competenza, utilizzava il linguaggio dando spazio al fraintendimento diffuso sull’evoluzione. Un errore che invero è probabilmente giustificabile poichè cerca di ridurre e semplificare “a favola” un’idea tanto enorme da essere, francamente, difficile da abbracciare nella sua interezza.

“La pianta di mirtillo sfrutta gli animali che si cibano dei suoi frutti per diffondere i propri semi su un territorio più ampio”. Questa è la realtà così come comunemente siamo abituati a vederla, nella sua causa-effetto, ma di fatto questa NON è la realtà. Il mirtillo non lo sà, non ha la mimina idea di cosa accada ai suoi semi, non ha “progettato” il suo frutto perchè sia più appetitoso o i suoi semi perchè siano più adatti a resistere ai succhi gastrici degli animali durante il curioso viaggio dalla bocca al culo che li porterà verso “altrove”. No, il mirtillo non sa nulla di tutto questo, non sa nemmeno di esistere.

Eppure ogni anno, come tutte le creature viventi di questo pianeta, compie uno sforzo incredibile per obbedire ad un unico comandamento: “riprodursi”. Questo sforzo enorme anima lo scintillio poliedrico che è il mondo floreale ed ha un solo scopo: “mischiare le carte”. Perchè l’evoluzione è un’infinita e continua “permutazione” di elementi che crea individui “simili ma diversi” affinché, statisticamente, qualcuno di questi individui manifesti – inconsapevolmente – un piccolo ma efficace cambiamento che possa consolidarsi in modo vincente rispetto ai cambiamenti circostanti. “Survival of the fittest”

No, il mirtillo non lo sà, non lo sà che i suoi primitivi e diretti antenati hanno azzeccato, generazione dopo generazione, la “svolta” giusta ad ogni bivio evoluzionistico. Non lo sa che esistono miliardi di suoi parenti “quasi mirtillo” che, senza colpa o volontà, sono “nati inadatti” e si sono estinti. No, il mirtillo non lo sà, e questo mi inquieta perchè presuppone che neppure io, come individuo della mia specie, abbia davvero consapevolezza di quali siano le strategie vincenti – così come i madornali errori – che sto inconsapevolmente mettendo in atto o che sto passivamente subendo.

A complicare le cose un’altro incontro poco distante dal Ventina: il larice millenario della Valmalenco. Una pianta che, ai margini di un ghiacciaio, sopravvive per migliaia di anni è un individuo che hai miei occhi appare leggendario. Nel mio immaginario è il Christopher Lambert dei larici, un “highlander” con Freddy Mercury che gli fa da colonna sonora ogni volta che sorge il sole: “I am immortal, I have inside me blood of kings. I have no rival, no Larch can be my equal: take me to the future of you all!”. Così ho posto timidamente alla dottoressa una domanda: “Ma anche gli alberi millenari ogni anno attivano il processo riproduttivo o redirigono tutte questo energie in ciò che li aiuta a vivere più a lungo?”. Volevo sapere se un individuo aveva la capacità di sottrarsi al cerchio della vita trasformando se stesso, evolvendo volontariamente per estendere la propria esistenza (BioHacking). La risposta però è stata sconsolante: le piante millenarie sono piante come tutte le altre, che seguono lo stesso ciclo come le altre, solo particolari condizioni ambientali hanno permesso loro di vivere tanto a lungo.

Le piante millenarie, sebbene testimoni di un tempo oltre l’umana concezione, non sono speciali, hanno solo avuto fortuna. La loro millenaria individualità si perde nei milioni e miliardi di anni attraverso cui si muove l’evoluzione. Riprodursi attraverso poliedriche imperfezioni e cambiamenti rimane la violenta e vincente scelta della vita. L’esistenza di ognuno di noi è un tiro di dadi nello sconfinato casinò che è l’universo… fanculo ad Einstein ed ai Creazionisti.

Non ti scordar di me, una supplica di un fiore a Dio. Non ti scordar di me. Guardando un fiore dovremmo sentirci tristi, perchè sono la prova vivente che la nostra vita, in un gioco più grande, è davvero poca cosa. Ma prima di tornare a Chiareggio un’ultima strana rivelazione mi è apparsa, impetuosa e consolatrice: “Il mirtillo non lo sa, ma la mucca sì!”

Una rivelazione che trova nome in una pianta: Veratro! Già una pianta dall’apparenza decisamente brutta, fogliacce verdi in mezzo ad un prato, qualcosa che difficilmente interesserebbe gli invasati del “nomen florum”. Eppure, senza saperlo, era per me illuminante! L’evoluzione, attraverso una deriva di permutazioni nel tempo, ha infatti ha selezionato questa pianta rizomatosa valorizzando un suo particolare aspetto funzionale: essere velenosa!

Gli antenati della veratro che non erano velenosi, o anche solo vagamente velenosi, si sono estinti. Hanno smesso di esistere come “specie” perchè quando ti mangiano, e non hai altri jolly da giocare, difficilmente ti riproduci. Il verato invece erà lì, cazzuto ed incazzoso, pronto a vendicarsi: “Muoia Veratro con tutte le mucche che si azzarderanno a mangiarlo!”. Perché in fondo è una pianta sfigata: totalmente “perdente” se implicitamente non facesse affidamento sull’intelligenza della mucca.

Già, perchè la mucca lo sa che non deve mangiarlo il Veratro. Mentre il mirtillo non lo sa che il destino della sua prole è affidato al buco di culo di qualche ungulato (o di qualche bipede) la mucca è un mammifero, e questo cambia davvero tutto!

La mucca infatti NON mangia il Veratro, ma NON lo fa NON perchè una volta l’ha assaggiato ed è morta, non è un’esperienza diretta a condizionarla. Non è qualcosa di passivo, meccanico o involontario o istintivo come accade per il rosa ed il blu del “non ti scordar di me”. No, è un’azione volontaria, consapevole, che non essendo frutto di un’esperienza diretta dell’individuo è il risultato di un insegnamento ricevuto e maturato da un’esperienza indiretta. Una piccola straordinaria magia!

L’evoluzione, come una potentissima Intelligenza Artificiale (AI) che traffica senza sosta con la spietata legge dei BigData, nel suo violento percorso di selezione è giunta alla conclusione che un individuo, prendendosi cura ed educando la propria prole, può accelerare e diversificare i cambiamenti che permettano a tale specie di perdurare nonostante le trasformazioni dell’ambiente che li circonda. L’evoluzione non più come mutazione strutturale quanto invece comportamentale. Mica paglia!!

Il vitellino quindi batte a mani basse il larice millenario, soprattutto perchè la mucca è in grado di “educarlo” senza possedere un linguaggio evoluto o una consapevolezza simile alla nostra. Altro che Internet e protocolli di commutazione a pacchetti! L’uomo, con la sua straordinaria capacità di essere individuo, è di fatto il culmine della strategia evolutiva della vita. Il fatto che l’uomo abbia le potenzialità e la volontà di “esportare” la vita su altri pianeti ne è infatti una prova quasi evidente.

Tuttavia ogni strategia, per quanto evoluta, può rivelarsi tanto vincente quanto perdente nella sua attuazione. La nostra società ha aggregato gli “individui” fino alla “massa” rendendo possibili risultati insperati. Tuttavia questa massificazione, forse per la prima volta dall’alba dei tempi, sta trasformando l’ambiente – mortificando anche il libero arbitrio degli individui – con una rapidità ed un’incidenza tanto sproporzionata da mettere a rischio la scommessa di fondo dell’evoluzione: “la vita trova sempre una via”.

Il mirtillo non lo sa che, mentre lui affida con successo i suoi figli alle feci di qualche animale, suo cugino, il “falso mirtillo” (Vaccinium uliginosum), ha reso i propri frutti psicotropi se assunti in gran quantità. Loro non lo sanno, sono nati così, non hanno scelta: noi invece possiamo scegliere, e non è una differenza da poco.

Alla fine di questo viaggio credo dei nomi dei fiori mi interessi ancora meno di quando siamo partiti, ma sono convinto che la lezione offerta a noi dal regno delle piante, così come il suo rapporto con quello animale, sia inestimabile. Sto diventando decisamente vecchio, ma credo anche siano state le nanerottole, “Le Sorelle Tempesta”, e quel polpettone di “Interstellar”, ad aprirmi gli occhi su ciò che era sempre stato sotto il mio naso:

«Dopo che siete nati voi, tua mamma mi ha detto una cosa che non avevo mai capito. Mi ha detto “Ora siamo qui solo come ricordi per i nostri figli”. Credo di aver capito che cosa voleva dire. Quando diventi genitore sei il fantasma del futuro dei tuoi figli.»

Davide “Birillo” Valsecchi

I Rifugi dei Corni di Canzo

I Rifugi dei Corni di Canzo

Nel lontano Maggio 1960 i Volontari di Valmadrera diedero inizio alla costruzione dell’attuale Rifugio S.E.V. a Pianezzo. Costruirono una teleferica di circa 300 metri, i cui basamenti sono ancora visibili sotto la Parete Fasana, con cui si trasportavano i sassi di calcare perchè fossero frantumati producendo la sabbia, un montacarichi e un acquedotto per portare l’acqua al cantiere dalla sorgente del Ceppo della Bella Donna. Dopo quattro anni, la Domenica del 13 settembre 1964, il rifugio fu finalmente inaugurato. Maggiori informazioni sull’attuale – e beneamato – Rifugio sono disponibili sul sito della SEVhttps://rifugiosev.it/

Tuttavia prima di quella data altre due costruzioni avevano ricoperto il ruolo di “Rifugio” ai Corni di Canzo. In rete è apparsa qualche settimana fa – pubblicata da Davide Fadigatti‎ – una bella foto d’epoca di una di queste strutture: un’immagine davvero sorprendente! Nel riproporvela qui aggiungo anche un estratto della Guida alle Prealpi Lombarde realizzata da Silvio Saglio nel 1957 per il Touring Club Italiano e per il CAI Milano. In questa pubblicazione, infatti, vengono infatti menzionati i due antichi rifugi, oggi baite private.

RIFUGIO DEI CORNI o DI PIANEZZO e RIFUGIO POLALBA Il Rifugio dei Corni o di Pianezzo sorge a m. 1225 sul versante settentrionale dei Corni di Canzo, in bellissima posizione dalla quale si domina gran parte del L. di Lecco e dei monti che lo rinserrano,  È una baita trasformata in rifugio; di proprietà privata, con 8 letti e 3 cuccette, acqua di sorgente, aperto dai primi di maggio a fine settembre con spaccio di bevande e di alcuni generi alimentari. Il Rifugio Polalba è situato a m. 900 sul versante della Valbrona, in una conca circondata dai castani, dai faggi e dai larici; dispone di 8-10 posti letto, ed è aperto tutti i giorni nei mesi estivi e al sabato e domenica negli altri periodi dell’anno.

NDR: Nella guida del Saglio non vi erano molte fotografie, la maggior parte delle illustrazioni erano disegni a mano.

ACCESSI:

DA CANZO m 887 si attraversa l’abitato in direzione NE, quindi si scavalca il Torrente Ravella e ci si porta alle Fontane di Gaium m 481 (ore 0.15; osterie). Risalento il torrente, si lascia a destra la strada per San Miro al Monte e si prosegue a sinistra per la comoda carreggiata, che s’innalza selciata e con larghe curve (accorciatoie) nel rado bosco, verso una specie di sella, al di là della quale si raggiunge la prima Alpe Grasso m 725 (pittorescamente inquadrata dai Corni di Canzo) e  l’Alpe Bertalli m 779 (ore 0.45-1), raggruppamento di case, abitate tutto l’anno. Si abbandona allora la carreggiata e, prestando attenzione alle segnalazioni, ci si alza, per un costolone e per il fondo di un valloncello, verso l’estremità pianeggiante del crestone occidentale dei Corni, detto Piano di Candalino m 1067 (ore 0.45-1.45) e ci si affaccia all’azzurro bacino del Lago di Lecco e alla verdeggiante Valbrona. Si prosegue lungo la dorsale, lasciando a sinistra il sentiero che conduce all’ Alpe di Pianezzo e si marcia per sentiero pianeggiante in direzione del Rifugio dei Corni o di Pianezzo m 1225 (ore 0.15-2).

DA VALMADRERA m 237 si prende la strada che si stacca a NO dalla piazza principale e sale a Gianvacca. Di qui si prosegue in direzione di Mondònico; al primo bivio si svolta a destra e, per un viottolo sostenuto da un muro a secco, si contorna un poggio e si riesce sulla sassosa traccia che rimonta la Valle della Boa tra la boscaglia fino ad una spianata (1 ora). Dai ruderi di un cascinale si continua lungo il fondovalle, sì sorpassa una presa d’acqua e, giunti sotto alcuni roccioni, ci si sposta lungo il ripido fianco occidentale per un faticoso sentiero che s’inerpica verso un pianoro, in cui sfociano ampie colate di detriti. Si evitano questi sfasciumi per la traccia segnalata che volge a destra, si passa ai piedi del roccione strapiombante detto Tetto della Porta (che può offrire un buon riparo in caso d’intemperie) e, piegando ancora a destra tra blocchi calcarei, si risale la parte superiore di una valletta, dominata a sinistra (E) dalla parete del Corno di Canzo orientale, onde giungere, fra cespugli sempre più radi, alla Bocchetta di Sambrosera m 1125 c. (ore 1.30-2.30) che separa la massa del Moregallo dal Corno di Canzo orientale, mettendo in comunicazione diretta la Valle della Boa con la Valle delle Moréggie, che sbocca nel Lecco di Lecco di fronte alla Punta dell’Abbadia. Sul valico, non nominato dalla tav. 32 I SE (Lecco), ma indicato dalla pietra di confine dei comuni di Mandello (M) e Valmadrera (V), si trovano alcuni massi erratici di granito ghiandone, che dimostrano l’enorme sviluppo dello scomparso ghiacciaio abduano, il quale invadeva nell’era quaternaria tutto il bacino del Lago di Como, lasciando emergere nel mezzo solo la vetta del Monte San Primo e, come scogli, i Corni di Canzo.  Dal valico si pianeggia attorno alla testata cespugliosa della Valle delle Moréggie, quindi si sale a un’ampia sella erbosa e, scavalcata l’arrotondata propaggine del Corno di Canzo centrale, si arriva al Rifugio dei Corni o di Pianezzo m 1225 c. (ore 0,45-3.15).

DALL’IMBOCCO OCCIDENTALE DELLA GALLERIA DEL MELGON  (lungo la carrozzabile Malgrate-Onno, quasi a metà strada fra queste due località), si rintraccia, al disopra della scarpata, un piccolo sentiero che s’inerpica lungo quel costolone che fa da sponda orientale alla Valle delle Moréggie. Si segue questo sentiero nel bosco ceduo, trascurando le diramazioni di sinistra, poi si scavalca la testata di un valloncello secondario e ci si mette nel solco principale, allo scopo di innalzarsi a mezza costa, con ampio giro, assecondando gli anfratti del Moregallo, fino alla testata del vallone (ore 2.30), dove passa l’itinerario precedente che conduce al Rifugio dei Corni o di Pianezzo m 1225 c. (ore 0.45- 3.15).

DA CANDALINO m 545 (frazione di Valbrona) si risale per mulattiera la Valle Griarolo fino all’ Alpe Oneda m. 720, dove si prende quel sentiero che si svolge lungo la boscosa dorsale che il Corno di Canzo centrale spinge verso il Sasso della Cassina e il Lago di Lecco; oppure si prende la mulattattiera che attraversa la Valle del Gagetto e, passato il Rifugio Polalba, si continua in direzione dell’Alpe di Pianezzo m 1197, al disopra della quale s’incontra l’itinerario 193, che viene da Canzo e conduce al Rifugio dei Corni o di Pianezzo m 1225 c. (ore 2).

Rifugio SEV – 1964

Nota: le fotografie sono state pubblicate da ‎Davide Fadigatti‎ sulla pagina Facebook “Sei di Valmadrera se”.

Eroe Scarso

Eroe Scarso

Non riesco a vedere da dove vieni ma so da cosa stai scappando. E ciò che conta, piccola, non è chi sia il più cattivo ma chi ti impedisce di cadere dalla tua scala. Quando ti amo come piace a te, provo quello che provi tu ora: faccio ciò che faccio solo per compiacere la tua folla. E soffro, ma non smetterò, perché questo non è un posto per un eroe, questo non è un posto per un uomo migliore, questo non è un posto che un eroe possa chiamare casa.

Ogni volta che chiudo gli occhi, ti penso dentro. Penso a tua madre, che ha rinunciato a chiedersi perchè: perché menti, e tradisci e provi ad ingannarla. Non riesco a vedere da dove vieni ma so da cosa stai scappando. E ciò che conta, piccola, non è chi sia il più cattivo ma chi ti impedisce di cadere dalla tua scala. Perchè questo non è un posto per un eroe, questo non è un posto per un uomo migliore, questo non è un posto che un eroe possa chiamare casa.

Testo e musica: Short Change Hero – The Heavy
Wikiloc: eroe scarso


Crollo sulla G.G.OSA

Crollo sulla G.G.OSA

Non ho informazioni di prima mano perchè, a causa del LockDown, è tanto che non ho modo di salire sul Moregallo. Tuttavia mi è giunta segnalazione di un importante crollo sulla Crestina GG OSA, soprattutto mi è stato chiesto di segnalare come il crollo abbia interessato il sentiero che da Sambrosera risale all’attacco ed quindi alle moregge. «Praticamente è crollato il blocco di roccia dove c’è l’unico chiodo, quello con il cavo d’acciaio, e ha tirato via tutta quella parte. Il blocco è caduto nel canale, non toccando la cresta, ed è andato giù fino all’attacco portando a valle sassi e piante. Poi ha proseguito tagliando il sentiero che sale all’attacco della cresta.»  Sembra che il Sindaco a breve emetterà un’ordinanza di chiusura del sentiero e della cresta. Ci sono in giro ancora molti sassi pericolanti ed accumuli di materiale sia sul sentiero che sulla piazzola d’attacco.

Quello che posso dirvi è che la scorsa settimana, pulendo la vecchia macchina fotografica con lo Zoom (un modesto 18x) avevo fatto qualche distratto e nostalgico scatto alla Cresta OSA ed alle strutture adiacenti. Oggi questo ci permette di capire, a distanza, cosa è purtroppo accaduto alla cresta con le ultime piogge. Incredibile anche notare quanto, in meno di dieci giorni, la vegetazione sia lettarlamente esplosa.

Davide “Birillo” Valsecchi

Paura e Desiderio

Paura e Desiderio

«Hai paura?» La biondina con gli occhi azzurri si avvinghia al mio braccio mentre siamo sdraiati nel letto, poi con una vocina da pin-up mi risponde: «Sciii». Le faccio un sorriso e le chiedo gentile «E di cosa hai paura?». Lei si stringe ancora di più e con lo sguardo indica il soffitto. «Hai paura delle Ombre?» mi risponde quasi nascondendosi il viso. «Sciii». Allungo un braccio verso l’interruttore della lampada. «Vedi? Le ombre non ci sono più. Basta accendere la luce, aprire gli occhi, e piano piano la paura passa. Ora dormi che è tardi». «Scii».

Davide Birillo Valsecchi

“Paura e Desiderio”
III+ / Moregallo NoSpitZone 2020

Diario della Quarantena

Diario della Quarantena

Il viso, furioso e trasfigurato, di Eduardo “Lalo” Salamanca ci augura la buona notte con una punta d’ansia, mentre è la piccola Andrea, all’alba, ad imporre la sveglia. Apro lo sportello del frigor: yogurt, cereali, succo di frutta. Metto sul fuoco il caffè, cambio il pannolino ad Andrea, sveglio Bruna e la piccola Noa. Ogni giorno della quarantena è come il giorno della marmotta, nel mio caso dei marmocchi. Noa è nata il 14 Febbraio, usciti dalla sala parto all’asilo di Andrea era in atto un’epidemia di “Bocca Piedi Mani (EV-71)”: per aiutare Bruna, “puerpera” con due bimbe da gestire tra le mura domestiche, ho sfruttato i giorni di congedo parentale per stare a casa. Nel giro di una settimana l’epidemia, di Covid-19 questa volta, si è trasformata in pandemia… ed eccoci qui, 71 giorni dopo.

C’è qualcosa di biologico nel pianto dei neonati, qualcosa che impedisce il corretto funzionamente del cervello. Incasina i pensieri, scardina gli schemi ed acquisisce priorità assoluta, persino sulla volontà. Una prigionia nella prigionia: un imperativo atavico che, barricati in casa, scandisce lo scorrere delle giornate come la sirena di una fabbrica. Quando questa mattina le nanerottole strillavano in stereofonia ho perso il controllo della mia “fame di spazio” e la casa, ormai accampamento, mi si è chiusa addosso: affogavo incastrato tra gli stipiti delle porte che non portano in nessun luogo.

Così, per arginare il caos, ho preso in braccio Andrea, armato di pennarelli ed un foglio A4, ho iniziato a disegnare il diario della quarantena. “La nostra mente, per il modo in cui si è evoluta, lavora per immagini: per questo facciamo disegni e scriviamo!”. Come i carcerati si comincia tracciando una piccola barretta per ogni giorno trascorso in gattabuia, si prosegue poi inseguendo le date: l’ultima volta che ho fatto benzina, l’ultima volta che siamo andati a passeggio tutti insieme fuori dal giardino. Si elencano le “missioni di approvvigionamento”, le date in cui, armati di uno screen-shot sullo smart-phone, ci si è spinti in una solitaria avventura fino al supermercato per ritirare la spesa prenotata via Internet. Quanta nostalgia per quel bottiglione di Aperol comprato nell’ultima occasione in cui ho spinto il carrello tra gli scaffali!!

Sul foglio si continua riportando cose a caso: i videogiochi finiti, le serie concluse, gli eventi eccezionali. Già perchè quella volta dal dentista oppure la prima vaccinazione di Noa sono state giornate d’ansia, ma anche occasioni da segnare sul calendario. Anche quella volta in cui, mancando un gradino, mi sono distorto una caviglia finisce sul “diario della quarantena”: quanto era stato divertente inviare le foto del piede fasciato con la didascalia “Vedete, anche a casa ci si fa male!”. Quanta arguzia nell’aggiungere immobilità ad una situazione immobile! Qualcuno sul proprio diario della quarantena riporterà risultati incredibili, qualcuno avrà preso una seconda laurea, qualcuno avrà imparato il mandarino, qualcun’altro sarà diventato istruttore di Cross-Fit domestico con addominali da urlo. Io no, sono ingrassato, mi fanno male le ossa e passo le giornate ad inseguire le bambine. Mi consola che forse, tra dieci anni, ripenserò a questo periodo come ad un momento bellissimo della mia vita da genitore… qualcosa su cui anche Leo Ortolani potrebbe realizzare una striscia quotidiana. Magari con la vignetta scritta in mandarino…

Andrea mi dà corda, ma si stufa di numeri e dati: afferra un pastello a caso ed inizia a tracciare ghirigori sopra le parole. Forse sono stufo anche io ed improvvisamente ripiombo negli anni 90, quando seduti accanto ad un telefono fisso, con la cornetta in mano, passavamo il tempo chiacchierando e pasticciando con la biro interi fogli di carta, rimpiendoli di forme, simboli e piccole decorazioni. Ben presto la nana si stanca anche di scarabocchiare ma il suo papà, che aveva tanto cercato di coinvolgerla, no. Compare un righello, dei pennarelli, un paio di chiavi inglesi, forme e formine di tutti i tipi. L’analisi razionale lascia spazio a velleità artistiche per naufragare nella semplicità di un gesto senza scopo.

“La gente esibisce ciò che difetta maggiormente”. Sul mio foglio avevo cercato di fare ordine sulle mie giornate ma avevo finito per seppellire ogni cosa sotto il caos di forme e colori confuse, senza senso. Ma ciò che mi appariva evidente è che in quel caos, che io stesso avevo creato, stavo cercando inconsapevolmente di giustapporre le cromie, i segni, di portare equilibrio, in definitiva ordine.

“Birillo, questa è la verità: tu insegui il caos solo perchè hai il bisogno di trovarvi un tuo ordine. Ti giustifichi trovando soluzioni alternative, inesplorate, inconsuete, ma per quanto ti piaccia rappresentarti in modo assurdo sei ordine, non caos”. Autocoscienza fastidiosa…

“Ti sembro davvero il tipo da fare piani? Lo sai cosa sono? Sono un cane che insegue le macchine. Non saprei che farmene se le prendessi! Ecco io … agisco e basta.” Diceva sghignazzando il Joker di Heath Ledger, esibendo incontenibile follia solo per nascondere i suoi machiavellici ed ossessivi piani. Forse è questo che mi turba, la sicurezza con cui nascondo la mia attuale incapacità di prevedere ed anticipare il futuro, la mancanza di una piano, di una rotta o di una via per passaggi inesplorati che mi permetta di creare ordine in questo caos. La cosapevolezza che le difficoltà esterne rendono sempre più pericolosamente allettante adagiarsi nella ripetitività di questo interminabile giorno della marmotta.

“Il linguaggio forma il pensiero”. Parlo con Bruna, con qualche vicino, ma dopo due mesi anche le telefonate si sono inaridite: “Come stai? Io bene, tu?”. Le video conferenze e le video chiamate ci sollevano dal peso delle parole, usate ormai come riempitivi quando non abusate dai media e dai tuttologi da bar sport. Ciò che mi spaventa sono le parole che perdo, quelle che “mancano” o che “non trovo” sempre più spesso. Come una scimmia appesa ad un calcolatore cerco su google sinonimi e significati che giorno dopo giorno, nell’isolamento, mi sfuggono. Mentre il mio pensiero si fa muto e stentato, attorno a me è un fiume in piena di parole senza senso capace di travolgere me ed il mio giudizio: questo mi spaventa.

“All work and no play makes Jack a dull boy” Questa è la frase che Jack Torrance, il Jack Nicholson dell’Overlook Hotel, ripete ossessivamente sulla macchina da scrivere. Forse anche lui, cercando di scrivere il suo romanzo, tentava di mettere ordine nel caos di quell’isolamento, tentava di usare le parole per dare forma al suo piano per arrivare a Maggio. Ma le parole gli sfuggono e tutto ciò che gli resta, sui tasti, è quella frase ossessiva che in qualche modo lo protegge, giorno dopo giorno, rimandando il tracollo. L’implosione veicolata dalla segregazione.

Le parole, devo ritrovare le parole. “Tu non sai stare da solo” – mi ha detto Bruna giorni fa – “Ti piace isolarti ma hai sempre avuto accanto qualcuno nel corso della tua vita”. Quante cose può insegnarci su noi stessi la solitudine di questi tempi? Ci sentivamo forti ed ora tremiamo nel riconoscere le nostre debolezze? Bene, maledettamente bene: perchè definire un problema è il primo passo per risolverlo. Avere paura significa essere ancora vivi.

1) fai una cosa alla volta 2) definisci il problema 3) ascolta 4) poni domande 5) distingui ciò che ha senso da ciò che non ne ha 6) accetta il cambiamento come inevitabile 7) ammetti gli errori 8) dillo in modo semplice 9) resta calmo 10) sorridi, respira, rendi estremo il banale!

Tutto questo non finirà,  non c’è una data di scadenza per questa situazione. Il 4 maggio non significa niente. Non è il D-Day, lo sbarco sulla Luna o Cristoforo Colombo nelle Americhe. Tutto questo non finirà dalla sera al mattino come un sogno. No, non finirà, ma è inevitabile che cambi: tutto ciò che devo fare è vedere ordine nel caos.

”Fare un nuovo passo, dire una nuova parola, è ciò che la gente teme di più.” (Fëdor Dostoevskij)

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