Category: Sentieri

Una raccolta di descrizioni, immagini e tracciati GPS dedicata alle escursioni sul territorio del Triangolo Lariano.

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Operazione Dopolavoro

Operazione Dopolavoro

Ormai mi conoscono e non si stupiscono più se mi presento ad una riunione con l’amministratore delegato indossando gli scarponi ed i vestiti da montagna. Ormai lo sanno, quasi li diverte. Il patto è semplice ed è sempre lo stesso: Io risolvo i loro problemi, loro evitano di crearne a me.

La riunione era alle dieci, alle dieci e quaranta era già finito tutto in una stretta di mano: due mesi per risolvere una “rogna” in completa autonomia (che significa “in montagna quando mi pare”). Cinque minuti dopo ero per le vie di Lecco con lo zaino in spalla: «Per oggi si è fatta giornata, Birillo. Torniamocene a casa.»

A volte tu mangi l’orso e a volte è l’orso a mangiare te. Non va sempre così di lusso ma, quando accade, vale la pena godersela un po’. Quello che è sicuro è quanto Lecco, città bellissima, sia davvero mal servita dai mezzi pubblici per chi, come me, è un pedone della Vallassina. L’opzione migliore, almeno dal mio punto di vista, era tornarsene a casa a piedi attraverso le montagne.

La giornata era una tra le poche che in questo sventurato mese di Maggio hanno goduto del calore e del conforto del sole. Così, di buona lena, mi sono messo in viaggio.

Superato il ponte di Lecco mi sono infilato attraverso Malgrate e,“navigando” a vista, mi sono avvicinato alle pendici del Moregallo in cerca del sentiero che conduce al Sasso Preguda. Il cielo era azzurro e il vento spazzava le nuvole: ero davvero fortunato.


Dal Sasso Preguda ho continuato a salire lungo il crinale fino alla cima del Moregallo e da lì ho attraversato il giogo delle Moregge risalendo verso il Pilastrello e la base del Corno Centrale. A fine giornata avevo in lista il Moregallo dal lago e la traversata dei tre Corni. Non male per un “dopo-lavoro” verso casa.

Davide “Birillo” Valsecchi

[NB. le foto sono state scattate prima di quest’incedibile nevicata del 29 Maggio 2013]

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Trinacria al Resegone

Trinacria al Resegone

Il piano era davvero diverso e, probabilmente, anche leggermente masochista: Fabrizio ed io avevamo sfacchinato tutto il giorno alla grotta del Sindaco dei Corni insieme a Gasko ma, nonostante le tonnellate di fango spostate con la paletta da giardino, avevamo ancora “voglia”.

Così, domenica sera, mi sono accampato sul suo divano con il solo scopo di risparmiare tempo al mattino e guadagnare ore di luce. Suo fratello Massimo, che abita nell’appartamento accanto, ci ha fatto il filo tutta sera: «Dai, portate anche me. Domani è il mio giorno libero. Portate anche me».

Fabrizio è mezzo cotto dalla fatica ed anche io sento un peso enorme sulle spalle ma, nonostante i presagi sfavorevoli, abbiamo ancora abbastanza spavalderia per osare: «Naaa… niente da fare Max. Mi spiace. Domani tentiamo un assalto frontale al Grignone. Si deve camminare per 11 ore, passare una ferrata ed un paio di sentieri attrezzati. Domani non puoi proprio venire…»

Alla fine il più giovane dei “Sicily Brothers” sembrava essersi rassegnato mentre suo fratello ed io ci abbandonavamo lentamente, ma inesorabilmente, ad un mondo fatto di sogni ed ossa doloranti.

La mattina la sveglia ha attaccato alle cinque del mattino. Fabrizio ha allungato una mano, l’ha speta e si è rintanato sotto le coperte senza proferire parola. Io, immobile e già sveglio, l’ho osservato per un po’. Avevo voglia di alzarmi e schiantargli un buon calcio pur di tirarlo giù dal letto ma, ahimè, la mia carcassa davvero non voleva saperne.

Un capo si vede nei momenti difficili: «Niente: oggi siamo battuti e respinti ancora prima di cominciare…» Mi sono girato ed ho ripuntato la sveglia alle sette.

Quando la sveglia ha suonato nuovamente sono scattato in piedi e, un po’ traballante, ho raggiunto Fabrizio rovinandogli quasi addosso: «Sveglia! Brutto paccaro dormiglione! Chiama tuo fratello: alla fine ce l’ha fatta, è  arruolato!».

Come un bradipo Fabrizio ha agguantato il cellulare mormorandoci dentro qualcosa. Meno di cinque minuti dopo Massimo ha fatto irruzione in casa: perfettamente  vestito da montagna aveva in mano una brocca di succo d’arancia ed un sorriso a tutto tondo. «Dove andiamo?» Cambio di programma: oggi si va al Resegone!

Svariati caffè dopo siamo tutti e tre in macchina mentre lo sguardo corre verso est e l’inconfondibile siluette del Resegone. Saliamo fino al piazzale della funivia dei Piani D’Erna, parcheggiamo ed iniziamo la nostra salita. Il percorso è quello classico: sentiero numero Uno fino al Rifugio Stoppani e poi oltre verso Pian Serrada ed il rifugio Azzoni.

Per me e Fabrizio quella era solo una piacevole camminata mentre per Massimo, che non era mai stato in quella zona, era palesemente un’avventura che viveva con entusiasmo e trasporto. «Bene, ora fate piano che qui avanti è facile trovare Camosci. Soprattutto non parlate: il rumore dei passi può starci ma la voce è inconfondibile e li mette in allarme.» Poco prima di incrociare il canalone Comera abbiamo estratto le macchine fotografiche iniziando a salire con maggiore circospezione.

L’ultima volta che ero salito al Resegone, alla fine di Novembre (I camosci del Resegone), avevo incrociato oltre una quindicina di esemplari ed avevamo fatto delle belle foto ravvicinate. Speravo di poter fare lo stesso con Massimo ma l’erba, nonostante sia Maggio, è ancora indietro sui pascoli alti e probabilmente gli animali restano nascosti più in basso.

Nonostante gli sforzi ne ho trovato solo uno ed in parte ero deluso di non poterne mostrare di più. Massimo, al contrario, era davvero emozionato da quell’incontro. A volte, guardando lo stupore dei miei due amici siciliani, mi accordo di quante cose erroneamente io  dia spesso per scontate. «Bellissimo, è il primo che vedo in vita mia!»

DSCF7581Proseguendo oltre raggiungiamo la cresta e da lì il rifugio Azzoni e la vetta. «Benvenuto in cima al Resegone!». Per celebrare la salita dallo zaino Massimo ha estratto un vassoio intero colmo di fragole! L’ho guardato tra il divertito e lo stupito ravvisando qualcosa che probabilmente appartiene ad uno spirito dei monti ormai in parte perduto: «Accidenti, se “uscivi” anche una bottiglia di bianco saresti stato il mio nuovo eroe! Evviva!!»

Per scendere abbiamo imboccato il sentiero attrezzato del caminetto che, tra mal ferme roccette scosse dall’inverno, scende oltre la scogliera che delimita Pian Serrada. A fine serata Massimo era entusiasta dell’escursione fatta ed lentamente la “voglia” iniziava a farsi strada anche in lui.  Alla prossima Max!

Davide “birillo” Valsecchi

PS: I mei due soci ci tengono a salutare i parenti e gli amici che, dall’Isola, seguono le curiose perigrinazioni tra i monti dei loro due conterranei 😉

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Moregallo Sancta Sanctorum

Moregallo Sancta Sanctorum

DSCF7519Fabrizio smontava il turno alle nove e mezza. Il sole finalmente era apparso ma, ahimè, partendo così tardi restava gran poco da fare. Con pazienza mi sono rassegnato a rassettare casa aspettando che il mio socio arrivasse. L’unica consolazione sembrava essere l’appuntamento con Simone, nel pomeriggio, per far due tiri alla palestra di roccia.

Poi però, come spesso accade, i piani cambiano e cambiano in meglio: «Fabbrì: ti va di fare un paio d’ore nel cuore del mondo selvaggio? Buttiamo il naso nella valle Nord del Moregallo?» Accendiamo in MotorHead e siamo in strada.

Molliamo la macchina alla prima stanga di Oneda e dentro nel bosco. Il primo pezzo di strada è una comoda camminata all’ombra della piante con qualche scorcio panoramico sul lago. Il verde della primavera impazza ed ero felice anche solo di fare due passi. Alla svolta successiva finisce un incanto e ne inizia un altro più adatto a noi: sua eccellenza il Signore Selvaggio, sua magnificenza il Moregallo!

Sulle carte quella valle risponde al nome di “Inferno”, nella sua parte più bassa è solcata da profondi orridi dove si raccolgono tutti i piccoli torrenti che scendono dalle pendici della montagna. Il sentiero, ormai una traccia nell’erba, corre lungo ripidi pendii erbosi che sprofondano nelle scogliere sottostanti. Il numero di “Okkio, Fabbrì, mi raccomando!!” definisce la difficoltà del percorso!

Mi ero ripromesso di seguire il sentiero alto ma, alla fine, la tentazione è stata troppo forte e dopo qualche ripido passaggio ci siamo ritrovati sul corso del fiume a monte degli orridi e delle grandi cascate. Una volta laggiù è iniziato il “viaggio” in un mondo magnifico fatto di salti d’acqua, di roccia e di natura incontaminata.

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«Okkey Fabrizio, passiamo questa cascata e poi torniamo a casa!». Avrò ripetuto questa frase davanti ad ogni passaggio difficile lasciando che il successivo mi trascinasse oltre.

Poi abbiamo raggiunto il passaggio chiave della valle. Un inghiottitoio che corre sulla destra di una cascata su roccia liscia. «Niente da fare Fabrizio, è troppo bagnata non si passa. Non riesco a farlo quel passaggio, scivolo via». Era la verità ma ho fatto l’errore di dirgli anche «guarda anche tu ma non c’è molto da fare…»

Già, un errore: un minuto dopo, infatti, ero in piedi sulle sue spalle cercando di lanciare un cordino attorno ad un piccolo sperone di roccia. Al terzo lancio si aggancia: “Forse regge”. “Come forse?”. “Secondo te  come faccio a saperlo? Per ora la corda sta su” .“Fai quello che vuoi. Guarda che inizi a pesare!”. Un attimo dopo ero letteralmente in braccio a Fabrizio che, con piglio tutto siciliano, mi guardava con spavento e mal celato disappunto: “Bhe, Fabbrì, ora sappiamo per certo che non tiene!!”

Avremmo potuto aggirare l’ostacolo facendo una lunga deviazione sui prati scoscesi più sotto ma ormai si era fatta l’ora e quel “simpatico momento comico” segnava la momentanea fine della nostra esplorazione. Un’oretta più tardi eravamo in trattoria a rimpinzarci prima di andare ad arrampicare in falesia. Per essere una giornata che sembrava “bruciata” direi che è andata di gran lusso!

Davide “Birillo” Valsecchi

Quella valle è magnifica ma è adatta solo ad escursionisti esperti con un buona predisposizione a ravanare in ambienti difficili. Il cellulare non prende e tutto ciò che entra in quella valle può escirne solo sulle proprie gambe. Mi raccomando: non metteteci il naso se non fa per voi!

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Rat-Racer

Rat-Racer

La sveglia suonava ormai da un’ora e Fabrizio sarebbe magicamente apparso al cancello nel giro di qualche minuto. Dovevo spicciarmi: emergere dal letto, trovare i pantaloni e fingere sfacciatamente di essere sveglio da un pezzo.  Il sole stava iniziano a sorgere alle spalle del Cornizzolo ma una cappa di nuvole cupe avvolgeva ogni cosa in quell’alba buia: «Fa schifo! Ormai però non faccio più in tempo ad avvisarlo: se si è svegliato sarà già partito…»

Sconsolato inizio a preparare il caffè ma, prima ancora di aver caricato la moka, la macchiana di Fabrizio fischia nel parcheggio. Apro il cancello e lancio una nuova occhiata al cielo: le nuvole si sono tinte d’oro e dove tutto era cupo è improvvisamente azzurro: «Di sicuro non tiene ma vale la pena uscire». Incredibile quanto, tempo e umore, sappiano cambiare in fretta!

Fabrizio varca la porta di casa, parto all’attacco seguendo una strategia preventiva: «Accidenti sei in ritardo!!» in realtà non lo era affatto ma tant’è…

In trance salgo in macchina, ascolto la musica e parlo a vanvera fino al parcheggio del cimitero di Valmadrera. Quando i miei scarponi toccano di nuovo terra inizia finalmente la mia giornata. Il piano era semplice: SanTomaso, Ferrata del Corno Rat, Corno Orientale, Moregallo e discesa attraverso il forcellino ed il sentiero numero 6 nella valle a destra della Cresta Osa. In realtà il cielo sembrava non volerci concedere abbastanza tempo per fare tutto: non restava che provare.

Anziché risalire da SanMartino mi sono improvvisato una variante tra le case in cerca del sentiero del ceppo. Scivolando tra improbabili camminamenti lungo le recinzioni dei nuovi condomini ho finalmente trovato il vecchio sentiero ciotolato che sbuca a sinistra della Falesia di Corna Rossa.

I mi sentivo in gran forma, avevo voglia di esplorare, di seguire ogni traccia che mi incuriosisse. Preso da questa smania avevo dato al passo un ritmo indemoniato ed il povero Fabrizio, un po’ fuori esercizio, aveva lo sguardo stravolto già a San Tomaso: «Scusa mi sono fatto prendere la mano!» «Scherzi?! Non chiedo di meglio: sono settimane che aspetto che spiova!» (a breve si sarebbe forse pentito di quelle parole: ero un folletto agitato!!)

Di nuovo a tutta forza puntiamo all’attacco della ferrata: imbrago e via! L’attacco della trentennale Osa sa sempre farsi rispettare ma ormai siamo di casa anche qui. Superata la prima parte, il Sasso GG.OSA, mi allungo sotto la roccia esplorando la partenza delle vie d’arrampicata sul Corno Rat: “Parenti Serpenti”, “Belciribi”, “Mambo”, “Rataplan” e la famosa via “Darvino e Pierino Dell’Oro” con il passaggio aereo che nel 1940 fu risolto “lanciando” la corda! (Falesia Corno Rat).

Guardando dal basso il primo tiro sembra facile ma oltre il tracciato raggiunge gradi di difficoltà fino al 7+. Per chi non fosse avvezzo con i gradi posso parafrasarlo in questo modo: “Birillo, manco con i calci in culo passi su di lì!!”. Toccando la roccia mi chiedevo se prima o poi avrei potuto provarci seriamente …chissà, di certo non solo.

Prima dell’attacco della seconda parte della ferrata devio ancora il mio percorso: «Fabbrì, aspettami qui che vado a vedere l’Anfiteatro». Sulla sinistra infatti una serie di stretti terrazzi inclinati sembra creare un percorso a zig zag nella valletta. Semi-nascosta dalla vegetazione c’è una corda fissa attrezzata con fix che risale prima in un caminetto, poi in un traverso obliquo e poi in un altro camino verticaleggiante.

DSCF6951-002Gli ancoraggi sono ottimi ma la corda è ormai marcia e c’è “da segnarsi” caricandoci il proprio peso. Superata la fissa ci si ritrova nell’anfiteatro da dove partono altre vie sul lato sinistro del Corno:  qui il terreno è tremendamente franoso ed instabile mentre la roccia è buona. Mi sono alzato ancora verso sinistra superando gli ultimi sbalzi fino alla cresta: teoricamente si può uscire anche dall’alto ricongiungendosi al sentiero che scende dall’uscita della ferrata ma credo che tra poco meno di un mese tutta quella zona sarà brutalmente invasa dai rovi.

Per scendere, visto che non mi fidavo della fissa (che forse ormai andrebbe sostituita), ho tirato fuori dallo zaino i miei trenta metri di statica da combattimento ed ho steso due doppie da 15 metri. Scendere è stato come camminare sulle uova: in quella valletta si muove ogni cosa e quello che cade finisce diretto sull’attacco del secondo tratto della ferrata (Attenzione!!)

Quando abbiamo ripreso a salire sulla ferrata ho lasciato che Fabrizio procedesse per primo: così non può copiare! Il mio socio, accusando un po’ la primavera e la fatica, si è girato sbuffando in dialetto siciliano: «Possibile che questa ferrata mi freghi sempre!? Mi sento impacciato come la prima volta!!». Forse è fuori esercizio ma lo spirito è sempre quello giusto!!

Facciamo sosta e ridiamo un po’. Il cielo si è di nuovo rabbuiato e non abbiamo più l’urgenza di correre: ormai ha vinto lui (come sempre tra l’altro…).

Quando raggiungiamo l’uscita della ferrata le nuvole hanno avvolto i Corni ed il Moregallo: «Hey Fabbrì: pizza dagli egiziani?!». Una pacca sulla spalla, una stretta di mano ed iniziamo a scendere:  ogni tanto mi intrufolo nel bosco per affacciarmi oltre la cresta e riguardare le pareti del corno. “Guarda lì! guarda là! Lo vedi quel punto?”: oggi ero davvero un bambino in cerca di cose nuove.

Poco sotto ci imbattiamo in un bivio: un sentiero nuovo di pacca, marchiato con bolli di colore blu, si stacca dal sentiero che porta a San Tommaso piegando nuovamente verso il corno. Il rumore scrociante di una cascata sancisce che quel percorso ignoto è la nostra nuova strada!

Più avanti incontriamo infatti un fiume, lo stesso che a valle si attraversa salendo a San Tomaso. La mia cartina riporta “Val Gatton”: credo che quello sia il nome anche  del fiume e credo che l’acqua del Fo sia uno dei suoi affluenti se non addirittura la sua sorgente.

Tra gli alberi si vedevano due grandi salti d’acqua e il rumore scrosciante non lasciava dubbi: «Fabbrì, aspettami qui un attimo che vado a vedere la cascata!». Pazientemente il mio socio si è rassegnato ad tenermi d’occhio a distanza.

Felice come un bimbo arrampico tra le rocce del fiume aggrappandomi ad ogni cosa non cedesse allo sforzo: come “arrampicatore” riconosco i miei limiti ma come “ravanatore” sono imbattibile!

Quando raggiungo la cascata lo spettacolo è magnifico: formata da due grandi salti di una decina di metri ciascuno frammezzati da due vasche in parete, pozze nella roccia raggiungibili probabilmente solo calandosi dall’alto.  Se è davvero l’acuqa del Fo sgorga ai piedi di un gigantesco faggio monumentale, è la più buona della valle ed è magnifica vederla così viva in quei salti.

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(…certo è che se non mi avesse riempito d’acqua l’obbiettivo forse avrei anche potuto fare degli scatti che gli rendessero giustizia!!)

Guardando più in basso Fabrizio iniziava ad agitarsi per la mia assenza, così sono salito su una grande roccia dove potesse vedermi chiaramente: l’ho salutato indicandogli il percorso che avrei seguito scendendo.  Poco dopo eravamo di nuovo insieme proseguendo la nostra esplorazione del “sentiero azzurro”.

Per evitare di percorrere un lungo tratto sull’asfalto mi sono sbizzarrito tagliando a mezza costa tra i sentieri e sbucando poi, quasi magicamente, a San Martino ed all’attacco del sentiero delle vasche. Riguardando il tracciato GSP sembra la gincana di un folle ma la nostra odierna “Rat-Racer” è stata densa di soddisfazioni!!

Davide Valsecchi

PS: Fabrizio, nell’ultimo mese hai beccato solo sfortunati giorni di pioggia. Io, in grotta, non mi sono mai fermato. Non ti preoccupare, in due settimane ti rimetto in pari: ho progetti!

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Ti presento i Corni

Ti presento i Corni

«Andiamo a farci un giro?». Io mi riempio il bicchiere di aranciata e vino rosso mentre la Zia Giusy mi appoggia un piatto di pasta sul tavolo della trattoria. «Perché no. Andiamo ai Corni domani» rispondo.

Così il giorno dopo, mio cugino Enrico ed io, ci troviamo a Gajum ed infilati gli zaini, iniziamo a risalire lungo la valle della Ravella. Enrico è mio coscritto, ci conosciamo da quando siamo nati ma negli anni le nostre strade si sono sempre incrociate ed allontanate in maniera curiosa. Forse è anche per questo che quando riescono a camminare parallele, anche solo per un po’, ne sono davvero felice.

Fabrizio era costretto al lavoro e così, a sua insaputa, era stato tanto gentile da prestarmi l’imbrago ed il set da ferrata con cui equipaggiare Enrico. La “Bat Caverna”, una  disordinata stanza di casa mia è adibita a magazzino per la squadra di Cima proprio per questo: avere quello che serve quando serve e per chi serve.

L’attacco della Venticinquennale, la ferrata del Corno Occidentale, mostra i segni dell’inverno e la catena dell’ancoraggio iniziale, invece che essere trattenuta, ora trattiene un grosso masso staccatosi per il disgelo.

La catena, riemersa dalla neve, è ancora annerita ed ossidata rendendo le nostre mani nere come quelle di un meccanico. La primavera e l’uso la renderanno di nuovo pulita e lucida.

Salvo la piccola frana all’attacco e qualche placchetta che “canta” sotto i colpi di un moschettone non ho trovato particolari problemi lungo la ferrata: ha superato benone l’inverno (ammesso che sia finito!).

Prima di salire alla cima mostro ad Enrico il buco del Passo della Vacca. E’ incredibile quante persone passino dal corno senza mai essersi accorti di questa stranezza che, nei tramonti estivi, brilla nella montagna ben visibile dalla valle.

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Scendiamo per il caminetto, ancora coperto di neve ghiacciata, e proseguiamo per il Corno Centrale. Superata la vetta, come due bambini, ci sdraiamo sporgendoci con cautela oltre il ciglio della vertiginosa parete Fasana che, strapiombante, precipita infinita sul ghiaione sottostante: «La gente è spesso sprezzante con i Corni di Canzo perché sono considerate montagne poco prestigiose: la verità è che quassù ci sono sfide alpinistiche che alla maggior parte non conviene raccogliere».

Più avanti ci infiliamo nella Fessura al Pilastrello, una lunga e profonda spaccatura tra due alti pareti di roccia. Qui l’acqua ha reso ogni forma arrotondata e, sebbene sia divertente salire in opposizione fino al sasso incastrato, è impresa ardua immaginare di spingersi oltre, oltre l’ampiezza delle braccia. Sul fondo però le targhette di via raccontano come, nei tempi eroici, giovani come noi abbiano speso i loro giorni “superando l’ostacolo”. Altre targhe invece ricordano chi, in quel tentativo, ha perso tutto. Siamo “solo” ai Corni ma questo angusto spazio è quasi un santuario.

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«Hey, li vuoi un po’ di fichi secchi?» Riscaldati dal sole, ma accarezzati da un venticello freddo, facciamo sosta ai piedi della croce del Corno Orientale. Uno, due e tre: per Enrico questa è la sua prima traversata dei tre Corni. Sono quasi tentato di scendere fino al quarto, il Corno Rat o Corno di Valmadrera, ma il piano era rientrare presto e così scendiamo diretti a valle verso un altro grande amico e custode di queste montagne: il grande Fo, il gigantesco faggio che si innalza vicino ad una fontanella appena oltre il crinale della val Ravella.

«La prossima volta andiamo a vedere la mia Montagna Sacra: il Moregallo». A volte anche gli indigeni, e non solo i forestieri isolani, hanno bisogno di “scoprire” le meraviglie del Triangolo Magico del Lario.

Davide Valsecchi

Grignetta Invernale

Grignetta Invernale

Seduto sul lato passeggeri dell’auto di Fabrizio superiamo il lago del Segrino scendendo verso Pusiano. Appena scolliniamo si apre davanti a noi l’orizzonte della pianura ed un’infuocata palla di fuoco, ancora bassa sull’orizzonte, sembra ingoiare tutti i mei pensieri. Fabrizio spinge un cd nell’autoradio: «Diamo un tocco epico alla sveglia!». I Metallica e l’Orchestra di Sinfonica di San Francisco aprono un concerto live con il più classico dei pezzi di Morricone: l’estasi dell’oro.

Sprofondo nel mio sedile abbandonandomi alle curve. Lascio che l’aria scivoli nei miei polmoni e che il diaframma li svuoti fin nel profondo. Una voce sussurra “Accendi!!” e qualcosa in me fa “click”. Socchiudo gli occhi e quando li riapro non sono più gli stessi. Nella mia mente cessano di esistere i problemi, c’è spazio solo per le soluzioni: piacevole ebbrezza del essere vivi…

Sono le otto quando raggiungiamo i Piani dei Resinelli. Il sole è già alto e caldo. L’orario è buono ma quasi al limite: abbiamo solo un paio d’ore prima che la neve inizi a diventare molle e pesante.

Un passo alla volta risaliamo lungo la cresta Cermenati.  Guardando ad occidente, oltre il lago, il gruppo dei Corni di Canzo reclama il dovuto affetto per le montagne di casa (bellissime!!). Tutto intorno le cime sono innevate ed il cielo azzurro rende splendente la neve sotto i nostri piedi mentre attraversiamo il bosco.

La cresta Sinigallia, sull’altro versante, è invasa da neve inferma e sulle creste le cornici si slanciano minacciose nel vuoto. Più sotto, il Canalone Porta sembra raccogliere tutte le piccole e grandi slavine che dai fianchi dei Maniaghi ancora si lasciano cadere.

Giunti sotto il canale che conduce alla cima osserviamo il lago e il rifugio Rosalba ai piedi della Cresta Segantini: anche il sentiero Cecilia è vergine ed invaso da una pesante coltre bianca. Sua Maestà la Grignetta sembra aver ceduto agli uomini solo la Cermenati dopo l’ultima nevicata.

Poi siamo in cima, lo sguardo si perde e per Fabrizio (ed anche per me) è una nuova ed intensa emozione.

Davide “Birillo” Valsecchi

Palanzone: go west!

Palanzone: go west!

“Vai all’Ovest, ragazzo….”. Ubbidienti ci siamo messi in viaggio. Credevo avrebbe nevicato, quasi ci speravo. Invece la grande neve è arrivata solo il giorno seguente ed il nostro cammino, non ostacolato dalla tormenta, è stato un lungo addentrarsi negli spazi vuoti ed imbiancati che ci separano dal ramo occidentale del Lario.

Fabrizio ed io abbiamo imboccato il sentiero che parte dalla salita di  San Giovanni e Paolo e che attraversa a mezza costa le scogliere del monte Pizzallo sopra Scarenna. Poi, attraverso la val del Buri e le sue suggestive cascate, abbiamo raggiunto la piana sottostante al Dosso Mattone proseguendo verso il Dosso della Fornace, la Colma Piana, la Ca’ Volta e quindi verso la cima del Palanzone.

Dalla cima del Palanzone siamo scesi, letteralmente sciando con gli scarponi, fino al Pizzo dell’Asino proseguendo poi per la Capanna Mara. Giunti alla cima del Puscio siamo stati accolti dalla bellezza di quello straordinario punto d’osservazione. In una singola foto: Legnone, Grignone, Grignetta, Coltignone, Moregallo, Corni di Canzo, Resegone, PraSanto, Monte Rai, Cornizzolo e più sotto Barzaghino, Monte Pizzallo, monte Megna e Oriolo.

Appena sotto il Puscio, mentre cercavo il sentiero tra le neve ancora vergine, è salita un’intensa nebbia che ha avvolto ogni cosa. Cercavo il sentiero che scende verso Caslino ma in quel bianco assoluto non ne trovavo l’attacco ed ogni valletta sembrava una traccia ed una trappola. Per Fabrizio la nebbia era un’esperienza nuova: “Vedi Fabrizio, la neve mi nasconde il sentiero e la nebbia mi toglie ogni punto di rifermento: tecnicamente ci siamo persi!” In realtà non lo eravamo (o per lo meno non competamente) ma era divertente fargli capire quanto la nebbia, nel giro di pochi istanti, possa diventare un problema assoluto.

Invece di addentrarmi nel bosco ho dovuto “immaginare” il sentiero nascosto dalla neve in un lungo traverso nei prati per ricongiungermi al più visibile percorso che scende verso il Sasso d’Erba, la Val Bova e l’Eremo di San Salvatore. Giunti a valle abbiamo raggiunto la stazione di Pontelambro rientrando, comodamente in treno, fino ad Asso.

Il “contagiri” segna 18 km a piedi  e 1200 metri di dislivello. Non male per un passeggiata ad Occidente.

Davide Valsecchi

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Esplorazioni tra la nebbia

Esplorazioni tra la nebbia

«Giretto sul lato occidentale del Grignone?» Questa era l’innocente proposta con cui ho convinto Fabrizio ad accompagnarmi oltre il lago. Alle otto, mezzo addormentato, varca la porta di casa mia. Io, segretamente sveglio da meno di 5 minuti, faccio il brillante preparando il caffè mentre sistemo sul fondo dello zaino corda e ramponi. Un’ora dopo siamo a Rongio, ultima frazione di Mandello del Lario sotto le bastionate della Grigna Settentrionale.

A destra lo Zucco Manavello (1120m), a sinistra lo Zucco Sileggio (1373) e davanti a noi, inghiottito dalla nebbia, sua maestà il Sasso Cavallo (1920m) domina la val Meria mentre alle sue spalle, lassù dove lo sgurado non riesce a spingersi, giganteggia la vetta del Grignone (2409m).

Il tempo è incerto, minaccia pioggia. Imbocchiamo la comoda mulattiera del sentiero n° 14 raggiungendo il “ponte di ferro”: da lì in poi si prosegue su un ripido selciato a tornanti che sale verso l’alto come una dura penitenza. Il tempo cambia ancora e quella che prima era una leggera pioggerellina ora è una rada nevicata che rafforza con intensità mentre saliamo.

Quando raggiungiamo la Grotta Ferrara (grotta dell’acqua bianca) inizia a nevicare davvero forte. Sorpresi dalla grandezza della volta d’ingresso ci infiliamo in quell’oscurità armati solo delle nostre piccole torce frontali. La grotta si sviluppa in quasi 150 metri di lunghezza, 50 di ampiezza e 30 di profondità. Ci addentriamo nella prima sala fino all’imbocco del tunnel che conduce alla seconda. Il contrasto termico con l’esterno è reso ancora più intenso dalla forte umidità e dalla nebbia che aleggia nell’antro: fa caldo, incredibilmente caldo!

Usciamo facendo attenzione al cambio, violento, di temperatura e continuiamo la nostra marcia sulla neve mentre i fiocchi dal cielo si fanno sempre più grossi e fitti. L’orizzonte è una coltre bianca e solo al cambiare del vento riusciamo a scorgere le meravigliose guglie e bastionate che ci circondano. Proseguiamo avanzando  nella neve fino al ginocchio mentre uno strato bianco sempre più spesso si accumula sulla nostra testa e sul nostro zaino.

Fabrizio ride, è contento mentre arranca avvolto da quella magia bianca. Ad intuito traccio la strada sul sentiero ormai sepolto cercando di non farmi ingannare dalla nebbia. A modo nostro entrambi ci stiamo divertendo!

Poi, superato l’ultimo crinale, appare finalmente il Rifugio Elisa. Riusciamo a scorgerlo per la prima volta solo stando a 50 metri di distanza mentre, normalmente, è visibile lungo tutto il sentiero fin dal fondo valle.

Troviamo riparo sotto una tettoia e mangiamo un panino. La Grigna sembra ormai stufa di averci sulle sue pendici ed inizia a scatenarsi: nevica “duro” e la temperatura sembra precipitare. «Fabbrì, è tempo di andarsene … e con una certa lena!». Chiudiamo gli zaini e cominciamo a scendere: fa un freddo pungente e cerco di riscaldarmi in ogni passo mentre sento il gelo farsi strada nelle gambe e nelle dita. «Fabbrì, come va? Hai freddo?» Lui mi guarda, la neve sembra prenderlo a sberle e lui ride felice aprendo e chiudendo la mano come incuriosito: «Non avevo mai sentito un dolore simile nelle mani! E’ davvero incredibile!!». Benedetto siciliano!! Sciocco io che non ricordo che sei nato al mare! «Togli il guanto e rinfilalo tenendo il pugno chiuso: non infilare le dita, usalo come una moffola e scaldati la mano aprendo e chiudendo il pugno»

Poi il corpo, riscaldato dallo sforzo, torna in temperatura ed il freddo smette di mordere. Come per incanto la Grigna sembra pentita di averci scacciato con tanta fretta: in fondo eravamo venuti qui solo per ammirarla. Senza alcun preavviso la neve cessa di cadere e lentamente, ma inesorabilmente, il cielo si schiarisce fino a mostrare l’azzurro del cielo ed i riflessi del sole sulla neve.  La tormenta è finita e davanti a noi c’è una bellezza mozzafiato.

Alla fine sono 1200 metri secchi di dislivello e 15 km di sviluppo: non male per una passeggiatina nella neve.  Ecco “il film” di questa nostra giornata al cospetto della “Regina Guerriera”: Tranquillo, domani non nevica…

Grazie Fabrizio, è sempre un piacere ed una scoperta andare a zonzo con te!

Davide Valsecchi

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