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Moregallo Raffineria ILSEA

Moregallo Raffineria ILSEA

La roccia del versante Sud della Torre Manzoni, salita domenica scorsa con Mattia e Ruggero, è tale da rendere incredibile l’assenza di ascensioni precedenti. Per questo motivo ho ulteriormente investigato negli archivi storici se qualcuno ci avesse preceduto. Così ho contattato Gianni Mandelli, una delle più figure più autorevoli ed esperte nei territori dell’Isola Senza Nome. Gianni mi ha raccontato di aver percorso nel 1982 quella cresta, risalendo dal canale a Nord della Torre ed effettuando dei disgaggi per mettere in sicurezza la strada sottostante. All’epoca le nuove gallerie non esistevano ed una frana aveva causato la morte di uno sfortunato automobilista che vi si trovava a passare. In quell’occasione era intervenuto il Prefetto ed il Sindaco di Valmadrera aveva chiesto aiuto agli alpinisti locali per l’opera di bonifica.

Tuttavia la faccenda non mi era ancora chiara: perchè uno come Gianni, che è stato quasi ovunque sull’Isola, era stato da quelle parti solo un’unica volta nel corso degli anni? Alla mia domanda il buon Gianni, armato di grande pazienza, mi ha risposto come si fa ad uno che non conosce la storia di base : “Il motivo del perché nessuno è mai salito in quella zona è semplice: laggiù è successo di tutto. Prima la raffineria, poi la frana, l’incendio, la successiva bonifica, poi una nuova frana nella zona bassa, un altro morto su una ruspa e per finire l’interdizione dell’area perché zona di collaudo dei motoscafi della finanza.” In effetti tutta la faccenda era un inedita scoperta per me, all’epoca degli accadimenti infatti avevo sei anni e vivevo sull’altro lato dell’Isola, sul versante Nord della Vallassina. Non c’era modo di conoscere questa storia. Tuttavia spesso è sorprendente quello che gli “anziani”, nel senso più rispettoso e tribale del termine, danno per scontato e che invece i giovani ignorano completamente: la memoria è un patrimonio da tutelare e tramandare.

Ora tutta quella zona è pressoché abbandonata, tuttavia volevo saperne di più. Quindi ho iniziato una piccola nuova ricerca storica, aiutato in modo provvidenziale anche del Guerra. Il mio omonimo mi ha infatti diretto su una pagina FaceBook dove trovare molte delle informazioni che cercavo: LeccoDiUnaVolta.

Qui ho trovato immagini d’epoca ma anche un breve riassunto della storia dell’Ilsea, della frana, della galleria e, purtroppo, dei morti che ci sono stati. Il testo è di Ebe Buzzi.

La raffineria ILSEA (Industria leganti stradali e affini) venne fondata dopo la seconda guerra mondiale, nel 1948, da un gruppo di soci: Ugo Ratti, Piero Biacco e Carlo Boatti. Questi rilevano tutta la zona di terreno tra la montagna e il lago, dove allora sorgeva soltanto una vecchia fornace di calce. Inizialmente la raffineria occupa un limitato spazio di terreno, tra la strada statale per Bellagio ed il lago: le sue prime cisterne per il greggio sono i rimorchi dei camion Dodge, comprati come residuati bellici. La raffineria all’inizio arriva a stento a processare 100 quintali di greggio ma ben presto inizia a crescere e ad occupare tutto lo spazio disponibile, arrivando a ridosso della montagna. Nonostante la strada stretta e dissestata, da cui passavano anche 200 autotreni al giorno prima della costruzione dell’oleodotto, l’azienda fiorisce. Nel 1964, all’apice della sua crescita, l’ILSEA viene collegata all’oleodotto che da Genova arriva fino a Ingolstadt, in Germania. La lunghezza dell’oleodotto era tale che il primo carico che lo attraversò, oltre 30.000 litri di greggio indirizzati proprio all’ILSEA, servirono a malapena a riempire l’oleodotto stesso! Durante gli anni ‘70 però l’azienda entra in crisi. Le crisi del petrolio si succedono e il prezzo del greggio si decuplica in appena dieci anni. Boatti si trova ad essere unico proprietario di un’azienda in crescente perdita. Alla fine del decennio l’ILSEA è spesso in cassa integrazione e le cose sembrano andare sempre peggio: il greggio scarseggia e procurarselo, anche a costi elevatissimi, diventa sempre più difficile, mentre le tasse mangiano i già scarsi ricavi. Nonostante la situazione ormai agonizzante, la fine della ILSEA è improvvisa e tragica: un incendio scoppia attorno alle 21.00 del 26 settembre 1981. Le cause non furono mai chiarite, probabilmente si trattò di un problema interno, forse un cortocircuito. Nell’incendio del 26 settembre persero la vita due lavoratori, Giacomo Corti e Roberto Dell’Oro, di soli 20 anni: il fuoco divampò per tutta la notte e si estese a tutti i serbatoi, inclusi quelli a ridosso della montagna, nonostante gli sforzi dei Vigili del Fuoco. La strada viene chiusa immediatamente, mentre alla fabbrica viene dato ordine dal Comune di svuotare e smantellare i serbatoi e di rimuovere tutto il materiale infiammabile. I serbatoi sono molti e il fabbro impiega diversi mesi a rimuoverli completamente. La strada, ormai tornata sicura, viene riaperta nel maggio dell’anno successivo.

Ma la vicenda della strada per Bellagio si complica: poco prima dell’incendio, il 18 luglio 1981 uno smottamento provoca la caduta di alcuni sassi e la morte di un uomo, schiacciato nella sua auto. La strada rimane quindi chiusa per alcuni giorni e in seguito si decide di fornire maggior protezione ai veicoli che la percorrono. L’ANAS sceglie di costruire un’ “avan-galleria” che ripari da eventuali frane il tratto di strada immediatamente accanto all’ILSEA. I lavori sono interrotti in seguito all’incendio del 26 settembre, ma già in ottobre il costruttore, Paride Cariboni, ottiene una deroga e può continuare a lavorare, sebbene la strada resti ufficialmente chiusa al traffico. Quando la galleria è ormai quasi pronta per essere inaugurata l’impresa Pensa, che sta lavorando sul sito, si accorge che qualcosa sul monte non va. Ci sono scosse e smottamenti che lasciano presagire un’altra frana e la strada viene chiusa, il 18 gennaio 1983. Appena in tempo: dopo pochissimi giorni c’è un enorme crollo nel tratto antistante la galleria, che blocca ogni possibile accesso. Cosa era successo? L’eredità dell’incendio dell’ILSEA si era infine fatta sentire: la montagna calcarea, formata al 90% da carbonato di calcio, era stata “cotta” dalle fiamme dell’incendio e successivamente allagata dagli acquazzoni dell’autunno. Quello che si produsse fu qualcosa di molto simile alla calce viva: la pietra si sciolse con grandissima facilità, e franò rovinosamente a valle. Sebbene non vi fossero state vittime, la frana sommerse quel poco che restava della raffineria, inclusi i materiali che durante lo smantellamento era stato possibile recuperare ed erano pronti per essere riciclati.

Normale Torre Manzoni

Normale Torre Manzoni

Attraversando il ponte Kennedy appare evidente nel profilo all’orizzonte del Moregallo orientale una torre che svetta in una cresta che declina verso il lago. La torre è nella zona della prima cava, a ridosso del primo tratto di gallerie abbandonate. Tutta quella zona, da “Passo400” al “Crinale della Teleferica” sono da lungo tempo la mia personale frontiera. Prima di scoprire che Bruna fosse incinta, due estati fa, mi ero avventurato in quella zona risalendo da solo il primo canale da sud, quello in cui precipitano i vasi di plastica che il vento spinge nell’abisso dalla Chiesetta di San Isidoro al Sasso Preguda. La mia salita, per quanto mi è dato sapere, è una delle pochissime – forse addirittura l’unica – esplorazioni alpinistiche di quella parte del Moregallo. Avrei voluto spingermi oltre, raggiungendo i canali più a nord sopra la cava, ma oggi non ho più la preparazione nè la determinazione per affrontare da solo quel labirinto. Tuttavia quella torre, giorno dopo giorno, continuava ad osservarmi attraverso le finestre dell’ufficio, mentre io ne ammiravo il cambiare delle ombre nelle ore del mattino, prima che il sole scomparisse dopo mezzogiorno lasciando in ombra tutto il versante. La mattina, prima del lavoro, mi ero spinto spesso verso l’Orsa-Maggiore armato di teleobiettivo per studiare il mio rebus: come raggiungere la base della torre? Valutando le varie prospettive avevo stilato un “piano d’azione”, tuttavia i tempi per le mie solitarie sembrano finiti ed avevo bisogno di formare una squadra di “incursori” per un sopralluogo. Per raggiungere la torre è necessario infatti superare uno zoccolo fatto di canali, placche e paglione decisamente insidioso: in quegli spazi entrare non è così scontato, così come non lo è riuscire ad uscire. “Per la torre serviranno delle ballerine, ma in basso ci servono dei picchiatori”. Mentre osservavo le foto il mio pensiero era ormai chiaro: “Abbiamo bisogno di Mattia”. Già, Mattia è una specie di “tasso leggendario”, quello che nella “serie televisiva” non si vede spesso nella formazione ufficiale, ma che appare quando la “puntata” si fa davvero impegnativa e risolve la situazione. Mattia è come il Kraken, la mitologica creatura degli abissi, «Molto, molto al disotto nel mare abissale il suo antico, indisturbato, sonno senza sogni dormiva il Kraken […]». Svegliare il Kraken significa affrontare la sua incontenibile e travolgente furia: “Mattia non si ferma nè torna indietro (ahimè!!)”. Così gli ho mandato due foto, insieme allo schizzo delle linee di accesso alla torre ed il mio piano per un prudente sopralluogo. La sua risposta è stata come sempre entusiasta e spaventosa: “Andiamo! Ma non alla base: in cima!!”. I tassi più giovani, coinvolti nella questione “Torre Manzoni”, erano piuttosto stupiti: ”Come in cima? Non sappiamo ancora nulla e lui vuole salirla in giornata?”. Arrampicare con Mattia significa trovarsi tra l’incudine ed il martello, la sua grande capacità è un arma a doppio taglio. “Suvvia, vedrò di provare a contenerlo.” Avevo risposto loro divertito. “Ma mettetevi in testa che non sarà una passeggiata”. Forse devo averli spaventati perchè, la mattina dell’appello, si è poi presentato solo Ruggero che, per la cronaca, nonostante abbia già aperto un paio di vie con Josef parteciperà alla sua prima lezione di un corso AR1 del CAI solo il prossimo week end (questa cosa mi diverte un sacco).

Equipaggiamento NDA, cinque chiodi a testa, fittoni da terra e chiodi lunghi ad U. Set completo di Dadi e Nat. Cordini, fettuce, canapo d’abbandono e due mezze corde da 60 (quelle belle, per le grandi occasioni). “Leggeri e veloci, ma equipaggiati pesante per ogni evenienza”. Mattia, Ruggero, io ed il Jet Lag per il cambio dell’ora. “Okay, proviamo di qui!” Ci imbraghiamo ed iniziamo a salire slegati. Risaliamo per canali e placche invase dal paglione e, nella nostra risalita, troviamo tracce di vecchi muretti a secco: testimonianza di come queste terre dimenticate un tempo fossero assiduamente frequentate per il pascolo e la legna. Il paglione ci permette di salire ma per la discesa, con il blu del lago prepotentemente oltre l’abisso, servirà ben più che passo fermo e presa buona. Tuttavia buona parte delle difficoltà che temevo di incontrare trovano quasi autonomamente soluzione e, prima del previsto, ci troviamo alla base della torre. Lo scenario che ci circonda è straordinario, probabilmente uno dei più suggestivi di tutta l’Isola Senza Nome. La Torre Manzoni ricorda in modo curioso il terzo Magnaghi in Grignetta, ma sopra la placca che ne segna la base si innalza un diedro che rimonta fino alla sommità.

Io e Mattia iniziamo a discutere sul da farsi. Lui vorrebbe attaccare dritto per dritto, aggirare la placca strapiombante sulla destra e traversare fino al diedro e quindi verso la vetta. I miei piani per una sicura esplorazione erano andati a farsi benedire: dovevo trovare una valida alternativa ad uno scontro diretto con la torre. Io fisicamente sono ancora tutto fuorchè affidabile, c’è la possibilità che ceda all’improvviso oltre ad avere uno scarso margine operativo. Ruggero invece è alle sue primissime esperienze, è molto bravo ma dobbiamo essere prudenti con lui. Siamo alla frontiera: se in quell’ignoto qualcosa va storto, su questo lato della montagna, sono davvero grossi grossi guai. Così, cercando la mediazione, propongo di rimontare la spalla rocciosa a sinistra della torre. La roccia sembra buona, ricorda quella della Cresta del Cinquantenario ed offre lungo la linea grosse piante da cui ritirarsi facilmente. La placca iniziale è verticale ed impegnativa ma offre la possibilità si alzarsi e di studiare meglio la torre prima di decidere se affrontarne le difficoltà.

Piante e radici offrono punti di ancoraggio e di sosta mentre ci alziamo sul fianco della torre, sul lato opposto del canale traverso che ne segna la base. Ci alziamo abbastanza da tentare un lungo traverso verso destra che ci permette di abbassarci nel canale approcciando la torre nella sua parte alta. Mattia, corda lasca ed infinita, parte all’attacco della torre. Ruggero, che gli fa sicura, lo guarda stupefatto: “E’ una macchina! Va su con il sorriso sulle labbra!”. Dall’altro lato del canale ci giungono le risate divertite e compiaciute di Mattia: la roccia è infatti magnifica, lavorata e densa di appigli, spaccata in grossi blocchi ma adeguatamente solida. La speleologia, salvo casi eccellenti, ha regalato all’alpinismo figure di straordinaria capacità e determinazione: Mattia è per certo uno di queste. Una volta sotto la sommità della torre attrezza la sosta ed inizia a recuperarci ad una sosta realizzata con un carpino ed un grosso masso.

“Dobbiamo tornarci, dobbiamo tornarci! Hai visto il diedro? Dobbiamo tornarci!” Mattia già immaginava divertito la prossima salita mentre io mi accontento di risolvere la questione dell’imminente discesa. Facciamo un primo tentativo sul lato opposto della torre. Mattia disarrampica calato dall’alto fino ad un terrazzino, si allongia ad una pianta e si sporge oltre il bordo per capire come raggiungere il canale sottostante. La “teoria” prevede che se raggiungiamo il canale a nord della torre e riusciamo ad uscirne sull’altro lato possiamo sfruttare il non-semplice “sentiero” della teleferica per raggiungere nuovamente le rive del lago. Il canale, tuttavia, è già in ombra e tutt’altro che invitante. Ad occhio e croce servono due doppie per scendere e dobbiamo ancora scoprire come uscire dal canale. Inoltre l’unico a conoscere il trucco della “scala di sasso” ero io: avevo percorso quella zona diverse volte in salita, ma mai in discesa e, da quella prospettiva, anche il mio orientamento rischiava di essere ingannato. “Dall’altro lato almeno c’è il sole e conosciamo la strada: torniamo da dove siamo venuti?”. La proposta, dopo un breve consiglio a tre, è stata approvata ed usando un solido carpanello ci siamo calati fin dentro il canale sud della Torre. Qui abbiamo attrezzato un traverso che ci ha portato al di sopra della prima sosta, a sbalzo sui grandi prati. Da qui con altre due calate da 30 siamo arrivati all’attacco del crinale roccioso da cui eravamo partiti al mattino. Con prudenza ci siamo abbassati sul paglione fin dove eravamo protetti dalle piante poi, con due ulteriori doppie da 30 abbiamo raggiunto la base del canale sud e l’accesso alla vecchia provinciale abbandonata. Fine missione: tempo di birra al Rapanui! Solo con le gambe sotto al tavolo, come raccontano ricordasse Nardella, una salita si può finalmente considerare conclusa.

Credo che non ci siano state salite precedenti alla torre, per questo mi permetto di suggerirne alla comunità alpinistica dell’Isola senza Nome il toponimo “Torre Manzoni”. Un omaggio allo scrittore ma anche alla città di Lecco. Lo scorso anno volevo appendere alla statua del Manzoni una collana di spit, dedicargli ora una torre senza trapano è il mio modo di fare ammenda. Ho pensato di chiamare la via “Normale alla Torre Manzoni” perchè ha un certo fascino, nel 2019, tracciare una normale su una struttura inesplorata (dietro casa). Inoltre, tra le diverse possibilità, è sicuramente la via più logica dal versante sud alla cima della torre.

C’è un mondo antico ed inesplorato lassù. Ho delle fotografie che non pubblico per egoismo, ma anche per precauzione. L’accesso dal basso è relativamente rapido ma significativamente pericoloso: il rischio di ritrovarsi spiaccicati sugli scogli o sull’asfalto della provinciale abbandonata è assolutamente concreto. L’ambiente è straordinario ma selvaggio, nella sua accezione più magnifica e terribile. La roccia invita, esalta persino, ma richiede occhio, mestiere e rispetto (non ci si avventuri alla leggera). Da ultimo, avendo conquistato – e non uso a sproposito questo termine – la cima della torre “by fair means” rivendico tutta la zona come “Moregallo Natural Climbing Area”: l’uso del trapano è quindi interdetto per l’arrampicata. Si tratta di una zona incontaminata, probabilmente una delle ultime in tutto il Lario: non roviniamo questo gioiello prezioso, non ne esistono quasi più, impariamo a conservali!

Normale alla Torre Manzoni, Moregallo Orientale. Mattia Ricci, Ruggero Riva, Davide Birillo Valsecchi – Tassi del Moregallo.

I bene-intenzionati possono contattarmi e sarò benfelice di condividere con loro appunti ed archivio fotografico.

Davide “Birillo” Valsecchi
Nostromo dei Tassi del Moregallo

La Fessura dell’Albero

La Fessura dell’Albero

“Forse Ondra non ha urlato sulla via, ma Madre Natura lo  ha sicuramente fatto. Ai miei tempi, negli anni ’80, ad Apricot Dome, avevamo una regola non scritta: se spitti una fessura, ti tagliamo le gomme. Lo fai di nuovo, trasciniamo un sacco di patate in parete e giochiamo a “Colpisci il Bersaglio” mentre stai arrampicando. Il punto è: sapevi che ci sarebbero state conseguenze. Oggi, puoi trasmettere in diretta la video premier dei tuoi crimini mentre il mondo applaude. Cosa diavolo è successo all’arrampicata?” Questa è la parziale traduzione di un articolo in inglese inviatomi via WhatsUp da Gabriele: parla di un tizio, un tale CrustyTradDad58, che vuole togliere gli spit da una via del cecoslovacco con il collo lungo. Onestamente non so assolutamente nulla di questa faccenda e non ho assolutamente idea se sia una cosa seria o una provocazione. Tuttavia la faccenda delle patate mi aveva rubato un sorriso, così ho semplicemente risposto: ”Vabbè: severo ma giusto… Domani 8:15 da me? C’è una fessura che ci aspetta!!”

Così, sghignazzando, ci siamo ritorvati a far colazione in un baretto del centro a Valmadrera. Io, Josef, Ruggero e Gabriele. “Dove andate ragazzi?”. Ha chiesto il barista scambiandoci per gitanti forestieri. Così ho dato spago a questa sua impressione. “Facciamo due passi sulle montagnette qui dietro…” Il barista allora si ferma, si volta, mi squadra un secondo e mi risponde gentile ma deciso: “Non le chiamerei montagnette queste qua…”. Noi, tutti insieme, siamo scoppiati a ridere all’unisono: “Amico, con noi hai già vinto tutto!”

Quando arriviamo nella Due Pile Alta siamo fradici, il caldo è opprimente per essere Marzo ed abbiamo già asciugato le scorte d’acqua nonostante il rifornimento fatto al fontanino di Sambrosera. Il clima è da spiaggia e le prospettive sulla roccia torride.

Mentre il reparto “ricerca e sviluppo” conduce i propri esperimenti alla Chouinard su una piccola roccia, ho cercato un buon posto dove fare sosta alla base del torrione, non troppo distante dalla Torre Bifida. Il torrione, che abbiamo battezzato con semplicità “Quello della Fessura con l’Albero”,  è caratterizzato da una larga fessura verticale che, nel punto più strapiombante, è attraversata da un vecchio ma solido albero. Alla base del torrione ho travato una piccola ma solida clessidra in cui infilare un sottile cordino  per  attrezzare la sosta: un ottimo presagio di buon auspicio. Mi sono messo a manovrare le corde mentre Josef iniziava la propria salita.

La via, battezzata “Optional Tree”, è probabilmente un V+/VI- se ci si affida al provvidenziale aiuto dell’albero che la custodisce, oppure  VII+/VIII- se si decide di ignorarlo. Josef riferisce che lo strapiombo iniziale è più duro di quello di Birillo’s Crack, lo sforzo è più intenso ma più breve. La terrificante continuità di Birillo’s Crack resta però ancora insuperata.

Nota sulla Moregallo Natural Climbing Area: negli ultimi 4 anni abbiamo aperto più o meno 15 vie (…purtroppo si può arrampicare per lo più solo nei periodi invernali senza neve) ed abbiamo lasciato in via qualcosa come 6/8 chiodi da arrampicata. Il nostro obiettivo futuro, dopo una lunga riflessione, è rimuovere buona parte di questi chiodi lasciandone probabilmente solo uno o due, quelli che già in passato non abbiamo estratto per non rovinare la roccia. Vogliamo ulteriormente sforzarci nel limitare al massimo ogni segno di passaggio umano. Quindi, se volete giocare da queste parti, dovrete adeguarvi a questa linea di condotta con la consapevolezza che ogni vostra salita sarà completamente indipendente e probabilmente unica.

Davide “Birillo” Valsecchi

Nel dubbio… Karate!

Nel dubbio… Karate!

Superata la Torre Marina buttiamo gli zaini a terra ed iniziamo ad imbargarci all’attacco della Cresta del Cinquantenario. Cerco di infilarmi le scarpette ma un dolore alla spalla mi blocca. Sorpreso da quella fitta mi siedo per terra e piano piano finisco di equipaggiarmi. Conosco quel dolore e mi ruba un sorriso quasi divertito. Con me ci sono Gabriele e Ruggero: loro si prendono cura di me, io mi prendo cura di loro. Ruggero si è presentato a casa mia, all’alba, in bicicletta: i due sono in grande forma ma ne combinano davvero una più di Bertoldo… specie con le corde! Mancano di esperienza ma abbondano in talento e determinazione. Io sono invece un rottame. La caviglia mi da il tormento ed ho l’agilità di un manico di scopa spezzato. Di fatto, per come mi sento, la cresta del Cinquantenario sarebbe fuori dalla mia portata senza di loro (…anche se poi  si dimenticheranno di farmi sicura sul qualche tiro!!!). Le gambe, il fegato, la schiena, il lavoro, la Nana, il sonno mancato… sono uno abituato ad inventarsi ottime scuse, ma questa volta mi toccano solo giustificazioni più che reali. Povero me. Sono un rottame ma per come è andato l’ultimo anno è inevitabile io lo sia, quindi bene. Anzi benissimo. Poi questi due “giovinastri” (e lo dico con affetto) si occupano di me ed io mi occupo di loro: l’equilibrio vince ogni cosa. Però quel dolore alla spalla è diverso, quel dolore lo conosco e nel tempo gli ho dato anche un nome: paura. Io vivo una certa simbiosi con il mio corpo (quando non siamo litigati!) e quel dolore è il modo in cui fisicamente cerca di comunicarmi che non siamo preparati. Perchè, francamente cos’è la paura se non impreparazione?

Così mi è venuta in mente una frase del Maestro Funakoshi “Il karate è come l’acqua: si raffredda solo quando smetti di scaldarla”. Superata la cresta del Cinquantenario e la successiva bevuta nella mia cucina, ho preso a mano un vecchio libro. “Secondo me, ci sono tre specie di disturbi che affliggono un essere umano: le malattie che causano febbre, le disfunzioni del sistema gastrointestinale e le ferite fisiche. Quasi sempre la causa di un’infermità è radicata in una condotta di vita malsana, in abitudini irregolari, ed in una circolazione povera. Se un uomo con la febbre pratica il karate, fino a che comincia a sudare, egli presto troverà che la sua temperatura si è abbassata e che la malattia è stata curata. Se un uomo con disturbi gastrici fa lo stesso, il suo sangue circolerà più liberamente ed allevierà la sua sofferenza. Le ferite sono, naturalmente, un’altra cosa, ma anche molte di queste possono essere evitate da un uomo ben allenato che si esercita con attenzione e cautela. Il Karate-do non è semplicemente uno sport che insegna come colpire e calciare; è anche una difesa contro le malattie e gli acciacchi.”

Ho fatto leggere il passaggio a Bruna che, da esperta massofisioterapista, ha confermato che ho tutte le tre patologie. Tuttavia cercava di contraddire con la sua esperienza medica l’idea che bastasse praticare Karate per guarire dai tre disturbi. Così ho cominciato a prenderla in giro rispondendo ad ogni sua domanda con “Karate!” come in uno spettacolo dei Monty Python. Hai bisogno di dimagrire? Karate! – Hai la pressione alta? Karate! – Devi portare fuori l’immondizia? Karate! Può sembrare ridicolo, ma è la verità: il Karate, nella giusta accezione, è sempre la risposta.

“Studia come un principiante, in seguito potrai stare in modo naturale.” Ora, due volte al giorno, come un politraumatizzato in riabilitazione fisioterapica, mi alleno per circa 40 minuti. Non crediate che danzi in un tripudio di calci volanti (potrei morire tentando di nuovo qualcosa di simile!!!), mi esercito in movimenti che ai più potrebbero apparire ridicoli ed inutili. Piccoli, ma densi. Tuttavia ogni restauro inizia dai dettagli e, finalmente, confido di poter tornare presto a giocare con i miei compagni sulle rocce del Moregallo.

Curiosamente, dopo anni di indisciplinato e piacevole castigo, il mio Maestro mi conferì la cintura nera proprio per meriti alpinistici, perchè nel mio andare per monti avevo dato prova di aver davvero compreso il significato del Karate-Do, la via della mano vuota. Forse questi due credono di imparare qualcosa da me, ma la realtà è che sono io ad imparare, e molto, da loro.

Ora, se vi riesci di allestire una sosta decente e chiudere queste benedette ghiere, possiamo ricominciare a salire! 😉

Davide “Birillo” Valsecchi    

Due Pile Exposed

Due Pile Exposed

“Ciao Davide, ti ho scritto ormai quasi un annetto fa per chiederti informazioni sul Moregallo… ed è praticamente per lo stesso motivo per cui ti scrivo, ma per un’altra zona: la Valle Due Pile. Domanda forse scontata: tu l’hai mai percorsa dal sentiero Sambrosera-Forcellina fino alla bocchetta di Sambrosera? Guardavo l’altro giorno mentre scendevo dopo aver fatto il Belasa con un amico e mi sembrava una ravanatina facile facile, ma guardando anche da Maps non riesco a capire se il tratto centrale si può fare o ha salti rocciosi che non si vedono. Io arrampico ma non son niente di che…quindi se si dovesse fare qualche passo oltre il III credo lascerei perdere…o troppo esposto, ma vista la conformazione del posto non credo sia il caso.”

Questi sono i messaggi che a volte ricevo e che, confesso, mi danno maggior soddisfazione. Quello che voglio fare ora è quindi raccontarvi la Valle due Pile, ma per gradi, senza “spoilerare” sorprese o colpi di scena. Io ho esplorato la valle un po’ alla volta, ma quasi sempre da solo: in questo modo ho potuto immergermi in un avventura densa di emozioni, incertezze e mistero. Infilarsi nell’ignoto è un viaggio catartico: la Valle Due Pile è letteralmente a due passi dal centro di Valmadrera ma, quando vi si entra, si è davvero fuori dal mondo. Per chi desidera affrontarla in questo modo ho un singolo consiglio: non sottovalutatela, non è docile, ma se volete godervela vi basta aprire la cartina ed affrontare il viaggio e tutti i rischi che comporta. Godetevela!

Spoiler 01: Per chi invece volesse qualche indicazione in più è per me un gran piacere raccontarvi la valle. La Due Pile termina letteralmente davanti a casa mia: nel letto del fiume abbandonato che si riversa in Piazza Fontana. Risale tutta la lunghezza del versante Sud del Moregallo fino alla Bocchetta di Sambrosera a 1160 metri di quota. Il sentiero che dalla Forcellina (717metri) attraversa fino alla Sorgente di Sambrosera divide la valle in due: Due Pile Bassa e Due Pile Alta. Per accedere alla due Pile Bassa l’ingresso migliore è il sentiero Paolo ed Eliana: imboccato il bivio sul sentiero per Sambrosera si supera un primo fiume secco (che risale appunto verso Sambrosera) per immettersi nel secondo fiume secco, che risale la Valle Due Pile. In quel punto il sentiero rimonta una piccola ma verticale cascata ed il letto del fiumiciattolo forma una piccola ma riconoscibile “marmitta del gigante” in cui c’è quasi sempre acqua. Il tratto a valle di questo passaggio attraversa la parte più antropizzata della Due Pile: si rimonta tra le baite superando impegnative cascate che, strette tra le recinzioni, non è possibile aggirare.

Spoiler 02: la Due Pile Bassa è, dal punto di vista tecnico, molto più impegnativa e rischiosa della Due Pile Alta. Nella bassa si può sboulderare liberamente senza troppi rischi fatta eccezione per tre passaggi obbligati. Questi passaggi, con un po’ di accortezza, possono essere aggirati lateralmente ma, se affrontati, sono significativamente impegnativi. Il primo potremmo battezzarlo “il salto della grotta”, il secondo “le tre cascate attraverso l’arco” ed il terzo “la cascata del grande sasso”. In tutti e tre i casi se piombate a terra è davvero un mezzo disastro! Quindi valutate bene. Io, e qui sono molto onesto, sono riuscito a risolvere quei passaggi solo quando accompagnato da qualcuno: in solitaria ho sempre avuto troppa paura di schiantarmi e diventare freddo nella solitudine della gola.

  • “il salto della grotta” è un passaggio tra diversi sassi di granito a ridosso di una nicchia a grotta nel calcare. Si entra nella nicchia, si spacca sulla roccia di granito di fronte girandosi in opposizione con le spalle alla roccia (a 2 o 3 metri di altezza). Ci si allunga e ci si rigira sull’altro lato. E’ un passo di coraggio più che di tecnica, ma se serve non sbagliarlo. Ho visto farlo anche frontalmente, senza andare in opposizione al contrario, ma è richiesta una buona tecnica su roccia fragile.
  • “le tre cascate attraverso l’arco” sono una sequenza di tre piccole cascate su calcare lavorato dall’acqua. Le prime due sono abbastanza semplici, alla base della terza si trova un curioso arco/clessidra. La terza cascata ha un “run-out” che si fa decisamente sentire, ci sono da fare parecchi movimenti per uscire e la nicchia alla base della cascata è davvero un pessimo posto in cui cadere.
  • “la cascata del grande sasso” è il tratto finale della Valle due Pile: iI mostro di fine livello. Il sentiero dalla Forcellina attraversa la valle due Pile grazie ad una specie di ponte naturale formato da un enorme masso erratico verde. La cascata sotto questo sasso è il verticale tratto finale da superare. Qui ci sono due soluzioni, la prima si sfila sulla sinistra della cascata risalendo una costola rocciosa verso sinistra e poi attraversando verso destra (questa è la soluzione che uso io). La roccia è molto friabile e c’è un sacco di roba che si muove, ma è il mio ambiente. L’altra soluzione è rimontare direttamente la cascata. La roccia in quel punto è molto lavorata e costellata da concrezioni molto invitanti. Il problema è che la cascata è DECISAMENTE alta e le concrezioni, per quanto invitanti, non danno alcuna garanzia di solidità: se cedono di botto si arriva diretti a terra. Non l’ho mai provata e credo che, quando capiterà, affiderò i miei ottanta chili alla sicura di una corda dall’alto.

Tutti e tre i passaggi possono essere evitati “uscendo” dai prati dove la valle si fà più docile. “la cascata del grande sasso” si trova alla fine di una forra lunga 20/30 metri. Uscire direttamente sulle pareti erbose della forra (per esperienza) può risultare più ingaggioso della cascata stessa. Meglio arretrare di più ed uscire prima di entrare nella forra.

Nella Due Pile Bassa c’è un sacco di granito e numerose possibilità di bouldering. In particolare la “Bridwell’s Rock” che abbiamo superato in artificiale con friend e staffe.

Spoiler 03: la Due Pile Alta ha passaggi obbligati meno severi ma richiede una certa predisposizione alla ravanata ed un buon occhio nell’evitare i guai. C’è la libertà di arrampicare un po’ ovunque ma se si è intenzionati solo a passare conviene seguire le sagge linee dei Mufloni. Se azzeccate i passaggi il tutto si traduce in un ripido sentiero dai tratti un po’ esposti. Dal Sasso Verde potete risalire lungo le cascate rocciose oppure tenere la destra lungo i tratti più erbosi. In salita bene o male tutti i passaggi sono fattibili senza troppo difficoltà, in discesa invece conviene farsi l’occhio sul sentiero ed evitare i tratti più aggettanti. Superate le prime difficoltà si raggiunge il punto di congiunzione tra la Valle due Pile, a sinistra, ed la Valle del Bech, sulla destra.

In questo punto è possibile osservare la Torre Bifida, il Pilastro Charlie Patton e più in alto lo Zeppelin e le altre strutture rocciose che risalgono a Birillo’s Crack e poi più in alto allo Scoglio dei Tassi ed alla Bocchetta di Sambrosera. In questa zona si concentrano la maggior parte delle vie d’arrampicata realizzate nella Natural Climbing Area del Moregallo.

Nota: La Valle del Bech ha un paio di passaggi obbligati ed è ostruita da un grosso sasso nella parte alta. Serve un po’ di malizia per risalirla. L’uscita della valle interseca la parte finale del sentiero Paolo ed Eliana.

Risalire la Valle Due Pile risulta invece più semplice. Anche in questo caso c’è la possibilità di arrampicare su roccette più o meno impegnative, tuttavia è possibile aggirare queste difficoltà lungo il paglione (tenendo però presente che non sempre il paglione è la scelta meno complicata). Non vi infilate nei canali o negli scivoli erbosi a ridosso delle strutture rocciose se non avete una chiara idea della geografia generale della zona: salire è quasi sempre possibile, scendere spesso è più complicato. Tenetevi sul lato sinistro della valle in modo da avere la possibilità di raggiungere il sentiero che, superato l’attacco della OSA, ora corre nella valle a mezza quota.

Raggiunto il sentiero le difficoltà sono per lo più concluse. Se decidete di esplorare più a destra, nelle rocce alte sotto la grande parete dell’Anticima del Moregallo, fatelo con prudenza: tra le guglie tutto è molto più complicato.

Nota conclusiva: la direzione declina ogni responsabilità per le vaccate che rischiate di combinare infilandovi nella valle. La Due Pile non è certamente la valle più complicata o selvaggia tra quelle “offerte” del Moregallo, tuttavia rispetto al Belasa è decisamente un ambiente più selvaggio. Se decidete di andarci posso darvi solo qualche consiglio: andateci con qualcuno, fatela a piccoli tratti (magari la parte bassa e poi quella alta) e portatevi un caschetto ed un pezzetto di corda (meglio passare per mona che fare la fine del mona!)

Divertitevi in modo responsabile (e conservate la bellezza selvaggia del Moregallo).

Ciao!

Davide “Birillo” Valsecchi

– Bridwell’s Rock- – Il Salto della Grotta- -Le tre cascate attraverso l’arco-
-La Cascata del Grande Sasso-
-Memento Mori (Anche loro Sbagliano!)-

Siebenundfünfzig

Siebenundfünfzig

Josef chiama la Valle Due Pile “Moregallo Natural Climbing Area”, area di arrampicata naturale del Moregallo: è convinto che i divieti riescano solo ad ottenere l’effetto opposto di quello desiderato,  così preferisce qualcosa che sia più propositivo e positivo. I miei non sono veri e propri divieti, io li considerò più “salutari avvertimenti”, qualcosa in stile “Cum Terebro: Cave Canis” (Con il trapano attenti al cane!). Josef è un Maestro di Yoga e sul suo casco ha scritto “Pace, Amore e Rispetto”. Io sono un Pirata e sul mio c’è scritto, a gibolli, “Vis Pacem Para Bellum”. Tuttavia credo abbia ragione lui, anzi, credo siano le nostre differenze ciò che ha permesso di creare questa “cosa”, qualsiasi cosa sia. Senza di lui nessuna delle vie, ormai numerose, sarebbe stata possibile. D’altro canto Josef non fa che ringraziarmi – e questo per me è un grande piacere – per aver trovato nuove linee e per aver dato vita al nostro piccolo ma compatto gruppo di amici. Già, io mi avventuro in esplorazione per i meandri del Moregallo, su e giù per paglione e roccette, in cerca di tesori nascosti. Poi mi schiero in seconda linea, alla sicura, alla manovra delle corde, assistendo alla magia con cui Josef supera la gravità. Tutte le vie aperte fino ad ora le abbiamo aperte insieme, io e lui, ma mai soli: con noi si sono via via alternati giovani membri della nostra squadra che, in alcuni casi, sono poi diventati istruttori o membri del soccorso. Per tutti è stata un’indimenticabile esperienza autentica: una ruota che gira, solo apparentemente in modo lento, creando una spirale sempre più ampia.


La “Torre Bifida” è uno dei principali torrioni indipendenti della Valle Due Pile. Si innalza per oltre 40 metri alla biforcazione della Valle Due Pile con la Valle del Bech. Si innalza e si impenna in una curiosa torsione che culmina in una cima doppia, bifida. Josef voleva (e tutt’ora vuole!) affrontarla frontalmente, nel suo versante più alto ma anche più fragile. La roccia di quel lato, gialla e friabile, non mi convinceva molto, anzi, affatto. Così, osservando la torre così come il Colonello Troutman osservava la miniera in cui era prigioniero John Rambo, ho cercato un’alternativa… ed alla fine la Natura mi ha premiato! Sul lato orientale la torre si appoggia su alcune strutture rocciose più piccole che, quasi nascosto, formano uno scivolo erboso che rimonta, alle spalle, lo zoccolo più fragile della torre. Risalendo il canale si poteva quindi raggiungere la parte più solida (in senso relativo) della torre approcciando un’inaspettata fessura verticale che rimonta tutta la sua lunghezza. 

Così è nata Siebenundfünfzig alla Torre Bifida nella Moregallo Natural Climbing Area. Venti metri, VI+. Un chiodo lasciato in via, un cordone di calata per la doppia sulla sommità. La cima della Torre Bifida è più sottile della cime dell’Ago Teresina in Grignetta: provare per credere!

Josef Prina, Gabriele Prina, Ruggero Riva, Davide Birillo Valsecchi

Un ringraziamento a tutti i Tassi: alla loro amicizia, al loro impegno, alla loro eterna voglia di fare festa! 😉 

Zucchero e Canditi

Zucchero e Canditi

“Sono andato in discarica a buttarmi via”. Avevo scritto questa frase su un post-it giallo e Bruna l’ha conservata appesa sul frigorifero per quattro o cinque anni. In qualche modo era la perfetta sintesi dell’inquietudine che mi assale in certe mattinate. Ad aggravare la situazione la cupa incertezza per Tom nelle sconsolanti notizie dal Pakistan. Così ho smesso di girare tra le dita, come una specie di santino, un adesivo dei Badger su cui Tom ci aveva lasciato un autografo, abbozzando poi il disegno di un omino che arrampica. Ho infilato le scarpe, tre magliette, una sopra l’altra, e sono uscito di casa: niente zaino, niente corda, niente idee. “Sembra la Nord Del Lyskamm” aveva detto ridendo Josef qualche settimana fa. Insieme a Ruggero stavamo risalendo il ripido crinale sul lato sinistro della valle Due Pile inseguendo la cresta del grande sperone roccioso, quello alla cui base ombreggia un evidente e buio tetto ben visibile dal sentiero che dalla Forcellina attraversa verso Sambrosera. Il crinale erboso, oltre ad essere estremamente ripido, è costellato da insidiose placche di roccia spesso poco visibili. Per riuscire a risalire è necessario fare la “giusta rotta” tra le nicchie e le guglie. Se anzichè l’erba ci fosse la neve sarebbe una salita quasi prestigiosa anzichè una modesta e bistrattata ravanata senza corda. Josef, ed ormai anche Ruggero, sono incredibilmente più forti di me sulla roccia, ma sul paglione, attraverso le labirintiche linee del Moregallo, affidano a me il compito di guidare la carovana e, intendiamoci, io lo considero un grandissimo onore. Lassù, oltre il crinale, sapevo bene cosa ci attendeva: nella valle Sambrosera la torre Quattordio si innalza creando un alta muraglia, ben nota e visibile sulla destra a tutti coloro che risalgono verso l’attacco della Crestina Osa. Tra la Muraglia del Quattordio ed il crinale che stavamo salendo vi è un’ampio anfiteatro di guglie e pinnacoli. Io conoscevo la parte bassa dell’anfiteatro perchè vi avevo cercato una vecchia via di Ivan Guerini su una di queste guglie. La via, ancora oggi, è riconoscibile per un nat incastrato nella parte più alta della fessura a cavatappi che solca la torre. Con Ruggero e Josef, raggiunto l’anfiteatro, ci eravamo abbassati rientrando verso la base del Quattordio. Avevo curiosato verso la parte alta dell’anfiteatro ma la cresta del Quattordio sembrava chiudersi in un incastro di rocce difficilmente superabili. Lungo i canali erano poi ben visibili crolli rocciosi ed alberi abbattuti: non sembrava molto invitante. Tuttavia i segni di passaggio dei Mufloni sembravano promettenti ed il mio desiderio di scoprire cosa ci fosse oltre si faceva insistente. Settimane più tardi, in un altra gita a cui si era aggiunto anche Gianni, avevamo a lungo discusso di come la cresta del Quattordio non fosse mai stata percorsa e come, nonostante le evidenti difficoltà, fosse un’idea intrigante. Così, tornando al presente, sono uscito di casa carico di pensieri mentre la caviglia, rigida e dolorante, cercava di disperatamente scaldarsi. “La via diretta”. Nella mia mente una strana linea rossa univa i sassi della parte bassa della valle Due Pile, rimontava la cascata del Grande Sasso Verde e risaliva il crinale affrontato con Josef e Ruggero, attraversava l’ignoto dell’anfiteatro e si ricollegava alla crestina Osa, da qui fino alla cima del Moregallo. “La via diretta”. Dovevo quindi scoprire cosa custodiva l’ignoto dell’anfiteatro alto. Risalendo il sentiero verso Sambrosera ho quindi deviato verso la casa abbattuta e preso il crinale che risale dritto per dritto verso l’anfiteatro. Il sole era caldo ed i miei passi lenti, sconsolatamente lenti. Due anni fa era tutto diverso: ci si rende conto del proprio livello solo quando lo si perde. Consapevole dei miei nuovi limiti faccio il mio solitario ingresso nell’anfiteatro rimontando alcune rocce rotte. Sono in un’angolo sconosciuto ed isolato del versante Sud del Moregallo: se mi giro alle mie spalle vedo casa, ma sono decisamente solo quassù. La testa segue il ritmo del respiro affannato e batte i suoi colpi a tradimento. Raggiungo il pinnacolo roccioso dove, con Josef e Ruggero, avevamo rimontato il crinale iniziando a scendere. Davanti a me ho solo l’ignoto e qualcosa nel profondo si agita. Non mi sento forte, anzi, a tenere banco sono soprattutto le mie debolezze. Per un attimo la mia incertezza diventa paura. Quindi respiro e, parlando da solo, pronuncio le regole a voce alta: “Andiamo solo fino alla base della muraglia. Facciamo un sopralluogo e se non ci ispira passare oltre torniamo indietro: missione finita, nessun problema, obiettivo raggiunto”. Potremmo chiamarlo il “metodo Gollum” ma ora che le mie regole di ingaggio sono state pronunciato l’inquietudine di perdere il controllo della situazione, la vera anticamera dalla paura, un po’ si acquieta. Alla base della muraglia che spezza il canale erboso ci sono due opzioni. La prima, seguita dai mufloni, rimonta sulla destra una sottile cengia di terra e sassi che rimonta la struttura rocciosa proseguendo sulla cresta della stessa. La cengia, decisamente ripida, è costellata da grossi sassi poco rassicuranti ed inoltre non conosco l’esposizione sull’altro lato di questa cresta. E’ molto probabile mi ritrovi sulla vetta dello sperone roccioso con il grande tetto alla base: decisamente una posizione vertiginosa! La seconda opzione punta alla muraglia rocciosa. Sfruttando il lato destro è possibile rimontare con facilità metà della sua altezza sfruttando poi un’albero di rubinia per avere aiuto nel vincere il tratto finale. Opto per la seconda e raggiungo l’albero di rubinia usandolo per spaccare prima sulla sinistra, entrando quindi in placca, e rimontando poi sulla destra lasciandolo alle mie spalle a modi “rete del trapezio”. Se volo, oltre la pianta, ci sono quattro/sei metri verticali che precipitano su un terrazzino pieno di sassi ammassati. La mia mente stila una lunga serie di “imprevisti e probabilità” sull’esito di un eventuale caduta. Come nota aggiuntiva riporta anche “E’ il compleanno di tuo nipote: se muori oggi rovini la festa per tutti gli anni a venire!”. Mi concentro e passo. Posso ridiscendere dalla muraglia, ma non sarebbe troppo semplice farlo, quindi ora conviene trovare una via d’uscita verso l’alto. La mia mente si agita di nuovo. E’ possibile osservare la propria mente? Non so se sia possibile ma “rilevo” che la mia testa sta facendo due cose: la prima è guardarsi intorno, sono nella parte alta dell’anfiteatro, non ho idea se vi farò mai ritorno e la mia mente sembra osservare e catalogare tutto quello che le sta intorno. Il secondo processo mentale, quasi in opposizione al primo, sembra analizzare e scartare tutto ciò che non è significativo alla ricerca di una via d’uscita. Parallelamente il mio corpo, cercando di mantenere il ritmo, continua a muoversi. Scatta quindi una strana gara tra il corpo che insiste nell’avanzare e la mente che cerca di individuare la giusta rotta. E’ una cosa decisamente curiosa, probabilmente legato a qualche istinto biologico primario. Fermarsi e guardarsi intorno, apparentemente la soluzione logica più ovvia, non sembra un’opzione plausibile: probabilmente mi arenerei in qualche movimento o in qualche pensiero. Tutto ciò che posso fare è abbassare con la respirazione il ritmo del corpo lasciando campo e tempo alla mente per decidere. Individuo due possibili e promettenti passaggi e poi scorgo qualcos’altro: un rampa franosa porta ad uno stretto diedro sulla cresta del Quattordio. Il mio schema mentale cambia ancora, forte delle due possibilità (ancora tutte da verificare) ho una linea per raggiungere la cresta, una cresta su cui forse nessuno è mai stato prima. Il piano cambia così come qualcosa nella mente e nel corpo: l’incertezza diventa una specie di eccitazione. Ci sono un sacco di sassi ammassati ed incastrati tra roccia e terra, sembra un castello di carte: mi ci infilo cercando di arrampicare sui piedi ed uso la schiena come appoggio aggiuntivo. Qualcosa cede ma avanzo bene. Con una mano afferro il bordo della cresta, ho la tentazione di alzarmi oltre, di assumere una posizione imperiosa e trionfale sulla cresta, ma la quantità di roccia fragile che mi circonda lo sconsiglia vivamente ed ho il più fondato terrore nello spingere il mio barricentro verso il vuoto sull’altro lato.  Allungo la testa e sono là, dove forse nessuno è mai stato prima. Guardo i Corni, le creste della Osa e del Cinquantenario, i canali alle spalle della Torre Marina. Conosco tutti quei luoghi ma, da quel punto di osservazione, non li avevo mai vista. “Nella vita è importante saper cambiare il proprio punto di vista”. L’inquietudine con cui ero uscito di casa è scomparsa ed al suo posto c’è qualcosa di nuovo: che sia felicità? Per un secondo lascio che la mia mente si abbuffi di immagini, poi scatto qualche foto, perchè la memoria è debole ed i piani futuri necessitano di informazioni certe. Poi, sazio, inizio la mia cauta discesa verso il canale: ora devo trovare il modo di superare la cresta più a monte e cambiare versante. Sfrutto la protezione di alcune piante rimontando in un canale verso destra. Mi allungo fino ad una sella oltre la quale trovo una breve prato in discesa alla cui base fa bella mostra di sè la palina della Cresta Osa. Sono Fuori!! I miei calcoli erano giusti: la linea de “La Via Diretta” esiste, parte dal cancello di casa mia, risale la valle Due Pile bassa fino alla cascata, rimonta il Crinale, si infila nell’anfiteatro, lo risale superando la cresta del Quattordio e si collega alla Crestina Osa fino alla Cima del Moregallo. Mille metri di avventura: ora non resta che questo vecchietto li unisca tutti insieme con una singola salita!

Davide “Birillo“ Valsecchi

Nota: la cresta del Quattordio è “zucchero e canditi”. I canditi sono i grossi ed instabili massi che la roccia fragile, lo zucchero, inspiegabilmente trattiene nel vuoto contro ogni logica di gravità.

Granito e Dignità

Granito e Dignità

“Dopo una cosa così come si fa a farsi bastare la falesia!?” Appeso alle roccette, in equilibrio sul paglione, le parole cariche di entusiasmo di Ruggero mi strappano un sorriso. “Andando sempre e solo in falesia si rischia di dimenticare che tutto è cominciato per questo!” Il mio compagno d’avventura guarda rapito i salti di roccia che ancora ci separano dalla cresta: sono ormai quattro ore che arrampichiamo e giochiamo andando a zonzo per la valle Due Pile. Stamattina, dopo aver bevuto un caffè in cucina, abbiamo semplicemente attraversato la strada ed iniziato ad arrampicare a due passi da casa. La Valle Due Pile Inferiore, il tratto al di sotto del traverso che collega Sambrosera al Forcellina, è un tripudio di “aliene rocce dure” giunte qui dalle montagne lontane, trasportate con infinita pazienza dal ghiacciaio in un tempo remoto. La valle, oltre alle cascate ed ai salti rocciosi di calcare, offre graniti di ogni tipo e dimensione su cui sbizzarrirsi sboulderando.

Nonostante mi senta decisamente meglio è ancora presto perché io possa tornare “a giocare da solo”, così il buon Ruggero – nuovo membro della ciurma dei Tassi – mi fa da balia nelle mie scorribande. La cosa divertente, ed allo stesso tempo curiosa, è che con lui sono riuscito a chiudere tutti quei passaggi che da solo, anche quando ero in piena forma, non ero riuscito a superare. Sembra incredibile ma, quando si arrampica da soli e slegati, è la testa il vero motore e la semplice compagnia di un amico alleggerisce ogni difficoltà, rendendo un gioco anche i passaggi più impegnativi o quelli potenzialmente più traumatici.

Risalti fino alla cascata del grande sasso, guadagnato il sentiero con una nuova variante sulla sinistra, ci siamo infilati nella Due Pile Alta, raggiungendo il Pilastro Charlie Patton e le altre strutture iniziali. In quel punto la Due Pile si biforca in due rami, quello occidentale che sale fino alla Bocchetta di Sambrosera, quello orientale che, ostruito a metà da un grosso masso, risale fino all’uscita in cresta del sentiero Paolo ed Eliana. Sui lati di entrambi i rami della valle si innalzano creste, guglie e quinte che contengono gli “spazi alti” sotto l’Anticima del Moregallo. La geografia di questa zona è un dedalo di roccia e paglione, spesso di difficile lettura e comprensione.

Il lato occidentale, per quanto molto poco frequentato, è quasi completamente visibile anche dal sentiero che da Sambrosera porta all’omonima bocchetta. Il lato orientale è invece nascosto e per questo denso di segreti. Risalendo dalla forcellina avevo percorso tutta la cresta sommitale – una piccola avventura di qualche anno fa – ma non avevo mai risalito il fondo della valle: dal basso non sono state poche le interessanti scoperte fatte.

“Ha ragione Josef, tu hai uno strano fiuto per questi posti”. Finalmente sul sentiero ci siamo riposati al sole riflettendo su quanto avevamo avuto modo di osservare. “Beh, a furia di infilarmi nei guai da solo ho imparato a leggere i segni, la forma delle rocce o le tracce dei mufloni: sono quest’ultimi i veri custodi dei segreti più nascosti. Ma non credere: anche loro sbagliano e le ossa nella valle non fanno che ricordacelo”. In effetti sono il figlio di un cacciatore ed è grazie al mio addestramento giovanile sulle Alpi Carniche, insieme a cani e cagnari, che ho imparato a cogliere – così come fanno gli animali selvatici – i passaggi nascosti che sinuosamente creano linee “possibili” tra rocce, guglie e pareti.

Ognuno ha il suo, e per ora il mio compito è trovare quelle gemme nascoste, gemme che gli arrampicatori più forti di me sapranno cogliere con sincerità ed onestà. Questo è il mio dono, il mio talento e, lo confesso, anche il mio divertimento preferito.

Davide Birillo Valsecchi

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