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Sumbawanga Express

Sumbawanga Express

Stavo parlando con Bruna. Lei stava preparando il the mentre io ero sdraito sul divano. Una bella sensazione. Stavo anche cominciando un pensiero interessante quando ho sentito tirarmi per la punta dell’indice. Ho aperto gli occhi, sveglio giusto in tempo per prendere sul muso un paio di sacchi di iuta ed un “cucu”, un pollo. Il ragazzo di colore che mi ha tirato il dito mi stava ora letteralemnete scavalcando con tutti i suoi bagagli. Aveva deciso di scendere.

Girandomi di lato e mi ritrovo la faccia di Enzo che ghigna, dietro di lui, oltre il finestrino, un campo sterminato di girasoli giallissimi, ancora più dietro una sconfinata distesa verde arginata all’orizzonte da rigogliose colline. Su tutto le più belle nuvole che possano ornare un simile cielo azzurro.

Un panorama idiliaco, poi ho guardato davanti: verso l’orizzonte correva senza fine, in un susseguirsi di salti e scossoni, la pista in terra battuta su cui sobbalzava da ore il nostro scassatissimo pulman. Al fianco del guidatore tutto l’equipaggio di questa allegra brigata: il meccanico, l’aiuto meccanico, il controllore ed il pilota di scorta. Una squinternata banda di ragazzini ventenni che scarrozzava attraverso il nulla della “shamba” una rumorosa e sconquassata moltitudine di africani più due Nzungo, io ed Enzo.

Sono decisamente in Africa ora.

Ma andiamo per ordine, sposto il pollo e faccio mente locale. Stamane alle sette ci siamo imbarcati dal centro di Mbeya su un pulman della Sunry per Sumbawanga. Il pulman si è subito mostrato per quello che è: un rottame.

Le prime due ore non sono adate male, la strada era asfaltata e, nonostante avessi notato un certo “affollamento”, si viaggiava abbastanza bene. Quando abbiamo raggiunto Tunduma, il punto di confine con lo Zambia, sono successe principalemente due cose:

La prima è stata un blocco della polizia. Anche loro hanno notato un certo “affollamento” sul pulman. Così quando hanno fatto scendere le quasi 30 persone in esubero su un pulman da 50 ne è nato qualche piccolo inconveniente. Chi rivoleva i soldi, chi protestava, chi sie l’è data a gambe di fronte ai polizziotti che hanno tenuto fermo il pulmino ispezionandolo per un ora. Io ed Enzo avevamo un biglietto stampato dall’ufficio principale di Mbeya e quindi eravamo tranquilli, nzungo previdenti…

Il pulman era un vero rottame e così il polizziotto ha redatto un verbale lungo un chilometro con le cose che non funzionavano. Ha riempito un sacco di fogli e, allontanate le persone in esubero, ha dato il suo nulla osta a ripartire. Nemmeno Passafaro, lo storico rottamaio di Castelmarte, avrebbre preso quel pezzo di ruggine con le ruote su cui eravamo in viaggio!! Dopo un ora di indagini il risultato era questo: il pulman era lo stesso rottame di prima e, 200 metri dopo il blocco, tutti e 30 gli “sbarcati” sono tornati a bordo. Niente di nuovo comunque.

La seconda cosa cosa importante è stata il cambiamento nella strada. Dal comodo asfalto siamo passati ad una rossa pista in terra battuta. Intendiamoci, di strade brutte ne ho viste parecchie e questa, tutto sommato, non era tra le peggiori, tuttavia questa ci ha permesso di sperimentare una paura nuova: overloaded e con gli ammortizzatori scarichi, sul fondo sconnesso a dorso di mulo il pulman dava l’impressione di volersi sdraiare di lato anche andando dritto. In curva ci si sentiva quasi più sicuri!!

Io ed Enzo abbiamo impiegato due ore prima che ci passasse la “sindrone del bobbista” e la smettessimo di fare da contrappeso ad ogni scossone che agitava il bus. In fondo ci si abiutua a tutto e così, anche quando ci siamo dovuti fermare a raccogliere i pezzi di una balestra saltata, non ci siamo scomposti più di tanto.

Il panorama però è mozzafiato. Qui c’è uno spazio immenso fatto di orizzonti che si susseguono. Spero che le poche foto che posso inviarvi vi aiutino a capire le mie parole.

Dopo nove ore siamo finalmente arrivati a Sumbawanga. Domani si parte per Kasanga, sulle rive del lago Tanganica. Laggiù ci attende un incontro speciale con una “vecchia signora” fuori dal comune. Non voglio anticiparvi nulla per scaramanzia ma ci attende un’altro interessante pezzo del nostro viaggio. Ogni cosa ha il suo prezzo e così domani a noi tocca pagare il nostro: a Kasanga ci dobbiamo andare con un Track, un camioncino per gli operai, nello specifico sul cassone dietro. Il tipo che mi ha venduto il biglietto dice che senza tetto riusciremo a goderci meglio anche il panorama. Sagacia africana… Ovviamente la strada è sterrata ed il tragitto è di nove ore.

Non so se domani riusciremo ad avere segnale per trasmettere. Nel caso non preoccupatevi, se la “signora” arriva in porto come spero è probabile che Domenica sera gli Assesi, i Flaghéé, siano a bere birra all’estremo opposto del Tanganica, a Kigoma, a due passi dalla famosa Ujiji dove Stanley incontrò Livingstone.

Davide “Birillo” Valsecchi

Tra le montagne di Mbeya

Tra le montagne di Mbeya

Verso Mbeya
Verso Mbeya

Sveglia presto stamattina. A piedi ci avviamo verso la stazione dei pulman che sono ancora le cinque. E’ tutto buio è non c’è un anima in giro, almeno fino alla stazione, poi è il delirio. Più di una cinquantina di pulman che imbarcano gente diretta in ogni dove della Tanzania.

Oltre agli addetti, agli autisti, i controllori ed ovviamente i viaggiatori ci sono schiere di venditori ambulanti che affollano il piazzale. Alle sei, contemporaneamente, tutto si mette in moto creando un gigantesco ingorgo di autbus al cancello d’ingresso. Un pulman viola si affianca al nostro cercando di soffiarci la posizione, e da un finestrino in coda si affaccia un ragazzo che sbraccia come un forsennato salutandomi. A volerlo fare apposta non ci saremmo riusciti, in mezzo a quella moltitudine era spuntato Fasil, il ragazzo che cucinava per noi a Zanzibar, tornava a casa a Mwemba. Mi ha fatto piacere rivederlo, alle volte è curioso il destino.

Così il nostro viaggio per Mbeya è cominciato con un buon auspicio. Le strade tanzane non sono male, i mezzi non sono propriamente dei gioielli ma, incrociando le dita, ci si può stare. Si è viaggiato molto peggio. Piano piano abbiamo lasciato la città e raggiunto le prime montagne che, coperte di vegetazione, appaiono come il monte di Montorfano: semplici gobbe della terra che si alzano ripide in mezzo ad una distesa di alberi. Sono tutte per lo più isolate e non formano mai valli se non estremamente ampie ed aperte. La vegetazione, ovunque rigogliosa, le ricorpre completamente dandogli l’aspetto di un gruppo di colline più che di una vera catena montuosa.

Tra Morongoro ed Iringa abbiamo attraversato il parco nazionale di Mikumi. Attraversarlo non costa nulla e così, quando abbiamo varcato i cancelli del parco, ero ben felice di aver risparmiato 50 dollari ma non mi aspettavo di vedere un granchè. Dieci minuti dopo la situazione era questa:“Enzo! Enzo! Guarda la giraffa!! Enzo!! Enzo!! L’elefante!! Guarda Enzo!!” E’ incredibile quanti animali popolino questa strana terra che è l’Africa!!

Sono enormi e di tutti i tipi. Appena l’occhio si abitua a guradare attraverso l’erba alta e le piante si riesce a vedere anche i più piccoli. Questa sera non credo di avere la forza di sistemare le foto e cercare i nomi sulla guida ma possi garantirvi che ce ne sono veramente tanti e dal vivo sono incredibilmente diversi.

Dopo tredici ore siamo arrivati a Mbeya, a 1800 metri sul livello del mare. Mi sono infilato in mezzo al caos della stazione locale dei bus e sono riuscito a comprare i biglietti per il pulman di domani, destinazione Sumbawanga. Ora però crollo in branda. Fortunatamente qui in Tanzania il segnale GPRS è migliore di quello che avevamo a Zanzibar, purtroppo questa sera sono io ad essere “scarico” e non riesco a raccontarvi oltre.

Il morso del serpente sta guarendo, nessun problema.

A Domani, buona notte dall’Africa.

Davide “Birillo” Valsecchi

Di passaggio a Dar Es Salaam

Di passaggio a Dar Es Salaam

Lasciando Zanzibar
Lasciando Zanzibar

Come va? Diciamo che si muove, che ci stiamo spostando. Ieri era l’ultimo giorno al mare, l’ultimo a Zanzibar. Enzo ha la fissa di andare a pesca con l’arpione e così, mentre io finivo di sistemare gli zaini e l’attrazzatura, ha preso le pinne e la mia maschera da sub e, armato di un pezzo di legno appuntito, è andato a fare l’aborigeno in mare. Gli ho visto fare qualcosa di simile anche sul lago di Como l’anno scorso, il risultato sembrava prevedibile e così l’ho lasciato andare da solo.

Cosa è successo? Bhe, mentre il nostro indomito pescatore inseguiva un pescetto si è imbattuto in un piccolo imprevisto: un serpente di mare. Non preoccupatevi, è vivo e fastidiosamente vegeto come sempre, però si è preso un bello spavento quando attaccato alla coscia con i denti nella ciccia si è ritrovato un biscione di quasi un metro, giallo e nero. Ovviamente è successo l’unica volta che non siamo usciti insieme…

Ad Enzo è mancato il coraggio di venirmelo a dire ma ha avuto il buon senso di andare dai pescatori a chiedere consulto. Il serpente non era fortunatamente velenoso, è più una specie di anguilla che un serpente, però gli ha dato un bel morso e, quando finalmente si è deciso a raccontarmi il tutto, la gamba si era un po’ gonfiata.Ora però, dopo 24 ore, è tutto tranquillo ed il morso, ben disinfettato, non desta preoccupazioni. Enzo avrà una ciccatrive nuova ed una storia da raccontare.

Per festeggiare che il “mostro marino” non l’avesse ucciso siamo andati a festeggiare ad un concerto di musica Taraab, letteralmente “gioia nella musica”. L’ospite d’onore della serata era Bi Kidude, una cantante di 105 anni considerata una leggenda vivente. Vedeste che grinta la nonnina!!

Stammattina con un Dalla-dalla siamo andati a Stone Town per imbarcarci su un frastornante traghetto. Due ore di mare e siamo giunti a Dar es Salaam. Domani mattina alle 5:00 abbiamo un pulman, uno Skandinavian Line, in partenza per Mbeya.

I prossimi giorni saranno abbastanza caotici, dobbiamo fare molta strada e molte tappe per avvicinarci il prima possibile al lago Tanganica attraversando la Tanzania meridionale. Vedremo di fare nel nostro meglio per tenervi aggiornati e mandarvi qualche bella storia.

Hakuna Matata

Davide “Birillo” Valsecchi

ps. purtroppo non ci sono novità sulla sorte del povero serpente che ha avuto la sfortuna di mordere Santambrogio…

45 minuti “Caldi” a Zanzibar

45 minuti “Caldi” a Zanzibar

Mkuyu
Mkuyu

Mentre facevamo rifornimento a Stone Town, qualche giorno fa, mi sono infilato a curiosare in una piccola bottega piena di vecchi libri ammonticchiati alla rinfusa. Ingialliti e mezzi sfasciati molti erano per lo più romanzi, edizioni economiche probabilmente abbandonati dai turisti, c’erano un po’ tutte le lingue. Nel mucchio però anche vecchie guide dell’isola ed anche un malconcio libricino in inglese con stralci della storia di Zanzibar. Visto che mi piacevano le vecchie illustrazioni anche se era senza copertina me lo sono accaparrato per un pugno di Shellini.

La storia di Zanzibar è complessa, sull’isola sono passati un po’ tutti: portoghesi, sultani ottomani, consoli britannici e tedeschi. Dopo l’apertura del Canale di Suez, nel 1869, Zanzibar divenne la porta d’Africa per l’oro nero, che all’epoca non rappresentava il petrolio ma bensì la tratta degli schiavi. Qui hanno tenuto banco figure terribili come il celebre e spietato negriero Tippu Tip e, su tutta l’isola, si possono ancora vedere i segni di tale violenza nelle vecchie caserme di smistamento, le costruzioni dove venivano ammassati gli schiavi catturati nel continente in attesa di essere “esportati”.

Solo agli inizi del ‘900 fu posto fine ai traffici ma gli strascichi che lasciarono nella popolazione durarono a lungo. Nel 1964 una delle cause che portò alla violentissima rivoluzione sull’isola fu proprio l’odio dei neri contro gli arabi omaniti, eredi dei vecchi sultani schiavisti. In una notte, l’11 Gennaio del 1964, furono barbaramente uccise sulle bianche spiagge di Zanzibar quasi 14.000 persone!! Il famoso documentario “Africa Addio” mostra proprio i cruenti scontri di quel giorno. A guidare il massacro pare fosse una banda di 600 guerrieri addestrati dai cubani. Ernesto Che Guevara, per cui non nutro molta stima, ufficialmente arrivò a Dar er Salam solo nel Dicembre del ’64 ma è quasi certo che avesse personalmente allestito un campo di addestramento nella regione sud del Tanganica, regione dove siamo diretti anche noi e da cui prese vita la sua guerriglia in Congo. La guerra fredda ha avuto in Africa molti dei suoi più cruenti scontri, molti dei quali sconosciuti ai più.

Ma voglio raccontarvi un passaggio tratto dal libro meno legato ai giorni nostri che può dare un idea di cosa fosse il colonialismo agli inizi del secolo (ho fatto del mio meglio con la traduzione dall’inglese): Seyyid Khaled Bin Bargash irruppe alle ore 16 del 25 Agosto 1896 nel palazzo del Sultano, il Beit-el-Sahil, e con l’appoggio del consolato tedesco e di 2500 soldati si proclamò Sultano di Zanzibar in barba al protettorato britannico.

Il rappresentante di Sua Maestà, Sir Basil Cave, telegrafò al Foreing Office per ricevere istruzioni ed ottenne questa secca risposta:“Ha Carta Bianca per procedere come ritiene più opportuno”.

Due incorciatori della Royal Navy si trovavano già in porto, l’H.M.D. Philomel e l’H.M.S Trush. Dalle navi sbarcarono un contingente di marines e blue-jackets che si asserragliarono negli edifici della vecchia Dogana e nel Consolato inglese, presso il quale si erano nel frattempo rifugiati tutti i civili europei. Nel tardo pomeriggio arrivò in porto l’incrociatore leggero H.M.S Sparrow che gettò l’ancora 150 metri di fronte al Palazzo del Sultano. L’usurpatore, dal canto suo, si era barricato nel palazzo con i suoi duemila fedelissimi armati di moschetto, 2 cannoni da 12 libre, una mitragliatrice a canne rotanti Gatling ed addirittura uno dei tre cannoni in bronzo appartenuti ai portoghesi nel diciassettesimo secolo. La mattina seguente si aggiunsero in porto davanti al palazzo anche la cannoniera H.M.S Racoon ed il potente incrociatore H.M.S Saint George. Gli inglesi diedero un ultimatum al Sultano e quella, si narra, fù la notte più lunga e silenziosa di Zanzibar.

Il giorno successivo, in pieno stile inglese, alle ore 7:30 del 27 agosto 1896 tutti i civili furono invitati “a colazione” sul Saint George per “assistere alle operazioni belliche”. Alle ore 8:30 il Sultano inviò il seguente messaggio:“Non abbiamo nessuna intenzione di ammainare la nostra bandiera e non crediamo che abbiate il coraggio di far fuoco su noi”. Per dare forza alle sue parole alle 8:45 fece puntare i cannoni ad avancarica, vecchi di quasi tre secoli, contro le moderne navi da guerra inglesi. Alle ore 9:00 esatte il Racoon, lo Sparrow ed il Thrush aprirono il fuoco contro il palazzo del Sultano e sul Beit-el-Hukm, l’harem.

Dopo solo 45 minuti la bandiera del sultano fu ammainata ed il Contrammiraglio Rawson diede il cessate il fuoco. La quantità di colpi e proiettili sparati dalle tre navi aveva completamente disintegrato le facciate dei due palazzi, solo la House of Wonder non fu danneggiata mentre il resto fu quasi raso al suolo. Khaled si diede alla fuga tra i vicoli trovando rifugio a Dar es Salaam dove chiese asilo politico ai tedeschi.

Alle 11:00 dello stesso giorno fu procalmato il nuovo legittimo Sultano che venne salutato da una salva di 21 colpi (non avevano sparato abbastanza quel giorno!!) dalle navi da guerra in rada. I civili europei vennero gentilmente ricondotti a terra e fecero ritorno, sani e salvi, alle rispettive abitazioni giusto in tempo per il pranzo…

Questo era il mondo poco più di un secolo fa!!

Davide “Birillo” Valsecchi

Nota. L’albero nella foto sorge poco distante dalla House of Wonders ed è “molto” vecchio. La targa era in inglese e credo che la specie sia Ficus Religiosa (Mkuyu in Swahili), è una meta di pellegrinaggio per buddisti ed induisti ed ovviamente i locali gli attribuiscono poteri magici. E’ un monumento nazionale, testimone della storia di Stone Town. E’ irritante pensare che in Africa una pianta di fronte ad un palazzo storico sia tutelata come monumento mentre ad Asso spianano quelle davanti al Palazzo del Comune per farci una rotonda per camion: magari avessimo anche noi carta bianca per liberare il Palazzo del Sultano!!

(Cima-Asso.it: il punto di incontro tra mondi lontani ed il nostro amato paese….)

In alto mare con Dusko

In alto mare con Dusko

Spellbound
Spellbound

Io ed Enzo siamo sempre in bolletta ma, necessità virtù, non difettiamo mai di ingegno. Uscire in barca sull’oceano costa al giorno dai 300 dollari in sù, ben oltre le possibilità del nostro piccolo budget che, tra l’altro, deve sostenerci ancora per oltre un mese. Tuttavia la fortuna e il “Signur di Ciöc” ci assistono sempre.

Dusko è uno slavo che vive a Zanzibar da quasi vent’anni (da poco prima della guerra in Yugoslavia) e che gestiste una barca per la pesca sportiva d’altura: la fortuna ha voluto che Dusko abitasse proprio affianco al laboratorio di Vivide e che, ogni volta che rientrava a casa, ci trovasse indaffarati con cannello e saldatore a trafficare sulle sculture in ferro. Così, qualche settimana fa, ci ha chiesto se potevamo saldargli un bullone in acciaio per la barca. Enzo, che ha lavorato anche nella nautica, ha fatto un ottimo lavoro e da quel giorno è cominciato il pellegrinaggio di Dusko con i pezzi da riparare. Da queste parti trovare un buon saldatore è raro e così, per sdebitarsi, Domenica ci ha portato a pesca sull’Oceano. Spettacolo!!

La mattina, visto che è stagione delle piogge, c’è stato un grosso acquazzone ed il cielo era grigio mentre il mare rinforzava. A mezzogiorno, quando la marea ha cominciato a salire, ci siamo presentati sulla spiaggia. Con un piccolo tender abbiamo raggiunto il motoscafo d’altura di 15 metri, la Spellbound. A bordo Dusko, Mado, il capitano della nave anche lui slavo, e tre aiutanti zanzibarini. Caricato il tender abbiamo puntato il largo attraversando con cautela la barriera corallina.

Al di là della barriera il mare si è fatto subito scuro e le onde, le ochette, si sono fatte subito sentire agitando la barca. Sono salito sulla torretta, il pulpito da dove si guida la barca, insieme a Dusko e al Capitano e mi sono aggrappato ad un montante sporgendomi oltre il parapetto per guardare il mare. L’orizzonte era grigio carico di pioggia, il mare agitato si divertiva ad scuotere la barca come una giostra mentre le onde trasformavano il paesaggio in qualcosa di vibrante e vivo. I due confabulavano in slavo fino a che Dusko, con il suo pesante accento dell’ est, mi si è avvicinato per dirmi “Reggiti Davide, ora facciamo prova motori. Andiamo un po’ più veloce”. La barca ha sbuffato vibrando e ci siamo fiondati a tutta forza contro le onde precipitando lungo i pendii e le creste. In un attimo ero fradicio, con un sorriso compiaciuto da idiota mentre me ne stavo aggrappato a godermi lo spettacolo. Quando quattro delfini in formazione sono schizzati sotto di noi saltando affianco alla barca sono quasi scoppiato a ridere: i due strampalati assesi alla conquista dell’oceano!!

Dusko, non avendo clienti a bordo, approfittava dell’uscita per testare nuovi materiali e per addestrare il suo equipaggio zanzibarino. Non dava ordini ma si limitava a fare domande in inglese ai suoi ragazzi mentre montavano tutte le canne ed attrezzavano il necessario per la pesca. Per me è stata una gran fortuna, quasi come assistere ad una lezione: Dusko interrogava, ascoltava le risposte e correggeva spiegando. Su entrambi i lati della barca hanno posizionato in appositi supporti 3 pesanti canne da pesca con grossi mulinelli. Rapala grossi come il mio avambraccio e grossi pesci come esche, mentre le lenze venivano calate per quasi duecento metri dietro la barca. Due aste di quattro metri poste ai fianchi allargavano lo spazio orizzontale in cui disporre le lenze. Quando tutto è stato pronto i ragazzi controllavano le canne mentre Dusko coordinava la barca in slavo urlando con Mado al timone: la Spellboud era pronta, tutto era preparato per catturare i misteri del mare.

Nelle due ore successive le frizioni dei mulinelli hanno dato qualche falso segnale ma senza pesce, procedavamo verso il mare aperto e la costa quasi non si vedeva più. Enzo all’improvviso mi chiama mentre si aggrappa al parapetto: “Birillo, fammi la foto mentre vomito!!” Quello stupido tirava su l’anima salutandomi con il pollice alzato come Fonzie: è proprio tutto matto alle volte!! Io invece me la spassavo standomene appollaiato vicino alle canne e sperando in qualche segnale, aspettando il grande pesce.

Dusko mi ha offerto qualche biscotto mostrandomi la carta elettronica sul computer di bordo: “Oggi giornata difficile, poca luce. Pesce non vede bene e mangia poco. Ora andiamo qui. Qui sempre trova pesce”. La barca avanzava tra le onde ed io cercavo di utilizzare tutto il mio corpo per mantenere il mio barricentro come un cowboy a cavallo. Mi rendo conto che i marinai, quelli veri, diventano un tutt’uno con la barca, sembrano immobili perchè solidali ma, in fondo, l’effetto rodeo è ciò che mi piace dell’andare in mare. Enzo, che non la smetteva di vomitare, probabilmente direbbe il contrario.

“Guarda” Dusko mi indica un punto nel mare e l’acqua si riempie di schegge d’argento. Incrociamo un branco di delfini, oltre una cinquantina, che saltano fuori dall’acqua in piccoli gruppi. Riusciamo anche a sentire il loro tipico verso mentre ci schizzano attorno.“Dove c’è delfino c’è piccolo pesce ma troppa confusione per pesce grande che scappa” Mi spiega Dusko. Poi mi viene una domanda spontanea “Ma non abboccano i delfini alle nostre esce?” Dusko sorride “Delfino troppo inteligente per nostri piccoli trucchi, lui non casca in inganno”. Meglio così.

La Spellbound procede ancora ed ormai erano due ore e passa che era scossa dalle onde. Una frizione comincia a cantare mentre alle nostre spalle qualcosa salta fuori dall’acqua in un guizzo. La Spellboud si ferma mentre i ragazzi recuperano le canne e passano a Dusko quella dove è ferrato il pesce. Dusko si piazza sulla seggiola da pesca che assomiglia, in modo vago, a quella di un ginecologo. Bloccata nella sedia, Dusko, piega la canna e facendo forza sulle gambe la tira a sè. Quando ha guadagnato filo recupera con il mulinello sporgendosi di nuovo in avanti. Ad ogni trazione e recupero tira sempre più vicino il pesce che si dibatte a quasi duecento metri di filo dietro la barca.

Quando issano il pesce a bordo è un Dorado, quello che da noi si chiama Lampuga ed in Swahili è il Pange. Pesa oltre 5 kili, è lungo quanto la mia gamba con un colore dorato ed il muso tozzo. “Questa esca funziona, ora proviamo altra” Dusko stava facendo esperimenti e per questo le catture erano scarse. Tuttavia stavo imparando un sacco di cose sulla pesca in mare e sulle manovre degli aiutanti da essere comunque più che soddisfatto. Poi è toccato a me tirar su il pesce!!

Un altro Dorado si era attaccato all’amo e Dusko mi ha passato la canna per recuperarlo: una delle cose più faticose mai fatte in vita mia!! Il pesce, che era sui 4 kili e quindi “piccolo” per gli standard locali, si dibatteva ed il peso della lenza si faceva sentire come un macigno. Facevo forza sulle gambe coordinandomi nel recupero ma la mia imperizia era tutta da vedere. Qualche giorno prima Dusko aveva catturato un Marlin di 80 kili dopo 20 minuti di lotta: non ho idea di quanto possa essere duro un simile scontro. La mente correva nei ricordi de “Il vecchio e il mare” ed il “piccolo” Lampuga diventava in un attimo un gigante tra tutte le arborelle pescate da bambino sotto il ponticello di Cranno.

La cosa buffa è che Enzo, mentre recuperavo il pesce, faceva fotografie alle mie smorfie e poi, dopo lo scatto, si sporgeva oltre il parapetto a vomitare. Ho la sua autorizzazione a scrivere che “non ha lo stomaco per il mare aperto”, però gli va dato merito di un certo spirito nell’affrontare un simile disagio. In qualche modo, il “satanasso”, se la cava sempre.

Nelle ore successive abbiamo continuato ad esplorare il mare e a testare esche con risultati alterni. Nessun altro pesce ha deciso di lasciarsi prendere e così, quando ormai il sole era tramontato, abbiamo fatto ritorno verso casa illuminando le onde con il faro. Una volta alla barriera siamo rientrati affidandoci quasi interamente all’eco-scandaglio e alle mappe per superare indenni il corallo. Sembrava di stare sull’Ottobre Rosso.

Per chiudere la serata Dusko, dopo una rapida doccia, ci ha invitato a cena cucinando spaghetti ed uno dei Lampuga. Ci siamo scolati un po’ di birre ascoltando racconti di mare e di pesca per poi crollare quasi incoscienti per la stanchezza nelle nostre brande. Mentre avevo ancora il mare nel letto e le onde continuavano a scuotermi il materasso con il “mal di terra” mi sono tornati in mente i delfini e la sensazione viva del vento e degli spruzzi d’acqua salata. Un anno fa ero in Tibet sul tetto del mondo ed oggi ero a pescare nell’oceano. Ogni tanto mi sento uno stupido che sta perdendo il controllo della propria vita, ogni tanto però diventa così intensa che è impossibile non sentirla mia. Non so cosa diavolo stia combinando ma mi piace e forse può andar bene anche così, su una barca di slavi con Enzo che vomita in mezzo all’oceano.

Notte gente, aspettando l’Africa un abbraccio da quello squinternato di Birillo.

Davide “Birillo” Valsecchi

E’ finita solo quando è finita

E’ finita solo quando è finita

Fundi del Legno
Fundi del Legno

Ieri abbiamo cominciato a lavorare con i falegnami, i fundi del legno. Abbiamo disegnato cornici, tavoli, piedistalli ed altri piccoli oggetti. Era dall’età di 12 anni, dai tempi della falegnameria del nonno del mio amico Fabio, che non entravo più in una bottega del legno. Enzo si è sbizzarrito con le foto e, nonostante le zanzare ed il caldo, è stato bello lavorare con i fundi.

Tornati alla “base” ho aprofittato della luce elettrica per aprire Internet. Viaggiamo a 10-20 kbps, roba da preistoria da noi ma qui, quando stabili, sono abbastanza buoni.

Sembrava una buona giornata fino a che non aperto la mail con la trascrizione dell’articolo de La Provincia. Non c’era il titolo ma la prima frase era questa: “Giù i cedri”. Mi è venuta scura la vista.

Fortunatamente le piante non sono state ancora tagliate ma gli organi provinciali, gli ultimi ostacoli in cui credere, hanno appoggiato il progetto ed ora siamo veramente alle battute finali.

Certo, l’amministrazione ha pubblicamente promesso di incontrare la popolazione esponendo il progetto prima del via ai lavori ma, stando così le cose, probabilmente sarà una “Vittoria di Pirro”, probabilmente risolveranno il tutto nel solito comunicato TV. Certamente si controllerà in modo attendo i bandi di gara per l’appalto (la rotonda vale più di 350.000 euro) ma anche guadagnando tempo ormai ne resta poco.

Qualcuno va in giro per Asso denigrando quanto è stato fatto fino ad ora, c’è perfino chi mi accusa di cercare solo pubblicità e notorietà. La verità è che fino ad ora tutto ciò che ho ottenuto è di essere stato schedato, per la prima volta in 33 anni, dalle forze dell’ordine come “istigatore di foto ai cedri”, al pari di un Black Block o un ecoterrorista. Cittadino Benemerito ed Agitatore Sovversivo allo stesso tempo, un bel primato per un assese.

Sono stato il primo a restarne sorprenderso ma, a quanto pare, ad Asso si gioca duro più duro di quanto sembri, il mio voodoo è uno scherzo al confronto: ogni volta che abbiamo organizzato un evento il paese pullulava di agenti in borghese e non era difficile accorgersene. Il giorno in cui è venuta la radio ad Asso non si contava la gente “anonima” che improvvisamente è apparsa per le strade sotto la pioggia senza apparente motivo. Altro che bambolina voodoo, qualcuno salvaguardava i suoi interessi ponendo una gigantesca spada di Damocle su Asso e gli assesi!!

Il giorno del concerto, nonostante un’autorizzazione scritta e tutto il clamore dei giornali, sono stati fatti intervenite i Carabinieri e solo la loro disponibilità ha permesso lo svolgimento della manifestazione. Fortunatamente tutto è stato vissuto in un clima gioioso e pacifico ed anche i pischelli, per natura i più espoti e vulnerabili a colpi di testa, hanno saputo comportarsi bene. Le forze dell’ordine fanno il loro mestiere (e hanno saputo comprendere) ma qualcuno sperava nel “pretesto” ed è qualcosa che non posso accettare, qualcosa che non dimenticherò.

Questa è Asso oggi. Sono curioso di sentire quale sarà il discorso “Liberazione e Resistenza” che farà il Sindaco il 25 Aprile, magari da un rialzo in cedro, davanti alla cascata, ponendo i fiori sul monumento a Remo Sordo, l’unico partigiano che sia quasi riuscito a far deportare mezza Asso dalle SS!!

Per questo gente, ora più che mai, prudenza e testa sulle spalle!! Fate fotografie ai cedri fino a quando sono in piedi, ritrovatevi sotto le piante ma non date loro l’opportunità di tirarvi nei guai: fate a modo. L’ultima carta che resta da giocare sono le firme e le petizioni nei negozi di Asso. Grazie all’interessamento di Teodoro anche il FAI appoggia la raccolta firme e molto può essere ancora fatto. Nessuno può impedirvi di firmare o colpevolizzarvi per averlo fatto!!

Asso non è Sparta ed io non sono Leonida, non porterò gli Assesi alle Termopili quindi prudenza!! I risultati ci sono, progetti che erano stati dati per scontati ora sono in dubbio e sotto l’occhio di tutti. Se Asso non vuole che i cedri cadano c’è ancora speranza di evitarlo. Dateci dentro, confido in Voi!!

Davide “Birillo” Valsecchi

Asante sana Zanzibar, arriviamo Africa

Asante sana Zanzibar, arriviamo Africa

Campo Base ZanzaForceOne
Campo Base ZanzaForceOne

Qualche giorno fa vi ho parlato dell’equinozio e dell’arrivo, puntuale come un orologio svizzero, della stagione delle piogge.

Il clima qui è veramente strano, il cambiamento è stato radicale. Impossibile non accorgersi del cambio di stagione. Ogni giorno piove almeno un paio di volte, la temperatura si è solo leggermente abbassata ma il sole non morde più la pelle. La luce è diversa, i colori sono meno accesi, meno brillanti ed il cielo è affollato di nuvole. Lo sfavillio ed il brio dell’estate è sparito nel giro di una notte, ora tutto sembra più quieto. Non c’è più il vento che soffiava ogni sera ed il mare è quasi sempre piatto e di un colore meno brillante.

Anche gli ultimi turisti sono scomparsi e nessuno prende più il sole in spiaggia, i bambini sono finalmente liberi di giocare a palla sulla sabbia. I ragazzi che gestiscono i baretti ed i chioschi stanno cominciando i preparativi per tornare sul continente e si fermano volentieri a chiacchierare con i due nzungo coperti di ruggine. Fino alla fine di Luglio la magnifica isola tropicale di Zanzibar si riposerà nella tranquillità delle sue piogge pomeridiane.

Fino a pochi giorni fa i colori, i profumi, il rumore del mare e l’intenso calore del sole sembravano trasudare vita: era l’apice esplosivo di questa natura tropicale. Era impossibile non essere coivolti da quell’ambiente, da quella tensione quasi palpabile. Ora, raggiunto il suo massimo, perpetrata la vita attraverso i frutti dell’estate, sembra che ogni cosa si riposi. La quiete dopo la frenesia riproduttiva. Ho idea che Madre Natura, esausta e spettinata, si sia accesa una sigaretta e stia facendo grandi anelli di fumo compiaciuta: anche quest’anno la vita ha fatto il suo corso, ora preparerà la valigia per andare ad accoppiarsi dall’altra parte del mondo.

Anche noi abbiamo quasi terminato le nostre attività artistiche con Vivide e gli altri fundi. Tra poco più di una settimana lasceremo l’isola per cominciare la nostra esplorazione del continente, l’altra metà del nostro viaggio. Cosa ci aspetti ancora non lo so, Zanzibar è una piccola isola, quasi un’eccezione in Africa.

Io mi sento come dopo una festa, dopo una lunga serata ad una mostra di Enzo: hai lavorato, parlato con tante persone, raccontato viaggi, ti sei divertito ma la stanchezza comincia a farsi sentire e non vedi l’ora di smontare i pezzi e andartene a dormire. La musica è finita, le luci sono più morbide ed il locale è quasi vuoto e silenzioso. Ti concedi un goccio di rum o un montenegro al bancone per chiudere serata ma, mentre ti godi la “santa pace”, vedi la ragazza che hai tenuto d’occhio tutta la sera: si è fermata per un’ ultima sigaretta o forse solo per fare due chiacchiere. Guardi il bicchiere, potresti andartene a casa, far finta di niente, ma Lei è qui, ora. Devi scegliere. Lei ti guarda e prima che tu te ne renda conto hai attaccato bottone, stai scambiando due parole ma ancora non sai nemmeno se ti interessa, nemmeno se le piaci. Però sei lì, tra il bicchiere ed i suoi occhi che ti guardano.

Le luci ed i fasti dell’estate sono finiti lasciando posto al chiaro scuro e ai colori morbidi dell’autunno. La ragazza che mi guarda, appena al di là del mare, si chiama Africa. C’è gente che ha perso la testa per Lei. Potrei andarmene, è passato un mese e mezzo, potrei tornarmente a casa, ma Lei è qui. Mi guarda ed abbiamo già cominciato a parlare anche se non so molto di Lei. Speriamo di non far brutta figura, speriamo di piacerle.

L’esperienza mi ha insegnato che è inutile cercare di scoprire i segreti di una donna: non servono trucchi, ti mostrerà di Lei solo quello che ha già deciso di mostrarti. E’ più dignitoso spogliarsi dei preconcetti e semplicemente stare a guardare quello che succede. In fondo non è nemmeno la prima volta che mi ritrovo nudo con gli scarponi…

Asante sana Zanzibar, arriviamo Africa!!

Davide “Birillo” Valsecchi

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