Dopo quattro week-end di maltempo finalmente un fine settimana senza pioggia e, con il sole, torna all’attacco il gruppo ferrata! Dopo la lezione di teoria e la prima esperienza sulla ferrata del Venticinquennale al Corno Occidentale, la squadra si è cimentata con la ferrata del 30° Osa al Corno Rat.
I primi 30 metri di questa ferrata sono famosi e famigerati per la difficoltà con cui mettono a dura prova chi ancora non possieda la malizia e l’esperienza per sfruttare appieno le gambe ed arrampicare risparmiando le forze. “Tirarla tutta di braccia” è uno sforzo terribile e per questo i nostri agguerriti neofiti hanno dovuto confrontarsi in modo più profondo con la verticalità conferendo tecnica ed atleticità al proprio stile di salita: “o impari o non passi su…”.
Al gruppo si è aggregato anche Fabrizio che, respinto dal Corno in un Freaky Friday di qualche settimana fa, era deciso a conquistarsi il secondo round. Partiti dal belvedere di Valmadrera abbiamo raggiunto dapprima San Tomaso e quindi l’attacco della ferrata. Dopo la consueta verifica di tutto l’equipaggiamento e le raccomandazioni di rito ha inizio l’avventura!
Nonostante qualche difficoltà e qualche comprensibile timore (per molti questa è la seconda esperienza in ferrata) tutto il gruppo ha superato con successo i fatidici 30metri iniziali proseguendo poi attraverso i duecento metri di dislivello che portano alla cima del Corno Rat. Molto bene!
Mercoledì io e la Zia Cesy ci siamo aggregati al Gruppo Over della sezione assese del Club Alpino. I nostri “Girovaghi del Mercoledì” puntavano infatti alla cima del SanPrimo, la montagna che domina tutto il Lario, per completare le celebrazioni per Achille Ratti,il papa alpinista.
Durante tutto l’anno hanno raggiunto le principali cime lariane ripercorrendo le salite più nostrane di Papa Pio XI esponendo uno striscione commemorativo tanto semplice quanto immediato:“Achille Ratti (Pio XI) è stato qui!”.
Dopo il Legnone, le Grigne, i Corni e tante altre cime è il San Primo la tappa finale di questo lungo Tour: i miei complimenti al Gruppo Over!!
Dopo la lezione teorica di martedì questo sabato si è passati alla pratica affrontando la ferrata del Venticinquennale ai Corni di Canzo. Il gruppo, coadiuvato dagli accompagnatori, dagli istruttori e dagli amici del Soccorso Alpino ha finalmente sperimentato sulla roccia quanto appreso.
Una splendida giornata di sole in cui, per il secondo anno consecutivo, il Cai Asso ed il Cai Canzo hanno offerto ai neofiti la possibilità di conoscere in piena sicurezza le basi di questo particolare tipo di progressione.
Tutti i partecipanti, oltre una ventina divisi in due gruppi, hanno superato con successo le difficoltà della salita raggiungendo la cima del Corno Occidentale e dando vita ad un’allegra e felice compagine che ha poi festeggiato al vicino rifugio SEV.
«Un sacco di gente per una giornata di festa!» Forse basterebbe questo a descrivere la magnifica giornata di sole autunnale trascorsa all’Alpeggio di Monte per la tradizionale castagnata del CAI Asso. Domenica 21 Ottobre i soci, i simpatizzanti e gli amici della sezione si sono dati appuntamento alla nostra “Club House”: un magnifico alpeggio, ristrutturato pazientemente nel corso degli anni, posto a 750 metri trai i boschi ed i prati sul fianco del Monte Megna che, sopra Valbrona, è rivolto verso le Grigne ed il ramo lecchese del lago di Como.
Un’allegra compagnia di quasi 150 persone è fluita attraverso la corte dell’antico alpeggio stipandosi tra i tavoli e le panche per mangiare il risotto, gli spiedini e le salamelle che gli infaticabili volontari sfornavano dalla cucina. Alpinisti, istruttori di roccia, escursionisti ed appassionati di montagna ma anche famiglie, mamme in dolce attesa e bambini di tutti le età davano vita ad una vociante festa nel verde.
Dopo pranzo la consueta gara della “misura del salame” e le prove di arrampicata sulla parete attrezzata dell’alpeggio: grandi e piccini, esperti e neofiti, si sono alternati, sotto la supervisione vigile degli istruttori sezionali, cimentandosi nella scalata fino alle travi del tetto. L’entusiasmo di questa piccola esperienza d’arrampicata, vissuta tra gli incitamenti dei presenti, ha galvanizzato tanto i bambini quanto gli adulti facendo scoprire a più d’uno una nuova passione.
Nel pomeriggio è stata la volta delle caldarroste ed il nostro “burlon”, che ormai gira sul fuoco da oltre vent’anni, ha rinsaldato ancora una volta la tradizione della nostra castagnata sezionale.
«Un sacco di gente per una giornata di festa!» Come Socio e come membro del Consiglio non posso che essere orgoglioso per l’allegria e la serenità che la nostra sezione riesce ad esprimere nei momenti di festa in cui abbiamo l’occasione di ritrovarci tutti insieme. Una giornata davvero bella!
Le due sezioni del Club Alpino Italiano di Asso e Canzo, per il secondo anno consetutivo, hanno dato vita ad una positiva cooperazione organizzando una serie di escursioni sulle Ferrate del Lario.
Le sezioni si prefiggono in primo luogo uno scopo didattico teso a permattere anche ai neofiti la possibilità di affrontare con consapevolezza e sicurezza la progressione in Ferrata.
Per questo, oltre alla presenza di accompagnatori esperti durante le escursioni, è stato organizzato un incontro teorico in cui conoscere i presidi tecnici e le nozioni di base.
La presentazione delle escursioni e la lezione teorica si terrano il 16 Ottobre 2012 presso la sede del Cai Canzo alle ore 21:00.
Le escursioni previste per il mese di Ottobre/Novembre2012 sono:
Sabato si parte come sempre all’alba. Dopo una notte insonne salgo sull’auto che passa a prendermi, a bordo Renzo, Giorgino e Franco. Siamo in viaggio e la nostra destinazione dista quesi 600 km al di là del confine, nella Svizzera Francese.
I tre “vecchietti” che mi accompagnano sono tra le persone più spassose che conosca e le ore d’auto passano leggere bivaccando qua e là in qualche bar in cerca di caffè e brioches. Alle 11 siamo ad Arolla: abbiamo percorso un lunghissimo giro che ci ha portato sull’altro versante dell’arco alpino valdaostano.
Siamo i primi ad arririvare e poi, alla spicciolata, arrivano anche tutti gli altri istruttori e gli alievi del Corso di alta Montagna della Scuola Alto Lario. Alla fine, infilati gli scarponi, siamo una comitiva di quasi trenta persone che si avvia attraverso la Val Pelline, alle pendici del Mont Collon (3.637 m) e del suo imponente ghiacciaio pensile.
Schiacciati dai pesanti zaini e dell’equipaggiamento d’alta quota che contengono ci inerpichiamo lungo il fianco dell’antico morena glaciale fino a raggiungerne la sommità, da lì avvistiamo finalmente la nostra meta: la Cabane de Bertol, un rifugio alpino abbarbicato come un nido d’aquila sullo sperone di roccia che domina il ghiacciao.
Per raggiungere il rifugio dobbiamo affrontare un lungo tratto di nevaio per poi risalire una scala a pioli metallica di quasi sessanta metri. La quota ed il caldo cominciano a farsi sentire ed ogni passo porta il peso di una settimana difficile che non vuole lasciare libera testa.
Renzo, in forma strepitosa a 68 anni, ingrana letteralmente la quarta e brucia tutto il gruppo distanziandoci. Io invece mi fermo su un sasso in mezzo alla neve, respiro e guardo intorno. Piano piano lascio che la magnificenza che mi circonda disciolga i crucci che mi tormentano. Raggiungo il rifugio per ultimo ma questo poco importa: i pensieri “pesanti” sono rimasti un po’ più a valle.
Il rifugio è davvero piccolo e circondato da vertiginosi strapiombi che traspaiono attraverso le grate delle passerelle: un nido d’aquila irraggiungibile e sicuro, scaldato dal sole lungo tutto il suo percorso da Est ad Ovest.
All’esterno uno Svizzero suona un Alphorn, il Corno delle Alpi, il lungo strumento musicale tipico dell’arco alpino. Il suono del corno rimbalza tra le pareti di roccia e si allunga per chilometri tra le montagne. Il suonatore, compiaciuto della nostra attenzione, intona alcune sequenze alpine tra le più classiche e si diletta in qualche passaggio Jazz mostrandoci la duttilità dello strumento. Tutti insieme ci concediamo una foto ricordo con questo inconsueto corno: da sinistra Giorgino, Franco, Renzo, Antonio (il Fuma) e Birillo.
Nel rifugio non si mangia poi così male per essere in Svizzera: la vecchia gestrice è una tra le persone più educatamente scortesi che si possa incontrare ma le due figlie hanno un gran sorriso. Attenzione però, nel rifugio non c’è alcun tipo di acqua potabile eccetto quella in bottiglia e un litro e mezzo lo si paga 10 franchi, aka 8 euro!
La notte, nella camerata, passa tranquilla e finalmente riesco a dormire sei ore filate (Accidenti, per farmi una dormita decente devo andare a 3000 metri!!) Al mattino però il tempo riserva sorprese amare: una perturbazione nera e minacciosa si è addensata sopra il ghiacciaio e comincia a piovere acqua e neve. Puntavamo a raggiungere la cima della Tête Blanche (3.724m) da cui si gode una vista magnifica sul Cervino, purtroppo invece dobbiamo “ritirarci” di corsa sfuggendo al mal tempo.
Capita in alta quota, così è la montagna, decide sempre lei. Tuttavia la salita al rifugio del giorno prima (1300 metri di dislivello) è bastata a rendere più che soddisfacente questo lungo viaggio.
Con quest’uscita si conclude il corso d’Alta quota ma l’entusiasmo che sembra pervadere il nostro CAI è solo all’inizio: le escursioni dell’Alpinismo Giovanile, l’attività del Gruppo Over (i nostri agguerritissimi veterani!!) e le salite del Corso d’Alta Quota sono state solo la parte iniziale di un programma che si farà ancora più intenso in Estate e sopratutto in Autunno. Ci sarà pane per i denti tanto per gli esperti quanto per i neofiti: quest’anno infatti abbiamo avuto un incremento notevole di Soci, oltre una ventina, ed i nuovi iscritti sono tutti ansiosi di imparare ed esplorare montagne.
Seduto con un bicchiere di birra in mano lungo il passo della Novena (il Nufenenpass) me la rido con i miei soci di scorribanda tutti ultra sessantenni: dio mio, questi tre hanno esperienza da vendere ma messi insieme sono più casinisti dei ragazzini!! Lasciate in pace la cameriera!!
Davide Valsecchi
[photonav url=’https://www.cima-asso.it/wp-content/uploads/2012/07/cabane_bertol.jpg’](Muovi il mouse sull’immagine per spostare il punto di vista sulla panoramica)
Dalle nebbie del passato è emersa una serie di vecchie fotografie che oramai hanno quasi 20 anni! Già, il ricordo di una magnifica salita in cima al Pizzo Stella quando ancora non avevo nemmeno 18 anni, quando rullini e pellicola erano il solo modo per catturare un immagine!
Correva l’anno 1993 ed un folto gruppo del Cai Asso, guidato dal nostro Renzo Zappa, dava l’assalto al Pizzo tentando la salita nientemeno che dal Canale Federica e Cresta Nord
Con il senno di poi rivivo quella salita come l’avventura di un gruppo di “aspiranti dilettanti” fortunatamente accuditi da una ottimo alpinista: non avevamo certo nè la preparazione nè i materiali di oggi ma non difettavamo certo di volontà e determinazione.
Ricordo Renzo, con un berretto bianco sulla testa, che infaticabile scavava con la picozza gradini nella neve del canale per aiutare chi di noi aveva i ramponi senza la punte frontali! (io, ad esempio, quel giorno avevo dei ramponcini da falso tacco mentre il mio compagno di cordata non avava nemmeno l’imbrago!)
Erano davvero altri tempi ma, nonostante le difficoltà, quella fu una gita bellissima e tutto il gruppo, dopo aver risalito il canale, superato il ghiacciaio e le roccette, raggiunse la cima a 3.163 metridi quota: hurra!
Nella foto di apertura si vede la mia cordata a tre: io, Pietro Roscio e mio padre, Paolo Valsecchi. Che tempi! Credo che quel giorno nessuno di noi tre sapesse fare nemmeno un “barcaiolo” eppure arrivammo fin lassù!
Ancora un grazie a Pietro Roscio che quel giorno ha fatto parte della nostra compagine e che ha scattato e conservato per tanto tempo questi bellissimi ricordi!
Sabato e Domenica ancora un’uscita insieme al gruppo della Scuola Alto Lario d’alpinismo. Alle sei del mattino Franco passa a prendermi davanti a casa (è il mio vicino!) e la nostra piccola carovana di macchine inizia la lunga e perigliosa avventura verso la Val d’Aosta superando ogni stramaledetto ed ingordo casello autostradale (27 euro di pedaggio solo per l’andata!)
Entrando in Valsavarenche Il paesaggio intorno a noi si trasforma ed entriamo un mondo fatto di montagna e meraviglia. Siamo nelle Alpi Graie, nel cuore del Parco Nazionale del Gran Paradiso, il più antico Parco nazionale d’Italia nato della famosa riserva delle Regie Cacce in Montagna voluta dal primo re d`Italia Vittorio Emanuele II.
Lasciate le macchine, attrezzatura a spalla, iniziamo a salire verso il Rifugio Vittorio Emanuele a 2.732 m.. Seguiamo la famosa strada regia di Caccia e davanti a noi appare la vetta aguzza della nostra destinazione: la Becca di Monciair, a 3.544 metri di quota.
La nostra allegra compagine raggiunge il rifugio prima di pranzo e dopo una breve sosta tutti si riattrezzano indossando l’equipaggiamento. Alle due del pomeriggio, sotto un sole splendente ed ustionante, siamo ai piedi del ghiacciaio di Moncorvè sotto il monte Ciafron e gli istruttori mostrano agli allievi come attrezzare una calata in corda doppia.
Franco, Matteo ed io saliamo un po’ più in quota ed attrezziamo un piccolo “parco giochi” fatto di placche e neve dove rivediamo gran parte delle manovre. Calate in doppia, risalite su corda fissa, vari usi della piastrina, Machard, Prussic, ancoraggi e recuperi. Presi da una strana forma di entusiasmo didattico rievochiamo persino tecniche ormai in disuso come la discesa in doppia a spalla.
La sera il freddo inizia a farsi sentire ed al riparo tra i sassi così come il feroce tocco del sole sulle pelle mi regala qualche brivido. Al riparo tra i sassi ci ritroviamo tutti insieme a godere degli ultimi raggi di sole prima del tramonto. Andiamo in branda molto prima che arrivi il buio: l’indomani infatti dobbiamo alzarci alle tre di notte se vogliamo trovare la neve nella giusta condizione.
Quando suona la sveglia è come se al buio si animasse un piccolo formicaio. Il rifugio, nel cuore della notte, trabocca di vita ed oltre a noi, che siamo una trentina, altri ottanta alpinisti si preparano a salire la vetta del Gran Paradiso. Il salone da pranzo si riempie di gente che ingolla caffè e marmellata ancora mezza addormentata. Mi guardo intorno e quasi rido: in settimana non la incontro mai una simile folla!
Illuminando i passi con la frontale iniziamo la nostra salita e, calzati i ramponi e formate le cordate, ci avventuriamo nel ghiacciao di Monciair. Si risale per un ampio pendio iniziando un lungo traverso verso uno sperone di roccia chiamato il “gendarme” posto sulla cresta. Da qui si avanza tra neve e sfasciumi di roccia verso la cima. Il rischio maggiore, oltre alle pendenze sul traverso, sono i sassi: si cammina con i ramponi appoggiando ogni piede sul pietrisco con attenzione perchè se parte qualche sasso succede un casino!
Poco prima di affrontare la salita finale il nostro “socio” Matteo comincia ad avere una tosse secca e cupa. Mi giro e, legato dieci metri dietro di me, lo vedo piegato in avanti, appoggiato a due mani con la testa sulla picozza. Lo guardo e capisco: anche io ho provato quella posizione e la sensazione che la permea. “Oi! Come va Teo?” Lui alza la testa e mi racconta. Fino a qualche minuto prima si sentiva in piena forma mentre ora si sente improvvisamente esausto, ha la nausea e sebbene non se ne renda conto è meno lucido e reattivo.
Il mal di montagna è qualcosa che non si può comprendere fino a quando non lo si prova e, quando questo accade, è davvero difficile scordarselo! I fattori che possono “fregarti” in questo modo sono davvero tanti ed a volte semplicemente succede: la quota e la salita ti piegano in due.
Tutti e tre insieme raggiungiamo un punto protetto ed assolato a ridosso del gendarme. Matteo si copre e si siede, per lui è quasi impossibile fare un altro passo in salita.
Fortunatamente è una giornata di sole caldo e siamo in molte cordate a percorrere la salita tutti insieme ed il buon Matteo decide pazientemente di aspettarci mentre superiamo gli ultimi cento metri di salita. Diversamente, soprattutto se le condizione fossero state avverse ed il suo malessere più intenso, avremmo dovuto assulatamente farlo scendere di quota il prima possibile.
Franco ed io saliamo in vetta con la massima rapidità, stringiamo le mani ai nostri compagni, scattiamo le foto di rito e ci affrettiamo a ricongiungerci con Matteo. Guardarlo è come rivedere se stessi nello specchio della memoria: è una sensazione indimenticabile.
Inevitabilmente irrigidito dal freddo si muove lentamente e quasi scordinato riprendendo la discesa. L’aiuto a sistemarsi i nodi sull’imbrago perché, sebbene non se renda conto, commette piccoli errori e leggere dimenticanze. Lui stesso, più tardi, mi ha raccontato di come in quel momento si sentisse lucido ma di come, guardando come lo aiutavo, capisse che ciò non era vero.
Con pazienza ed attenzione lo abbiamo aiutato a scendere di quota attrezzando ad ogni passaggio una rudimentale ma solida assicurazione con la picozza. In quel momento, quando il mal di montagna inizia prenderti, pensi solo ad una cosa: “scendere” e credi di farlo nel modo migliore possibile anche se questo non è vero (e qui sta il vero pericolo!). Questo è quello che ho provato io in passato e quello che mi ha confermato anche Matteo ieri. Fortunatamene mi è capitato solo una volta di sentirmi in quel modo e vi posso assicurare che è come se qualcuno staccasse all’improvviso la corrente spegnendo tutto!
Una volta scesi di duecento metri di quota Matteo sembrava una persona completamente diversa: nausea e vertigini erano passate e sentiva di nuovo la forza nella gambe! Stava di nuovo bene ed era nuovamente in forma!
Alle dodici meno un quarto eravamo nuovamente al rifugio da cui eravamo partiti alle quattro del mattino. Seduti con una birra in mano abbiamo chiacchierato molto dell’accaduto ed è stato proprio Matteo ad insistere che raccontassi qui su “cima.” Sono sensazioni davvero difficili da comprendere e solo imparando a conoscerle si possono comprendere meglio molti degli aspetti dell’alpinismo in alta quota. Vederlo piegato in avanti sulla picozza è stato il mio campanello di allarme: «Se inizi a sentire la picozza “comoda” allora qualcosa di importante ha smesso di funzionare!», questo è il motto che Teo ha inventato per la situazione e contiene una grande verità.
Nonostante questa piccola esperienza d’alta quota (più educativa che pericolosa) eravamo tutti incredibilmente felici e soddisfatti per i due giorni trascorsi su quelle magnifiche montagne. Ringrazio quindi i miei due compagni di cordata: Franco e Matteo, che qui vedete sorridenti e felici sulla strada del ritorno.
Ringrazio (come sempre) gli istruttori della Scuola Alto Lario e faccio i miei complimenti agli allievi del corso di quest’anno che oltre ad essere molto “forti” sono un gruppo davvero spassoso!
Alla prossima!
Davide Valsecchi
(Il tracciato è parziale, manca una parte della discesa non alpinistica, perchè il cellulare GPS si è scaricato una volta scesi nuovamente sopra il Rifugio Vittorio Emanuele)